Gen 012007
 

Era cominciato in sordina, con la prima luce del mattino: uscendo in pozzetto mezzi addormentati vediamo una cosa che galleggia. Una cosina grigia e chiara, rotonda e bitorzoluta. Derivava lentamente lungo la fiancata della barca, spinta dal vento e dalla corrente. «Possibile che questa roba arrivi dal cesso di André?». La barca di André, è ancorata 50 metri sopravento e noi siamo gli unici esseri umani nel giro di centinaia di miglia. «È troppo grigia però. Che sia malato?». Dopo qualche minuto un altro pezzetto, identico, e poi un altro ancora, più grosso. Non potevano essere tutti prodotti di André, lui è un solitario! «Forse arriva da terra. Magari qualche albero», continuiamo a lambiccarci in cerca del perché di quelle cose strane nell’acqua limpidissima di un atollo perso in mezzo all’oceano Pacifico, ma anche l’ipotesi dell’albero non può essere giusta perché l’unica isoletta dell’atollo, piuttosto piccola, è al traverso, a mezzo miglio, e quelle palline marroni, invece, sembrano arrivare proprio dalla direzione del vento e dal mare aperto, al di là della barriera corallina che ci protegge dalle onde. Col passare del tempo il fenomeno si è ampliato. Alla fine della mattinata le strane cose erano diventate milioni, tutte grigie, tutte più o meno tondeggianti e bitorzolute, tutte galleggianti. Ne abbiamo pescate alcune e abbiamo capito. Si trattava di pietra pomice, quella pietra leggera e piena di bolle d’aria che viene eruttata dai vulcani. Eravamo circondati da tantissime pietre, tutte galleggianti, che si componevano in lunghe striature alineate nella direzione del vento. Presto si sono formate delle chiazze composte dal pietrisco più sottile, pochi millimetri, anche meno, che si allargavano a creare macchie grigiastre semicompatte dentro cui spuntavano le protuberanze dei massi più grandi. E presto le pietre hanno cominciato a entrare in barca. Uscivano nel lavello con il getto dell’acqua di mare mentre lavavamo i piatti, prima sottili, quasi invisibili, poi sempre più grosse e nel cadere facevano tin, proprio come una pietra che cade sul metallo. Abbiamo smesso di usare la pompa dell’acqua di mare ma altre pietre facevano capolino affiorando dal tubo di scarico, a ogni rollata, mentre da fuori la grande massa delle pietre cominciava a bussare sullo scafo con un crepitio sommesso e gentile, insistente, inquietante, che si ripe teva a ogni rollata e a ogni ondina che urtasse la barca. “Ma se galleggiano, come fanno a infilarsi nelle prese a mare che sono sotto il galleggiamento?”. Per precauzione abbiamo chiuso tutte le valvole degli scarichi rimandando a più tardi il compito di verificare che non si fossero infilate anche nei tubi del motore, pronte a entrare nella membrana della pompa non appena avessimo tentato di avviarlo. Abbiamo rinunciato a scendere a terra per paura cne le pietre intasassero il circuito del fuoribordo e ci siamo disposti ad aspettare. “Putain! C’est toute bouché, C’est toute bouché!». Era André, che ci avvertiva alla radio Vhf. Le sue prese a mare si erano bloccate e tutti gli scarichi erano intasati. Intasata la pompa del lavello, intasata la pompa del frigorifero, intasata quella del bagno. I tubi, trasparenti, lasciavano intravedere all’interno un tappo solido di pietrisco. A metà pomeriggio la superficie della laguna, di solito trasparentissima, era un mosaico di grandi chiazze grigie e le barche sembravano galleggiare in un mare di pietre. La causa? Davanti a noi, per trecento miglia c’era solo mare. Più oltre, l’arcipelago delle Tonga che effettivamente è composto da isole vulcaniche. Possibile che tutta quella roba venisse da trecento miglia di distanza? Cercammo di sintonizzarci sulla radio fijiana casomai parlassero di eruzioni apocalittiche nei dintorni. Nulla. Che altro? Un vulcano sottomarino? Forse. Ma non avevamo avvertito nessuna esplosione. Per fortuna eravamo fermi in un uno specchio d’acqua calmo e non in mare aperto con onde e tempo cattivo. Cosa sarebbe successo in quel caso? Come sarebbe stato se ci fossimo trovati a navigare, investiti da onde coperte da miliardi di roccette alcune delle quali di dieci centimetri di diametro? Il peggio è arrivato di notte. A ogni rollata lo scafo risuonava per l’urto con le migliaia di pietre che lo circondavano. Sul mare non c’era più neppure una spanna di acqua libera. L’atollo era un lago di pietre galleggianti. Il mattino dopo siamo scesi a terra a remi. La spiaggia bianca era sepolta sotto mezzo metro di pietre scure, cosi come erano sepolti i coralli davanti alla spiaggia, le tridacne, i pesci. I granchi spuntavano dall’acqua coperti di pietrisco. Un fenomeno strano, terribile, sconvolgente che ci aveva tenuto fermi per quattro giorni, senza usare le pompe, senza usare il motore e il fuoribordo. Per fortuna il frigorifero funzionava lo stesso grazie allo scambiatore di calore fuoriscafo e gli apparati elettrici funzionavano perché le batterie sono rimaste cariche grazie ai pannelli solari e al generatore eolico. Abbiamo lavato i piatti col secchio in pozzetto, facendo attenzione a prelevare l’acqua tra una chiazza e l’altra. Abbiamo raccolto le pietre più grandi: erano grosse come meloni, ma bastava un nulla per romperle perché la pomice è incredibilmente friabile. Al quarto giorno, le chiazze si sono diradale e siamo andati a pescare sul reef. Abbiamo preso due aragoste. Una delle due aveva il corpo incastonato di pietruzze. André invece aveva anche gli ombrinali intasati. Se ne era reso conto a seguito di un acquazzone che gli aveva riempito il pozzetto d’acqua. Le pietre erano entrate negli ombrinali da sotto e si erano compattate nelle curve dei tubi. L’autogonfiabile, alloggiato nel pozzetto, si era venuto a trovare semisommerso nell’acqua (dolce per fortuna) e una volta estratto ha continuato a colare per ore. Sei giorni dopo il fenomeno è regredito e siamo ripartiti in direzione del Kiribati, ma quando, due mesi più tardi siamo rientrati alle Fiji, su molte delle spiagge sopravento c’erano ancora strati leggeri di pomice. Contemporaneamente una ricerca su internet ci rivelava che in quei giorni una potente eruzione sottomarina aveva fatto nascere un’isola nuova al largo dell’arcipelago delle Tonga.

Navigare tra i detriti? Meglio fermarsi. Non capita tutti i giorni di trovarsi a navigare in un mare pieno di detriti, ma può succedere. Quello della pietra pomice è stato un  evento straordinario, ma altre volte ci sono capitate situazioni strane. Nel 2000 navigavamo al largo della Papua Nuova Guinea, con poco vento, in un mare fermo e vuoto, quando ci siamo trovati a correre fuori a seguito del rumore violento di un urto sullo scafo. A pochi metri da noi un tronco, con cui ci eravamo appena scontrati. Eravamo ad 80 miglia dalla costa e nulla poteva spiegare la presenza di quell’ostacolo. Ma ben presto ne avvistammo altri e dopo qualche miglio il mare era pieno di tronchi d’albero. Ce n’erano di ogni taglia, quelli lunghi come la barca e larghi un metro, quelli con tanto di rami e foglie ancora attaccate e persino semplici cespugli. Per qualche ora abbiamo tentato di procedere ugualmente, avanzando a motore, lentamente, uno di noi a prua di vedetta e l’altro al timone, a fare evoluzioni. La densità dei tronchi però non diminuiva e al tramonto ci siamo rassegnati a spegnere e a fermarci. Il giorno dopo la situazione era identica e per uscirne abbiamo dovuto cambiare rotta e navigare per 50 miglia in direzione Nord allontanandoci ulteriormente da terra. Guardando le carte abbiamo scoperto sulla costa l’estuario di un grande fiume. Quei detriti dovevano essere il risultato di qualche giorno di piogge torrenziali nell’entroterra. Una cosa simile ma un po’ meno pericolosa ci era capitata sei anni prima, in Sudafrica, dopo una tempesta terribile. A cinque miglia dalla terra il mare era pieno di detriti trasportati dai fiumi e per molte ore avevamo dovuto navigare con gli occhi spalancati per evitare gli urti. Nella maggior parte dei casi questi detriti arrivano dai grandi fiumi. Per evitarli, navigando lungo le coste dei continenti coperti da foreste, bisogna passare molto al largo degli estuari, specialmente nella stagione delle piogge. Se nonostante ciò ci si trova a navigare tra i detriti bisogna diminuire la velocità, e navigare piano fino a fermarsi del tutto in caso di tempo cattivo o di mancanza di luce. Quando la barca è ferma, anche in caso di vento e onde, scafo e detriti derivano nella stessa direzione e con la stessa velocità e gli impatti sono molto meno devastanti di quando si naviga.

Gen 012007
 

Al centro dell’oceano Pacifico c’è un arcipelago: otto atolli con il nome affascinante di “Isole della Fenice”. Sono tutti disabitati tranne uno e si trovano in una zona così vuota che ancora oggi, nell’epoca di internet e di Google Earth, nessuno ne sa nulla. Non ci sono navi che passano laggiù. Non ci sono aerei. Nel giugno scorso eravamo alle Fiji con la Barca Pulita quando su un giornale locale abbiamo letto che il governo del Kiribati, a cui le Phoenix (“fenice” in inglese) appartengono, stava decidendo di trasformare l’arcipelago in un santuario marino. Le Fiji dalle Phoenix distano 1.200 miglia, tutte in direzione contraria ai venti dominanti. Abbiamo deciso di provare ad andarci, nella speranza di raccogliere immagini di quel posto sconosciuto. poichè la rotta è tutta controvento pensavamo di effettuare delle soste intermedie e di sfruttare i salti di vento legati alle perturbazioni. “Ci portiamo fino ali’isola più orientale delle Fiji e aspettiamo una perturbazione, così che cessi l’Aliseo e il vento ruoti a Sud. Con la prima perturbazione guadagnamo 300 miglia verso Est e raggiungiamo l’isola Wallis, dove aspettiamo la perturbazione successiva per un altro salto di 300 miglia fino agli atolli delle Tokelau, e così via.  Strategia buona, ma un po’ teorica perché quei salti di vento su cui contavamo sono situazioni anomale che si presentano raramente e che durano puco. Quando ci siamo appostati sull’isola più orientale delle Fiji ad attendere la prima perturbazione, l’Aliseo soffiava stabile da Est Sud-Est ed è rimasto inflessibile per molte settimane. Alla fine siamo partiti, con il vento che finalmente era girato a Sud, ma la perturbazione era “cattiva”, con raffiche, nuvole e temporali. Due giorni dopo, all’alba, eravamo 250 miglia più in là, vicini all’isola Wallis, sempre con vento forte, cielo cupo e groppi minacciosi. Il vento però era favorevole e in preda all’ottimismo, abbiamo commesso l’errore di tirare dritto, saltando la prima delle tappe previste. Il vento buono, seppur con pioggia e temporali, è durato ancora 24 ore, poi il cielo si è schiarito, il sole è tornato a splendere, il mare è ridiventato blu e l’Aliseo è girato nella sua direzione standard, Est Sud-Est, che per noi è bolina. Siamo 100 miglia a Est di Wallis, ma ancora molto lontani dalle Tokelau e non abbiamo altra scelta che continuare. Le previsioni che arrivano via Intemet dalla Nuova Zelanda dicono che il vento, se pur contrario, si manterrà leggero, intorno ai 10 nodi. Ci consoliamo e tiriamo avanti contro un vento che, infischiandosene delle previsioni, supera i 25 nodi e dobbiamo tenere tre mani di terzaroli alla maestra, una mano alla trinchetta e il fiocco ridotto a meno di un quarto. La vita a bordo è scomoda. Fuori non si può stare perché il ponte è spazzato dalle onde, dentro fa un caldo insopportabile perché per non fare entrare gli spruzzi si deve tenere tutto chiuso. Passiamo le ore nelle cuccette sottovento a dormire e sudare. E pensare che a casa tutti credono che ci stiamo divertendo! Cuciniamo poco e mangiamo male: minestra liofilizzata, riso condito con olio, patate bollite. Non possiamo usare il lavandino perché è sottovento e si riempirebbe d’acqua. Per lavare i piatti usciamo in pozzetto, sotto gli spruzzi, una volta al giorno. Niente di eccezionale, sono condizioni normali nell’ Aliseo, ma a viverle giorno dopo giorno, notte dopo notte, la fatica è tanta. Una fatica così intensa che pian piano si entra in uno stato comatoso che vede le funzioni vitali ridursi al lumicino. Siccome ogni movimento comporta un grande sforzo, le allività si riducono all’indispensabile. Ci si alza solo per le manovre essenziali e per controllare la posizione. Si parla poco e si smette quasi di pensare. L’unica cosa che conta è resistere e tenere le vele ben regolate per non scadere sottovento. In queste condizioni disastrate impieghiamo qualche tempo ad accorgerci che l’acqua dei serbatoi si è inquinata. Il caffè da qualche giorno aveva un sapore strano, ma in mzzo a onde ed equilibrismi non ci avevamo fatto caso. Quando ce ne rendiamo conto è tardi. Uno dei bocchettoni di prua non era stretto a dovere e con tutte quelle onde ha lasciato filtrare l’acqua salata. Ci restano 80 litri nelle taniche. Calcoliamo che dovrebbero durare un paio di settimane e tiriamo avanti, anche perché quella dei serbatoi non è persa del tutto: è salata ma possiamo usarla per bollire la pasta e fare la minestra. Dopo sette giorni di fatica facciamo il punto della situazione: abbiamo guadagnato 10 gradi verso Nord ma solo 4 verso Est ed è chiaro che non riusciremo a raggiungere gli atolli delle Tokelau, dove avremmo dovuto sostare in attesa della prossima perturbazione. Anche le Phoenix sembrano ormai fuori portata. Tutte tranne una, la più occidentale del gruppo, che si chiama Orona. Ci aggrappiamo a questa speranza e tiriamo avanti. L’ottavo giorno l’Aliseo si addolcisce e per la prima volta possiamo stare in coperta a leggere e a guardarci intorno. Il nono giorno il vento diventa leggerissimo e siamo quasi fermi, ma il gps dice che stiamo andando indietro. Colpa della corrente equatoriale, contraria, che diventa più forte nan mano che si sale a Nord. Il decimo giorno, dopo una notte di temporali, l’Aliseo è di nuovo stabile, ma rinforza e gira a Est. Per noi è quanto di peggio potesse capitare. Nonostante le previsioni che continuano a dare Sud Est, 10 nodi, noi abbiamo un Est Nord-Est di oltre 15 nodi che arriva proprio da dove dobbiamo andare. Proviamo la bolina con mure a dritta, poi tentiamo le altre mure, poi ancora il primo bordo, ma il responso del gps è desolante: l’angolo tra i due bordi è poco meno di 180 gradi. Uno dei due ci manda a Sud, verso le Samoa, l’altro ci porta dritti a Nord, verso una porzione di oceano dove non c’è nulla per fermarsi e dove la corrente continuerebbe a trascinarci più a Ovest. Mancano 300 miglia alle isole della Fenice, il vento è sui 20 nodi e non abbiamo più le forze per continuare. Così, con le orecchie basse, viriamo, prendiamo il bordo a Sud e puntiamo sulle Samoa,  400 miglia sottovento. Leggiamo le guide Lonely Planet e Moon Travel con le descrizioni delle  cose idilliache che troveremo alle Samoa e cerchiamo di consolarci pensando che, in fondo, le Samoa dovrebbero essere un gran bel posto: c’è anche la casa dello scrittore Robert Louis Stevenson! Ma alle Samoa ci passano centinaia di barche ogni anno, mentre lassù, dove saremmo voluti arrivare, non c’è mai andato nessuno. Un viaggio alle Samoa è normale mentre le Isole della Fenice, nella nostra mente, sapevano di avventura. Passano un pomeriggio e una notte tranquilli, con il vento al traverso, durante i quali mangiamo, riposiamo e ci riconciliamo con la vita. Quando il sole sorge di nuovo il vento, incredibile,è girato nuovamente a Sud Est. Noi stiamo meglio, siamo riposati e lucidi. “Viriamo?”. “Proviamo, giusto per vedere!”. La discesa verso le Samoa ci ha fatto perdere 100 miglia verso Sud ma ne abbiamo guadagnate 40 per Est e ora, seppure di bolina stretta, con le onde, spruzzi, la nostra prua riesce a puntare di nuovo sulle Phoenix. Manteniamo questa rotta per i successivi tre giorni, finché non appare il profilo bassissimo dell’isola di Canton, il più grande degli atolli e l’unico abitato, per quel che ne sappiamo. Alle ore 10 la terra è vicina ma ci vuole un ultimo sforzo prima di poterla calpestare. Siamo sottovento, di fronte all’unico passaggio che dà accesso alla laguna. Il portolano dice che le correnti nella “passe” possono arrivare a 10 nodi e suggerisce di tentare il passaggio solo nei periodi di stanca della marea, che non durano più di 15 minuti e che corrispondono con il culmine dell’alta marea o con il minimo della minima. Ma come si fa a sapere a che ora è la stanca? Ci avviciniamo. Sull’istmo basso che forma il lato sinistro del passaggio si scorgono delle costruzioni sorvolate da migliaia di uccelli. Col binocolo non si vede anima viva e alla radio vhf non risponde nessuno. Ci avviciniamo fino ad avvistare una serie di gorghi che cominciano cento metri prima dell’inizio del passaggio e che sono davvero impressionanti. È chiaro che per il momento non possiamo avvicinarci alla passe. Ci spostiamo verso l’esterno della barriera corallina, finché troviamo un terrapieno di corallo con 15 metri di fondo su cui tentare un ancoraggio. Siamo molto vicini al reef e le pareti vetrose delle onde si frangono a poche decine di metri, ma è solo per poche ore. Mettiamo in acqua il gommone, ci mettiamo sopra il motore e torniamo verso il passaggio, per vedere da vicino. Sul lato destro c’è un vecchio relitto che ci fa scudo dalla corrente e ci lascia arrivare fin quasi al centro. Il flusso è uscente, come un fiume in piena che sbuca dall’atollo e si getta in oceano. Tanto per provare tentiamo di forzare il passaggio ma col fuoribordo al massimo siamo meno veloci della corrente e andiamo a ritroso. Eppure secondo le nostre tavole di marea, qui la bassa è due ore dopo che ad Apia, alle Samoa, e dovremmo esserci! Rientriamo in barca e ci ripromettiamo di tornare ogni ora a monitorare la corrente. Alle undici è tutto come prima. Alle dodici, quando il sole è a picco e la spiaggia è diventata di un bianco abbacinante, la corrente sembra meno impetuosa e il relitto emerge molto di più, segno che non siamo lontani dalla bassa marea. Ancora un’ora e la corrente, seppure uscente, sembra debolissima, il relitto è tutto fuori. Corriamo a bordo, salpiamo l’ancora pregando che non si sia incastrata nei coralli, ci avviciniamo cautamente al nastro di acqua blu che porta dentro l’atollo. La corrente, leggera, ha già cambiato direzione ma la passe si rivela facile. Larga un centinaio di metri e profonda sette è lunga solo trecento metri. In pochi minuti siamo dentro, nell’acqua azzurra e finalmente calma di un luogo rimasto fuori dal mondo e dal tempo. ln questa calma cosmica anche la nostra mente funziona meglio: le tavole di marea davano un dato sbagliato perché non abbiamo tenuto conto che, partendo dalle Fiji, abbiamo attraversato la linea del cambio di data. Qui siamo un giorno in meno rispetto alleFiji e avevamo guardato la data sbagliata. A terra c’è un uomo che fa dei segnali. Lasciamo da parte la stanchezza, rimettiamo in mare il gommone e andiamo a incontrarlo. L’uomo dice che in tutto l’atollo vivono sette famiglie e che il villaggio è a mezz’ora di cammino. La nave governativa fa scalo qui una volta l’anno e siamo i primi esseri umani ad arrivare da oltre sei mesi. Dal villaggio ci hanno visto e stanno preparando per noi la festa di benvenuto. Così l’isola di Canton ci ha ricevuti, dopo tredici giorni di bolina, con una laguna blu incredibilmente ricca di pesci e di tartarughe e con un’accoglienza calorosa degna delle più celebrate tradizioni polinesiane.

