Gen 012006
 
Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Il vento è forte e gli acquazzoni arrivano uno dopo l’altro con il solito concerto di raffiche turbinose e folate di pioggia. Noi siamo rannicchiati dietro un’isoletta piccola piccola. Uno ridosso minimo, creato dalla paretina rocciosa e ripida con la quale l’isoletta rompe il flusso delle onde e del vento. Abbiamo gettato l’ancora al centro della zona di calma, e la nostra barca è quasi ferma, ma le onde gonfie e grigie dell’oceano passano a poca distanza, mentre il vento ci soffia addosso con raffiche irregolari, dispettose e cattive, rese capricciose dall’aver dovuto aggirare la parete di roccia. Un ancoraggio scomodo e precario, una situazione in cui, normalmente, non avremmo mai deciso di metterci e che se il vento girasse dovremmo abbandonare precipitosamente, ma speriamo che non succeda e di  poter resistere fino a domani, perché domani è il giorno del Balolo.

Si tratta si tratta dell’ Eunice viridis, un verme lungo e sottile, che nessuno vede mai perché passa la sua esistenza nascosto nei coralli. Ma c’è un giorno ogni anno, in cui questi vermi lasciano i loro nascondigli  ed escono fuori a passare qualche decina di minuti in superficie alla ricerca di un compagno o una compagna con cui accoppiarsi. In quel giorno, dicono i racconti, i vermi sono così tanti che l’acqua ne è piena, e gli abitanti delle isole dove questo avviene, si lanciano in acqua con tutti i mezzi possibili per approfittare dell’abbondanza e raccoglierne grandi quantità. Questo storia incredibile l’avevamo letta tanti anni fa su una guida dell’oceano Pacifico. Il fenomeno è estremamente raro. Si verifica solo in certe aree esterne delle Fiji e delle Samoa, e solo per qualche ora ogni anno, all’alba di un unico giorno. Quale fosse il giorno, quali fossero le isole non lo sapevamo. A Suva ci hanno detto che succedeva nelle isole orientali, quando siamo arrivati a Taveuni ci hanno mandato ancora più ad est, a Ngamea, poi a Rambi, e avanti, di isola in isola, di racconto in racconto, finchè siamo arrivati a Yanuda dove, un mese fa, con l’aria di rivelarci segreto, il capo dell’unico villaggio dell’isola ci ha sussurrato una data: ottobre, dieci giorni dopo la luna piena. Ecco perché siamo qui. Domani, 18 di ottobre, saranno passati esattamente 10 giorni da quando la luna ci ha mostrava il suo faccione pieno e bianco proprio nel momento in cui il sole tramontava, e l’isoletta dietro la quale ci siamo appostati è all’estremità di uno dei reef che ospitano le colonie di questi strani vermi, al largo della punta sud di Yanuda,  all’estremità orientale delle Fiji. Domattina gli abitanti del villaggio di Yanuda verranno tutti qui. Alle cinque, ci hanno detto alcuni, alle 4 ci hanno detto altri. Verranno anche se il mare sarà grosso, ma tutti giuravano che domani il tempo domani sarà buono, perché, quando c’è il balolo, ci hanno ripetuto in tanti, il mare è sempre calmo. Stasera, intanto, il vento resta forte. Il mare romba e si rompe sui reef con un frastuono impressionante e il sole tramonta dietro uno strato senza speranza di nuvole dense e accavallate lasciandoci a dondolare disordinatamente al centro di un buio pesto e minaccioso.

Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Andiamo a dormire tesi ed incerti. Chissà se domani davvero l’acqua sarà piena di vermi. Abbiamo preparato le telecamere, una per le immagini fuori e una scafandrata per le riprese sott’acqua. Abbiamo preparato il gommone, le macchine fotografiche, le pinne e tutto quanto, ma non riesco ad immaginare cosa succederà. Come faranno a raccogliere i vermi sui reef se questi sono battuti da frangenti che farebbero a pezzi chiunque vi si avventurasse?

Passano otto ore. Arriva la prima luce, quella livida biancastra e incerta che annuncia alla lontana l’arrivo del giorno, e noi siamo già fuori, aggrappati alle sartie a scrutare il nero del mare sotto di noi. No, non c’è nulla. Il mare è vuoto, uguale a ieri. Anche verso l’isola, verso la spiaggia del villaggio, non si scorge niente di anormale. Nessuno che si muove. Nessuno che si aggira sulla spiaggia.  Il vento in compenso è sempre forte e mentre ci guardiamo attorno dobbiamo tenerci aggrappati alle sartie, per non cadere. Vuoi vedere che non succederà nulla? Vuoi vedere che abbiamo capito male, che il balolo arriva un altro giorno? E se fosse che non succede quando il tempo è cattivo? Eppure nell’isola tutti erano concordi.

“Sicuro che sarà domani?”

“Sicuro?”

“Anche se c’è tempo cattivo?

“Anche se c’è tempo cattivo!”

Ci avevano anche detto che tutti sarebbero stati sui reef a raccogliere già prima dell’alba, e invece sulla spiaggia non c’è nessuno, come se questa, invece che l’alba di un giorno speciale, fosse una alba qualsiasi, e con il cattivo tempo, per giunta.

Invece no. Il tempo di scrutare meglio, o forse di abituarsi a cercare, o forse la luce un po più intensa, ed eccolo, il primo bastoncino marrone, che si agita e si attorciglia appena sotto la superficie. Un altro, più corto, poco più in la. Un altro ancora, lunghissimo, che sembra formato da tanti segmentini più piccoli giuntati tra loro.  I bastoncini sono vivi, si agitano, si attorcigliano in una specie di nuoto primitivo senza regola e senza scopo. Non sono tantissimi come mi aspettavo e come mi avevano detto,  però ci sono, e se ne vedono ovunque si guardino. Contemporaneamente la spiaggia del villaggio è piena di figurine nere e le due barche di cui i locali dispongono mettono la prua nera verso il largo, puntando verso di noi.

Ci siamo. Corriamo dentro a prendere le telecamere e l’attrezzatura, torniamo fuori, e cominciamo a calarle sul gommone, che salta e balla sulle onde mentre la barca rolla, così che chi sta sotto a ricevere a momenti è quasi alla stessa altezza di chi sta sopra a passare,  mentre un attimo dopo è nel baratro, con la barca in alto, la carena scoperta con i denti di cane e le alche in vista. Quando tutto è a bordo ci sediamo. Non resta che aspettare che arrivino, vedere dove si metteranno e decidere dove metterci noi per filmarli, un po dal gommone e un po dall’acqua, e magari, se vengono proprio qua vicino, potremmo filmarli anche dalla barca.

