Capitolo 12: 

La barca non c'è più

Il temporale ci sorprende mentre stiamo rientrando. Con il gommone eravamo andati alla ricerca di un'altra barca a vela che
una canoa di passaggio ci aveva segnalato dietro l'isoletta di
Lurka, a mezzo miglio da noi. Di fatto la barca c'era, ma per lo
meno un paio di miglia al di là di Lurka e dopo averne oltrepassate altre tre. 
Sono due svizzeri, Peter e Rose, in giro da 6 anni. Ci incontriamo in questo posto remoto, in fondo alle Salomon ma conoscono la nostra barca. Hanno infatti preparato la loro, ad Aprilia Marittima, dove il Vecchietto, con un altro nome, era rimasto dalla nascita fino all'anno prima che lo comprassimo.
Peter colleziona cipree e le ricerca, le cataloga e le archivia, con la meticolosità di un professore di scienze naturali svizzero tedesco, cosa che in effetti è. Rose fabbrica orecchini con conchiglie e coralli, impreziositi da fili d'oro e d'argento. Per ammirare quello che hanno raccolto e messo da parte in sei anni ci vorrebbero due settimane. Noi abbiamo pochi minuti: siamo partiti tardi e non sapevamo che fossero così lontani.
Ce ne andiamo alle cinque e mezzo. Il tramonto è alle sei e poi viene subito buio. A metà strada comincia il temporale. La cortina d'acqua è così fitta da non lasciar intravedere il mare al di là della prua del gommone, che pure è lungo appena tre metri. Dura una ventina di minuti, lasciandoci fradici ed infreddoliti nel buio. Per fortuna siamo già all'altezza dell'isola al di là della quale c'è la nostra barca, ancorata nel
canale tra questa e una più piccola che è solo una striscia di sabbia, tante palme e una capanna, fuori dalla quale stamattina giocavano dei bambini.
Doppiamo l'isola e puntiamo verso il Vecchietto, seguendo il riferimento che avevamo preso prima di partire. Non lo troviamo. 
"Abbiamo sbagliato qualcosa, riproviamo". Non c'è. 
"Impossibile, avremo sbagliato il riferimento". Ritorniamo vicino all'isola nel punto dove lo avevamo preso e ricominciamo da capo. E' buio pesto ma il profilo di Lurka si distingue, nero contro il cielo nero. Riprendiamo a setacciare il mare. Dopo un'ora il Vecchietto non è ancora comparso. Tutto quello che abbiamo addosso sono un costume e un pareo, fradici per giunta. Siamo intirizziti e per la schiena cola un sudore gelato. 
"Cosa è successo? Ha mollato l'ancora?". 
"Non è possibile! E' una CQR da 45 libre!" 
Eravamo andati a Londra a comperarla, insieme a una quantità di altre cose che in Italia non si trovano, o costano il doppio. 
Avevamo riservato per questi acquisti un lungo ponte di Sant'Ambrogio, ma poi il ponte si era ridotto a soli tre giorni. 
Partiti da Milano un martedì mattina in macchina, eravamo arrivati a Calais a mezzanotte in tempo per prendere al volo l'ultimo traghetto della manica. Un paio d'ore di riposo su poltrone scomodissime ed alle tre di notte eravamo alla periferia di Londra affamati e incerti sulla strada da prendere per arrivare a casa di Simi, che ci avrebbe ospitato. 
L'unico locale aperto era un chiosco che vendeva Shish Kebab, e
quando chiedemmo al proprietario due panini e la strada, furono 
più le parole emesse in arabo che quelle in inglese. Arrivammo
finalmente a destinazione tirando Simi giù dal letto. Tre ore di
sonno e poi tutta la giornata in cerca di materiali: fornello a
kerosene, asta dell'uomo a mare, sestante, segnalatore EPIRB,
cinture di sicurezza, Nautical Almanac, proiettore alogeno,
solcometro a elichetta e una montagna di altre quisquiglie tra le
quali un set di pronto soccorso dentale! 
La sera, aspettando Simi fuori da Harrods trasformato in un
gigantesco pacco di natale luminoso, ci comprammo anche un
Monopoli da viaggio, un pò di libri e, quasi per caso, un South
Pacific Handbook, che risulterà uno dei testi più consultati a
bordo. Simi aveva organizzato la cena in un ristorante indiano, dove, non so se per via della poca luce o che cosa, mi addormentai sul piatto.
La mattina dopo, giovedì, altra levataccia per procurarci i distillatori solari e ritirare, per l'appunto, la CQR. A mezzogiorno imboccammo la strada per Dover. Attraversammo la Francia coperta di bianco e di gelo e quando alle 4 di mattina uscimmo dal tunnel del Monte Bianco nel pieno di una bufera di neve ed accostammo al gabbiotto del doganiere, questi ci fece un segno eloquente di continuare: "Per carità, non fatemi uscire con questo freddo". 
Appena il tempo di arrivare a Milano, fare una doccia, mettersi
in ghingheri e andare in ufficio e poi la sera, era ormai venerdì, partire per Bocca di Magra dove c'è la barca da preparare.