NEGLI ATOLLI Entrare in laguna? Con la “stanca” Quando la marea sale l’acqua entra nell’atollo per i canali che lo collegano al mare in modo che all’interno il livello possa salire. Con la marea che scende avviene il contrario e l’acqua esce. Consideriamo un atollo di dieci miglia di diametro e una marea con il dislivello di un metro. La quantità d’acqua che deve fluire, nel giro di sei ore, è di circa 300 milioni di metri cubi. Un volume enorme che si divide tra i vari passaggi che mettono in comunicazione la laguna con l’oceano. Se l’atollo ha molti passaggi la corrente sarà moderata. Se ne ha pochi, o uno solo, c’è da aspettarsi una corrente violentissima. Le correnti in mare sono di due categorie: quelle generate dal vento e quelle prodotte dalle maree. Le prime nascono quando il vento soffia in direzione costante per ore e giorni. Col tempo l’attrito dell’aria sull’acqua mette in moto lo strato superficiale del mare che comincia a scorrere nella stessa  direzione del vento. La velocità della corrente aumenta col passare del tempo e dipende dalla forza del vento e dall’ampiezza del tratto di mare interessato. Può andare da mezzo nodo a un nodo per venti di media intensità, fino a raggiungere i 2 o i 3 nodi. In oceano, nelle aree soggette a venti costanti, una corrente di superficie di un nodo è normale. La corrente equatoriale, per esempio, che corre da Est a Ovest in Atlantico, in Pacifico e in Indiano, è il risultato degli Alisei che soffiano per mesi nella stessa direzione. Quando la corrente, dopo avere attraversato l’oceano va a sbattere sul continente africano si divide in due rami, uno che sale verso Nord e che prende il nome di “corrente della Somalia” e uno a Sud in direzione del Sudafrica, la “corrente del Mozambico”. l due rivali tendono ad accelerare fino a due tre nodi e proseguono lungo la costa per migliaia di miglia diventando un problema per chi si trova a navigare in quelle acque. Le correnti sono segnalate sulle carte a grande scala e sulle Pilot Chart e descritte nelle sezioni introduttive dei portolani. In condizioni di mare moderato si possono anche misurare con gli strumenti di bordo: basta ammainare le vele e guardare le indicazioni del gps: se lo strumento registra uno spostamento, questo è dovuto alla corrente e alla spinta del vento sullo scafo. Se il vento è poco, la velocità indicata dal gps corrisponderà esattamente alla corrente. Le correnti di marea sono tutt’altra cosa e possono essere violente. Raggiungono i tre, quattro, cinque nodi e possono arrivare a dieci e oltre. In compenso non mantengono mai la stessa direzione per più di sei ore (tanto impiega la marea a salire o a scendere). Come visto nell’esempio delle lagune degli atolli, queste correnti nascono a seguito dei cambiamenti di livello del mare. Lo stesso fenomeno si presenta nei passaggi che portano a vaste lagune interne, negli estuari dei grandi fiumi e nei luoghi dove una porzione di mare è in comunicazione con un’altra. Il fenomeno diventa più importante dove le escursioni di marea sono molto alte, come nella Bretagna, nella costa Nord dell’Australia, al largo dei grandi capi e così via. Per evitare di combattere contro forze più grandi di quelle di cui disponiamo bisogna prepararsi per tempo, leggere le informazioni sui portolani e studiare la topografia del luogo. Dovendo navigare in un canale soggetto a correnti di marea, la cosa migliore è aspettare il momento della “stanca”, quel breve intervallo corrispondente al minimo o al massimo della marea, in cui la corrente scompare prima di cambiare direzione. Meglio ancora, conviene passare quando la corrente non è assente del tutto ma è leggera e contraria. Un po’ di corrente contraria, infatti, facilita la manovra in caso di imprevisti perché, se si deve rallentare per evitare un ostacolo, se la corrente è contraria ci si ferma in un attimo, se è a favore si rischia di arrivarci proprio sopra.

Gen 012005
 

Quella che si vive sul mare, sotto una vela spinta dal vento, è una libertà quasi infinita. Dopo 15 anni non ci siamo ancora abituati ed è difficile vederne i limiti. Chi vive sulla terra, intorno, ha sempre lo stesso orizzonte. Ha sempre gli stessi vicini e respira sempre la stessa aria. Su una barca é diverso. L’orizzonte cambia ogni volta che lo si vuol far cambiare. Basta issare le vele e puntare verso il largo per trovarsi ogni volta di fronte alla libertà più bella e più grande di tutte: quella di scegliere una rotta tra le mille possibili che il mare mette a disposizione. E in fondo alla rotta c’é sempre un posto nuovo, un paese nuovo, nuova gente.

L’anno scorso siamo tornati alle Fiji. Erano passati 15 anni da quando, la prima volta, eravamo passati da lì, sul Vecchietto la vecchia mitica Alpa 11,50, durante il nostro primo giro del mondo. Ripassare dopo tanti anni in un luogo di cui si conservano bei ricordi, si dice, sia un errore. Tutto cambia e si rischia di scoprire che le cose che ci avevano fatto stare bene non ci sono più, che i luoghi sono diversi, che la gente è cambiata e via discorrendo. Così è con un po’ di ansia che ci siamo avvicinati all’arcipelago. In realtà, più che per quel che avremmo trovato o meno, l’ansia era dovuta al fatto che avevamo fatto la traversata dalle Vanuatu (500 miglia) navigando solo con il sestante. Il GPS si era rotto, avevamo fatto tutta la strada di bolina ed eravamo distrutti, stanchi morti e incerti. Il nostro punto era approssimativo, fatto solo due volte al giorno con i rilevamenti del sole e portato avanti con la stima ad occhio della velocità. Infatti se non funziona il GPS non si sa più nemmeno a che velocità si cammina, perché la famosa etichetta fuori scafo che un tempo si teneva accuratamente pulita, ormai da anni è un’inservibile incrostazione calcarea. E in più c’era vento forte e mare enorme.

Finalmente una mattina è comparsa, lontanissima, la terra e insieme è comparsa anche una nave, la prima in 10 giorni di navigazione, anche lei che saliva e scendeva tra le onde, che appariva e scompariva tra le creste. L’abbiamo chiamata con il VHF e abbiamo chiesto la posizione, perché, per avvicinarsi a terra a cercare il passaggio tra i reef che immette nelle acque interne dell’arcipelago, bisogna essere ben certi delle proprie coordinate. Sorpresa, il nostro punto artigianale era abbastanza giusto ed eravamo a 7 miglia dall’imbocco del passaggio.

Abbiamo chiesto se fosse normale tutto quel vento.

“Eh, summer monsoon”, è stata le risposta enigmatica, accompagnata da una risata. Vuol dire che quello che a noi sembrava proprio un gran vento, ad altri non sembrava tale. Questione di dimensioni, di altezza sull’acqua, di punti di vista e forse, di lunghezza di scafo. Così abbiamo fatto finta che quelle onde enormi non fossero tali, abbiamo puntato verso terra, imboccato la passe che conduce nelle acque interne dove il vento, come per incanto, è scomparso, fermato dalle vette dell’isola maggiore.

La prima cosa che colpisce, entrando, sono i colori: tinte pastello, bellissime, più intense di quanto ce le ricordassimo, con gli azzurri e i rosa della laguna così delicati e sfumati da sembrare acquerelli e i verdi e i gialli dei bassifondi corallini che con la loro tonalità dicono quanto sia profonda l’acqua e quanto ci si possa avvicinare, e i bianchi accecanti delle spiagge infinite ricoperte di palme. La seconda cosa che si nota, una volta scesi, è la gentilezza di una delle popolazioni più ospitali del mondo. La gente per la strada che saluta e dice Mbula, che vuol dire “benvenuto straniero”. La gente nei villaggi che ci ferma continuamente per chiederci chi siamo, da dove veniamo, cosa pensiamo delle Fiji, e tutti immancabilmente che ci invitano nella loro capanna, a bere il te fatto con le foglie dell’erba limoncina, o la kava, ottenuta con le radici tritate della Piper metisticumun. Insomma, un posto bellissimo. Allora? Tutto bene? Non è cambiato nulla? No è cambiato moltissimo. La capitale, Suva, un tempo una tranquilla e sonnacchiosa cittadina, ora è un posto rumoroso, con tanto di traffico, di inquinamento e di nascente delinquenza. Nelle isole fuori mano invece i modi della gente non sono cambiati, ma sono comparsi i primi segni di modernità. Le lamiere ondulate hanno preso il posto dei tetti di paglia e i bure tradizionali, fatti interamente di cocco sono scomparsi, sostituiti da orribili costruzioni grigie in mattoni di cemento. Per chi arriva in barca le cose sono cambiate ancora di più. Se quindici anni fa non c’era neanche un marina, oggi ce ne sono tre. Se allora per far carena non si poteva far altro che andare sullo scivolo dei pescatori di Suva, dove alaggio e varo erano operazioni rocambolesche che però costavano solo poche decine di dollari, oggi ci sono due cantieri, con tanto di travel lift, di shipchandler e di tariffe europee. Se quindici anni fa nell’arcipelago passavano 20 barche all’anno, oggi ne passano molte centinaia e gli ancoraggi più belli come la Blu Lagoon delle Yasawa, cominciano ad essere affollati, proprio come in Mediterraneo, con la differenza che qui le barche sono americane, australiane, neozelandesi, giapponesi. Per noi, che abbiamo scelto il lavoro di andare a cercare gli angoli più remoti e i luoghi più sperduti dove sopravvivono natura e tradizioni e di raccontare queste cose nei nostri libri e nei documentari, quelle baie affollate non erano più interessanti e quei marina perfetti e puliti dove la gente si ritrova la sera per il BBQ, la birra e i racconti di traversate eroiche, lo erano ancor meno. “Che facciamo?” “Mha, proviamo ad andare un po’ controvento” Alle Fiji controvento vuol dire Est, verso quella parte dell’arcipelago che si incontra per prima quando si viene dalle Tonga, ma dove nessuno si può fermare perché non si sono ancora espletate le procedure di entrata nel paese.Una volta arrivati alla capitale, o in uno degli altri porti doganali, e sbrigate le formalità, è difficile tornare verso quelle prime isole, perché, appunto, si dovrebbe navigare controvento e tutti preferiscono proseguire per le Yasawa, sottovento, altrettanto belle, ma più comode. “Va bene, proviamo verso Est” e già che c’eravamo abbiamo deciso di puntare verso l’isola più lontana, a 300 miglia dalla capitale, l’ultimo avamposto orientale dell’arcipelago.

Ci sono voluti 12 giorni, giocando a nascondino con il vento, passando sottovento alle isole quando riuscivamo, picchiando con il mare corto e con il vento in faccia quando eravamo costretti a farlo. L’ultima parte è stata la più dura: di nuovo in oceano aperto, con onde di due o tre metri, e il solito vento di bolina. Vento moderato, di 15-20 nodi, che però, se è contrario, sembra una piccola tempesta e ti fa rollare e faticare e star male, ma ormai eravamo quasi arrivati.

