Mar d'africa

Capitolo 19: L'isola degli uccelli

Il gommone si impenna e solleva la poppa. Poi si traversa e solleva il fianco, mettendo un tubolare in basso e uno in alto, quasi verticale, con la massa schiumante dell'acqua che spinge da dietro. Non faccio a tempo a sollevare il motore e nemmeno a spegnerlo. Per un momento vedo l'immagine di Lizzi, sull'altro tubolare, che si lancia all'indietro, per tentare di riequilibrarlo, mentre mi sento volare in un mezzo inconsistente, fatto di aria, di acqua e di schiuma. Un attimo dopo sento la sabbia sfregarmi le gambe e il corpo. Il mio braccio destro è ancora aggrappato al gommone che mi grava addosso con tutto il suo peso, mentre l'altro braccio è puntato sulla sabbia, sotto il corpo, nel tentativo di trovare qualcosa di solido per interrompere la corsa. 
La sabbia sulla quale mi ritrovo è immacolata. La spiaggia sale con una pendenza leggera fino alla base del terrapieno rialzato, fatto di antichi coralli erosi dal sole, che costituisce il corpo di quest'isola piccolissima. Le onde che mi hanno scaraventato qui sono quelle del monsone. In mare aperto sono onde normali, ondulazioni regolari separate da grandi avvallamenti, forse solo un po' più forti, per via dei temporali che ci sono stati nei giorni scorsi. Ma a poca distanza dall'isola le onde si gonfiano cambiano aspetto e carattere. Quella che prima era una duna gentile, a pochi metri da riva si trasforma in una muraglia verticale. Si alza, avanza per qualche attimo in equilibrio instabile e crolla sulla spiaggia, trasformandosi in un cuneo orizzontale che spazza la riva in tutta la sua larghezza, fino alla base delle rocce. 
E' una di queste che ci ha catapultato a riva. E adesso ci trascina di nuovo in mare, con la forza del riflusso di qualche tonnellata d'acqua. Lizzi dall'altra parte del gommone, aggrappata al suo tubolare urla, ma non capisco le parole. Schiacciati sotto la pressione di un torrente d'acqua, con i piedi e i gomiti che sprofondano nella sabbia cerchiamo di non perdere terreno, di resistere, e di restare aggrappati alla terra. Perdiamo un metro. Forse due. 
"Dai, tira, prima che arrivi la prossima. Dobbiamo portarlo più in alto"
Ma il gommone pieno d'acqua è pesantissimo. Il serbatoio del fuoribordo galleggia, insieme con i sacchi stagni che contengono le attrezzature da ripresa. Il motore, ancora acceso, sputacchia disperato, con l'elica che frulla alternativamente l'aria e la sabbia. Arriva l'onda successiva e ci trascina due metri più su, noi e il gommone.
"Adesso, tienilo" urlo, e con le nostre forze riunite stavolta riusciamo a puntellarci e ad opporci alla risacca. Un'altra onda. Guadagnamo un altro metro. Ormai siamo in alto e mi affretto a spegnere il motore e a svuotare il gommone dall'acqua a manate, per alleggerirlo e portarlo ancora più su, al sicuro, mentre cerco di allontanare il pensiero di come faremo poi a rimetterlo in acqua, e tornare alla barca.

L'isola si chiama Latham. Poco più di uno scoglio, 80 miglia a Sud Est di Zanzibar. A vederla sulla carta, sola in mezzo all'oceano, circondata da un bassofondo esteso una decina di miglia in tutte le direzioni, sembrava promettere acqua pulita e tanto pesce. E dopo un mese passato sulla costa della Tanzania, a galleggiare nell'acqua verdastra del canale di mare compreso tra la terraferma e l'isola di Zanzibar, e a stare in guardia contro ladri e visitatori indesiderati, il pensiero di qualche giorno dietro un'isola disabitata era una gran consolazione.
Ma appena usciti dal mare riparato, quando è stata ora di puntare in direzione di Latham, il monsone è girato ad Est. Una direzione inusuale, poco probabile in questa stagione. Un capriccio della natura, che però per noi voleva dire vento contrario, e una navigazione impegnativa di bolina stretta. 
Stiamo a pensarci un po' su. Quando non si naviga da tanto tempo la barca diventa disordinata. Cime e cose sparse sul ponte. Vele legate come capita. Il quadrato ingombro di libri, oggetti e cose varie tutte pronte a cadere al minimo sbandamento. Siamo stati tentati di lasciar perdere e di ripiegare verso sud, per una navigazione molto più comoda, col vento in poppa, in direzione dell'isola di Mafia, che era poi la nostra meta definitiva. Tanto più che il vento era rinforzato e l'andatura di bolina avrebbe comportato un forte sbandamento, ondate sul ponte, cambi di vela e altre amenità di questo genere.
