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Qui
sotto troverete l’elenco dei posti più belli e meno contaminati che
abbiamo scovato nel corso di 14 anni di pellegrinaggio attraverso gli
oceani. Sono tutti luoghi incantevoli, ma per trovarli siamo dovuti andare a perderci negli angoli più
lontani e sperduti, in quegli ambienti che sono troppo scomodi o troppo
lontani perché gli uomini ci possano arrivare.
Noi
li abbiamo fotografati, li abbiamo filmati e li raccontiamo
un po' perchè è bello poter raccontare che posti così esistono ancora,
un po' perchè c'è sempre la speranza che altri, più bravi di noi, si
facciano venire delle idee su cosa fare per conservarli a vantaggio delle
future generazioni. Vorremmo
poter fare di più. Vorremmo organizzare petizioni, campagne di
sensibilizzazione, proporre accordi intergovernativi e chissà cos'altro, ma siamo solo in due, e per di più siamo quasi sempre in barca. Se andate a vedere dove
sono i singoli luoghi scoprirete che si tratta sempre di località del terzo mondo, dove le priorità per gli esseri umani sono ancora
sviluppo e affrancamento dalla fame. Questo complica le cose.
Come si fa ad andare da un pescatore poverissimo dell’arcipelago di
Komodo a dirgli: “Hei, amico, siamo qui per salvare i varani. Mentre tu
continui a morire di fame noi ci impegneremo a studiare e curare i
lucertoloni con cui dividi la tua isola, perché vedi, questi
sono gli ultimi esemplari di Varanus Komodensis esistenti al mondo.”
E
allora? Come si fa? Il problema è enorme, e tocca a quella parte di
umanità (la nostra) che vive nell’agio tentare di affrontarlo. Se
vogliamo che gli ultimi sopravvissuti non diventino dei ricordi, dobbiamo farlo quanto prima. |
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Latham:
6° 54'Sud 39° 55'Est
E’ una isoletta microscopica al largo della Tanzania. Poco
più di uno scoglio, battuto dalle onde dell’oceano. Su
questo scoglio ci sono, in tutte le stagioni, milioni di
uccelli intenti a nidificare. Il posto è incredibile e
meraviglioso.
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Scendendo a terra ci si trova tra milioni di
creature starnazzanti, i piccoli appena usciti dalle uova, le femmine che covano, gli adulti che ti guardano
inquieti, quelli che si alzano in volo e ti mulinano sopra
la testa. Bisogna stare attenti a non calpestare le uova e
i piccoli e a non spaventarli, ma non è difficile è dopo
qualche decina di minuti gli uccelli si abituano e non
sembrano più disturbati. |
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Ma come mai
questa specie di gioiello è rimasto intatto? Perché è
lontano dalla costa, ci vuole molto tempo per arrivare e
sbarcare è difficile a causa dei frangenti. Per il
momento quindi la comunità degli uccelli è tranquilla.
Il pericolo arriverà dai pescatori che fino a pochi anni
fa si spostavano solo a vela |
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con i tradizionali Dhow a
vela e non potevano allontanarsi dalla costa ma che ora
cominciano a possedere dei picclo fuoribordo e a spingersi
al largo. Quando
verranno a pescare nelle acque basse attorno all’isola
ci vorrà poco a decimare i branchi di pescetti che sono
il cibo quotidiano degli uccelli |
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E allora?
Forse si potrebbe convincere il governo della Tanzania a fare di
Latham e del bassofondo circostante un parco naturale. Forse noi ( e
per noi intendiamo Italia, governo Italiano, o associazione
conservazionista)
potremmo finanziare
il governo della Tanzania con fondi per la realizzazione di opere
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sociali
(scuole, ospedali eccetera) in
cambio del fatto che loro si impegnino a fare di Latham un parco
marino protetto al 100%.
Sono solo
sogni? Mah, chi sa. |
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Se avete
proposte, scrivetele nel F.A.Q.! Se siete interessati al filmato che
abbiamo realizzato a Latham lo trovate dentro “Cielo Indiano”
uno dei primi documentari che abbiamo prodotto e che potete ordinare cliccando qui.