L’ultima isola dell’arcipelago, la nostra isola controvento, in realtà è un atollo. Una cintura ellittica di coralli con un’entrata sul lato occidentale e con un’unica parte di terra emergente piccola piccola sul lato orientale, dalla parte opposta all’entrata.

Alle 4 di notte il GPS, che nel frattempo è stato riparato, dice che siamo a 4 miglia. Fuori non si vede nulla. Ci mettiamo alla cappa, tra le solite onde che ci fanno rollare paurosamente, e aspettiamo. Arriva la luce rosata dell’alba. Arrivano il giallo del sole con il suo calore. Anche con il chiaro, però, non si avvista nulla. E’ normale. Non c’è terra su questo lato e la barriera si vede solo quando si è vicini. Riapriamo il fiocco, lo cazziamo, e riprendiamo la bolina, sempre verso Est. Dopo neanche un’ora appaiono i frangenti. Sono diversi dalle solite creste bianche che si vedono qua e là a screziare il blu che ci circonda e che si formano quando la cresta di un cavallone diventa troppo ripida e instabile. Questi sono meno irregolari. Appaiono e scompaiono ma si formano sempre sullo stesso posto, sono messi in linea e rivelano la presenza dell’ostacolo nascosto della barriera. Ancora mezzora ed ecco una interruzione netta nel bianco dei frangenti, una specie di porta, di corridoio, un passaggio dove il mare rimane blu. Avanziamo. Il sole, sorto da due ore, è ancora basso e siccome procediamo per Est ci si vede male. L’entrata però è larga un quarto di miglio e sorprendentemente facile. La imbocchiamo e in due minuti il mondo cambia: l’acqua diventa azzurra, il fondo da migliaia di metri che era risale a 35 e quel che più conta, le onde da 3 metri diventano ondulazioni gentili. Intorno a noi c’è sempre oceano a perdita d’occhio, ma dentro la laguna è come essere in un lago.

Il nostro atollo è lungo venticinque miglia, e largo sei o sette. E’ così grande che potrebbe contenere l’intera isola d’Elba. L’isola, sul bordo orientale, non è ancora in vista, e continuiamo a navigare, sempre verso est, sempre contro lo stesso aliseo da 15-20 nodi, ma farlo senza onde è persino divertente. Facciamo bordi che durano poco più di un’ora, prima per Nord Est finché non avvistiamo i frangenti che formano il limite nord dell’atollo, poi verso Sud Est finché non compare il bordo meridionale e così via. Sul plotter le spezzate della nostra bolina si allineano precise e dritte come gli zig zag di una macchina da cucire. Fa caldo, è divertente, e la barca corre veloce. Dopo 6 bordi appare l’isoletta. Dopo altri tre, a metà pomeriggio, il fondo risale, l’azzurro si intensifica, i banchi isolati di corallo a cui si deve sempre stare attenti quando si naviga in un atollo diventano più fitti. Ammainiamo e continuiamo a motore, piano piano, prima su 10 metri, poi otto, poi sei. Dobbiamo anche tener conto della marea che ha un’escursione di tre metri. Come sarà adesso? Alta o bassa? A un miglio da terra il fondo è 5 metri e il corallo in giro è semplicemente troppo. Ancoriamo, anche se siamo così lontani che non si vede neppure se l’isola sia abitata o no, e per scendere a terra ci vorrà mezzora di gommone, pazienza.

Ed è stato così che per gioco, senza saperlo, siamo arrivati in una specie di paradiso. Un’isola bellissima, incontaminata, dove vivono solo 4 persone che non vedono mai nessuno. Qui, su quest’atollo, non arrivano ne navi ne traghetti. Negli ultimi 10 anni, ci raccontano gli abitanti, è passata un’unica barca a vela e solo un paio di volte l’anno, nel periodo delle calme invernali, qualche pescatore coraggioso si spinge fin qui dalle Fiji attirato dalla incredibile abbondanza di pesci della laguna.

L’isola è lunga 5 chilometri e larga qualche centinaio di metri. I suoi abitanti vivono in una radura proprio al centro. Per il resto solo spiagge senza orme, terra coperta di cocchi e piante aggrovigliate, lagune piene di coralli e di pesci, scogli corallini abitati da milioni di granchi e di murene. Ci sono anche due isolette piccole che chi ha disegnato la carta non si è curato di riportare. Sono letteralmente coperte di uccelli, di sule, di fregate, di sterne che vengono a depositare le uova e a covarle e che non fuggono quando ci avviciniamo con la telecamera. Ci sono pipistrelli giganti con le ali larghe un metro e ci sono persino i granchi del cocco che altrove sono scomparsi perché troppo appetitosi e troppo facili da catturare. Qui tutto è intatto, incontaminato, primordiale. Così su questa isola abbiamo girato le immagini di uno dei più bei documentari che abbiamo prodotto, con protagonisti l’isola, i suoi abitanti e i suoi animali.

Beh, non era proprio solo paradiso. C’era anche qualche inconveniente, come i milioni di zanzare che a terra, attive anche di giorno, si sono rivelate indifferenti a tutti i nostri repellenti. L’unico modo di evitarle era quello di stare immersi nell’acqua fino al collo o di stare immersi nel fumo delle scorze di cocco, che gli abitanti accendevano intorno alle capanne per tenerle lontane, ma così si restava intossicati. In barca si stava bene, tranne che con l’alta marea, quando, per qualche ora, l’onda oceanica riusciva a superare l’ostacolo della barriera ed entrava in laguna facendoci rollare come fossimo in navigazione. Ma questi disagi, in fondo, sono un costo accettabile, una fatica che si fa volentieri, come quella di andare controvento.

Il nostro racconto finisce qui. Dite che ci siamo dimenticati qualcosa? Il nome dell’atollo? No, non ce lo siamo dimenticati. Non lo abbiamo detto di proposito. Negli ultimi anni ci è capitato di notare che, una piccola informazione su un posto, può scatenare un fenomeno a valanga, che riversa sul luogo una numero di barche tali, da stravolgerlo. Un esempio? Nella baia di Port Resolution, alle Vanuatu, si poteva accedere solo dopo aver fatto l’entrata ufficiale dall’altra parte dell’isola, in un porto impossibile, senza ancoraggio e senza riparo. Quando si seppe, perché una barca diffuse la notizia per radio, che si potevano pagare gli ufficiali e farli venire con il fuoristrada fino a Port Resolution per sbrigare lì le pratiche, molte barche cominciarono a fermarsi. Ora è istituzione che la pattuglia arrivi una volta la settimana. Morale, in una baia dove si vedevano non più di una dozzina di barche l’anno, lo scorso agosto ce ne erano venti contemporaneamente, con gommoni da quaranta cavalli che schizzavano su e giù tra le canoe dei nativi, con i BBQ organizzati sulla spiaggia, e con le mamme americane che spiegavano alle maestre della scuola come far giocare i bambini e altre amenità del genere. La cosa peggiore, e noi l’abbiamo vista con i nostri occhi, è stato quando, l’equipaggio di due barche (tacciamo la nazionalità) hanno fatto un accordo per farsi cucinare un pasto a terra. In cambio hanno portato una bottiglia di rum. Il giorno seguente, uno dei due cuochi, un ragazzo di 25 anni, gentile e disponibilissimo, ha picchiato la madre. Con tutte le conseguenze che un episodio del genere si porta dietro, in una società dove la famiglia è il centro della vita!!

Ci spiacerebbe pensare a una situazione simile nel nostro atollo figiano. Il nome non ve lo diciamo, ma se qualcuno di voi ci vuole andare, lo cerchi attentamente, a Nord Est, e ancora più a Est, sulla carta delle Fiji.

Gen 012005
 

Il camion dei vigili del fuoco esce dalla rimessa, si ferma sul piazzale e suona la sirena. E’ il segnale. I motorini se ne vanno, i ragazzini che stavano giocando a rugby raccolgono pallone e smontano la porta, i pochi passanti che si aggiravano a piedi si affrettano verso un riparo e anche i cani randagi che sonnecchiavano al caldo si alzano e si allontanano. La sirena è il segnale che quel pezzo di isola che serve da strada, campo da pallone, ritrovo o parco giochi, ora diventa pista d’atterraggio. Succede tre volte la settimana, tutte le volte che il piccolo aereo a elica da 30 posti, ma che non porta mai più di 20 persone, arriva qui a Funafuti, capitale delle Tuvalu, proveniente da Suva, la capitale delle Fiji. Di questi aerei ne arrivano tre la settimana, e durante le tre settimane che siamo stati qui, siamo sempre venuti a riceverlo. L’avvenimento raduna intorno alla pista una piccola folla e si può approfittare per godere di alcune fecilities che altrimenti non sarebbero fornite: vendita di di piccoli oggetti di artigianato e offerta di roti ripieni di pappa di patate, accompagnati da acqua gelata allungata con miele di toddy.

Oggi però per noi è un giorno speciale. Oggi arriveranno gli amici con i quali partiremo per la missione cultural sanitaria, come l’abbiamo battezzata per scherzo, nell’isola di Anuta. Sono in 4: Alberto, un esperto velista che ha condiviso con noi altre crociere particolari e non si è voluto perdere questa, Fausto un regista svizzero che da quando è andato in pensione viene a portare sulla Barca Pulita un po’ della sua esperienza e, ultimi ma non meno importanti Marcello e Riccardo, i due medici che si occuperanno della parte sanitaria della spedizione. Riccardo non lo conosciamo quasi, si è sostituito all’ultimo momento a Fabio, trattenuto a Milano da un esame. Avrebbe dovuto essere il nostro referente a Milano per le malattie tropicali, e invece eccolo qui sulla scaletta dell’aereo, che sbarca insieme a una vagonata di medicamenti e di attrezzature sanitarie, che a Suva è costata ben 500 dollari di supplemento bagaglio. Sono euforici e frastornati, alla fine di questo viaggio che in 62 ore li ha catapultati da una parte all’altra parte del mondo.

Stiamo due giorni nella laguna mozzafiato di Funafuti, per farli ambientare con il fuso orario di +10 ore, il caldo, la maestosità del Pacifico e soprattutto per conoscerci un po’. Poi, la mattina del terzo giorno, partiamo, per affrontare le 600 miglia che ci separano da Anuta, rotta Ovest, vento in poppa, probabile durata del viaggio 5 giorni. Ma dopo una settimana siamo a constatare una volta di più, che in mare non si devono fare programmi, che a decidere sono sempre e solo il vento e le sue fantasie.

Ecco un estratto del diario dei primi di ottobre:

…..“Neu è il cocco da bere mentre popo è quello vecchio. Chi si ricorda come si dice buongiorno?”

Marcello si è portato un vocabolarietto con le lingue del Pacifico. Quella di Anuta non c’è, ma abbiamo deciso di studiare un po’ di Samoano, perché è dalle Samoa che sono partiti gli abitanti di Anuta, qualche centinaio di anni fa. Così almeno ci ha detto uno studioso di idiomi polinesiani che abbiamo incontrato l’anno scorso alle Tuvalu. E ora siamo qui nel pozzetto, a ripassare le parole che potrebbero servirci: Per piacere, grazie, buon giorno, cocco, acqua, pesce.

Intorno a noi l’oceano Pacifico è un drappo di seta blu. Non c’è un’increspatura, non un’onda, non un segno di vita. La nostra lenza penzola a poppa , le rande cazzate al centro hanno dei fremiti sempre meno frequenti, e noi ce ne stiamo sotto il tendalino montato sotto al boma concentrati nei suoi due metri quadri di ombra. Siamo partiti da una settimana e delle 570 miglia che dovevamo percorrere ne rimangono ancora 230! E sì che la stagione è giusta, le Pilot dicono che dovremmo avere vento e corrente a favore, brezze più o meno forti, ma comode, in poppa e nelle nostre previsioni, un po’ pessimiste, avevamo pensato di arrivare ad Anuta in 5 giorni. Tra le 9 del mattino e le 3 del pomeriggio, fa proprio caldo. Il sole sta scendendo impietoso dall’equatore verso il tropico del capricorno e tra pochi giorni passerà proprio sopra le nostre teste. Ogni paio di ore ci buttiamo in acqua a turno e nuotiamo nella seta blu che ci avvolge. In superficie l’acqua che non è rimescolata dal vento è tiepida. Solo dalla vita in giù si sente un po’ di refrigerio. I raggi di sole fendono la superficie e si tuffano nell’abisso sotto di noi, che la carta nautica segnala di 5000 metri. Fa una certa impressione e ci aspettiamo continuamente di incontrare qualcosa, soprattutto dopo che una sera, nell’acqua immota, abbiamo avvistato un marlin enorme che per un po’ di tempo ha gironzolato intorno alla nostra ombra. Oggi, per la prima volta in tanti anni, ci è capitato di nuotare con i delfini. Sono arrivati in una ventina. Siccome la barca era immobile, si sono fermati anche loro, nuotando pigramente intorno alla poppa, contrariamente alle loro abitudini che li porterebbero a giocare sotto la prua quando la barca corre un po’ sostenuta. Ci hanno lasciato entrare in acqua con loro e si sono allontanati lentamente solo quando ci siamo avvicinati a pochi metri. Uno aveva il piccolino sotto la pancia, un altro era stranamente tondeggiante. Forse una femmina gravida che si è fermata per partorire.

L’atmosfera a bordo è serena e rilassata. Nessuno si preoccupa del fatto che molto probabilmente il volo di rientro andrà rimandato. Se consideriamo il fatto che solo noi conoscevamo gli altri membri della spedizione, ma Marcello lo conoscevamo poco e Riccardo lo avevamo incontrato solo una volta, e gli altri erano tutti estranei fra di loro, l’alchimia di questa mescola è perfetta. C’è serenità, simpatia, ci si scambiano opinioni su argomenti profondi, ci si racconta la propria storia……

Poi, improvvisante, è arrivato il vento e non ci siamo più fermati. Dopo due giorni, all’alba, La ciliegia, come la chiamano gli inglesi è apparsa sull’orizzonte come un miraggio. La sua sagoma scura a contrastare con la massa chiara del cielo. Una collina tondeggiante con intorno un bassofondo che si estende per miglia verso il mare aperto e che consiglia la prudenza. Più a oriente le due piccole alture che formano l’isoletta disabitata chiamata Mitra, per la sua forma di copricapo.

La carta di Anuta non esiste e nelle lunghe ore di attesa del vento, ce ne siamo disegnata una, seguendo le istruzioni del portolano. Un cerchio a rappresentare l’isola, perché c’è scritto che è tonda come una ciliegia, una linea tratteggiata a indicare una serie di secche a Sud Ovest che finisce con un roccione semisommerso, le crocette per i pericoli sommersi, come sulle carte vere, e due ancorine per i posti dove il portolano suggerisce temporary ancorage. Scrutando l’isola da lontano non si vede nulla di speciale. I roccioni scuri della parte collinosa precipitano verticali, screziati dalle macchie instabili dei frangenti. Una linea bianca sul lato Nord Est è la spiaggia dove, secondo i nostri ricordi, dovrebbe sorgere il villaggio. Anuta è tutta lì. Meno di un chilometro quadrato di terra in mezzo all’oceano. Il vento è teso e le onde superano i tre metri. Siccome arriviamo da sopravvento, puntiamo a girarle attorno, per cercare un pò di ridosso sull’altro lato. La spiaggia si ingrandisce e rivela il pianoro leggermente rialzato dove dovrebbe esserci il villaggio. Ci passiamo il binocolo l’un l’altro ma tra il rollio e la distanza non si vede nulla. Più la distanza diminuisce e più aumenta il senso di attesa.