"E se l'isola fosse bella?" E' un dilemma che si presenta ogni volta che si deve decidere la rotta. Ogni volta che si vede una terra verrebbe voglia di fermarsi. Ogni volta che si decide di passare oltre si resta col dubbio di aver perso qualche cosa di prezioso. Ma le isole sono infinite, la nostra vita dura poco e il nostro viaggio ancora meno.
Alla fine però decidiamo di tentare. 
Ore 18.00. Lizzi disinnesta il timone automatico e si mette alla ruota del timone. Io comincio a riordinare il ponte e a regolare le vele. Una dopo l'altra metto a segno la randa di maestra, la randa di trinchetta, il fiocco di trinchetta e lo yankee 1. Mezzora per tesare le drizze, regolare le scotte, fissare bene il gommone sul ponte, raccogliere le cime, fissare l'ancora a prua, eccetera. Alla fine la barca è a posto, e io mi sento più tranquillo, mentre guardo il ponte sgombro, lucido per gli spruzzi. L'acqua scorre cantando veloce lungo lo scafo, la prua si avventa contro i frangenti e le vele, perfettamente a segno, si stagliano contro il cielo ormai scuro della sera. 
Facciamo rotta per 150°. Per Latham sarebbe 130°, ma siamo controvento e questo è il meglio che riusciamo a fare. Pazienza, vuol dire che faremo dei bordi. 
Presto la Barca Pulita cammina nella notte. Schiacciato in cuccetta, con il telo che mi trattiene dall'essere catapultato fuori, vedo la schiuma delle onde più grosse che sbatte sui finestrini della tuga, e poi scende e scompare sul ponte da dove se ne torna in mare con un gorgoglio rassicurante. Lizzi, seduta al tavolo da carteggio, legge il suo libro, e ogni tanto dà un'occhiata fuori. 
Più tardi il vento aumenta, ma cambia direzione e gira leggermente verso Nord. Usciamo a dare un'occhiata. La barca guidata dal timone a vento, ha seguito il vento, e ora naviga per Nord Est. Si è messa da sola sulla rotta per Latham. Le onde però ci prendono di prua, scoppiando sul ponte e sulle vele. Torrenti improvvisi d'acqua tiepida spazzano la barca da prua a poppa. Rientriamo alla svelta, al calduccio, ciascuno nella sua cuccetta. 
"Carlo, Carlo". 
E' passata forse un'ora e mi sveglio di soprassalto. La voce di Lizzi è allarmata. Mi fiondo dalla cuccetta, mezzo addormentato, inciampando nella scaletta. 
"Il fiocco, il fiocco."
Nel buio della notte senza luna, la tela di prua si vede appena: un fantasma biancastro, sfumato e svolazzante che sbatte e schiocca, disperatamente. Impiego qualche secondo a rendermi conto del disastro: la vela è stracciata, col triangolo di scotta in acqua, trascinato dalla cima e il resto della vela libero, che sbatte nel vento. 
"Ammaina, ammaina, io recupero".
Raccogliamo sul ponte i brandelli della vela ripiegandoli alla meno peggio e serrandoli alla battagliola. Ora, col buio, non possiamo fare niente altro. Domani col sole asciugheremo tutto e verificheremo i danni. Senza una parola issiamo lo Yankee 2, che è più piccolo, più forte, e che soprattutto è tagliato più alto, e non soffre per le ondate. Fa male al cuore pensare alla vela sfondata. Se solo l'avessimo cambiata dieci minuti prima. 
"Ma no, la tela era solo troppo vecchia", mi consolo e tento così di mettere a tacere la coscienza e di non pensare a quanto costa una vela nuova.
Rimettiamo in rotta. Nel cielo pulito e profondo la croce del Sud, sorta da poco, brilla appena a destra della prua. Sembra quasi che voglia consolarci dei nostri guai. La via lattea, piena di stelle lucenti si tuffa in mare al giardinetto.
E al mattino Latham compare con la prima luce, quella che precede l'alba. E' una lingua di terra dorata, piatta, e sormontata da milioni di puntolini neri. Subito dopo, contemporaneamente ai primi raggi di sole, arriva l'odore acre e intenso degli escrementi d'uccello. Ecco cos'erano i puntolini neri. Ammainiamo due vele e navighiamo piano, nell'acqua blu chiazzata di macchie chiare, che lascia intravedere la sabbia e i coralli del fondo, 15 metri più in basso. Invece che puntare dritti verso l'isola scendiamo a Sud, fino quasi a sorpassarla, e poi la accostiamo puntando per Nord Est, per non avere il sole negli occhi nel momento critico in cui dovremo avvicinarci il più possibile alla terra per poter ancorare. 
Nel cielo del mattino enormi stormi d'uccelli si sono alzati in volo formando strane macchie nere che si condensano e si dissolvono come nuvolette instabili, o come irreali volute di fumo. Il mare però è mosso. Anche se ci troviamo a ridosso dell'isola sul lato sottovento, la terra non sembra voler fornire alcun riparo e le onde ci investono un po' da tutte le direzioni. Forse l'isola è troppo piccola, e le onde riescono a girarle intorno, o forse arrivano dall'oceano da più direzioni. 