Questa più o meno era stata la nostra vita negli ultimi mesi a
Milano, o meglio in Italia; da Ottobre a Giugno avevamo lavorato 4 giorni la settimana in cantiere e durante gli altri 3 giorni a Milano continuavamo la nostra attività professionale e preparavamo la parte teorica del viaggio. In questa situazione e con questi ritmi non c'è da stupirsi quando, controllando gli acquisti londinesi ci accorgemmo che l'ancora era da 35 e non da 45 libre. 
Per fortuna il negozio di Londra aveva una filiale a Gibilterra e ricordo ancora ora la fatica che feci per trasportare dalla barca al negozio 35 libre e dal negozio alla barca 45, attraversando quasi tutta la Rocca, sotto un sole a picco, aiutandomi con un carrellino tascabile che funzionerà a meraviglia con le Samsonite, ma piegava in continuazione le ruote sotto il peso dell'ancora.
No, la nostra ancora non può avere mollato. Ha tenuto in situazioni peggiori e qui non c'è neanche un po' di vento. 
"Si sarà sfilato uno dei grilli della catena", dice Carlo. 
"Ma no, li ho controllati non più di una settimana fa nel porto
di Honiara. Sono frenati con il filo d'acciaio". 
"Ce l'hanno rubata!". 
"E come?". 
D'accordo che da quando siamo partiti non è mai più stata
chiusa a chiave, ma come hanno fatto a mettere in moto il motore, a trovare il bottone giusto da schiacciare che tra l'altro si inceppa due volte su tre. E poi chi? "Certamente non gli abitanti della laguna". 
Deve essere proprio andata alla deriva. Non capisco più niente.
Non riesco più a pensare, a ragionare. Per prima cosa mi viene in mente, non so perchè come evitare che la notizia arrivi a Milano. Non mi rendo neanche conto che dato il posto in cui ci troviamo sarà già tanto se qualcuno si accorgerà di noi, infreddoliti, seminudi e senza più nè casa nè documenti nè denaro.
Carlo cerca di essere razionale: "Non può essere che sia uscita
in mare aperto. Questa laguna è circondata da una doppia corona di reef con le entrate sfasate. Nella migliore delle ipotesi si è fermata contro una delle isole; non si dovrebbe danneggiare molto e domani, con la luce, potremo ritrovarla. Nella peggiore delle ipotesi ha imboccato una delle uscite dalla laguna e potrebbe essere ora a sbattere sul corallo. Per lo meno con la luce dovremmo ritrovare il "relitto" e recuperare quello che c'è dentro. Poi si vedrà". 
Mi rifiuto di pensarci.
Siamo sbigottiti. Esce ogni tanto qualche: "Ma forse...",
"Se...", "Impossibile...".
All'improvviso, sulla più piccola delle due isole, si accende
una luce, un fuoco. Ci lanciamo in quella direzione senza capire più niente e spezzando il perno dell'elica del fuoribordo sul corallo che circonda l'isoletta. Smontiamo e percorriamo gli ultimi metri tirandoci dietro il gommone e tagliandoci i piedi sulla roccia. Un uomo e una donna ci vengono incontro con delle torce di cocco in mano. Per noi in quel momento sono tutto, amici, genere umano, casa: "Non troviamo più la nostra barca", li aggrediamo, e subito ci sentiamo piccoli e miseri. Capiscono poco l'inglese e ci guardano perplessi. 
"E' lì la vostra barca, da quella parte". "Cosa? Dove?". 
Ci indicano una zona buia e nera. Senza neanche dire grazie ribalziamo sul gommone e ci avviamo, a remi, verso la zona indicata, sbattiamo contro altre rocce e non vediamo niente. 
Loro, sempre con le torce accese, cominciano a percorrere il perimetro dell'isola per indicarci la direzione. A un certo punto si fermano: "Eccola, in fondo, la vedete?", gridano dalla riva.
Non vediamo niente ma remiamo furiosamente in quella direzione.
Eppure lo scafo del Vecchietto è bianco e dovrebbe mandare qualche barlume. D'un tratto il miracolo: un puntino luminoso, forse un fuoco su un'isola lontana, scompare per un attimo e poi ricompare. E' il Vecchietto che, esattamente dove lo avevamo lasciato, a non più di 50 metri da noi, si è spostato di poco coprendo per un attimo il puntino lontano. L'oscurità ci aveva fatto perdere l'orientamento ed i nostri occhi alogenodipendenti non erano in grado di vedere la barca neanche passandole a 50 metri.
Le ultime remate ci fanno quasi planare e balziamo sulla nostra barca, che non ci è mai sembrata così bella, così accogliente e così sicura. Siamo presi da risa convulse e nervose e passiamo in rassegna tutte le situazioni che ognuno di noi si era prospettato e che non aveva espresso a pieno per non preoccupare ulteriormente l'altro.
Il mattino dopo non senza una punta di vergogna scendiamo a
terra per ringraziare chi ci aveva fatto luce nella notte.
"Questa torcia e per voi".
E' un gran tesoro in un posto come questo. Uno dei ragazzi si tuffa, prende fiato un paio di volte, si reimmerge e ritorna con due aragoste che caccia con noncuranza nel secchio sul nostro dinghy. E tutti, come sempre, ridono.