E’ da un anno che lavoriamo a questo progetto. Abbiamo studiato, pianificato, fantasticato, immaginato. Ne abbiamo scritto sui giornali, ne abbiamo parlato agli amici e a quelli che erano venuti alle nostre conferenze. Abbiamo coinvolto due medici, qualche sponsor e tanti sostenitori che ci hanno dato materiali, medicinali, solidarietà. Ora che stiamo per arrivare abbiamo quasi paura. Non è stato possibile avere informazioni aggiornate sulla situazione ad Anuta per il semplice fatto che nessuno sa nulla di quel che succede in quest’isola lontana. E se il villaggio non ci fosse più? E se tutti gli abitanti se ne fossero andati dopo l’ultimo ciclone del 2002? Noi potremmo consolarci godendoci la sosta in un’isola disabitata, ma cosa direbbero Marcello e Riccardo che hanno piantato lavoro e famiglie per seguirci fino a qui? A terra tutto sembra immoto e là dove dovrebbe esserci il villaggio non si scorge nulla di speciale. Le capanne non si vedono ma potrebbe essere che siano nascoste dagli alberi, ma non c’è neanche una persona, e questo è strano. L’altra volta, quando siamo passati, la gente faceva segnali con le conchiglie lucidate. Era il loro modo per dire ehi, fermatevi, guardate che questa non è un’isola deserta.

Arriviamo all’altezza del masso che sta alla fine della linea di bassifondi e per un pò la roccia nera avvolta dalla schiuma bianca dei frangenti si sovrappone all’immagine dell’isola. Passiamo a Sud e Anuta riappare rivelando la sua parte meridionale con una lunga spiaggia che si arresta contro un promontorio. E lì, al termine della linea bianca, nella zona d’ombra proiettata dal dirupo, scorgiamo una miriade di lineette verticali. Sembrano tanti bastoncini irregolari, ma si muovono, si raggruppano, si separano. Sono loro, gli abitanti di Anuta, che si sono messi all’ombra ad aspettare che ci avvicinassimo. E ci sono anche le canoe, proprio come le ricordavamo. Tre legni sono stati messi in mare, attraversano i frangenti e si avvicinano, sfidando le onde che sono alte più di quanto loro siano lunghi. Canoe grandi e profonde, con quattro, cinque traverse che le collegano al bilanciere e su ogni traversa un uomo, a pagaiare con remate possenti, spalle larghe, muscoli gonfi. Ci gridano delle cose, si mettono davanti alla prua e ci guidano lungo il breve lato sottovento verso un angolo d’acqua relativamente calma, all’incrocio tra i treni di onde da Est e quelli da Ovest. Ci conducono fin sopra una chiazza sabbiosa e lì gettiamo l’ancora e la catena. Non proviamo neanche a tirare per verificare la tenuta. Attorno alla sabbia ci sono massi e balze coralline. In qualsiasi direzione dovessimo arare le marre della ammiragliato che abbiamo portato apposta per questo ancoraggio si impiglierebbero nei roccioni del fondo e la tenuta sarebbe garantita. Semmai sarà difficile salpare, ma proprio per questo abbiamo comperato alle Fiji l’ammiragliato e 30 metri di catena da sacrificare se sarà necessario.

Ammainiamo, dopo 10 giorni di mare, dopo 570 miglia di oceano. La barca rolla da far pietà, sottobordo ci sono le canoe e dobbiamo cercare di non rovinarci a vicenda.

Il primo a saltare a bordo si chiama Joseph. Lo riconosciamo. E’ lo stesso che venne a bordo 15 anni fa, solo che noi, nel libro, lo abbiamo chiamato David perché nel frattempo ci eravamo dimenticati il suo nome. Ci porge un foglietto piegato in due firmato dagli anziani dell’isola. Dice che siamo i benvenuti, che possiamo restare tutto il tempo che vorremo e che alla gente piacerebbe che scendessimo a terra. Ci chiede di portare in regalo una carrucola, se però non l’abbiamo non fa nulla. In barca abbiamo la carrucola di legno scolpita a mano che ci ha dato nel 1990 in cambio di una delle nostre. Jo ci riconosce, anche se allora ci eravamo fermati solo poche ore. Dopo di noi, in tutti questi anni, sono passate solo due barche e a tutti hanno chiesto una carrucola, da usare in testa d’albero per issare le loro grandi vele quando escono a pesca o quando vanno all’isola di Mitra.

Scendiamo, come allora, sulle canoe, seduti in mezzo ai rematori, perché sarebbe follia tentare di sbarcare con il nostro dinghy. Le creste attorno all’isola sono alte più di un metro. Come allora raggiungiamo il limite dei frangenti e vediamo i rematori rallentare e aspettare, guardarsi alle spalle e parlottare tra loro. Una, due, tre, contano le onde ed attendono. A un certo punto quello di poppa da il segnale e tutti partono. Pagaiate possenti e velocissime. La canoa schizza avanti, vola sull’acqua, mentre proprio davanti alla prua si forma un frangente, enorme. Noi corriamo alla stessa velocità del frangente, nella valle che si forma subito dopo alla cresta, mentre a poppa si sta già formando il successivo. Quando arriva e ci solleva siamo già nei pressi del terrapieno. E’ forte abbastanza da farci alzare e volare in bilico sulla cresta, ma non è più in grado di rovesciarci. Voliamo ancora per qualche metro sulla schiuma vaporosa, spinti dall’onda e dai remi, entriamo nel cavo e atterriamo ruvidamente sul pianoro di corallo. Il tempo di saltare a terra e un’altra cresta ci lava da capo a piedi, ma è solo schiuma. Le telecamere e le attrezzature sono al sicuro dentro un doppio sacco impermeabile e per noi, essere bagnati piuttosto che asciutti, non cambia nulla. Non resta che godere del fresco. Più in la, sotto il roccione a picco, tutta la popolazione dell’isola ci sta aspettando.

“Dovete stringere le mani di tutti” ci ridorda Jo

“Ma sono tantissimi!”

Sono tutti lì che ci guardano. I giovani con i corpi muscolosi e agili dei polinesiani, i vecchi con la pelle raggrinzita, i tatuaggi e pochi denti in bocca, le donne con i capelli al vento e i denti rossi di betel. Stringiamo mani callose, riceviamo sorrisi sdentati, insieme al primo assalto di un battaglione di zanzare e di bambini. Facciamo finta di niente e arriviamo in fondo alle 200 mani dicendo ‘alofa che in samoano sarebbe un saluto, ma qui tutti ridono. Scopriremo poi che qui vuol dire amore e di aver fatto così la figura dei novelli hippy che vanno in giro a lanciare shalom e nemaste, senza curarsi troppo di essere capiti o ricambiati.

Tra le 200 mani però non c’è quella del capo. Ci aspetta al villaggio. Incamminandoci ritroviamo il sentiero, lungo poche centinaia di metri, che porta da una parte all’altra dell’isola e il villaggio, con i trespoli per le fregate addomesticate e le capanne bassissime, dall’ingresso così angusto che viene da chiedersi come facciano ad entrare. Il capo è seduto su una stuoia, al limite estremo dell’abitato, con le spalle al mare. Cinquant’anni, forse sessanta, il volto impassibile e la faccia da saggio. Non ci guarda, non si muove, aspetta. Per salutarlo dobbiamo metterci in ginocchio per essere alla sua altezza e tendergli la mano. La stringe forte, la alza e la abbassa tante volte poi, a uno a uno, ci attira a sè avvicinando il volto. Tutti, nessuno escluso, gli diamo due baci sulle guance, come si usa da noi, un po’ stupiti, ma certi che quella sia la sua intenzione. Solo dopo Joseph ci dirà che l’intenzione del capo era solo quella di avvicinare il suo naso al nostro, secondo l’antico uso dei saluti polinesiani! Cominciano i discorsi. In inglese raccontiamo chi siamo, che siamo già stati qui quindici anni fa, e che stavolta con noi ci sono due medici e cosa siamo venuti a fare. Joseph traduce, a voce bassa e il capo, altrettanto sottovoce risponde che siamo i benvenuti e che spera che staremo bene per tutto il periodo che vorremo restare.

Tiriamo fuori il nostro regalo, che consiste in una zuppiera con dentro cipolle, aglio, una carne in scatola e un chilo di zucchero, lui lo riceve, ricambia con una stuoia e ci congeda. Ora siamo liberi di girare per il villaggio. Liberi di filmare e di fotografare la vita di un microcosmo che sembra venir fuori da un racconto del capitan Cook. Liberi di scalare la collina alta solo 65 metri e di vedere da sopra, nella sua interezza, questa piccola terra persa in mezzo all’oceano che da 20 generazioni ospita uno sparuto manipolo di esseri umani che hanno perso i contatti col resto del mondo.

Anuta è un microcosmo incontaminato, protetto dal fatto che per arrivarci bisogna attraversare un enorme tratto di oceano e che per restarci bisogna ancorare praticamente in mare aperto. Sull’isola tutto è naturale e intatto. Non c’è nulla che arrivi dal nostro mondo iperaccessoriato. Non ci sono oggetti di plastica, non c’è elettricità, non ci sono radio e televisione, non ci sono le reti per pescare e le pentole per cucinare. Tutto quel che si mangia su questo fazzoletto di terra grande meno di un chilometro quadrato, viene prodotto dal terreno fertilissimo della zona bassa attorno alla collina e cucinato con il fuoco di legno di palma e dentro recipienti scavati a loro volta nei tronchi del cocco.

La cosa che colpisce di più sono le canoe. Canoe grandi e complesse, veri e propri pezzi da museo, costruite con quella tecnica che ha consentito ai polinesiani di scorrazzare per secoli attraverso le distese vuote dell’oceano più grande del mondo. Su una struttura base fatta con un unico tronco scavato vengono riportate delle murate sottili che innalzano il bordo libero di quasi mezzo metro. Poi la prua e la poppa vengono pontate con traversi intagliati e decorati, e vengono anche aggiunti dei paraspruzzi, sempre di legno, in modo che quando la canoa fende le onde, l’acqua venga rigettata verso l’esterno, il tutto tenuto assieme da decine di legature sottili di fibra di cocco. Infine c’è il bilanciere, un fuso di legno leggerissimo collegato allo scafo dai traversi e da decine di legnetti sottili puntati in tutte le direzioni. In questo modo il bilanciere, pur essendo solido, ha un po’ di gioco e può resistere alle sollecitazioni formidabili delle onde e degli atterraggi sul corallo. Così quest’isola microscopica, oggi, è l’unico posto al mondo dove le canoe polinesiane d’alto mare sono ancora in uso. Alcune sono parcheggiate nei pressi della spiaggia, riparate sotto il roccione dove siamo arrivati, e servono per andare ogni giorno a pescare. Ma ce ne sono moltissime altre, una cinquantina forse, sparpagliate nel villaggio, allineate fuori dalle capanne, perfettamente avvolte in un involucro di foglie di palma che le protegge dal sole. E altre ancora sono in costruzione negli spiazzi ombrosi alla base della collina. Le usano a rotazione, ci spiegano. Per la pesca giornaliera ne bastano tre o quattro, con a bordo una decina di persone, che in mezza giornata, sono in grado di procurare il pesce per tutti gli abitanti. Quando rientrano dividono il pescato in 25 mucchietti, tanti quante sono le famiglie dell’isola. Tutte le altre canoe sono di riserva e vengono usate a rotazione in modo che l’onere di fornire la barca per la pesca comunitaria gravi un po’ su tutte le famiglie. Ogni maschio adulto ad Anuta possiede almeno una canoa. Avere la canoa, qui è come avere l’auto da noi. E’ un mezzo di trasporto ma è anche un vanto, uno sfizio e uno status simbol. Con queste imbarcazioni, fino a qualche decina di anni fa, questa gente era in grado di arrivare a Tikopia, l’isola gemella abitata anch’essa da polinesiani, e anche più lontano, fino alla più settentrionali delle Vanuatu, per commerciare la curcuma e persino fino alle Tonga e alle Samoa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Anuta fu assegnata alle Salomon, il governo centrale pensò bene di proibire le traversate in canoa. Erano pericolose, e il rischio in vite umane era troppo alto. E poi non ce ne sarebbe più stato bisogno. Ci sarebbe stata la nave postale ad assicurare i collegamenti con il mondo e l’isola venne dotata di una radio per comunicare con la capitale del distretto, lontana 300 miglia. Così i grandi viaggi in canoa cessarono, anche se la nave in realtà non arriva quasi mai. Gli abitanti di Anuta, comunque, continuano a mantenere efficienti le loro imbarcazioni, a costruirle e a tramandarne arte e conoscenza. Ogni tanto qualcuno parte ancora. A volte 3-4 canoe partono per l’isola di Mitra, distante 25 miglia, dove non vive nessuno ma ci sono tantissimi pesci e milioni di uccelli. A Mitra ci sono solo scogliere a picco battute dal mare. Si ancora la canoa sottovento e si scende a nuoto. Si resta qualche giorno, si fa il pieno di pesce e di uova di uccello e si torna, per altre 25 miglia, tra onde che possono essere alte anche 3 o 4 metri.

Ogni tanto qualcuno parte per un viaggio più lungo, ignorando le disposizioni del governo. Due fratelli, una decina d’anni fa, sono partiti per le Tonga, distanti mille miglia verso Su Est. Dopo un paio d’anni è arrivata la notizia che erano felicemente approdati a Vavau e che lì si erano stabiliti. Qualche mese prima del nostro arrivo è stata la volta di un ragazzo. Forse per dissapori con la famiglia, forse per un amore non corrisposto, una sera lo hanno visto mettere in mare la sua barca e andarsene. Non se ne è saputo più nulla. Forse è approdato da qualche parte, ma anche se lo fosse, la notizia del suo arrivo potrebbe giungere solo con la nave che però non si vede da 9 mesi. Quando arriverà la prossima? Tra un mese, o tra sei? Nessuno può dirlo perché la radio, che era l’unico mezzo di comunicazione con il mondo, è rotta da due anni e da allora Anuta è rimasta perfettamente e completamente isolata. Ogni mattina la gente si alza e guarda il mare. Ogni mattina vede solo un orizzonte grande e vuoto. Poi un giorno hanno visto un puntino. La notizia si è sparsa e l’eccitazione è salita alle stelle. Non era la nave però. Eravamo noi, con il nostro piccolo carico di due medici, e qualche cassa di bende, garze e materiale sanitario. Il capo, prima ancora di sapere chi fossimo, ha dato ordine che le canoe uscissero ad accoglierci. Da allora, per tutta la nostra permanenza, una canoa è venuta tutte le mattine a traghettarci, uno per volta, attraverso i frangenti e tutte le sere a riportarci in barca. Alle volte con manovre rocambolesche data la violenza con cui la nostra barca rollava. E gli isolani si sono anche incaricati, ogni giorno, di darci da mangiare. Il primo giorno palline di manioca annegate nel latte di cocco e condite con una specie di polvere nera ottenuta caramellando l’olio di cocco. Certo, nelle palline ci sono dei grumi polverosi che scricchiolano sotto i denti e altri corpi estranei non identificati, ma ci vengono servite con tutti gli onori, su un letto di foglie di banana allestito sotto un albero con tanta gentilezza e orgoglio che rifiutare sarebbe impossibile. Per bere, tre o quattro volte al giorno c’è qualcuno che si arrampica su una palma e ci porta enormi cocchi giovani pieni d’acqua frizzante. Il secondo giorno budino di banana e di taro. Il terzo giorno un festino con aragoste, pesci arrostiti sulle pietre roventi e taro bollito. Poi, a furia di vederci puntare l’obiettivo su tutte le manovre culinarie, si sono resi conto che siamo interessati alle loro tradizioni e a quel punto è partita una sorta di gara: ogni giorno una famiglia diversa si esprime in una pietanza nuova, cucinata secondo i migliori canoni della tradizione polinesiana antica, e mentre i dottori fanno il loro lavoro noi filmiamo, per ore, le pietanze imbiancate dal latte di cocco e poi ingiallite dalla polvere di curcuma, dentro enormi ciotoloni di legno, dove vengono immerse, una dopo l’altra, una mezza dozzina di pietre roventi, raccolte dal fuoco con enormi pinze di bambù verde.