"Ancoriamo ugualmente?"
"Io dico di si, possiamo tentare"
"Sei sicuro?"
Ma i manuali di navigazione non spiegano come si deve fare ad ancorare in mezzo alle onde. Parlano sempre di baie, di ridossi, di porti. Qua invece è come se fossimo in mare aperto, anzi, lo siamo, perchè Latham, ora che siamo vicini, è proprio solo uno scoglio perso in mezzo all'oceano. 
Alla fine abbiamo gettato l'ancora a qualche centinaio di metri dalla riva, anche se la barca si agitava, rollava e si impennava, peggio che se fossimo stati ancora in navigazione. L'acqua sotto di noi, in compenso, era di cristallo. Riuscivo persino a scorgere l'immagine della nostra ancora, a 15 metri di profondità, con un branco di pescetti azzurri che si era lanciato a becchettare la sabbia del fondo dove questa era stata mossa dal vomere. 
Abbiamo messo in mare il gommone, tra le onde, con qualche acrobazia e lo abbiamo caricato con l'ancorotto, i remi, la sagola e poi i sacchi con le telecamere, il cavalletto, le macchine fotografiche.
"Ma come faremo a sbarcare con questo mare?"
"Non lo so. Cominciamo ad avvicinarci e poi vedremo". 
Ci siamo avvicinati. L'acqua è rimasta profonda fino a poche decine di metri dalla spiaggia bianca dove i frangenti si rincorrevano e scoppiavano verso l'alto. Li vedevamo da dietro. Nel momento in cui si alzavano le creste diventavano piramidi vetrose, attraverso le quali, come dal vetro di un bicchiere, si intravedeva la spiaggia. 
"Proviamo?" 
Cercavo di ricordarmi come facevano i polinesiani che sbarcavano aspettando la sequenza giusta dei frangenti, contando le onde: due, tre, ...cinque, ....sette....e via, si lanciavano a capofitto, dopo quella più grossa. 
"Proviamo!"
Ci siamo lanciati anche noi, come i polinesiani, dopo un'onda maestosa, che sembra promettere qualche secondo di calma. Motore al massimo. La spiaggia si avvicinava. L'acqua cambiava colore. Il fondo si innalzava. Lizzi a prua era pronta a saltare mentre io, a poppa, ero pronto a sollevare il motore, perchè il gambo non urtasse contro la sabbia. Mancava solo qualche metro, questione di uno o due secondi.....
Il resto lo sapete già. Quello che non sapete invece e che è difficile raccontare con le parole, è la meraviglia di un lembo di terra ricoperto interamente d'uccelli, di uova, di piccoli appena nati, di femmine che covano, di adulti che rigurgitano il pesce perchè i piccoli lo possano mangiare. 
Camminiamo inebetiti, vagando stupiti, frastornati, sotto un sole a 90°, in un mondo che non ci appartiene. Milioni di uccelli si alzano in volo, gracchianti, a mulinarci sulla testa e a bombardarci di escrementi in una assordante protesta corale. Atri milioni restano a terra, perchè ancora non sanno volare, ci starnazzano addosso e ci guardano inquieti. I piccoli nati da poco sono coperti di lanugine morbida, come quella dei pelouche, che vibra delicatamente nel vento. I meno piccoli tentano goffamente di allontanarsi, usando le ali immature come fossero stampelle. Le madri proteggono col ventre grosse uova chiazzate di nero e di grigio. 
Mi avvicino a una grossa sula. Che strano, non scappa. Si alza sulle zampe, come se volesse sembrare più grande, fa uno strano movimento con il collo, e rigurgita ai miei piedi un pesce mezzo digerito. E' un meccanismo di difesa, probabilmente. C'è sempre la possibilità che il nemico si accontenti del pesce e lascia stare il rigurgitatore. Noi non siamo nemici e ci allontaniamo, lasciando in pace la sula, che si riappropria del suo pesce. 
Da un uovo provvisoriamente abbandonato sulla sabbia arriva un pigolio debolissimo. C'è un pulcino che sta per nascere e due lievi crepe nel guscio indicano il punto dove il becco ha cominciato a farsi strada.
Passa mezzora. Passa un'ora. Gli animali si abituano alla nostra presenza. Atterrano, si avvicinano, non badano più a noi. Lizzi sdraiata sul tereno soffice fotografa a ripetizione una sula che cova due uova enormi. Io filmo con due telecamere. 
Intanto il gommone, sulla riva, si asciuga al sole, aspettando che noi troviamo il modo e il coraggio di rimetterlo in acqua, mentre a duecento metri la Barca Pulita ci aspetta a sua volta, rollando terribilmente.