Invece no, ancora una volta è tutto diverso. La prue nere delle barche del villaggi dopo essere state per qualche minuto a saltare  e a sprofondare dirigendo nella nostra direzione improvvisamente piegano veso destra. Ma dove vanno? Passano un paio di minuti ed è subito chiaro che dobbiamo rassegnarci. Le barche dirigono verso il reef sulla punta Sud Est di Yanuda, anche se, vista da qui, sembra completamente esposta. Ma come diavolo faranno a raccogliere il balolo tra i frangenti? Lasciamo il ridosso minuscolo dell’isoletta e ci dirigiamo anche noi verso quella punta. Impieghiamo poco ad arrivare, anche perché abbiamo i marosi in poppa, e quando ci siamo scopriamo due cose. La prima: il punto dove la gente si è fermata non è protetto da nulla e le onde di due metri si infrangono sui reef con una violenza impressionante. La seconda: il mare è pieno di vermi, strapieno, con miliardi di bastoncini che si sono come per miracolo raccolti in nuvole compatta che originano dal reef e formano delle lunghe strisce sulla superficie dell mare dentro le quali i pescatori immergono le braccia armate di retino, sollevandolo ogni volta mezzo pieno di animaletti che si agitano e si attorcigliano. Le barche del villaggio sono lancioni di plastica grossolana, goffi e pesanti, stipati di gente che si protende da entrambi i lati, a pescare mentre il timoniere, a poppa, manovra continuamente nel tentativo di tenere il lancione sopra una delle strisce di balolo, il più possibile vicino al reef dal quale origina, al limite del punto dove l’onda si trasforma in frangente. E noi? Ci aggiriamo straniti, sfiorando con  il gommone le braccia delle donne che si protendono e si ritirano in continuazione portando a bordo ogni volta enormi manciate gelatinose di esseri che si agitano e si attorcigliano. Le onde sono enormi, proprio come temevamo, molto più alte e più lunghe del nostro gommone che li in mezzo si muove come un turacciolo e salta e si agita senza posa, mentre gli spruzzi ci lavano in continuazione. Impossibile togliere le telecamere dai sacchi stagni che le proteggono perché si bagnerebbero subiro, e comunque in mezzo a tanto agitarsi non potrei filmare nulla. Potrei tuffarmi, e filmare tutto dall’acqua con la camera subacquea, che è già pronta in un secchio, ma Lizzi resterebbe sola nel gommone, e a dire la verità questo mare livido, pieno di onde e di vermi, a 10 metri dagli scogli e dai frangenti enormi che li avvolgono, mi sembra veramente poco invitante. Così restiamo a bordo e continuiamo ad aggirarci tra le barche e il reef, indecisi tra la contentezza per essere testimoni di questo fenomeno straordinario e la frustrazione di non sapere come filmarlo. Dopo un’ora le barche tornano verso il villaggio piene di secchi, di casse e di catini colmi di balolo e noi dirigiamo verso la nostra isoletta dove la Barca Pulita ci aspetta dietro il riparo che la protegge dalle onde che noi col gommone cerchiamo faticosamente di risalire. Portiamo con noi qualche decina di secondi di immagini riprese in qualche modo, sporgendoci dal gommone con le braccia mettendo la camera sub in acqua e sperando che riprendesse qualche cosa ma che si riveleranno poi molto belle. Le colonie di balolo, viste da sotto, sono nuvole di esserini colorati, alcuni marroni, alcuni blu, altri rosa, che affollano il campo visivo, che danzano e si agitano , che si aggrovigliano e si separano, in un minuetto ballato senza sosta e senza posa ma destinato a durare solo qualche decine di minuti. Appena la luce diventa forte la membrana colorata che costituisce la pelle dei vermetti si dissolve e ognuno di loro si scioglie riversando in mare il suo contenuto: milioni di uova (quelli rossi) e di spermatozoi, (quelli blu) destinati a unirsi a formare il balolo dei prossimi anni.

“Assaggia, assaggia”. Sono passate quattro ore e ci siamo spostati. Abbiamo portato la Barca Pulita dietro l’isola, sottovento, la abbiamo ancorata dietro una spiaggia, siamo scesi e faticosamente, attraverso i sentieri, abbiamo raggiunto il villaggio. Fuori da ogni capanna, su ogni focolare, ci sono calderoni e padelle con montagne di balolo a cuocere. Per fermare il processo di dissoluzione, appena arrivati a terra, hanno lavato il balolo in acqua dolce, e subito si sono disposti a cuocerlo, ognuno come può e con gli ingredienti che ha. Molti si limitano a farlo bollire, in enormi calderoni pieni fino all’orlo, con l’acqua che diventa verde e che schiumeggia.

Gen 012002
 
Una Montagna di fuoco - Vulcano Yasur

Una Montagna di fuoco – Vulcano Yasur

Oggi è stato il grande giorno, finalmente siamo riusciti ad andare sul vulcano Yasur.

Non è una cosa facile, non perché l’escursione richieda abilità, al contrario è facilissima, o perché ci voglia qualche tipo di accorgimento speciale. No assolutamente. E’ solo che bisogna procurarsi due cose fondamentali: un mezzo di trasporto e il benestare dei responsabili del vulcano.

Per il mezzo di trasporto ci siamo fatti aiutare da Willy. Nel villaggio di Sulphur bay, poco lontano da Port Resolution, dove siamo ancorati noi, c’è un tizio che ha un camioncino pick up a 4 ruote motrici, che fa servizio taxi quando c’è qualche turista allo Yacht Club, o quando qualcuno del paese deve andare fino al capoluogo a fare la spesa per tutti.

Per il secondo requisito, l’autorizzazione, è stato più complicato.

Il vulcano Yasur infatti per gli abitanti di Tana, è una persona, un Dio, un oracolo. E’ al vulcano che si incamminano le anime delle persone morte da poco, e le si può identificare con le pietre infuocate che eruttare dal cratere, giacciono sulle pendici della montagna. E’ sempre il vulcano che forgia l’isola di volta in volta con le sue eruzioni sotterranee e sottomarine, deviando il corso dei fiumi, asciugando i laghi e, nel caso della nostra baia a Port Resolution, restringendola e alzandole il fondo in modo tale, che oggi, la nave di Cook, più voluminosa, profonda e goffa della nostra nelle manovre, non ci potrebbe più entrare.

I vecchi dell’isola sanno captare all’istante i segni che manda il vulcano. Capiscono dal suo modo di comportarsi se sarà una stagione secca o piovosa, se il momento di piantare lo yam è giunto o no, se il raccolto sarà buono o scarso e via dicendo. Inoltre, dicono i vecchi, il modo del vulcano di lanciare pietre e di emettere boati, ne rivela l’umore.

C’è voluta quasi una settimana, da quando abbiamo espresso il desiderio di andare al vulcano, a quando, attraverso Zuberi, il capo villaggio di Port Resolution, abbiamo ottenuto il permesso.

Una Montagna di fuoco - Vulcano Yasur

Una Montagna di fuoco – Vulcano Yasur

Il viaggio con il pick up dura solo un quarto d’ora, prima di arrivare a una piana di polvere nera, che ci appare dietro a una curva, dove la vegetazione improvvisamente cessa di avvolgerci. La strada sulla quale stavamo viaggiando scompare, e davanti a noi solo questa immensa distesa di velluto nero, nel mezzo della quale si alza il cono perfetto del vulcano.

La piana si estende a perdita d’occhio in tutte le direzioni, come un Sahara nero, dove delle piccole variazioni sul grigio, ne rivelano le dune.

In lontananza ci sono mucche che camminano in fila indiana, non si sa provenienti da dove e dirette dove. Più vicino alcune donne vengono nella nostra direzione con fagotti sulle spalle. Il nostro camioncino passando, lascia due scie con le ruote, ma al ritorno non ci saranno più, cancellate forse dal vento o dalla polvere di una nuova eruzione. Come se il vulcano volesse farci smarrire la strada di casa.

Dopo aver girato intorno alla montagna, il pick up si inerpica per una specie di mulattiera che si delinea tra grossi massi di pietra lavica, e dopo un’ascesa di un altro quarto d’ora, ci scarica in un pianoro dove c’è una baracca di paglia. Lì, davanti a noi, un centinaio di metri più su, c’è il cratere del vulcano Yasur. E come a darci il benvenuto un boato ci fa tremare il terreno sotto i piedi e poi una scarica di pietre nere viene scaraventata nel cielo seguita da una nuvola di fumo.

Tutto per fortuna va a cadere nella direzione opposta alla nostra, grazie all’aliseo che tira in quella direzione.

Lo Yasur è un vulcano di tipo stromboliano, che emette lapilli e pietre in continuazione, ed è il vulcano attivo più accessibile del mondo.

Infatti, scesi dal camioncino, percorriamo a piedi gli ultimi 100 metri di salita, nella polvere nera che sentiamo calda attraverso le scarpe, e arriviamo addirittura sopra il livello del cratere, nella sua parte sopravento. Sotto di noi vediamo l’enorme cratere con le due bocche eruttive. Il vulcano ha un ciclo abbastanza costante, con un ritmo di una ventina di minuti. Ogni venti minuti infatti aspira, provocando un vento di risucchio spaventoso che travolge ogni cosa, poi emette un paio di fumate scure e con un boato terrificante lancia al suo esterno dei massi infuocati seguiti da un’ulteriore nuvola bianca che avvolge tutto il mondo circostante.