Per restare in questo paradiso però, sottoponiamo la nostra barca e noi stessi a uno stress enorme. La Barca Pulita, vista da terra, fa proprio pena. Attraverso l’oculare della telecamera si vedono gli alberi ondeggiare disordinatamente con elongazioni di 30 o 40 gradi. Quando siamo a bordo scrutiamo in continuazione l’indicatore del vento in testa d’albero. Finchè si mantiene da Sud Est e l’isola si frappone tra noi e l’aliseo possiamo tentare di resistere, ma se girasse, anche solo di una trentina di gradi, il ridosso precario cesserebbe del tutto e dovremmo partire precipitosamente. Le onde comunque girano attorno alla terra e arrivano anche dove siamo noi. Quando la corrente viene da Est e ci mette con la prua in direzione del moto ondoso va un pò meglio, ma quando la corrente gira e ci traversa, la vita a bordo è un inferno. Siamo sempre aggrappati, quando mangiamo, quando dormiamo, quando andiamo in bagno, quando guardiamo il materiale girato durante il giorno, quando prendiamo dai gavoni le cose che abbiamo portato per lasciare sull’isola, quando la sera, attorno al tavolo, facciamo i programmi per il giorno seguente. Appena arrivati ci siamo detti che non avremmo potuto resistere per più di due giorni, poi sono diventati 4, poi 6. Il lavoro dei medici si è rivelato più complesso del previsto. L’ultimo dottore che è passato dall’isola è arrivato dopo il ciclone del 2002 con la nave degli aiuti e si è fermato a terra solo per tre ore. Poi più nulla. Su Anuta non c’è nè un presidio sanitario nè un’infermeria. L’uomo incaricato dai capi di occuparsi della salute degli abitanti riceve i pazienti nella sua capanna e non disponeva, prima del nostro arrivo, di nulla. Nemmeno delle foglie e degli unguenti che costituiscono la medicina tradizionale perché l’isola non ha una foresta con la sua varietà di piante, animali e foglie, da dove trarre i rimedi tradizionali.

Dopo sette giorni, nel pomeriggio, il vento gira e siamo costretti a ritornare a bordo di corsa. Mentre tentiamo di recuperare la catena, con la prua che fa salti di tre metri e l’ancora che non ne vuole sapere di lasciare la roccia dove si è aggrappata, tutta l’isola è sulla spiaggia a salutare e a cantare e la barca è circondata di canoe piene di gente con gli occhi lucidi. Il nostro ponte è coperto di caschi di banane e di grappoli di noci di cocco che non è stato possibile rifiutare. Le nostre teste sono ornate di collane di fiori, il sole tramonta e la catena non ne vuol sapere di tornare a bordo. Alla fine rinunciamo al recupero e filiamo per occhio, lasciando ad Anuta ancora e catena. Fuori troviamo vento forte, luna piena, mare grosso e la Barca Pulita corre, finalmente libera di cavalcare i marosi, invece che di subirne passivamente gli effetti, ma la nostra mente è ancora immersa nelle sensazioni forti e nelle immagini dorate di quella piccola terra fuori dal mondo. Attorno alla colonnina del timone, sotto la luce della luna, decine di collane di fiori appassiscono nel vento, perché nessuno a bordo trova il coraggio per buttarle a mare.

RINGRAZIAMENTI

La Veco Frigoboat ha contribuito alle spese di viaggio dei medici e del materiale sanitario

Per medicinali, materiali e attrezzature siamo invece stati aiutati da:

Agifar Savona

La Farmaceutica S.p.A

Fondazione Paracelo ONLUS

e personalmente da:

Laura Benenati, Valentino Berton, Andrea Buzzi, Paola Cagnelutti, Daniela De Ros, Sergio Festa, Pierangelo Fissore, Elio Maroni, Alessandra Vivaldi.

A tutti loro il nostro grazie più sincero e il sorriso degli abitanti di Anuta.

Gen 012003
 

“Noi siamo Jon Frum, da 50 anni stiamo aspettando che lui ritorni. Sono tanti 50 anni? Voi il vostro Messia lo avete aspettato molto di più. ”

In questi termini disarmanti Gedeon, il vecchio pastore dal barbone bianco ci espone il credo: suo, del villaggio e di quasi tutta l’isola di Tanna. Essere Jon Frum vuol dire fare parte di un movimento religioso nato qui alle Vanuatu quando gli americani arrivarono durante la seconda guerra mondiale, sconvolgendo non poco la vita degli isolani. Alcune città sorsero dal nulla come basi per i soldati, gli indigeni si spostarono, chi di propria volontà chi un po’ meno, da un’isola all’altra per fornire manovalanza agli americani, ma soprattutto, per la prima volta, gli abitanti delle Vanuatu videro aerei, auto, carri armati e tutto quelle incredibili meraviglie connesse con la civiltà venuta da lontano.

Ma quello che scoprirono fu anche un mondo, quello degli americani, dove bianchi e negri sembravano avere gli stessi diritti e venivano trattati nello stesso modo.

“Fino a quel momento noi avevamo subito ogni tipo di privazione e di sopruso da parte dei missionari e dei colonizzatori e un mondo in cui i bianchi avevano tutto e i negri non avevano nulla ci sembrava quasi naturale. Ma quei negri americani, venuti con le navi, avevano le stesse cose che avevano i bianchi. E venivano tutti trattati allo stesso modo. Fù allora che Jon Frum apparve ai nostri anziani e spiegò che per noi c’era anche la speranza di un mondo migliore.”

Nessuno conosce con certezza l’origine del movimento Jon Frum. Forse un soldato americano, che si chiamava John, in qualche occasione particolare si distinse per la sua generosità e per la sua disponibilità nei confronti dei locali e venne così idealizzato come simbolo di quella società egalitaria; fatto sta che, quando alla fine della guerra, gli americani se ne andarono, gli indigeni delle Vanuatu si disposero ad attendere il ritorno di tutto quello che avevano solo intravisto. Inventarono un credo e iniziarono a praticare un culto volto a tenere i contatti con Jon, al quale aggiunsero il cognome di Frum (forse una contrazione di from America, o lo storpiamento di Brown) e che presto o tardi, di questo sono certissimi, tornerà.

Così, tutti i venerdì notte, nei villaggi di Tanna, i seguaci di Jon Frum si riuniscono a ballare e suonare le chitarre, sotto una bandiera a stelle e strisce che garrisce sopra le loro capanne. E questa strana religione è solo una tra le tante cose incredibili che abbiamo incontrato alle Vanuatu.

Sapevamo che le Vanuatu sono uno dei posti più selvaggi e più interessanti dell’oceano Pacifico. Avevamo sentito raccontare di villaggi, sulle montagne, ancora isolati, avevamo letto di strane religioni, di vulcani attivi e infuriati, di giungle impenetrabili, ma per anni le avevamo evitate perché sono uno dei posti al mondo più infestati dalla malaria. Poi, un giorno, ha prevalso la curiosità. Ci siamo procurati tanto tulle per mettere le zanzariere agli oblò della barca, abbiamo fatto scorta di medicinali per curare la malattia e abbiamo alzato le vele per lasciare l’Australia con la prua diretta a Est.

La distanza tra le Vanuatu e l’Australia è enorme, oltre 1000 miglia e per coprirla ci vogliono dagli 8 ai 10 giorni di navigazione ininterrotta. Noi troviamo vento contrario e tempo cattivo, e solo dopo 14 giorni e 14 notti passati a combattere contro il mare infuriato, scorgiamo la sagoma scura di Tanna che interrompe la striscia uniforme dell’orizzonte e a quel punto non è più solo l’avvistamento della terra, ma è come una promessa di pace e di quiete, di quel calore che a volte solo la terra sa dare.

Ci avviciniamo piano, in cerca di quella indentazione nella costa che dovrebbe contenere Lenakel, il porto principale dell’isola. A tre miglia da terra, però, siamo ancora sballottati da onde enormi, nè più nè meno che in mare aperto, mentre la riva alta e scura non lascia intravedere nessun segno umano. Ci consumiamo gli occhi a scrutare, ma davanti a noi ci sono solo montagne, alberi e giungla. Solo quando siamo a poche centinaia di metri da terra, scorgiamo un molo diroccato, e una cinquantina di case in muratura annidate in una nicchia tra le colline. Lenakel, la capitale dell’Isola e del distretto meridionale delle Vanuatu, è tutta lì, in quelle 50 case dall’aspetto dimesso. Noi dovremmo fermarci e scendere per le pratiche doganali e per timbrare i passaporti, ma il molo è avvolto da frangenti poderosi e tutta la costa sia a nord che a sud è battuta da cavalloni enormi. Non possiamo far altro che raccogliere le ultime energie, issare le vele e cominciare a circumnavigare Tanna, in cerca di un ridosso qualunque per poterci fermare.

Le 13 isole che formano l’arcipelago delle Vanuatu sono tutte così. Montagne selvagge e scure che si buttano a picco in un mare difficile e senza ridossi, cime incappucciate dal vapore, nere spiagge vulcaniche, alberi che scendono compatti fino al confine tra la terra e le onde. Se si fa eccezione per la capitale, Port Villa e per un paio di paesotti nelle isole più settentrionali, qui non sono ancora nate le città, non ci sono porti e gli abitanti vivono sparpagliati, dentro case di foglie, in villaggetti nascosti dalla giungla.

Fu James Cook, nel corso del suo secondo viaggio di esplorazione del Pacifico, ad avvistare per primo l’isola di Tanna nel 1774. Anche lui, come noi, rinunciò ad attraccare sulla costa occidentale, fece il giro dell’isola e scoprì dall’altra parte una bella baia riparata. Entrò e la chiamò Port Resolution, con il nome della sua nave, e battezzò l’arcipelago Nuove Ebridi, perché con il loro aspetto cupo ricordavano quelle terre fredde al largo della Scozia. Il giorno dopo l’avvistamento di Lenakel e poco meno di tre secoli dopo Cook anche noi buttiamo l’ancora a Port Resolution.

I suoi resoconti parlano di una grande ansa, con spiagge nere, alberi con molti tronchi e sorgenti d’acqua bollente. Quel che vediamo noi è uno specchio di acqua immobile che lambisce spiagge di sabbia scurissime, una foresta con enormi baniani (erano quelli gli alberi dai molti tronchi) che arriva fino al mare e una serie di ruscelli fumanti che si gettano in acqua dalla riva adiacente il vulcano Yasur. Scendiamo a terra e scopriamo che la baia è disabitata. Ci sono dei sentieri però, che sembrano abbastanza battuti e li seguiamo fin dentro la foresta e poi verso il pianoro sovrastante. Dopo dieci minuti sbuchiamo in uno spiazzo verdissimo, circondato da un cerchio di capanne costruite con tronchi e frasche, con le noci di cocco ammonticchiate davanti agli ingressi e cespugli fioriti piantati tutto attorno. Non c’è nulla che sia metallo o plastica, non c’è sporcizia, non ci sono rifiuti e le sole macchie nel verde del tappeto erboso, sono i fiori caduti dagli alberi.

Gli abitanti sono tutti lì ad attenderci. Ci hanno visti arrivare da lontano e invece che venire ad accalcarsi sulla spiaggia, hanno deciso di aspettarci nel villaggio.

“Volete vedere il vulcano?” sono le prime parole che ci rivolgono.

Il vulcano Yasur per gli abitanti di Tanna è una specie di Dio. Secondo la leggenda è verso di lui che si incamminano gli spiriti delle persone appena trapassate e le pietre infuocate che escono dal suo cratere sono le spie del suo umore mutevole. Se fossimo in Italia o in Europa l’ascesa a un vulcano come questo, sempre attivo ed estremamente imprevedibile, sarebbe vietata o comunque regolamentata da sbarramenti e transenne. Qui non ci sono leggi, al di là dei tabù del villaggio, e possiamo arrivare in alto, sopra il cratere, a poche decine di metri dalle bocche eruttive, fino a vedere il magma fumare sotto di noi.

All’improvviso siamo investiti da una raffica violenta, che arriva da dietro e spinge verso il cratere: è il vulcano che inspira aria per rilasciarla subito sotto forma di una nuvola bianca di vapore acqueo. Poi una nube nera e un’esplosione spaventosa seguita dal lancio di pietre infuocate, che dopo un volo di qualche centinaio di metri vengono a cadere con un tonfo sulle pendici del cratere. E’ il ciclo del vulcano Yasur, un ciclo che si ripete in continuazione, da secoli, con un intervallo di 15-20 minuti. Quando il sole tramonta lo spettacolo è ancora più suggestivo. Le pietre incandescenti si alzano nel cielo simili a rosse meteore e sembrano volerci cadere addosso.

“Il vento porta le pietre dall’altro lato, non dovete aver paura ” La nostra guida è tranquilla, capisce, non si sa da quale segnale, che oggi lo spirito del vulcano è bonario. I botti però sono spaventosi ed è pura fede quella che ci impedisce di correre a gambe levate lungo la china del cratere, quando volano i massi infuocati.

Dall’altra parte del vulcano, sul lato sud ovest di Tanna, si trova il villaggio di Yakel. Qui gli abitanti si vestono ancora con le fibre vegetali: le donne hanno gonne gonfie e sovrapposte confezionate con foglie di pandano fatte seccare e tagliate a striscioline, gli uomini portano il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una spanna intorno all’inguine, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci. I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa. Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il samba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello. Con l’aiuto di un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”, ci spiega.

Ttutti i maschi del villaggio si sono radunati per noi. Tutti indossano il namba con la frangetta di paglia che scende sul davanti. Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

Gen 012001
 

Isola del Coco, Pacifico Orientale. Il sole si è appena risvegliato e accende di arancio le foreste di una terra disabitata. Ci prepariamo per scendere a fotografare l’isola, quando a pochi metri da noi si presenta un balletto inconsueto: due mante, larghe più di tre metri, danzano intorno alla chiglia della barca. Le loro evoluzioni, lente e cadenzate, non si interrompono neppure quando entriamo in acqua, ci avviciniamo e riusciamo a toccarle.

Isola di Santa Fè, Galapagos. E’ notte, ma una cucciolata di foche non vuol proprio saperne di chiudere occhio. E’ l’eccitazione per aver scoperto un giocattolo nuovo: il gommone della nostra barca. Un cucciolo, chissà come, riesce ad entrarci. Inutili i tentativi, peraltro blandi, di rientrare in possesso del tender. C’è un maschio adulto che nuota tutto attorno e sbuffa con aria minacciosa ogni volta che ci avviciniamo.

Oceano Indiano, al largo di Sumatra. C’è pochissimo vento e navighiamo in un oceano così calmo da sembrare uno specchio. A metà di una giornata qualunque avvistiamo un branco di balene immobili. Ci avviciniamo cautamente, a vela, in silenzio e forse proprio per questo, i bestioni non si spaventano. Sono più lunghi della nostra barca, ma si lasciano avvicinare e solo quando siamo a pochi metri la balena si scuote, la coda enorme si libra in alto e oscilla nell’aria, mentre il corpo si immerge e scompare. Ci accostiamo a un’altra e il gioco si ripete, una, due, dieci volte, con le balene che ogni volta ricompaiono un po’ più in la, di nuovo immobili, pronte a ricominciare, mentre noi fotografiamo e filmiamo a ripetizione. Finchè una manovra sbagliata ci porta troppo vicino e sfioriamo il dorso gibboso di un bestione. Ma la balena, in qualche modo, capisce, e invece che alzare la coda resta orizzontale, e si immerge rapidamente, in modo da non urtarci. Ricompare quasi subito, pronta a ricominciare, ma noi siamo spaventati e ci allontaniamo con il cuore che batte forte.