Se siete
insegnanti, presidi o comunque operatori scolastici e volete
organizzare incontri e
|
proiezioni presso la vostra scuola scriveteci: info@barcapulita.org |
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Komodo
:
8°34'Sud 119° 30' Est
E’
un arcipelago composto da una ventina di isole immerse in
un mare strano, percorso da correnti violentissime tra
Flores e Sumbawa, in Indonesia. A causa dei gorghi, dei
vortici e degli scogli questo piccolo arcipelago |
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è sempre
rimasto fuori dai traffici mercantili, dalle ondate
migratorie e dai pasticci coloniali. Le sue isole hanno
conservato un aspetto inviolato e primordiale e sono uno
degli ultimi posti al mondo pieni di animali indisturbati
tra i quali il gigantesco varano.All'inizio
del secolo scorso le isole dell’arcipelago erano
pressochè deserte anche perché tra gli abitanti delle
terre circostanti era diffusa la leggenda che a Komodo,
nel mezzo tra Sumbawa e Flores, vivessero dei draghi
enormi che divoravano uomini e animali. Solo nel 1912 si
scoprì che la leggenda aveva un suo fondamento. Un
cacciatore olandese era riuscito a farsi consegnare dagli
indigeni la pelle di un curiosissimo animale che qualcuno
aveva catturato e scuoiato. |
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La pelle venne
consegnata al direttore del Museo Zoologico di Java che si
rese subito conto di essere di fronte ad una nuova specie animale ed annunciò alla comunità
scientifica internazionale l’identificazione di un varanide
gigantesco, che battezzò Varanus Komodoensis.
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Le isole di
Komodo, Rincia e Gili Motang dove la bestia è presente tutt’oggi,
emergono dal mare avvolte da correnti perenni. Sono state queste
correnti, più che l’istituzione del parco, a proteggere i varani,
lasciandoli tranquilli in un habitat primitivo che condividono con
maiali selvatici, cervi, scimmie e bufali d’acqua. Per quanto
concerne gli uomini sono pochi quelli che vivono sulle isole e quei
pochi hanno imparato a convivere con il varano. Le case sono
palafitte sollevate dal terreno, le capre e le galline stanno chiuse
in spiazzi recintati. |
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I bambini e gli anziani stanno sdraiati in
amache appese a un metro da terra. Ogni tanto qualcuno che va a fare
legna nel bosco viene aggredito da qualche dragone più feroce, ogni
tanto qualche bambino viene sbranato da un esemplare più spavaldo
che si è avvicinato troppo al villaggio, ma questo per gli abitanti
di Komodo fa parte della vita! |
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Avete
idee o suggerimenti? Scrivetele nel F.A.Q.!
Vi
interessa il documentario "Uomini e Varani" che abbiamo
girato a Komodo? Cliccate qui!
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Siete insegnanti, presidi o comunque operatori scolastici e volete
organizzare incontri o proiezioni presso la vostra scuola? Scriveteci: info@barcapulita.org |
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Isole
Chagos 5° 19'Sud 72° 16'Est
Meraviglia
delle meraviglie! Siamo al centro dell’oceano indiano,
600 miglia a sud delle maldive, 3000 miglia ad ovest dell’Australia, 1500 miglia
ad Est dell’Africa. Le isole Chagos sorgono in mezzo al nulla, bellissime e inviolate. |
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Sono formate da tre atolli,
ciascuno dei quali sorregge sul perimetro una manciata di
lingue di sabbia coperte di palme e cespugli, e da qualche isola sperduta. Scoperte da una nave portoghese intorno al 1500, furono subito
dimenticate e per un po’ di tempo scomparvero
addirittura dalle carte geografiche fino a che nel
diciottesimo secolo la Francia non le riscoprì e decise
di annettersele. |
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Nel 1776 vi
insediò uno sparuto gruppetto di lebbrosi e lavoratori della copra, gente che proveniva da Mauritius e che per generazioni visse
in pace e serenità sugli atolli, non accorgendosi nemmeno che nel
1814, a margine di una trattativa tra le grandi potenze di allora,
l’arcipelago entrò a far parte dell’impero britannico.
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La
lebbra divenuta endemica produsse sulla popolazione un effetto
strano: le donne vivevano quasi il doppio degli uomini. Chissà
perché. Sta di fatto però che la società divenne matriarcale. La
copra delle Chagos, cioè la polpa delle noci di cocco estratta e
fatta seccare, una volta spremuta dava un olio usato per le lampade
di tutto l’impero ed era così pregiato da far ribattezzare le
isole Oil Isands. La gente
alle Chagos era tranquilla, lontana dal resto del mondo e distante
anni luce dall’Europa, che a seconda del momento storico ne
cambiava il destino sulla carta. |
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Si arrivò così al XX secolo e all’inizio degli anni
70, quando gli americani decisero di costituire una base
navale nel cuore dell’Oceano Indiano, dove poter
ospitare sottomarini, navi da guerra, navi cisterna,
portaerei e tutti i servizi d’appoggio necessari per
mettere in moto una forza di intervento rapido nell’area
medio orientale. La prima scelta cadde su Aldabra, un
atollo isolato e disabitato, che oggi fa parte delle
Seycelles e che ospita migliaia di tartarughe giganti.