La postazione dove ci troviamo è sicura, perché è sopravento rispetto alla direzione dell’aliseo che per 10 mesi all’anno soffia costante. Ma l’aliseo certi giorni fa i capricci o si affievolisce lasciando il posto ad altre brezze, ed è evidentemente questo che vogliono appurare i responsabili del vulcano prima di dare il permesso a salire.

Ma anche così, rassicurati sia dalle cognizioni meterologiche razionali, che da quelle della cabala degli anziani, ogni boato ci fa sobbalzare e ogni pietra più grossa delle altre ci sembra sempre diretta nella nostra direzione, e ogni volta, vedendola abbassarsi ci prepariamo a correre via, fino a che non sentiamo il suo tonfo attutito dalla polvere, sul terreno sotto di noi.

Con i cavalletti puntellati nel terreno per evitare che sbattano durante le inspirazioni del vulcano, scattiamo decine di foto e giriamo chilometri di filmato. Giù sulla piana si vedono passare altre persone, fino a quando la luce diminuisce e sul nero non si distingue più niente.

Ma mentre il sole comincia a calare, quasi per magia dal vulcano cominciano a uscire getti di luce infuocata. La polvere nera è tutta un fuoco d’artificio di pagliuzze rossastre e le pietre che il vulcano erutta, smettono di essere nere e diventano rosse incandescenti, e restano dello stesso colore anche quando, dopo un volo di parecchie decine di metri, vanno a cadere lungo la pendice del vulcano.

Sono queste le anime dei morti che tornano a casa!

Gen 012002
 
Uova di megapode - Vanuatu

Uova di megapode – Vanuatu

La raccolta delle uova di megapode

 Siamo arrivati ieri qui, sulla costa occidentale dell’isola di Ambrin, alle Vanuatu. Un’isola nera, vulcanica, con al centro un vulcano attivo, lontano da qui un paio di giorni di cammino. Ci sono sulla spiaggia segni che testimoniano la sua presenza lontana. La spiaggia è nera come il carbone, e camminando sulla sabbia, il nero rimane attaccato alla pelle e ci vuole l’acqua e il sapone per mandarlo via. C’è odore di zolfo a terra, e su un lato della baia ci sono pozze d’acqua calda e dolce, alimentate da sottoterra. La temperatura nelle pozze diminuisce con l’avvicinarsi al mare, così ci si può immergere nell’ultima oramai tiepida e buttarsi poi nell’acqua salata per sentirla quasi gelida.

Passiamo metà mattina da una pozza, al mare a un’altra pozza, per vedere fino a che  distanza dalla riva riusciamo ad arrivare.

Verso metà mattina arriva una canoa con una piccola veletta, che si viene a fermare sulla battigia dove siamo noi. A bordo due ragazzi, armati solo di maglietta e pantaloncini.

Vengono dal villaggio vicino.

“We came here to collect eggs!” spiegano

“Uova?!”

“Si di megapode”

Mai viste prima delle uova di megapode, e senza quasi chiedere il permesso  ci mettiamo a seguire Robert e Daniel che si incamminano tra le montagnette coperte di arbusti che si trovano a una delle estremità della baia.

Il megapode è un uccello molto simile a una grossa faraona, con le zampe corte e i piedi piuttosto sviluppati. E’ molto diffuso nella fascia equatoriale dell’indo-pacifico, infatti già anni fa ne avevamo visti alcuni esemplari nell’arcipelago di Komodo in Indonesia.

Uova di megapode - Vanuatu

Uova di megapode – Vanuatu

La sua caratteristica principale è quella di deporre le uova in buche profonde,  protette e difficili da raggiungere e poi riempire il nido con tanto materiale organico, così tanto da non permettere che ci sia passaggio d’aria. In questo modo il materiale organico fermenta e sviluppa calore. E questo calore cova le uova in vece della madre. I pulcini che nascono, hanno un dito molto più lungo degli altri che permette loro di scavarsi una galleria e uscire all’aperto.

“I megapodi depongono le uova sotto le radici di questi arbusti” ci spiega Daniel, mentre Robert, si ferma alla base di ogni pianta e tasta il terreno per vedere se la terra è stata in qualche modo rimossa.

Dopo un paio di tastate decide che lì sotto c’è un nido. Comincia allora a scavare la terra nerissima e polverosa che in breve lo ricopre e lo rende simile a uno spazzacamino. Lo vediamo sparire sottoterra, e dirigersi verso il basso, nuotando nella polvere. Poi solo le sue gambe restano fuori dalla voragine che ha aperto. Ma dopo poco riemerge tutto coperto di nero a mani vuote.

“Already gone!” borbotta dirigendosi ai cespugli successivi.

Cerchiano di farci spiegare come fa a capire tutte queste cose.

“Seguo il calore. Le uova sono proprio nel punto più caldo del nido, e se quando arrivo lì non ci sono vuol dire che qualcuno le ha già prese o i pulcini sono usciti!”

“Eh, semplice!”

Ma eccolo che ha trovato un altro nido. Questa volta sembra più grosso, perché toglie enormi manate di terra, aiutato anche da Daniel, mettendo a repentaglio la stabilità di tutto l’arbusto. Lo vediamo sparire inghiottito dalla terra. Daniel lo segue un po’, poi li sentiamo parlottare e urlare, fino a che, in un veloce passamano, non vediamo arrivare una mezza dozzina di uova.

Sono uova ellittiche, lunghe una decina di centimetri, con il guscio bianchissimo.

I ragazzi sembrano soddisfatti e impacchettano le uova a una a una dentro più strati di foglie e a ognuna fanno un cordoncino così da poterle trasportare senza che si rompano cozzando fra di loro.

La raccolta, non è finita. Continuano per un’altra oretta, tastando le radici, indovinando il buco, spalando, scavando, nuotando scomparendo nella terra e tornando ricoperti di nero.

Alla fine le uova sono una trentina. Loro sono soddisfatti (finalmente!) e decidono che si può ritornare.

Gli chiedo cosa se ne faranno: naturalmente le portano alla loro madre!

Ma dopo averli sistemati con cura sul fondo della canoa, ne prendono quattro e si avviano verso la pozza d’acqua più lontana dal mare. È una pozza grande più o meno come un lavandino, con il fumo che sale e dove noi non siamo riusciti a infilare nemmeno un dito.

C’è un uovo per uno. Le mettiamo nella pozza tenendole per il picciolo della foglia che le impacchetta.

“5 minutes is enough” ci dicono gli esperti.

E così cinque minuti dopo tiriamo fuori i nostri cartoccini, togliamo le foglie cercando di non scottarci le dita e, rotto un guscio piuttosto tenace, ci troviamo di fronte a un uovo sodo, con l’albume molto ridotto e un tuorlo quasi rosso.

Buono, peccato che nel mio si veda la sagoma del pulcino già formata!

Gen 012002
 
Un cibo antichissimo - Port Resolution

Un cibo antichissimo – Port Resolution

La festa con il lap lap, oggi a Port Resolution c’è una festa per presentare al villaggio un bambino nato un mese fa. Alle Vanuatu ogni momento della vita di una persona: la nascita, la presentazione al villaggio, la circoncisione, la pubertà, la partenza, il matrimonio, il ritorno e si potrebbe continuare ancora, è segnato da una festa, speciale e  diversa, l’una dall’altra. Il cibo che sancisce queste feste è però uno solo: il lap lap, il piatto tradizionale per eccellenza delle isole. Forse chiamarlo piatto è un po’ pretenzioso, si tratta comunque, per gli isolani di una delle maggiori leccornie.