Queste sono solo alcune delle cose belle che ci sono capitate in quattordici anni di viaggio su tutti i mari del mondo. E accanto agli incontri con gli animali c’è la galassia degli uomini, ancora più curiosa e imprevedibile. In Melanesia, nelle isole fuori mano, bastava gettare l’ancora nei pressi di un villaggio perché da terra si staccassero le canoe a bilanciere, identiche a quelle usate due secoli fa, cariche di uomini seminudi dall’aria bellicosa. In realtà venivano a portare doni: collane di conchiglie, frutta, a volte persino porcellini da latte. Porgevano il benvenuto e l’invito a scendere a terra da parte del capo villaggio. Abbiamo trascorso giornate intere pescando e cacciando con gli indigeni, assistendo ai loro riti, discorrendo fuori dalle capanne, descrivendo la nostra isola lontana, (l’Italia) e ascoltando le loro leggende, i racconti dello sbarco dei primi uomini bianchi sulle isole. Poi l’immancabile pranzo di addio, la cerimonia con le danze e gli ultimi scambi di doni. Isola dopo isola, costa dopo costa, questo rito si è ripetuto puntualmente con i polinesiani, con gli arabi del Mar Rosso, gli indiani, gli africani, i malesi, i singalesi.

Sono passati 14 anni da quando la nostra barca, aggrappata alle sue vele bianche, ha cominciato a navigare attraverso gli oceani della Terra, passando e ripassando l’equatore, saltando da un emisfero all’altro, rincorrendo le stagioni, alla ricerca degli approdi più lontani, delle isole remote, dei luoghi dimenticati. A bordo siamo soltanto in due. In due a manovrare le vele, a condurre la barca di giorno e di notte, a cucinare, a combattere contro le onde e il vento, a cucire le vele strappate, a scrivere, a fotografare, a filmare. Ma come si diventa marinai, naturalisti, scrittori, di punto in bianco, partendo da una vita da impiegati? E dove si trova il coraggio di lasciare tutto e partire?

Quattordici anni fa la nostra era una vita qualunque, simile a quella di tanti altri: lavoravamo in un ufficio, indossavamo vestiti seri, la mattina facevamo colazione al bar con cappuccio e brioche e la sera uscivamo tardi dall’ufficio. Poi, nei week end, ci mettevamo in coda, insieme a tutti gli altri, verso il mare o la montagna, mentre aspettavamo, mese dopo mese, che arrivassero le ferie. Una vita normale, nè bella nè brutta, finchè, un giorno, qualcosa le ha cambiato il corso. E’ successo una sera di autunno davanti a un aperitivo, in una piazzetta avvolta dalla nebbia. Carlo possedeva già una piccola barca a vela, e sognava:

“Prima o poi sarebbe bello cambiare per un po’. Potremmo mollare gli ormeggi e partire, magari per il giro del mondo.”

“Potremmo farlo tra un paio di anni.”

Sarà stato il freddo, forse la nebbia, ma quando ci siamo alzati dal quel tavolino avevamo maturato la decisione di fare il giro del mondo in barca a vela. Una decisione nata così, d’impulso, senza pensarci troppo. Ma la mattina dopo appariva già impossibile l’impresa di lasciare il lavoro, la famiglia, gli amici, la società garantista nella quale eravamo abituati a vivere, per andare incontro a qualcosa di assolutamente al di fuori della nostra esperienza. Eppure, due anni e sei mesi più tardi mollavamo gli ormeggi e partivamo in direzione dell’orizzonte, con l’idea di navigare un paio di anni, di girare attorno al mondo e poi tornare a fare quello che facevamo prima.

E’ stato un viaggio straordinario che ci ha portato a vedere e incontrare realtà che nemmeno sapevamo esistere, attraverso tre oceani e un incredibile caleidoscopio di genti e di razze, di presente e di passato. Dopo tre anni siamo rientrati in Italia senza più casa, senza lavoro, ma carichi di ricordi e di emozioni. L’oceano Indiano, il Mar Rosso, la Polinesia, le isole sperdute dove l’unico contatto con il mondo è una nave che passa una volta l’anno e dove la gente non conosce l’acqua corrente, la radio, il denaro, i vestiti. Le tribù di beduini che vagano per il deserto cercando pascoli per i cammelli e carovane di mercanti con i quali commerciare. Isole e isole dove la gente ignora il rumore della civiltà, si pesca, si coltiva l’orto, si raccolgono i cocchi e il ritmo della vita scorre lentamente lungo i binari delle tradizioni. Gente povera al di là di ogni immaginazione, che si alza ogni giorno con il sorriso sulle labbra ed ogni sera si corica con la rassegnazione che forse il domani non ci sarà. C’erano state lunghe navigazioni con il sole che nasceva ogni giorno dal mare nello stesso punto, con la luna che cresceva, decresceva, scompariva e poi tornava ancora a crescere. C’erano state le tempeste, con noi due a lottare nel vento, fra le onde e le calme incantate, in mezzo al mare e le lunghe spiagge da cartolina.

Noi raccontavamo e gli amici stavano a sentire, con gli occhi spalancati. “Dovreste scriverlo”, aveva detto qualcuno. “Si, dovreste proprio fare un libro”. Scrivere un libro? Ma come si fa? Ci sembrava un’impresa al di là delle nostre possibilità. Ma alla fine, perché no? abbiamo pensato. E così mentre rispondevamo alle ricerche di personale sulle pagine dei quotidiani, abbiamo cominciato a scrivere, correggere, tagliare, aggiungere. Era inverno, e dalla finestra si vedeva il grigio di Milano, ma noi raccontavamo di sole e di tempeste, di mare e di terre lontane e dopo sei mesi, non avevamo ancora trovato (o voluto trovare) un lavoro che ci andasse bene, il libro era pronto, con la copertina lucente e i nostri nomi scritti sopra. Dentro c’erano stampate le parole che avevamo pensato e ripensato, le frasi che avevamo corretto centinaia di volte prima di trovare il tono giusto e quei 22 capitoli contenevano le cose più belle, gli episodi più intensi, le paure, le ansie, gli incontri di quello che forse era stato il periodo più bello della nostra vita.

Il libro uscì e le vendite furono più alte di quanto nessuno, compreso noi, si fosse aspettato. Noi venivamo invitati a tenere conferenze, proiettavamo diapositive, raccontavamo la nostra storia, qualche giornale ci intervistava, insomma, eravamo lanciati.

“Potremmo ripartire e scrivere subito un altro libro.” fantasticavo. “Certo potrebbe diventare il nostro lavoro!” Fare gli scrittori e continuare a girare il mondo con la nostra barca! Era un sogno! Era troppo bello per essere vero!

Infatti non era vero e ben presto scoprimmo una triste verità: con i diritti d’autore di un libro si guadagna pochissimo. “Allora potremmo imparare a fare i documentari!” “Ma se non sappiamo neppure da che parte si comincia!” “Beh, se non funziona, potremo sempre tornare indietro.”

Era di nuovo un sogno e di lì a un anno ci fu la nuova partenza, armati di telecamere e macchine fotografiche, di bombole e di scafandri. Avevamo impiegato tutti i nostri risparmi per le attrezzature e per armare la barca nuova e ci eravamo concessi tre anni di tempo per vedere se avrebbe funzionato.

Da quel momento il mondo ha cominciato di nuovo a scorrere sotto la chiglia della nostra barca, avvolgendoci con scenari forti, meravigliosi e mutevoli. Ci sono stati gli atolli delle Chagos, persi in mezzo all’oceano Indiano, bellissimi e completamente disabitati; la città morta di Suakin, abbandonata dagli abitanti e rimasta ad affacciarsi solitaria sul Mar Rosso, ci sono stati i pescatori di squali dello Yemen, i pirati al largo dello Sry Lanka, i pescatori di meduse giganti in Tailandia, i varani di Komodo, la rivoluzione a Timor, gli ultimi aborigeni nelle isole australiane. Ci sono stati i primi filmati brevi e ingenui, andati in ondain TV, il nostro secondo libro, i primi documentari, i primi filmati venduti fuori dall’Italia.

Certo, non sono tutte rose e fiori e nella vita che ci siamo scelti c’è anche tanta fatica, qualche volta paura, qualche volta incertezza. Ci è capitato, al largo dello Sry Lanka, di essere accerchiati da una flottiglia di pescatori ubriachi. Erano tanti, erano aggressivi, volevano salire a bordo e ce la siamo cavata solo con uno stratagemma e grazie al mare grosso che ha messo in difficoltà i nostri assalitori. Un’altra volta, nel mare della Colombia, in acque infestate da narcotrafficanti, ci siamo spaventati a morte quando di notte siamo stati inseguiti da una nave misteriosa. E sempre di notte, in Mozambico, mentre eravamo all’ancora, qualcuno è salito a bordo e ci ha rubato il gommone e il motore fuoribordo, per fortuna non lo abbiamo sentito. Poi ci sono state le tempeste, tante, che ci hanno visto resistere per giorni e giorni contro il mare infuriato fino a giurare di essere allo stremo, per poi scoprire di avere le riserve per resistere ancora e ancora, fin quando serviva. Ma per ogni giorno di tempo cattivo ce ne sono decine di tempo buono, con il sole caldo e il mare pieno di colori meravigliosi, per ogni incontro difficile, ce ne sono cento facili, con gente calorosa e accogliente che magari è poverissima ma che offre il poco che ha con il sorriso sulle labbra.

E alla fine, se facciamo un bilancio, ne vale certamente la pena.

Gen 012000
 

“Ci fermiamo?”

“Cosa ci fermiamo a fare, sarà pieno di turisti”

“Beh, insomma, dicono tutti che sia bella”

Era la prima volta che ci trovavamo davanti all’isola. Eravamo indecisi: la fama di Bali è quella di un luogo affollato e meta ricercata di turismo, mentre noi abbiamo sempre cercato le isole sperdute e i posti dimenticati. E in questa nostra ricerca avevamo appena ricevuto dei bellissimi regali. Arrivando dall’Australia avevamo scelto la rotta che passa a nord di Nusa Tengara, un arcipelago lunghissimo formato da tante, tantissime isole grandi e piccole, messe tutte in fila come a formare un ponte di terre che da Bali per più di 1500 chilometri si protende verso il Pacifico. Navigavamo tenendoci a debita distanza dalle coste. Una piatta improvvisa durata due giorni ci aveva fatto cambiare programma: avevamo acceso il motore e ci eravamo portati verso terra. Sul lato nord di Sumbawa dove la carta nautica indicava una riva disabitata, con un’isoletta minuscola a mezzo miglio dalla terra, ma avvicinandoci a terra l’isola non si vedeva e in compenso sulla costa si stagliava un villaggio bello grosso. Solo all’ultimo momento, a meno di un miglio dalla riva, ci siamo resi conto che il villaggio non era altro che l’isola. Un’isola molto più grossa di quella indicata dalla carta e piena zeppa di capanne di legno con il tetto di paglia. Dal nostro punto si osservazione l’insediamento appariva come un grappolo di palafitte abbarbicate sul nulla, perché le case erano così fitte da non lasciar vedere né l’inizio, né la fine del terreno. Su un lato dell’isola, a causa della bassa marea, si estendeva una terrazza di corallo, dove decine di uomini donne e bambini erano intenti a raccogliere qualcosa nell’acqua bassissima. Sul lato opposto, dove l’acqua era più profonda, erano ancorate una moltitudine di canoe. Un’isola piena di case e di gente, in contrasto con la costa, che appariva arida, sabbiosa, e chiaramente disabitata.

Abbiamo deciso di scendere, e di andare a scoprire cosa raccogliesse la gente e come mai l’isola fosse così più grossa e più popolosa del dovuto.

La prima risposta ci è stata data esaminando il contenuto dei cesti di tutti i tipi che la gente sulla scogliera aveva portato con sé. Dentro c’erano cetrioli di mare, granchietti, grosse vongole, vermoni e strani molluschi, simili alle nostre lumachine, ma più grossi e più conici. Tutte cose che si nascondevano sotto i sassi o nelle rughe del terreno e, soprattutto i bambini, erano abilissimi ad avvistare da lontano. I cetrioli venivano subito privati dalle loro interiore e nell’acqua rimaneva una macchia violacea.

Con il rimontare dell’acqua tutti tornavano verso il villaggio e noi ci siamo avviati con loro. Le case, se così si può chiamare quell’insieme di frasche e di assi inchiodate, erano storte e sghimbesce, a ridosso una dell’altra, costruite su vari livelli. Nella parte di isola vicino all’acqua, erano separate da un dedalo di canaletti melmosi, sovrastati da precarie passerelle di assi e pali di bambù, che permettevano di passare sopra l’acqua, da una veranda all’altra. Una specie di Venezia povera! Più al centro dell’isola i canali diventavano strettissimi viottoli di sabbia, dove però il sole non arrivava mai, perché era fermato dalle case. Nel cortile della scuola, l’unico spiazzo dell’isola, largo appena una decina di metri quadrati, c’era anche un albero! In un quarto d’ora avevamo percorso ogni possibile viottolo e ogni abitante ci aveva potuto vedere e salutare. Sotto le case più grandi, costruite su pali e rialzate dal terreno, c’erano delle botteghucce che esponevano la merce, c’era il posto per seccare il pesce e c’era anche una specie di warung, dove una vecchia china su uno wok, preparava della roba non meglio identificata. E in questo ristorante molto particolare, siamo venuti a conoscenza della storia dell’isola di Boughin.

Tanti anni prima, non siamo riusciti a capire quanti, una barca proveniente dalle Sulawesi, si era arenata sulla costa di Sumbawa. Gli occupanti chiesero di potersi insediare a terra. I governanti locali negarono il permesso di sbarcare ma concessero ai nuovi arrivati di accamparsi su Bugin, un’isola piccolissima, poco più di uno scoglio, a mezzo miglio da terra. Passarono gli anni e la costa piano piano si spopolò, mentre gli abitanti di Boughin continuavano ad aumentare. Ben presto non ci fu più spazio sull’isola per costruire nuove case ma gli isolani, fedeli all’impegno preso, non tentarono di spostarsi sulla terraferma e cominciarono invece a saccheggiare grossi massi di corallo dalla barriera davanti all’isola. Con questi massi rubavano spazio al mare allargando il terreno a loro disposizione ogni volta che c’era bisogno di una nuova le palafitta. E così l’isola diventava ogni anno più grande ed ora è quattro volte più estesa di quella originale. Un po’ come fece Didone con la pelle di vacca. Certo, la vita su di un’isola piccolissima e tutta gremita di case non è facilissima. Non ci sono alberi, non ci sono piazze e non c’è lo spazio per coltivare nulla, ma il mare, in compenso, è ricco di tutto quello che serve per vivere. Le decine di canoe ancorate intorno all’isola, al tramonto, una dopo l’altra si allontanano verso l’orizzonte dorato e per tutta la notte le loro luci leggere e tremolanti indicano la presenza degli uomini dentro l’oscurità del mare. All’alba i tonfi delle ancore che cadono in acqua annunciano l’arrivo di montagne di pesci di ogni tipo. Quel che non si consuma subito, viene fatto seccare e venduto sui mercati della costa per procurare riso, zucchero, papaie, banane, legname, tela e tutto quello, insomma, che a Boughin non si produce.