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Ma
l’idea di venire ai ferri corti con gli ambientalisti di
tutto il mondo per i problemi che sarebbero sorti circa il
futuro delle testuggini dissuase lo zio Sam dalla sua
scelta. Optò allora per Diego Garcia il più meridionale
atollo delle Chagos.
«Maestà ci affitta le isole Chagos per 50 anni?»
«Certo signor Presidente, le vanno bene come sono o devo
cambiare qualcosa?»
«Se non le dispiace le vorrei senza abitanti»
«Molto bene signor Presidente, provvederemo»
Più o meno sarà andata così. Gli americani volevano una
base nel cuore dell’oceano e la chiesero agli Inglesi,
che formalmente erano e sono ancora i “padroni” di
questi lontanissimi atolli tropicali. Gli americani anche
che la base sorgesse in un posto isolato e disabitato, per
essere sicuri che non ci fosse il pericolo di spie
infiltrate nei dintorni.
I 2000 creoli che vivevano alle Chagos ormai da più di 5
generazioni, furono deportati in blocco a Mauritius, con
il pretesto che secoli prima, il governo
di Sua Maestà faceva firmare ai coloni analfabeti che
volevano andare a coltivare i cocchi alle Chagos, un
contratto nel quale gli stessi coloni si impegnavano a non
rimanere permanentemente sulle isole.
Tutto questo succedeva solo trenta anni fa, quando gli
americani si sono stabiliti con le loro macchine da guerra
sull’atollo di Diego Garcia, mentre gli altri atolli
sono rimasti disabitati e abbandonati a se stessi.
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Nel giro di pochi anni la la vegetazione ha ripreso il sopravvento su
quello che gli uomini le avevano strappato nel corso dei secoli e
qando ci siamo arrivati noi abbiamo trovato delle isole
incredibilmente flotride. Il sottobosco fitto di cocchi e di granchi
del cocco.
Le lagune piene all’inverosimile di tartarughe e di
coralli.
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Il mare circostante pattugliato da infiniti pesci.
Così come sono ora le Chagos rappresentano, che io sappia,
l’unico ambiente tropicale dove corallo pesci e isole sono
significativamente indenni dagli scempi dell’uomo. Troppo lontane
e troppo piccole perché si possa pensare di installarci degli
impianti turistici o degli stabilimenti per la pesca, con le lagune
troppo basse per essere accessibili alle navi, disabitate, lontane
dal resto del mondo, le Chagos al momento non corrono grossi
pericoli. Appartengono sempre, nominalmente, alla Gran Bretagna, ma
sarebbe auspicabile che in futuro fossero affidate ad un ente
sovranazionale, che ne garantisca la conservazione al di sopra degli
interessi contingenti di questa o di quella nazione. |
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Siete interessati al filmato che
abbiamo realizzato alle Chagos? Lo trovate dentro “Cielo Indiano”
uno dei primi documentari che abbiamo prodotto e che potete ordinare cliccando qui. |
Siete insegnanti, presidi o comunque operatori scolastici e volete
organizzare incontri o proiezioni presso la vostra scuola scriveteci: info@barcapulita.org |
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Atollo
di Ayu
(in preparazione) |
Isole Vanuatu
(in preparazione) |
Isole
Hanish
(in preparazione) |
Pulau Jarak
(in preparazione) |
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La Storia di oggi:
Bombedari
Irian Jaya Occidentale

Uno degli obiettivi del nostro spingerci cosģ lontano fino alla estrema punta occidentale dell'Irian Jaya era quello di filmare gli ultimi mangiatori di sago, e forse, finalmente, siamo vicini al nostro obiettivo. Da quando abbiamo lasciato la cittadina di Sorong e cominciato a navigare lungo le coste di Batanta e Waigeo non abbiamo incontrato pił nessuno. Nelle baie dove ci siamo fermati, siamo stati circondati solo da natura incontaminata, senza villaggi, senza abitazioni, senza nessuno. Solo ogni tanto, in lontananza, abbiamo visto delle canoe, che procedevano a volte a remi, a volte sotto velette improvvisate verso chissą dove.
Oggi ci siamo fermati a ridosso di un'isoletta tonda che la carta chiama Bombedari, incastrata in una ampia baia dell'isola di Waigeo. Bomberai e' coperta di palme e di vegetazione. Abbiamo impiegato mezzora a percorrerne il perimetro. A terra non abbiamo trovato nessuno ma sulla spiaggia ci sono gusci di molte conchiglie rotte, segno che qualcuno di tanto ... [Continua ...] |
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