La preparazione del lap lap richiede molto tempo. Le donne del villaggio si radunano poco dopo il sorgere del sole per cominciare il lungo procedimento. Con la scusa di imparare, ma anche di fare un po’ di riprese, anche noi all’alba siamo già a terra, con Naomi che ci fa da guida e ci spiega le varie fasi della lavorazione.

Per prima cosa si sbucciano una montagna di yam, cassawa, patate dolci e banane. Mano a mano che sono sbucciate vengono portate in una capanna dove una decina di donne è addetta a grattugiarle. Detto così potrebbe sembrare banale, ma la cosa è molto più sofisticata. Infatti, per ogni tipo di radice, si usa una grattugia diversa. Lo yam e la cassawa, più duri, sono grattugiate con grattugie fabbricate con pezzi di lamiera forata e ritorta e poi montata su telai di legno. La parte ritorta della lamiera è più o meno lunga a seconda che si tratti di cassawa, più coriacea o di yam, più tenero. Le patate dolci vengono invece passate sulla parte centrale delle foglie di palma che si trovano alla base delle noci in cima ai cocchi. Infine per le banane, le più tenere di tutte, si usano due radici aeree della felce arborea, piene di piccoli spunzoni, messe a forma di V lungo le quali di raschiano i frutti.

Provo a cimentarmi con un po’ di grattugie, con Naomi continua a dirmi di stare attenta. Mi sembra una precauzione inutile, fino a che non vedo fino a che minimi termini lei grattugia il suo pezzo di cassawa rispetto a me e quando tento di imitarla cozzo contro i pezzi acuminati di lamiera.

Meglio lasciar stare e uscire per fare un po’ di foto. Curioso nei dintorni e mi imbatto in donne che vanno e vengono dalla foresta portando fasci di foglie di banano, che privano della nervatura centrale e dispongono sul prato. Altre donne invece sono intente a ricavare delle specie di stringhe o legacci dalle radici del pandano.

In un luogo un po’ in disparte gli uomini hanno preparato una pira di legno, sopra la quale accatastano una montagna di piccoli massi di corallo, poi ricoprono con rami di palma e danno fuoco al tutto. Lingue di fuoco si sprigionano dalla catasta e si propagano alle foglie di palma, avvolgendo tutta la pira nel fumo grigio.

Una volta acceso il fuoco gli stessi uomini si mettono a grattare una montagna di noci di cocco tagliate a metà e poi strizzano la poltiglia ottenuta e ne ricavano il latte di cocco bianco e cremoso.

Mi aggiro tra la gente per fare qualche foto, calpestando bucce di banana e inciampando in gusci di cocco e galline razzolanti e travolgendo bambini minuscoli che si disputano con i polli le bucce di banana e gli scarti.del cocco. D’improvviso arriva un urlo disumano. Non riesco a capire subito, ma poi vedo il maiale nero, che fino a poco prima era in un angolo dietro una capanna con le zampe legate,  immobile su un letto di foglie di palma. E’ stato abbattuto con il metodo tradizionale, custom come mi dice Naomi: un colpo di mazza sulla testa, un urlo che sembra umano, poi un’altra botta, qualche lamento e tutto è finito e non una goccia di sangue è andata persa!

Non ho il tempo di dispiacermi per il maiale né di schifarmi perché Naomi mi chiama. E’ arrivato il momento di iniziare a preparare i lap lap.

Un cibo antichissimo - Port Resolution

Un cibo antichissimo – Port Resolution

Le pappette ricavate dalle varie radici grattugiate, mischiate con il latte di cocco sono portate all’aperto in catini di latta. Le donne ne prendono a manate e le dispongono sulle foglie di banana, formando dei perfetti rettangoli. Poi sopra queste schiacciate si mettono dei pezzettini minuscoli di carne  oppure delle foglie non meglio identificate. Su quelle fatte con la polpa di banana non si mette niente, si useranno come dolci. E in nostro onore Naomi confeziona anche un piccolo lap lap dove, oltre ai pezzetti di carne cosparge anche del sale. Quando le farciture sono pronte, le foglie di banano vengono ripiegate formando così dei pacchetti perfettamente verdi e piatti che si chiudono con le stringhe ricavate dalle radici del pandano.

“Ecco abbiamo finito, ora dobbiamo solo cuocerlo”

Solo cuocerlo vuol dire che quando nella pira la legna si è esaurita del tutto, i sassi arroventati vanno spianati con l’aiuto di bastoni. Su quelli centrali si portano i lap lap appena confezionati, che poi vanno ricoperti con altri sassi. La gestione del fuoco fino a questo momento era spettata agli uomini, ma ora prendono il sopravvento le donne, che aiutandosi con le scorze delle noci di cocco spostano i massi incandescenti e li piazzano sopra e sotto i lap lap. Poi, una volta ricoperti i lap lap, sopra le pietre si adagiano i pezzi di maiale macellati, poi uno strato di foglie di banana, poi una montagna di tuberi spellati, e ancora foglie di banana, vecchie foglie di palma intrecciate, dei sacchi e infine si ricopre tutto con la terra. Ora il cibo si cuocerà grazie al calore dei sassi, che resterà per lungo tempo imprigionato all’interno di quella specie di forno primitivo.

Ci vuole tutto il giorno prima che il cibo sia pronto e durante questo tempo nessuno, tranne qualche bambino, mangia alcunché. Quando è quasi il tramonto gli uomini cominciano a scoperchiare piano piano la catasta che manda ancora qualche timida nuvoletta di fumo. Si tolgono i pezzi di maiale, i tuberi e finalmente appaiono i pacchetti di foglie di banana con all’interno i tanto attesi lap lap. Le foglie sono oramai marroni e carbonizzate, ma una volta aperte il cibo all’interno sembra sodo e sugoso. Le donne dispongono queste specie di torte su foglie di banano fresche e cominciano a tagliarle in pezzi. Si deve distribuire qualcosa a tutti: per prime ci sono le levatrici che hanno fatto nascere il bambino, poi le donne che hanno aiutato a preparare, poi i parenti, i padrini del bambino, via via fino all’ultima delle 123 anime che abitano a Port Resolution.

E noi naturalmente che siamo gli ospiti di riguardo, abbiamo il nostro lap lap personale, quello che Naomi si è preoccupata di insaporire con il sale. L’aspetto è invitante, una specie di budino, con una crosticina dorata e croccante tutta intorno. E il gusto? Bhe quello e tutta un’altra cosa!

Gen 012002
 
Un vecchio alla deriva - Vanuatu

Un vecchio alla deriva – Vanuatu

Vecchio solitario

 Siamo arrivati a ridosso dell’isola che era tardi. Giusto il tempo di avvicinarsi cautamente alla costa, di gettare l’ancora, di assicurarsi che tenesse ed era già buio, con il profilo della montagna alto davanti a noi che si stagliava netto contro il cielo profondo, pieno di stelle e di vento. Nonostante fossimo sottovento, nonostante la montagna fosse piuttosto alta, una delle più alte delle Vanuatu, il vento in qualche modo riusciva a superarne la vetta e ci rotolava addosso in raffiche bizzarre e violentissime. Sotto le manate del vento le nostre drizze ululavano, gli alberi tremavano e le vibrazioni si trasmettevano allo scafo che tremava tutto, mettendoci addosso, ogni volta, un senso di disagio e di incertezza. Tra un rafficone e l’altro c’erano attimi di silenzio improvviso e totale, che forse per il contrasto esagerato col rumore del vento, parevano ancora più minacciosi. Per quello eravamo andati ad ancorare molto vicino a terra, avevamo appennellato una seconda ancora e, ogni tanto, la notte, uscivamo a controllare. E così, uscendo per uno dei controlli, verso le dieci di sera ci siamo accorti che l’unica altra barca ancorata come noi dietro l’isola, stava andando alla deriva. La sua lucina bianca di fonda, che prima era a fianco a noi, ora si era spostata dietro, verso il largo e oscillava sempre più, con l’aumentare delle onde, man mano che la barca si allontanava.

