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Nelle isole dell Pacifico non cresce né lino, né cotone, non ci sono le pecore e nemmeno il baco da seta. Non esiste niente con cui produrre un filato per tessere indumenti o stoffe e gli indigeni sono sempre andati in giro nudi, limitandosi ogni tanto a indossare gonnellini di foglie di pandano fatte seccare e ridotte in striscioline. Per imbandire le tavole nei banchetti si usavano le foglie di banana, e le fronde di palma intrecciate sopperivano a quasi tutti gli usi dove era necessario un drappo o un tessuto pesante. Ma per le occasioni speciali o per le grandi personalità, si andava oltre. Nelle isole cresce una pianta chiamatala Broussonetia papiriferali. Gli indigeni impararono a estrarre la parte più interna della corteccia, la bagnavano e poi la battevano con una mazza di legno. Con questo trattamento la corteccia si appiattiva , dilatandosi fino a diventare un foglio largo e sottile. Se la pianta era grossa, si poteva arrivare a fogli larghi anche qualche metro. Quattro di questi fogli venivano sovrapposti e li si batteva ancora, per far si che le fibre si andassero a intricare fra di loro. Il prodotto finale veniva lasciato seccare al sole e ne risultava una specie di  tessuto non tessuto, che dopo essere stato colorato con pigmenti naturali e disegni tradizionali, poteva essere tagliato, cucito, lavato e indossato. Poi l’arrivo degli europei fece conoscere l’esistenza dei tessuti veri, quelli di cotone e di lana, che in poco tempo rimpiazzarono negli usi quotidiani il tessuto di corteccia battuta. Oggi le tapa vengono utilizzate solo in rare occasioni, su alcune isole servono per seppellire i morti, su altre per coprire le tavole o il terreno dove si svolgono cerimonie tradizionali, sempre di meno peòr, perchè produrre una tapa costa tempo e fatica e i giovani, in polinesia come altrove, hanno voglia di cimentarsi con attività più moderne e redditizie. Se la fabbricazione della tapa non è ancora stata abbandonata del tutto è per via del suo potenziale estetico che la rende ideale come souvenir. I pannelli di tapa infatti sono bellissimi oggetti, strani, particolari, dai colori intensi e dalla consistenza morbida, ideali per decorare una parete o per farne dei quadretti. Così, passando dalle Fiji abbiamo abbiamo pensato di acquistato una partita di tapa direttamente dalle donne che le producevano, pagandole quello che a nostro avviso era un compenso giusto (il doppio del prezzo corrente) che le soddisfacesse e le motivasse a continuare a produrle. E’ tutto quello che ci è venuto in mente per supportare il perpetrarsi delle tapa. Ci piacerebbe fare di più, e speriamo in futuro di riuscirci.

Ora le tapa acquistate alle Fiji sono qui, in vendita nel nostro sito. E se qualcuno comprandole e vedendole se ne innamorerà, come e successo a noi, lo invitiamo fin d’ora a pensare insieme a noi un modo per motivare i figiani a continuare a produrle.    

Per spiegare come sono fatte e il  processo di lavorazione abbiamo realizzato un DVD di 10 minuti che invieremo gratuitamente insieme alle tapa a chi le acquisterà.

Esistono tapa di ogni forma e dimensione. Ci è capitato di vederne una larga 3 metri e alta 4 che copriva tutta una parete!

Noi per motivi di spazio e di peso, ci siamo limitati a tre dimensioni:

 

rotonda

con diametro di 31 cm circa 

Costo: 20 Euro

Per ordinarla

 

quadrata

con lato di 31 cm circa

Costo: 20 Euro

Per ordinarla

rettangolare

31x47 cm circa

Costo: 30 Euro

Per ordinarla

rettangolare versione scura

31x47 cm circa

Costo: 30 Euro

Per ordinarla

Nota bene: le tapa sono disegnate e colorate a mano. Pur riproducendo disegni e simboli tradizionali, sono una diversa dall’altra. I colori sono il marrone bruciato ricavato dall’argilla e il nero ottenuto bruciando le noci selvatiche. I pennelli per stendere il colore sono ottenuti con ciocche di capelli legate a un bastoncino. Una volta colorate sono messe al sole per fissare i colori. Le tapa così ottenute si possono lavare, ma noi vi consigliamo di appenderle al muro o tutt’al più di usarle come centrini!

La Storia di oggi:

Sago

Arcipelago di Auri



Abbiamo appena lasciato un luogo chiamato Kaprus, gli amici che ci eravamo fatti, le rive con le colline verdi e il mare trasparente e tiepido. L'abbiamo fatto a malincuore. Ogni giorno ci chiedevano "brancat?" partite? e noi "no, no, disini" che nel nostro indonesiano maccheronico si traduce più o meno con: "no, restiamo qui". In realtà ci spiaceva partire e siccome a loro spiaceva più che a noi non ci decidevamo mai ne a dirlo ne a farlo. Alla fine abbiamo tirato su l’ancora senza nemmeno annunciarlo, e siamo passati con la barca davanti alle case, suonando la campana e la tromba, con tutti che salutavano e i bambini che nuotavano fino al limite del reef per venire più vicino. Ora siamo ad Auri, un'arcipelago composto da una mezza dozzina di isolette piccole, circondate da barriera corallina e disposte come una corona. Su ogni isola un villaggetto e in ogni villaggetto qualche canoa. Le prime che ci sono venute sottobordo erano disegnate con i colori della bandiera della Papua ... [Continua ...]