Dopo la sorpresa di Boughin avevamo ripreso la navigazione verso ovest, non più al largo, ma stando vicini alla costa, e cercando ogni sera posti adatti dove fermarci a dormire e vedere qualcos’altro di nuovo. E così abbiamo visto sfilare le coste di Sumbawa e quelle di Lombok, spalleggiate dai loro incredibili vulcani, così alti da sbucare con la sommità sopra lo strato di nuvole bianche che ne ricopre le pendici. Lungo la strada abbiamo incontrato squadriglie di pescatori di totani, con le barche stranissime, dotate di due enormi bilancieri che le rendono più larghe che lunghe. Per tutta la notte stanno alla deriva con le lampade a cherosene accese per attirare gli sciami di seppie e di calamari che transitano nei canali tra le isole di Nusa Tengara. Al mattino rientrano con strati rossicci di totani già messi a seccare sulle stuoie di frasche stese tra i bilancieri. Abbiamo incontrato minuscole canoe con un unico pescatore che pescava con la lenza e in cambio di un paio di pesciotti ci chiedeva qualche sigaretta. Quando stavamo all’ancora fuori dai villaggi i bambini venivano sottobordo nuotando aggrappati in tre o quattro ad una camera d’aria e ci chiedevano biscotti. Sulla riva di un villaggio, un giorno c’era il mercato. Le canoe che arrivavano dalle isole vicine si affollavano davanti alla battigia, portando carichi di pesce e tornandosene con ceste di verdura. La moschea, in riva al mare, veniva allagata dall’alta marea e la sua cupola lucente benediceva dall’alto gli scambi. Da altre parti invece non c’era niente e nessuno, ma solo cespugli di mangrovie o un isolotto di pietra con qualche capanna vuota.

Sumbawa e Lombok erano sfilate alla nostra sinistra e oramai si avvistavano i vulcani di Bali, ma le difficoltà, e anche le sorprese, non erano ancora finite. Il mare tra Lombok e Bali è profondissimo. Nel canale tra queste due isole ci sono correnti molto forti, maree imprevedibili e la superficie del mare ribolle in continuazione, a causa dello scontro tra le onde oceaniche e le correnti di marea. Navigare in queste acque è pericoloso e lo stretto, che pure misura solo una cinquantina di chilometri in larghezza, separa due mondi diversi e ha sempre costituito una barriera alle migrazioni sia umane che naturali. E’ di qui che gli studiosi fanno passare la linea di Wallas, il confine tra la regione geografica asiatica e quella australiana. Ad ovest di questa linea ci sono le terre verdissime e rigogliose di dell’Asia continentale e le isole tutte coperte di foresta, come Java e Sumatra, e abitate, per lo meno un tempo, dai grandi mammiferi: tigri, elefanti, rinoceronti. A est, invece, le terre diventano aride, con una vegetazione stenta, bassa e spinosa, abitate solo da marsupiali, rettili, roditori e da quei pochi altri animali che insieme con gli aborigeni si sono adattati nell’ambiente poco ospitale della regione australiana. Il canale di Lombok, con il ribollio delle correnti e le sue onde capricciose e cattive, ha tenuto per secoli separati questi due mondi.

Anche noi, a metà del passaggio, ci siamo trovati in difficoltà, con la corrente di marea sbagliata che ci trascinava nella direzione opposta a quella voluta e con la notte che si avvicinava minacciosamente. Così avevamo deciso, prima che facesse del tutto buio, di cercare rifugio e di ancorare nell’ampia baia dell’isoletta di Nusalembongan, poche miglia a est di Bali. C’era un’imponente barriera corallina, sulla quale frangevano le onde, e che delimitava, all’interno, un’ampia zona di acqua tranquilla, con il fondale sabbioso e non troppo profondo. Arrivammo con l’alta marea, gettammo l’ancora e presto, tutto intorno a noi, sprofondò nell’oscurità e noi nelle braccia di Morfeo.

Qualche ora più tardi, nel cuore della notte, fummo svegliati da strani picchiettii, come di mazzuoli che battevano e non capivamo cosa potesse essere. Usciti in pozzetto, fummo accolti da uno spettacolo sorprendente: dalla parte della terra una miriade di persone erano al lavoro, immerse nell’acqua che nel frattempo si era abbassata, trainando ceste o spingendo con le pertiche delle piccole canoe di legno. Non c’era nessuna luce, solo la luna e una stellata meravigliosa, ma tutti sembravano sapere benissimo come muoversi e dove andare. Continuarono per un po’ di tempo, poi, mano a mano che l’acqua rimontava, si allontanarono verso riva fino a scomparire. Tutto questo avveniva nell’acqua, ad un centinaio di metri dalla nostra barca. Non abbiamo osato a quell’ora, mettere il gommone in acqua per andare a vedere, ma alle prime luci dell’alba siamo scesi per cercare una risposta alla nostra curiosità.

La spiegazione ci ha accolti sulla riva, sotto forma di vivaci macchie di colore verdi, brune, gialle, rosa e bianche che si scorgevano da tutte le parti. Avvicinandoci abbiamo scoperto che erano alghe, simili ad arbustelli carnosi, separate per colore e messe a seccare sopra teli di plastica. Il mare nel frattempo rivelava, sotto la superficie dell’acqua, delle incredibili distese di campi coltivati, con tanto di filari, di picchetti e di divisori tra un appezzamento e l’altro. Sapevamo che in altre isole erano state tentate delle coltivazioni simili, ma non ci era mai capitato di assistere ad uno spettacolo così imponente, perché a Nusalembongan, cli abitanti, che un tempo erano tutti pescatori, nel giro di pochi anni si sono tutti trasformati in contadini, contadini del mare, e coltivavano le alghe.

Dall’alga, si estrae una sostanza chiamata carragenina che serve come addensante in molti campi: da quello dei cosmetici, alla pasticceria, dai salumi ai latticini. Per le coltivazioni, che non producono alcun danno biologico all’ambiente circostante, è necessaria solo una baia, un forte ricambio di acqua e una barriera corallina che fermi i frangenti. Proprio la situazione di Nusalembongan. Come per tutti i contadini del mondo, anche per questi il tempo del lavoro e quello del riposo sono scanditi dai ritmi della natura. In questo caso, in particolare, si deve tenere presente l’alternarsi delle maree. Solo con la bassa marea infatti si può entrare in acqua, recarsi al proprio appezzamento di terreno, controllare lo stato del raccolto, fare la manutenzione dei filari e raccogliere le alghe. Per ciò, non importa se in piena notte, all’alba, sotto la pioggia o sotto il sole, quando c’è la bassa marea gli abitanti di Nusalembongan si riversano in mare. Hanno le canoe o le grosse ceste piene di alghe verdi, fissate su lunghe funi. Una volta giunti al campicello, stendono le lunghissime ghirlande di alghe tra i paletti dei filari. E siccome il movimento delle onde e quello delle maree tende a spostare i paletti dalla loro posizione, tutti i giorni ci sono centinaia di paletti da ribattere sul fondo col mazzuolo di legno, e questo spiega il rumore che sentivamo nella notte. Per fare questi lavori gli uomini o le donne, operano letteralmente con l’acqua alla gola, tenendosi legato alla vita un cesto contenente le alghe e gli attrezzi.

Nel lavoro sono impegnati tutti: gli uomini, le donne e anche i bambini, che aiutano a scaricare le canoe quando arrivano a terra. I vecchi, invece, insieme ai bambini più piccoli, si dedicano alla spigolatura, a raccogliere cioè ogni singolo pezzo di alga che si è staccato dai filari o dalle ceste e che il mare riporta sulla spiaggia. Una volta portati a terra, i carichi di alghe sono divisi per colore e per grado di maturazione: quelle scure sono pronte per essere messe a seccare e con il passare dei giorni diverranno, rosa, gialle e bianche, quelle verdi invece verranno riposizionate intorno alle funi e alla prossima marea riportate in acqua.

Nel tempo trascorso a Nusalembongan, ci divertivamo ad andare anche noi, con la bassa marea, lungo i filari di alghe. Ogni volta ci stupivamo come ogni coltivatore, sapesse senza alcun dubbio quale fosse il filare da svuotare, quale fosse il paletto da sostituire, quale quello da ribadire, mentre noi continuavamo a perdere l’orientamento. Ma in effetti per gente che spesso si trova a dover lavorare di notte, era sicuramente intervenuto un sesto senso di guida.

Pochi, a Nusalembongan, sapevano parlare in inglese, ma quando ci ritrovavamo con loro a dividere le alghe per colore, quello che tutti cercavano di spiegarci, era come le alghe avessero migliorato le loro condizioni di vita. Prima erano tutti pescatori o raccoglievano il sale per poi venderlo a Bali. Ora ognuno aveva il proprio campicello, e sull’isola era stata costruita una scuola e allestito una specie di ospedale. Nessuno sapeva a cosa servissero le alghe, perché le lavorazioni successive, e l’estrazione della carragenina, avvengono altrove, ma tutti erano estremamente consci della loro importanza, e soprattutto dell’importanza di mantenere le condizioni della baia adatte alla loro coltivazione. E perché le condizioni si mantengano, l’acqua della baia deve restare assolutamente incontaminata e per questo, sull’isola, le carene delle canoe non erano pitturate, ma per preservarle dall’aggressione della vegetazione e dalle conchiglie, tutte le volte che tornavano a terra venivano strofinate con la sabbia. Quando eravamo partiti da Nusalembongan, eravamo incerti se fermarci o meno a Bali, non volevamo subito contaminare la bella sorpresa che avevamo appena avuto.

Alla fine però, avevamo deciso di fermarci.

Ci eravamo avvicinati alla costa per poi imboccare il passaggio stretto e tortuoso, segnalato da vecchie boe storte ed arrugginite che da accesso al porto di Benoa. Ci sono voluti 20 minuti per risalire la corrente del canale e alla fine ci siamo trovati dentro lo specchio liscio del porto. Se non altro eravamo arrivati e l’ambiente, a prima vista, sembrava sporco e pittoresco, come tutti i porti del mondo. C’erano navi enormi con le bandiere di decine di stati, giunche cinesi pitturate di azzurro e di rosa, c’erano rimorchiatori arrugginiti e bellissime canoe a vela che zigzagavano tra le navi, i pescherecci e i relitti.

“Dove andiamo?” “Non saprei, quel molo, sembra libero”

Fu cosi che andammo a sbattere su un banco di sabbia invisibile, a poche decine di metri dalla riva. Eravamo lì, straniti, stanchi e preoccupati, con la barca sbilenca e irrimediabilmente incastrata nel fango, quando giunse sottobordo una canoa a vela carica di gente. Erano uomini e donne, vestiti di giallo e di bianco, ammassati all’inverosimile sul piccolo legno. Sorridevano, indicando la nostra barca e i suoi alberi inclinati e dicevano cose incomprensibili. Cercammo di spiegare che pensavamo di attendere che la marea, crescendo, ci disincagliasse. Continuavano a sorridere, timidi, ma dicevano di no con la testa, che bisognava fare qualche cosa. Alla fine vennero tutti a bordo e senza tante spiegazioni si disposero tutti lungo la murata di sinistra della nostra barca, sporgendosi il più possibile in fuori. L’effetto di così tanta gente sporta di lato fù di inclinare la barca di 45°. In tal modo la chiglia si sollevò dal fango e noi riuscimmo ad andare in acque più profonde, mentre i nostri soccorritori, nel loro barchino, si allontanavano in direzione di un tempio da dove proveniva un suono di campanelle. Due ore dopo la marea, che aveva continuato a scendere, mise in mostra il bassofondo dove ci eravamo incagliatiti. Se quella gente vestita da cerimonia non ci avesse soccorso ci saremmo trovati con la barca rovesciata del tutto nel fango melmoso del porto. E questo fu solo il primo degli atti spontanei di gentilezza che avremmo ricevuto dai balinesi.

Per noi che venivamo da due anni trascorsi tra le isole del Pacifico, nella natura incontaminata, nel silenzio e nella solitudine, arrivare a Bali fu come ritrovarsi immersi nel traffico di una metropoli dopo aver vissuto per tanto tempo in campagna. Ci sorprendevamo frastornati e confusi a percorrere le chiassose strade di Kuta. La via principale, per una decina di chilometri, è un susseguirsi di bar, ristoranti, boutique, pseudo antiquari, negozi di souvenir balinesi made in China, di discoteche e di amburgherari, dove dal mattino fino a notte inoltrata si aggira una moltitudine di gente disassortita. Lungo i marciapiedi eravamo preda di ragazzini che vendono gioielli d’oro falso, orologi contraffatti, profumi famosi, sesso per tutti i gusti, marijuana che poi si rivela erbetta del giardino e funghi allucinogeni inefficaci. Nelle stradine strettissime ci assordava l’andirivieni di auto, pulmini, taxi, e soprattutto motorini. E la cosa più sconvolgente per noi erano le spiagge, ridotte a bazar rumorosi e affollati.

“Ma cosa ci facciamo noi qui?” era la domanda che ci ponevamo ogni momento e perché, ci chiedevamo, tutta quella gente si sobbarcava un volo di dodici ore, con un cambio di fuso di sei, a un prezzo per niente trascurabile? Per cosa?

La risposta ce la siamo dati con il tempo, restando lì: “Perché Bali lo merita. Perché Bali possiede qualcosa di più.”

La nostra sosta, in teoria solo una settimana, si prolungò per mesi. E nel corso degli anni Bali è diventata per noi un punto di passaggio obbligato. Un polo di attrazione, un luogo per riposare e rilassarci, immersi in una calda atmosfera di accoglienza unica al mondo.

Quel qualcosa che ha affascinato i primi turisti negli anni venti e che ha indotto un numero così grande di viaggiatori a fermarsi a Bali, è ancora vivo sotto l’ondata di occidentalismo che ogni giorno viene vomitato sull’isola. E’ un richiamo forte, che viene da lontano, ma è uno dei più profondi che sentiamo dopo aver toccato, in 12 anni di navigazione, tantissimi altri paesi.

Gen 011998
 

“Lizzi, ci sono le balene”

“Dove”

“No, aspetta, non le vedo più”

Scruto l’orizzonte fino ad avere male agli occhi, ma il cielo e il mare oggi si confondono, e l’orizzonte sembra tutto uguale, vaporoso di caldo e di afa. Ma dopo qualche istante lo sbuffo riappare, lontanissimo eppure evidente. Il vapore resta sospeso per una manciata di secondi, poi sparisce, ma ormai abbiamo individuato dove sono, accendiamo il motore e dirigiamo verso di loro.

Siamo al largo di Sumatra, in Indonesia, in un oceano che è stranamente calmo, immobile, senza vento e senza gente. L’acqua liscia è incredibilmente blu, di un colore così intenso da sembrare artificiale. E sopra l’acqua c’è l’azzurro di un cielo immobile, senza nuvole e senza vento. E’ proprio a causa di questa mancanza di vento che da oltre dieci giorni ci trasciniamo, registrando percorsi giornalieri incredibilmente bassi: 40 miglia, 35 miglia, 50 miglia al giorno, tutte sudate faticosamente navigando contro brezzoline leggere e contrarie. Il Monsone di Nord Est, che avrebbe dovuto spingerci in poppa per 2000 miglia dalla Tailandia all’Australia non si è fatto vedere. Al suo posto c’è calma e dopo 20 giorni di navigazione, invece che essere arrivati, siamo appena a metà del percorso. I nostri programmi sono saltati. Gli amici che ci aspettavano in Australia non ci vedranno arrivare, e siamo rimasti qua in mezzo, impotenti, fermi in un oceano fermo. Ma il mare è fatto così, e bisogna accettare le sue condizioni. Bisogna smettere di contare le miglia che non passano mai e cominciare a guardarsi attorno. Così siamo rimasti incantati a guardare i pesciolini a strisce bianche e nere che si sono raccolti attorno alla nostra carena, e che si vedono benissimo attraverso l’acqua limpida come un cristallo, così come si vedono benissimo le meduse sottili che nuotano appena sotto la superficie, col corpo composto tanti di piccoli anelli trasparenti. Ed ora le balene!