“Chi sa chi sono. Possibile che non si siano accorti? Andiamo ad aiutarli?” ci siamo chiesti. Si, aiutarli, ma come? Non potevamo certo togliere l’ancora e rincorrere nella notte una barca sconosciuta in mare aperto. E poi? quando li avessimo raggiunti? Come avremmo fatto ad aiutarli? E non potevamo neppure lasciare lì la barca e raggiungerli con il gommone. Le raffiche erano sempre pazzesche e il nostro gommone, con il suo quattro cavalli, faceva ridere confronto a quel vento.

“Dai, non ti preoccupare, si accorgeranno di essere alla deriva, accenderanno i motore e si riporteranno sotto”

Infatti qualche decina di minuti più tardi la lucina bianca parve animarsi. Cominciò con lo spostarsi lentamente verso destra,  poi dopo un pò, a sinistra, poi ancora a destra, e ogni volta diventava un tantino più luminosa.

“Che bravi”, ci siamo detti, “risalgono di bolina contro questo vento, senza usare il motore”. Lentamente si sono avvicinati e quando la lucina si è fermata a qualche centinaio di metri da noi ci siamo messi il cuore in pace e siamo tornati a dormire.

Un vecchio alla deriva - Vanuatu

Un vecchio alla deriva – Vanuatu

Ma alle due di notte la lucina era di nuovo in mezzo al mare, debole debole e lontana, e di lì a poco ricominciavano i suoi faticosi zig zag di ritorno, esattamente come prima. All’alba abbiamo scoperto che la barca era tornata di nuovo vicino a terra. Vicinissima però! Con il binocolo abbiamo visto lo scafo perso nell’acqua bassa, tra una moltitudine di scogli piatti che spuntavano tutto attorno e c’erano una miriade di figurine nere (tutti gli abitanti del villaggio, probabilmente)  che si davano per aiutare un unica figurina bianca a tirare, a spingere, a fare cose che non capivamo, per riportarla probabilmente in acqua fonda. Il tempo di mettere in mare il gommone e tutto era risolto. La barca sfortunata era di nuovo galleggiante, a un centinaio di metri dalla riva. Uno scafo bianco, di una decina di metri, in  vetroresina, con randa e fiocco avvolgibile. A bordo un solo uomo, molto vecchio, arzillo e sorridente. Ci ha invitati a salire e ha cominciato a raccontarci quello che era successo durante la notte e che i nostri occhi avevano già visto. Dell’ancora che arava, del fatto che se ne era accorto quando ormai era al largo, che non era riuscito ad accendere il motore ed era rientrato a vela, che aveva arato di nuovo, e che poi era andato troppo vicino a terra per ritrovarsi alla fine incastrato tra gli scogli, e che i locali a forza di braccia erano riusciti a tirarlo fuori.

“Ma come mai la vostra ancora tiene e la mia no?” ha chiesto, quasi come se parlasse da solo. Abbiamo scoperto che aveva un’ancora leggerissima, troppo leggera per quella barca, e che per giunta aveva solo una ventina di metri di catena. Con quel vento, su di un fondale di 8 metri, non c’era da stupirsi che non tenesse.

“Si ma non posso usare un’ancora più pesante, il salpaancore è rotto, devo salpare a mano a mano ed ho male alla schiena” Il vecchio era neozelandese. Erano anni che navigava da solo, ma negli ultimi tempi un po’ troppe cose avevano cominciato ad andargli storte: il motore si accendeva qualche volta si e qualche volta no, il frigorifero non funzionava più, l’impianto elettrico era malmesso e per ricaricare le batterie si serviva di un generatore portatile d’emergenza.  Il vecchietto però raccontava queste cose sorridendo, come fossero dettagli di poca importanza. Aveva gli occhi azzurri che guardavano lontano mentre diceva che nei giorni successivi avrebbe scalato l’isola fino ad arrivare in vetta della montagna, e che si sarebbe poi spostato con la barca fino sull’isola maggiore, quella di Santo, dove voleva fare delle immersioni in un sito subacqueo famoso. Mentre raccontava eravamo seduti in quadrato. L’interno della sua barca era invaso da un odore di marciune (il frigorifero rotto, forse) e da una  moltitudine di ragazzetti del villaggio che andavano qua e la, che curiosavano negli stipetti e mettevano le mani dappertutto, senza che lui ne sembrasse infastidito.

“Allora non hai bisogno di nulla?” gli abbiamo chiesto, un po’ ipocritamente, al momento di andarcene.

“No, grazie, adesso è tutto a posto” ha risposto.

Invece aveva bisogno e come. Era evidente che quell’uomo era davvero un po’ troppo vecchio per portare da solo una barca. Ma cosa avremmo potuto fare? Come avremmo potuto metterci a riparare il suo motore senza ricambi, senza conoscere il modello e senza saperlo fare? Avremmo dovuto tentare di riparargli il frigorifero? E per il salpaancore cosa potevamo fare? Eravamo persi, noi e lui,  in un’isola delle Vanuatu, uno dei posti più selvaggi del mondo. Ma il problema vero non era neanche questo. La verità è che quel vecchio si stava forse accingendo a varcare quel confine ignoto che attende tutti noi alla fine del cammino. Lui aveva deciso di attraversarlo sulla sua barca, da solo, in un luogo lontano. Sorridendo. E noi, che diritto vevamo di metterci in mezzo?

Così abbiamo deicso di proseguire, lui sulla sua rotta, noi sulla nostra.

Dopo due mesi, per radio, abbiamo sentito la segnalazione di una richiesta urgente di soccorso per una barca a vela neozelandese che aveva perso l’albero e andava alla deiva, a 400 miglia dalle Vanuatu. A bordo un solitario.

Gen 012002
 
Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

La spiaggia di Ambrin non cessa di riservarci sorprese! Dopo le pozze calde, la caccia al maiale selvatico, la raccolta delle uova di megapode, oggi la sorpresa viene dal mare!

Stavamo nuotando con la maschera intorno alla barca in cerca di qualcosa da fotografare. L’acqua è limpidissima tanto da poter distinguere le pietruzze che compongono il fondo nero a 5 metri di profondità.

All’improvviso alla mia sinistra ho scorto una macchia bianca, una cosa che stava scendendo dalla superficie ed è arrivata giù giù fino a distendersi sul fondale e incominciare a sondarlo lentamente con la punta del naso.

Un dugongo!!

Da quando siamo partiti dall’Italia abbiamo sempre cercato di incontrarne uno: in Mar Rosso, lungo la costa dell’Africa, in Tailandia, in Indonesia. C’era sempre qualcuno che ci diceva che si che ne aveva visti, che se ne vedevano spesso. Ma noi mai. Addirittura in Papua Nuova Guinea sulle bancarelle del mercato vendevano grasso di dugongo (o per lo meno così avevamo capito) ma mai una volta che ci fosse capitato di vederne uno, anche da lontano, quando vengono in superficie a respirare.

Il dugongo è un mammifero marino, della famiglia delle Sirenidi e viene anche chiamato vacca di mare o lamantino.

Sapevamo che alle Vanuatu ce ne erano. Addirittura a Port Resolution ce ne era uno stanziale nella baia, che gli abitanti del villaggio chiamavano da riva battendo le mani sull’acqua. Ma era morto qualche anno prima, e a noi era toccata solo la visione delle sue ossa composte in una specie di tomba sulla spiaggia!

Ma qui, invece lo abbiamo a pochi metri, inaspettatamente, all’improvviso.

Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

Piano piano nuotiamo nella sua direzione, muovendo pochissimo le pinne, fino ad arrivare esattamente sopra di lui. Ha una specie di proboscide sulla parte anteriore del muso con la quale sembra annusi il terreno, ma evidentemente bruca le piccole alghe che sono sul fondo inframmezzate ai ciottoli neri. Va avanti così per un po’ con due pesci pilota che gli stanno appiccicati ai fianchi e che si muovono all’unisono con il suo corpaccione lungo più di tre metri, nel quale gli anelli di grasso sono sottolineati dai movimenti dell’acqua.

Avanza sul nero di pochi centimetri per volta, provocando delle piccole nuvole di polvere ai lati della sua proboscide. Poi all’improvviso si da una spinta, si solleva in verticale e viene su, verso di noi, fino a incontrare la superficie dell’acqua e respirare. Dà un paio di boccate, con piccoli spruzzi, come un delfino. Restiamo immobili e indecisi sul da farsi, non osiamo nemmeno scattare una foto nel timore che il clik riveli la nostra presenza, o lo faccia spaventare. Tra l’altro affiora nella nostra mente un monito che ci aveva dato un pescatore a Port Rsolution:

“State attenti se vedete un dugongo in mare, perché combattono a testate” Ma non ci viene proprio di aver paura di quel ciccione con la ciccia un po’ tremolante, che dopo aver preso aria ed essere rimasto per poco in superficie prende nuovamente a scendere verso il fondo.

Di noi pare non essersi nemmeno accorto, forse siamo controluce, forse è cieco. Forse non gli importa assolutamente di noi!

Ci immergiamo ripetutamente per filmarlo e fotografarlo. Lui è sempre lì a brucare, con i pesci pilota al suo fianco, incurante di quello che gli succede intorno. Evidentemente questa è l’ora del pasto, e niente e nessuno gliela può guastare. Ogni tanto sale, prende aria e ridiscende spostandosi solo di pochi metri dal luogo iniziale.

Quando abbiamo filmato e fotografato tutto quello che c’era da riprendere, e dopo che abbiamo preso confidenza con quella forma chiara che tanto contrasta con la sabbia vulcanica del fondo, decido che è il momento di diventare più intimi. Così, mi porto sopra di lui e piano piano scendo sul fondo, fino ad arrivargli accanto e vedere nitidamente le alghe che spariscono nella sua proboscide. Poi allungo la mano e gli do una carezza. Tocco una massa vellutata, tremolante, come se fosse tutta piena d’acqua. Lui si irrigidisce e fa un impercettibile scarto. Impaurita torno subito su, in tempo per vederlo girare, guardarsi in torno e poi allontanarsi nuotando sul fondo a una velocità sorprendente e inaspettata per la sua massa. Cerchiamo di seguirlo, ma quasi subito perdiamo di vista la sua sagoma bianca e il fondo sotto di noi torna un’unica distesa di nero.

Gen 012002
 
L'ultimo villaggio - Yakel

L’ultimo villaggio – Yakel

I bambini che ci corrono incontro quando scendiamo dal pick up che da più di due ore ci sta sballottando sulle sue panche di legno, sono tutti nudi. E fino a qui non c’è n  ente di strano. Ma quando ci prendono per mano e ci trascinano dai loro padri che sono seduti ai piedi di un enorme bagnano, ci accorgiamo che anche loro sono nudi. E questo è un po’ meno normale.

Quasi improvvisamente dopo l’ennesima curva nella boscaglia, ci siamo ritrovati nel villaggio di Yakel. L’unico qui sull’isola di Tana, e in tutte le Vanuatu, dove si vive ancora seguendo i dettami dell’antica tradizione. Si segue quello che viene chiamato il custum, cioè le usanze e le regole di vita che vigevano sulle isole prima dell’arrivo dei bianchi.

La gente di Yakel non manda i bambini a scuola, si cura esclusivamente con la medicina tradizionale fatta di erbe e di decotti, si ciba solo di cibi che si può procurare da sola e usa dei semplici vestiti di paglia: per le donne delle gonne lunghe fino ai piedi e per gli uomini il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una piccola porzione, una spanna sotto l’ombelico, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci.

I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa.

Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al  suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il namba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello.

L'ultimo villaggio - Yakel

L’ultimo villaggio – Yakel

Con l’aiuto di  un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”,   ci spiega.

Ci  conducono in un nakamal che non abbiamo mai visto e lì troviamo tutti i maschi del villaggio, un’ottantina, dai bambini di sette anni, ai vecchi dall’età indefinibile, che si sono radunati per noi. Tutti  indossano il namba,  alcuni hanno ornamenti di paglia intorno al capo, alla vita, o intorno al tronco.

Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano mai stati nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

Gen 012002
 
Port Resolution - Port Resolution

Port Resolution – Port Resolution

Port Resolution, quest’unica insenatura in tutta la costa di Tana deve il suo nome alla nave del Capitano Cook, che per primo ancorò qui nel 1774.

E anche noi, come lui, gettiamo l’ancora in questa stretta caletta, tutta fasciata di verde e dominata sulla destra dalla vetta del vulcano Yasur. In verità non si vede proprio la cima del vulcano, ma la nuvola di polvere nera che erutta in continuazione. Buon per noi che il vento la porta dalla parte opposta!

Scendiamo a terra e lasciamo il gommone su una spiaggia nera come il carbone e ci arrampichiamo per una specie di sentiero tra le radici di alberi enormi. Dopo poco arriviamo in un prato verdissimo, a sbalzo sull’acqua sottostante una decina di metri e tutto incorniciato di capanne di paglia elegantissime. Non c’è anima viva. Al centro una specie di tettoia, sotto la quale ci sono tavolacci di legno con le panche e una serie di bandiere diverse. Sul fondo una bacheca con la scritta: Port Resolution Yacht Club. Questa poi!

La vista sulla baia, sul vulcano di fronte e su tutta la spiaggia nera con il verde alle spalle è meravigliosa, ma non riusciamo assolutamente a capire dove sia la gente.

Ma mentre ci stiamo ancora riprendendo dalla sorpresa della scritta Yacht Club, arriva un ragazzotto magro con le spalle però da giocatore di Rugby.

“Benvenuti a Port Resolution, io sono Willy, il commodoro dello Yacht Club”

Willy, come tutti gli abitanti delle Vanuatu, un tempo condominio franco-britannico, sa parlare sia inglese che francese. Ci spiega che Yacht Club è il nome dato a quel luogo, che non è altro che un piccolo albergo dove alle volte si ferma qualche turista un po’ intraprendente che viene fino a Tanna per vedere il vulcano Yasur.

“Quando c’è qualche ospite una donna del villaggio si occupa di cucinare e se anche voi volete mangiare qua basta dirglielo”

Per ora la cosa non ci interessa, ma vorremmo invece sapere dove è il villaggio. Willy ci fa strada lungo un largo sentiero all’ombra di alberi di mango. Il fondo della strada è ripulita dalle foglie e sui lati ci sono cespugli di fiori color carnicino a forma di campanule che sprigionano un odore dolcissimo. Camminiamo per un po’, fino a quando alla nostra destra non appare un edificio bianco con il tetto di lamiera rosso.

“Questa è la scuola, il villaggio è subito dietro”

Infatti dopo un po’ cominciamo a scorgere capanne costruite con legno e paglia e con il tetto di foglie di palma intrecciate. Ci sono alberi e cespugli di fiori, frotte di bambini seminudi, maialini che razzolano e donne che chiacchierano e ridono tra loro sedute per terra fuori dalle capanne.

Port Resolution - Port Resolution

Port Resolution – Port Resolution

Il villaggio è disposto a corona, intorno a un grosso spiazzo centrale ricoperto di erba, dove i ragazzi stanno giocando a pallone e le ragazze più discoste giocano a pallavolo. Siamo nel tardo pomeriggio, il giorno sta volgendo al termine e tutti si rilassano un po’ prima della cena. C’è un’atmosfera che comunica un gran senso di pace e di serenità. Avrei voglia di sedermi fuori da una di quelle capanne e mettermi a chiacchierare con quelle donne che intrecciano ceste e lavano i bambini piccoli nelle tinozze di alluminio.

Willy si dirige verso un gruppo di capanne e lì conosciamo il capo: Zuberi. E’ un ragazzo giovane, più giovane di Willy, avrà forse 25 anni.