“Hei, sono enormi”, Lizzi è salita sull’albero, si è seduta sulle crocette, e scruta col binocolo.

“Quante sono?”

“Tantissime. Vedo i corpi. Sono immobili. Forse dormono.”

In dieci minuti siamo a ridosso del branco. Le telecamere sono pronte in pozzetto, insieme alle macchine fotografiche; il mare immoto è nelle condizioni ideali, ma noi siamo indecisi.

“Non sarà rischioso?” chiede Lizzi.

“Non so” rispondo.

Chi lo sa se è pericoloso avvicinarsi a un branco di balene addormentate? Fino a che punto si può arrivare? E se si svegliano all’improvviso? E se si spaventano? Quando siamo a cinquanta metri metto il motore in folle e la barca rallenta.

Quando siamo a venti metri la balena più vicina si sveglia.

La sua testa si inabissa mentre il corpo nero e lucido si inarca, col dorso che fuoriesce dall’acqua, e comincia lentamente a rotolare. Compare la pinna dorsale, una specie di pennacchio che interrompe la linea uniforme del dorso grigio, poi fuoriesce la coda enorme. Emerge, si libra in alto, oscilla come un pendolo al contrario, andando infine a sbattere di piatto sulla superficie, sollevando una piccola cascata.

“Che peccato, se n’è andata.”

“Be, proviamo con un altra”

“No, guarda, aspetta, rieccola”

La balena è riemersa, solo un po’ più lontano, nuovamente immobile, come per riprendere il sonno interrotto.

“Proviamo ad avvicinarci a vela” propone Lizzi.

Il vento è leggerissimo e arriva da dietro. Con le due rande alzate, senza fiocchi, la Barca Pulita si muove impercettibilmente, l’ideale per avvicinarsi senza spaventarle. Puntiamo verso quella di prima a cui nel frattempo se ne sono affiancata ad altre due, più piccole. Incredibile. Non si muovono. Arriviamo a dieci metri. A cinque. Lizzi a prua filma con la telecamera piccola. Io mi divido tra il timone e la telecamera grande con cui riprendo da centro barca. Ho legato le rande in fuori con due ritenute, e la barca, col timone bloccato, riesce a camminare dritta e a tenere la rotta ogni volta per qualche minuto, prima de debba correre a correggere il timone. Ci affianchiamo. La bestia è lunga come la barca, ma dall’acqua emerge solo la gibbosità del dorso. La coda e la testa restano immerse, chiaramente delineate sotto la superficie.

“E adesso?” chiedo.

“Non so. Possibile che si sia riaddormentata?

Lizzi non ha ancora finito di parlare che la balena si scuote. La testa emerge come una roccia quando l’onda si ritira. Dallo sfiatatoio esce un fischio, col rumore di un tuono, e contemporaneamente parte lo zampillo, che sale subitaneo come una fontana accesa all’improvviso. Il corpo enorme del bestione comincia a rotolare. Come prima, ma stavolta è vicinissima. Se mi sporgessi con la mano quasi la toccherei. La testa scompare verso il basso, e dopo qualche secondo la coda si libra in aria, enorme, più alta di noi e del ponte. Schiaffeggia l’acqua e scompare, mentre lo spruzzo investe noi, il ponte e le vele, e la superficie del mare resta segnata da gorghi trasparenti e da veloci rimescolii.

“Accidenti”

“Ti sei spaventata?”

“No, ma ho rischiato di bagnare la telecamera”

“Hai sentito che puzza?”

L’aria è satura di un odore marcio di mare e di alghe. E’ l’alito della balena, il suo fiato, emesso con lo zampillo dallo sfiatatoio. Siamo esaltati e spaventati allo stesso tempo. Nel momento in cui siamo stati vicini ho notato che la testa e la coda del bestione coincidevano con la prua e la poppa della nostra barca! Quindici metri di lunghezza! Penso che non mi è mai capitato di avvicinare così tanto una balena. Penso alle immagini che ne usciranno, ravvicinate, dettagliate, in un mare liscio e che lascia vedere benissimo anche le parti immerse degli animali.

“Ci riproviamo?”

“Non vorrei che si infuriassero”

Invece non si infuriano, e la scena si ripete, con noi che ci portiamo sopravvento e ci facciamo spingere verso di loro dal vento in poppa, e con loro che si lasciano avvicinare, con noi che filmiamo dividendoci tra il timone, le vele e le telecamere, con altre alitate puzzolenti e altre code torreggianti. Filmiamo a ripetizione, dal bordo, da prua, di lato, mentre i bestioni accettano questo strano gioco, giocato in un oceano irreale, immobile e indifferente, …..finché commettiamo un errore. Sarà stata la troppa confidenza, o forse il caldo e la stanchezza. Sta di fatto che mi dimentico di mettere la ritenuta alla randa di maestra. Un refolo di vento, la vela prende a collo e passa dall’altra parte, e il boma mi colpisce al capo. Non vedo arrivare il colpo perché ho l’occhio incollato all’oculare della telecamera. Lizzi a sua volta con l’occhio nella telecamera non ha visto nulla, ma ora alza la testa e capisce al volo.

“Ti sei fatto male?”

“No, ma ho rischiato di finire in mare”

“Da che parte stiamo andando?…!”

Nel tempo che ho impiegato a riprendermi dal colpo la randa ha sbilanciato la barca che accosta cambiando progressivamente rotta. Mentre prima ci avvicinavamo parallelamente alla balena ora abbiamo la prua che avanza dritta verso il dorso addormentato, sempre immobile e ormai vicinissimo. Resto impietrito. Accendere il motore? Non c’è tempo. Strambare di nuovo? Non c’è tempo. La balena è a due metri e non c’è nulla che possa arrestare la barca nello spazio di due metri. “Tanto peggio” , penso, e senza sapere nemmeno io il perché inquadro la prua che avanza verso il dorso nero. E’ strano, ma in certi momenti manca il tempo di avere paura. Si resta avvolti come dallo stupore. La prua avanza ancora, supera il dorso e nell’oculare il corpo scompare. “Ecco adesso la tocca”, penso, immaginando il dritto di prua che va ad urtare il corpo del bestione e attendendo di sentire il colpo e la reazione. Ma il colpo non arriva. La barca continua ad avanzare nell’acqua come se non ci fossero ostacoli. Mi sporgo a guardare. La balena è sotto di me. L’acqua gorgoglia, piena di bolle e di gorghi. Ma il corpo è più in basso e pare inabissarsi, pur restando orizzontale. Niente rotolamento. Niente coda. Incredibile. La balena ha capito. Ha buttato fuori l’aria e si è lasciata sprofondare nell’unico modo in cui non sarebbe stato pericoloso ne per lei né per noi.

“Porca……”

“Dai, basta. Non è successo niente”

Basta davvero. La balena è riaffiorata più in la, come se volesse ricominciare il gioco. Noi però ne abbiamo abbastanza. Issiamo i fiocchi e ci allontaniamo, lenti come lumache, per lasciar calmare i battiti del cuore e ritrovare il silenzio e la noia incantata di questo mare strano.

Gen 011998
 

Ci hanno portato dal capo: una camicia sbrindellata, pantaloncini logori e viso intelligente. Sorprendentemente riusciamo a intenderci: disegno sulla sabbia la sagoma di una barca e indico noi due

“Siamo venuti con una barca a vela” il capo fa cenno di si e sorride. Chiede a gesti dove sia la barca. Gli indico un promontorio: “Li dietro”. In realtà la Barca Pulita è al di la del promontorio successivo, ma non si sa mai. “Siamo venuti dall’Italia”. Stavolta non capisce. Italia per lui non significa nulla. Andiamo avanti così per qualche tempo. Nel villaggio sono in centoventi. L’ultima comunità sopravvissuta di un popolo un tempo numeroso.

Siamo alle Isole Surin, al largo della Tailandia. Siamo venuti qui per incontrare gli zingari del mare. Di carnagione scura, piccoli e con tratti quasi mongolici, non assomigliano né ai malesi, né ai tailandesi, anche se da secoli condividono con loro le coste dello stretto di Malacca, spostandosi da un paese all’altro, dalla Birmania alla Tailandia alla Malesia. I Moken, questo è il loro nome originale, vivono su barche lunghe e basse, costruite con il legno incurvato a caldo e annerito da infiniti strati di grasso di fegato di pescecane. Dentro le loro barche possono cucinare, mangiare, dormire e soprattutto spostarsi, cosa che fanno in continuazione, seguendo i monsoni, seguendo i pesci, seguendo le tartarughe, seguendo antichi ritmi e richiami del mare che solo loro sanno riconoscere. O meglio che sapevano riconoscere, perché questo gruppo che abbiamo incontrato qui, alle Surin, sembra che sia l’ultimo sopravvissuto. Ogni barca ospita due o tre famiglie, imparentate tra loro e tutte le barche si spostano all’unisono, come una specie di villaggio mobile. Viaggiano coi monsoni, con le correnti. Conoscono a memoria i reef della costa. Nell’acqua bassa si spingono con lunghissime pertiche. In mare aperto usano le vele e, qualche volta, un vecchio motore rugginoso. Di loro ci avevano parlato in molti, ma in termini vaghi, fumosi, come si parla di cose di cui si è solo sentito parlare, delle quali non si ha esperienza diretta. In realtà gli zingari del mare sono scomparsi quasi del tutto. Come le tartarughe di cui si nutrono.

Li abbiamo trovati solo qui, a 80 miglia dalla costa in un’isola lontana e dimenticata, dove non viene mai nessuno. Il villaggio è composto da una ventina di palafitte costruite in una radura sul limite della spiaggia, proprio dove batte l’onda. Il posto è magnifico. Una specie di canale tra due isole, riparato da tutti i venti e da tutti i mari. L’acqua nel canale è pulitissima. Con l’alta marea le palafitte sorgono su due metri d’acqua. Con la bassa marea sono sulla sabbia asciutta. Gli zingari del mare sopravvivono con ciò che riescono a pescare, pesci, molluschi, tartarughe, e integrano la dieta di mare con i tuberi selvatici che sanno cercare nella foresta quando si fermano temporaneamente a terra.

Un tempo però facevano anche i pirati. Non è il capo a raccontarcelo. Sono le cronache degli storici inglesi. Attaccavano le imbarcazioni piccole e isolate. Sbucavano all’improvviso dal dedalo di isole che orlano la costa. Sceglievano i giorni di vento forte, quando vento e mare mettevano in difficoltà gli equipaggi delle navi. Col vento forte le loro barche a vela, lunghe e strette, maneggiate da mani esperte diventavano velocissime. Comparivano all’improvviso, in dieci, in venti barche, attorniavano la preda, salivano a bordo, uccidevano tutti, svuotavano la nave e scomparivano tra i reef. E’ difficile credere a questa ferocia guardando gli occhi gentili e intelligenti del capo. E’ ancora più difficile crederlo guardando i giovani del villaggio, tranquillamente intenti a costruire una canoa, o guardando le donne, sdraiate sulla sabbia, tranquille, indifferenti.

Il capo dice che non hanno scuola che non hanno maestri, che non hanno medici ne infermiere ne medicine per curarsi quando si ammalano. Dice che non hanno nulla. Ma quando vado con loro sott’acqua, a vederli pescare, in apnea, senza maschera, con un arpione di due metri, a 10 metri di profondità, quando vado con loro a navigare, di notte, tra i reef, senza carte, senza bussola, senza strumenti, … penso che hanno qualche cosa che non sanno di avere: la comunione totale col mare.

Gen 011997
 

Negli ultimi tempi noi e la Barca Pulita siamo stati assenti dalle pagine di Bolina. Eravamo lontani. Ci scusiamo e rimediamo ora, mandandovi un riassunto di quattro anni di scorrerie nell’oceano Indiano.

Dopo la discesa del Mar Rosso ci sono state Socotra, le Maldive e le Chagos. Socotra è un’isola solitaria avvolta da un alone di mistero. Voci di pirati, di barche rallentate dalla mancanza di vento e raggiunte da canoe di malintenzionati. Un incidente avvenuto nel 1993 con una barca assaltata e lo skipper ucciso a colpi di fucile. Tutto questo, unito a una posizione geografica disgraziata, aveva tolto Socotra dalle rotte delle barche da diporto. Negli ultimi cinquant’anni non si era mai fermato nessuno. Ci siamo andati ed abbiamo trovato un posto incredibile.

Da Socotra alle Maldive sono state 800 miglia di monsone e di onde e all’arrivo ci siamo trovati immersi in uno strano universo fatto solo di atolli, incredibili gocce azzurre perse nel mare più bello e più pulito del mondo. E dopo le Maldive le Chagos, gli ultimi atolli disabitati della terra. Dalle Chagos alla costa africana ci sono più di 1500 miglia, ma la traversata è facile. Basta scendere sotto l’equatore e gli alisei, che soffiano sempre da Est verso Ovest, portano dritti verso la meta. Navigare con gli alisei è un gioco. Medie di 120, 140, anche 150 miglia al giorno, a seconda della forza del vento e di quanta tela si vuol tenere a riva. Così siamo tornati in Africa, e ci siamo ritrovati in Kenya.

Avete letto le locandine turistiche delle agenzie che reclamizzano il Kenya come un paradiso tropicale? Bene, per chi vi si reca in barca è tutto il contrario. Il Kenya è un paese difficile, con molta povertà e molta delinquenza. Finchè si resta all’ancora in luoghi deserti va tutto bene. Ma appena ci si avvicina alle città è un disastro. Basta girare la testa dall’altra parte un momento per ritrovarsi la barca svuotata. I ladri, o meglio, i poveri diavoli che non hanno da mangiare, sono ovunque. Non si può lasciare il dinghy incustodito su una spiaggia. Non si può lasciare la barca incustodita la notte e così via. La Tanzania è un po’ meglio, ma non troppo. In compenso al largo della Tanzania ci sono delle isole meravigliose: banchi immensi di corallo che appaiono e scompaiono con le maree. Antiche città, come Zanzibar, che sono state da sempre porti e dove si respira l’atmosfera dei porti antichi, con le barche a vela che trasportano ancora oggi interamente a vela enormi carichi di grano o di mais o addirittura animali. Dalla Tanzania siamo scesi in Mozambico e siamo stati derubati del gommone e del motore, ci siamo incagliati nel fango di un fiume, abbiamo sfiorato un ciclone ed abbiamo perso ancora e catena principale, incastrate nel relitto sommerso di una nave da guerra.

Poi è stata la volta del Sudafrica, per riparare una falla nello scafo. E ancora il Madagascar, un isola bellissima, con gente allegra, belle donne, natura e animali. E ancora Seycelle, Sri Lanka, Tailandia, Malesia, Singapore, Indonesia.

La rotta della Barca Pulita, sulla carta dell’oceano Indiano, può sembrare il cammino di un ubriaco. Il fatto è che il mondo è troppo bello, troppo grande e troppo vario. Eventi imprevisti, nuove informazioni raccolte per strada, la scoperta di posti di cui non immaginavamo neppure l’esistenza. La necessità di seguire il ritmo dei venti e delle stagioni, tutto questo ha concorso a complicare la rotta, a creare digressioni e deviazioni, a volte piacevoli, altre necessarie. Ci è capitato di fare una deviazione di 400 miglia perché a bordo non c’era più niente di buono da mangiare. Un’altra volta, per raggiungere le Andamane, abbiamo dovuto percorrere a ritroso le 300 miglia che avevamo percorso pochi mesi prima. Ma cosa importa? Navigare è sempre bello. E se al termine c’è un mondo colorato lo è ancora di più.

Tailandia, Malesia, Indonesia, Andamane, Seycelle, Maldive….ad elencarli così, uno dopo l’altro, sulle righe del foglio, questi sono solo nomi. In realtà sono un mosaico di mondi affacciati sul mare; pieni di figure, di avvenimenti, di ricordi.