Ci spiega che è capo da poco, suo padre è morto da pochi mesi e i vecchi del villaggio hanno scelto lui tra tutti i suoi fratelli per sostituirlo.

“Io ero alla capitale a studiare all’università, e sono tornato per prendermi cura della mia gente”

Mentre lui parla, nelle capanne vicine le donne della sua famiglia, le sorelle e le cognate, stanno badando a stuoli di bambini con il moccio al naso e con i denti bianchissimi. Sono tutti eccitati dalla nostra presenza e non appena possono, ci si affollano intorno, ripetendo la solita cantilena:

“Hallo, how are you, what is your name”

Mi siedo vicino a tre ragazze: Noemi, Marion e Caroline, che stanno intrecciando delle stuoie.

Un’altra sta grattando del cocco seduta su uno sgabello di legno che termina su un pezzo di ferro acuminato e un’altra ancora mi regala una papaia.

“Se ti piace te ne do anche domani, qui ce ne sono tante. Se vuoi qualcos’altro abbiamo patate dolci, manioca, poi nel giardino abbiamo anche altre cose, se vuoi vieni con noi quando ci andiamo, domani o magari dopodomani. Quanto tempo vi fermate?”

Non sappiamo ancora quanto fermarci, siamo appena arrivati e non abbiamo assolutamente pensato ancora a un programma, ma certo Tana promette tante cose interessanti, il vulcano per esempio.

E poi questo villaggio è un piccolo paradiso e ci si sta benissimo.

Dopo un po’ passa un gruppo di uomini che si stanno dirigendo, ci dice Willy, nel nakamal, un luogo riservato alla parte maschile del villaggio dove la sera ci si ritrova per bere la kava. Una bevanda con un leggero effetto soporifero che viene bevuta in tutto il Pacifico.

“Però qui a Tana la kava è tabù per le donne” si affretta ad aggiungere Willy

“Non ti preoccupare” mi dice subito Caroline” vedrai tra qualche giorno inviteranno anche Carlo ad andare con loro, così tu stai qua e ti facciamo compagnia noi”

Penso proprio che ci fermeremo per un bel po’.

Gen 012002
 
Un rito antico - Kava

Un rito antico – Kava

Il ragazzo mastica da molti minuti. La poltiglia scura che gira nella sua bocca appare e scompare tra i denti che per contrasto sembrano bianchissimi.  Lui mastica, altri, scelgono le radici e le ripuliscono dal terriccio con rapidi colpi del macete, altri ancora sputacchiano e fanno cupi versi con la gola, mentre i vecchi non fanno nulla e si occupano tutt’al più di mantenere vivo il fuoco al centro del nakamal. Vedo tutto questo attraverso l’oculare della mia telecamera, mentre filmo da media distanza, con aria indifferente, muovendo spesso la camera senza mai indugiare troppo a lungo su una singola persona. Cerco così di apparire indifferente, di filmare come per caso, senza troppa convinzione. In realtà tengo moltissimo a queste immagini. Questo che sto filmando è un rito incredibile, antico, che un tempo era diffuso in tutto il Pacifico occidentale e che ora sopravvive solo qui, sull’isola di Tanna, la più remota delle Vanuatu meridionali.

E’ il tramonto e siamo nel nakamal, lo spiazzo sacro che sorge all’esterno di ogni villaggio. Da una parte dello spiazzo c’è un enorme baniano frondoso dai mille tronchi, più in là una capannuccia e tutto intorno la giungla fitta. Il nakamal è un luogo tabù. Le donne non possono venirci, e non possono neppure guardarlo da lontano e anche gli stranieri non potrebbero metterci piede, e tanto meno fotografare. Per me è stata fatta un’eccezione. Dopo due mesi che siamo ospiti più o meno fissi del villaggio, dopo che per settimane abbiamo filmato la vita delle famiglie, dopo che abbiamo girato insieme metà dei sentieri dell’isola e dopo che Lizzi ha curato metà dei bambini del villaggio dalle piaghe purulente provocate dal ring worm, quando ieri mi sono presentato a Willy con due fasci di kava e gli ho detto

“Tra poco partiamo, ho comperato la kava per berla assieme prima di partire”, non se la sono sentita di dirmi di no. Così eccomi qua, pronto a bere la kava, come se fossi anch’io uno della tribù.

La kava è un arbusto che cresce in tutte le isole del Pacifico. Un cespuglio basso dalle foglie grandi e carnose e con i rami nodosi. Nelle foglie e soprattutto nelle radici c’è una sostanza psicotropa che ha infiniti effetti medicinali. E’ analgesica, calmante, digestiva etante altre cose. Questo lo ha scoperto la scienza moderna da qualche decina di anni. Quel che le popolazioni del Pacifico invece hanno scoperto da molte centinaia di anni, è che se si masticano pazientemente le radici e si mette il bolo ottenuto in infusione con l’acqua, si ottiene una bevanda magica, che fa star bene chi la beve, che fa dimenticare i contrasti, le privazioni e persino la fame, e che accomuna tutti quelli che la bevono, assieme in un grande abbraccio pacificatore. Così la kava è diventata una bevanda rituale che si consuma cerimoniosamente in tutti i territori della parte occidentale dell’oceano. Alle Vanuatu l’uso della kava è forse ancora più diffuso che altrove e le cerimonie sono più intime e raccolte. Il consumo in genere è limitato agli uomini del villaggio che tutte le sere, prima del tramonto, si appartano nel nakamal a preparare la bevanda. Dato che quel che si utilizza sono le radici, prima di passare alla masticazione bisogna ripulirle dal terriccio grattandole a una a una con la lama del machete e rifinendo la pulizia con la fibra del cocco, usata a mò di spugna. La tradizione, per questa operazione, impone di non usare l’acqua così le radici non sono mai veramente pulite, ma non importa. Quando sono più o meno libere dal terriccio comincia la masticazione. Ci vogliono buoni denti per trasformare in bolo chili e chili di radici fibrose e, siccome i denti migliori appartengono agli adolescenti, che in teoria non potrebbero ancora bere la kava, la tradizione dice che i giovani, pur non essendo autorizzati a bere la cava, possono tuttavia essere ammessi nel nakamal a biascicare le radici per conto del padre, o dello zio, o di un cugino più grande. Quando tutto è stato finemente sminuzzato e la bocca è piena di bolo marroncino, si sputa su una foglia, si prendono nuove radici e si ricomincia. Nel nakamal ci sono vari gruppetti che corrispondono più o meno alle diverse famiglie, ma non necessariamente. Possono essere gruppi di amici, o di parenti in linea trasversale. All’interno di ogni gruppo il bolo di tutti viene raccolto su un’unica foglia e darà origine alla bevanda che tutti berranno. Io non so dire a che gruppo appartengo. Mi muovo a caso, tra un capannello e l’altro. Osservo quelli che grattano, quelli che puliscono, quelli che biascicano. Chissà quanti tabù infrango inconsapevolmente ogni volta che mi muovo, ma i miei ospiti mi guardano, chi più, chi meno, sorridendo. Vedo un ragazzo che nei giorni scorsi era venuto con la canoa a venderci del pesce. Ci era sembrato un po’ subnormale. Anche lui come tutti  mastica le radici e lo fa sbavando un po’ e perdendo di tanto in tanto pezzetti di bolo verdastro. Spero di non far parte del suo gruppo. Intanto arriva Stanley, uno dei figli del capo, e mi porge un pezzetto di radice molto ben pulito. Esito, solo un momento. Perchè no? Me lo caccio in bocca e comincio a masticare con aria indifferente, conscio che tutti quanti nel nakamal mi stanno tenendo d’occhio.

Un rito antico - Kava

Un rito antico – Kava

Il sapore è terribile. Non è un sapore, è un fendente alle mucose, che si contraggono e si raggrinzano sotto l’aggressione della sostanza concentrata che fuoriesce dalla radice. Boccheggio, ma non posso sputare. Continuo a masticare, solo un po’ più velocemente, ricordandomi che non devo deglutire (è uno dei tabù più importanti) e appena mi sembra che la poltiglia sia minuta a sufficienza da dimostrare la mia buona volontà, ecco, sputo sulla foglia che mi mettono davanti. Un altro pezzo? Stanley me lo porge con un sorriso bonario e sornione. No grazie, basta, e ricomincio a guardarmi in giro.

Negli altri gruppi qualcuno ha già cominciato a filtrare. Il bolo viene alloggiato nel filtro naturale formato dal tegumento a fibre incrociate dell’infruttescenza della palma, si versa sopra dell’acqua, si strizza e il contenuto scola in una mezza noce di cocco. Quando è piena si beve. Il primo a bere è un anziano. Raccoglie la sua ciotola, si porta lontano dagli altri fino al margine del nakamal e beve lentamente, dando le spalle al gruppo e guardando fisso la foresta, ma tutto d’un fiato.

Nel frattempo un’altra ciotola è riempita, e un’altro si avvia, poi una terza e così via. Mi accorgo che nessuno parla più. La luce è diminuita. La foresta sembra avvolta da una nebbiolina bluastra. Gli unici suoni sono i monconi di frasi che ognuno emette parlando verso il bosco quando ha vuotato la propria ciotola.

“Cosa dicono” chiedo a Willy sottovoce.

“Parlano con gli spiriti” risponde, guardandosi le punte dei piedi.

“E cosa dicono?”

“Chiedono le cose che vogliono. Anche tu, se vuoi puoi chiedere” e intanto mi porge una ciotola piena fino all’orlo. Metto giù la telecamera che fino a quel momento avevo continuato ad azionare. Prendo la ciotola piena fino all’orlo di un liquido chiaro e lattiginoso e mi avvio. Mi ritrovo a fissare gli alberi centenari che mi avvolgono mentre lentamente appoggio le labbra al bordo umido e ineguale della ciotola, poi ingollo, come ho visto fare a loro senza smettere mai, finchè non è vuota. Il sapore, stavolta, è meno cattivo del previsto. Amarognolo, forse acido, con un lontano sapore di liquirizia e una consistenza un po’ terrosa. Vorrei parlare anch’io con gli spiriti, ma non li vedo. Torno nel gruppo e mi metto seduto senza più filmare. Il nakamal è immerso nel silenzio. I gesti degli uomini sono come ovattati, senza più rumori.  La gente va e viene con le ciotole piene e le ciotole vuote, il fumo del fuoco sale azzurro verso il cielo viola e la foresta attorno a noi è sempre più alta e cupa. Le uniche parole che si sentono distintamente sono le strane frasi che tutti lanciano ai propri spiriti. Sento intanto che la bevanda comincia a fare effetto e provo un vago ma evidente intorbidirsi dei sensi. Arriva uno che non conosco, da un altro gruppo, e mi porge la sua ciotola piena. Vedo Willy che scuote la testa, ma ormai ho afferrato la ciotola. Mi alzo, raggiungo il bordo e bevo, senza più fatica.

Torno al centro e mi siedo su di un tronco. Stavolta Willy, il capo, Stanley, mi sono tutti intorno. Adesso devi mangiare, mi dicono. Hanno portato del cibo apposta per me. Capisco che sono un po’ preoccupati e che si stanno prendendo cura di me. Mi trovo davanti degli involti con banane fritte, pezzetti di laplap, verdure annegate nel latte bianco del cocco. Mangio lentamente, con la testa un po’ confusa. Tutto mi sembra buonissimo, e il mio stomaco è felice di diluire quella cosa troppo antica con cui l’ho riempito. Dopo qualche minuto, parlando sottovoce, come fanno tutti, mi congedo.

“Ciao Willy, ciao Stanley, grazie”

“Ciao Carlo, thank to you”

Cerco nell’ombra la traccia del sentiero che porta fin su nel villaggio dove ardono i fuochi delle capanne e poi giù fino alla spiaggia, fino al dinghy e alla barca. Le mie gambe procedono a fatica. La mente è lucida ma c’è qualche cosa di inceppato nel meccanismo di comando e devo concentrarmi per camminare in linea retta. Quando arrivo a bordo faccio fatica a parlare.

“Com’è è andata?” chiede Lizzi? le luci del quadrato mi sembrano violentissime

“Bene, bello, belle immagini, ma adesso non posso parlare”.

Per 10 ore sono rimasto in cuccetta immobile.

Gen 152000
 
Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Uno degli obiettivi del nostro spingerci così lontano fino alla estrema punta occidentale dell’Irian Jaya era quello di filmare gli ultimi mangiatori di sago, e forse, finalmente, siamo vicini al nostro obiettivo. Da quando abbiamo lasciato la cittadina di Sorong e cominciato a navigare lungo le coste di Batanta e Waigeo non abbiamo incontrato più nessuno. Nelle baie dove ci siamo fermati, siamo stati circondati solo da natura incontaminata, senza villaggi, senza abitazioni, senza nessuno. Solo ogni tanto, in lontananza, abbiamo visto delle canoe, che procedevano a volte a remi, a volte sotto velette improvvisate verso chissà dove.

Oggi ci siamo fermati a ridosso di un’isoletta tonda che la carta chiama Bombedari, incastrata in una ampia baia dell’isola di Waigeo. Bomberai e’  coperta di palme e di vegetazione. Abbiamo impiegato mezzora a percorrerne il perimetro. A terra non abbiamo trovato nessuno ma sulla spiaggia ci sono gusci di molte conchiglie rotte, segno che qualcuno di tanto in tanto viene a raccogliere i cocchi e si ciba dei molluschi che raccoglie nell’acqua bassa del reef tutto attorno.

Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Poi siamo scesi sulla costa di Waigeo, l’isola principale,  nel punto dove dalla barca col binocolo avevamo notato una nicchia nella foresta che altrimenti, ovunque, arrivava fin sul mare. E finalmente abbiamo trovato i segni della presenza di uomini: due capanne di frasche disabitate ma in buono stato, un guscio di tartaruga appeso ad un albero e un mucchietto di tuberi enormi, tutti sporchi di terra,  ma evidentemente pronti per essere cucinati. C’era un sentiero che entrava sotto gli alberi. L’abbiamo imboccato piuttosto incerti. Finchè si tratta di navigare, di passare da un’isola all’altra o anche di attraversare grandi bracci di mare non siamo mai in difficoltà. La nostra barca è solida e noi sappiamo come si fa. Ma camminare nella jungla è un’altra cosa e fa impressione. Si sentono suoni, canti e stridii. Ci saranno animali? Serpenti? Insetti pericolosi? E gli abitanti non si sentiranno insultati a vederci invadere il loro territorio senza chiedere permesso? Siamo finiti in una radura soffocata dalla vegetazione con il fondo viscido che scendeva in pendenza verso una zona acquitrinosa. Ne è valsa la pena: l’aria era satura di umidità e di zanzare, ma a terra al confine tra il terreno solido e l’acquitrino, c’era un tronco abbattuto e scavato per metà. L’abbiamo riconosciuto perchè l’albero del sago è inconfondibile, e tutto attorno ne abbiamo riconosciuti altri, enormi che crescevano ai limiti dell’acquitrino.

Il sago è una di palma. Ha il tronco più largo di quello delle palme da cocco e le foglie molto più lunge. La sua particolarità è costituita dal fatto che nel tronco c’è una grande quantità di amido. E dal tronco delle palme, con un procedimento complicato che non abbiamo mai visto dal vero, i papuasici ricavano una pasta di amido che costituisce il loro alimento principale.

Siamo ritornati a bordo. Domani torneremo a cercare gli abitanti. Con noi abbiamo portato solo uno dei tuberi, il più piccolo, così, per assaggiarlo, contando che non se ne accorgano, o nel caso che se ne accorgano, che non si offendano.