Avevamo in programma di arrivare fino a Yamdena. Ci siamo fermati subito dietro l’isoletta di Selaru, distaccata da Yamdena solo da un canale largo mezzo miglio. Abbiamo ancorato al centro di un grande baia di acqua poco profonda che finisce in uno spiaggione grigio, orlato di palme e da cespugli verdi.
Abbiamo fatto un timido tentativo di scendere a terra, ma c’è ancora molto vento, sulla spiaggia frange un’ondina che rende torbida l’acqua e noi, stanchi e sprovvisti di una carta dettagliata abbiamo ancorato troppo lontano da riva, per sentirci sufficientemente tranquilli di restare a terra a lungo e andare ad esplorare l’isola.
Abbiamo incontrato due pescatori, o per lo meno si sono dichiarati tali, dato che stavano semplicemente camminando sulla spiaggia. Per prima cosa ci hanno chiesto se fossimo cristiani o mussulmani. Loro sono cristiani e ad Ambon, la capitale delle Molucche, pare stiano succedendo tutt’ora dei disordini tra le due fazioni. Ci hanno offerto dei cocchi giovani da bere, e noi abbiamo ricambiato con fette di pane.
Da due giorni il cielo è quasi sempre coperto e con il vento fa anche freddo. Per cui noi passiamo la maggior parte del tempo in barca a mettere a posto le magagne della traversata e a riposarci.
Ieri sera ci è capitata una cosa strana. Poco prima del tramonto il vento era diminuito, così abbiamo cominciato ad organizzarci per riparare la randa di maestra che si è strappata durante la traversata. L’abbiamo disinfierita dall’albero, appoggiata in pozzetto, abbiamo avvicinato i bordi strappati, incollato delle toppe sopra gli stappi da entrambe le facce della vela per rinforzare il tessuto. Il passo successivo era quello di cucire le toppe per chiudere del tutto le ferite della nostra randa attempata. Per fare questo però bisogna prima praticare dei fori con un punteruolo, per definire i punti dove fare entrare l’ago. Mentre eravamo a questo stadio della lavorazione, con la vela appoggiata sopra una piccola assicella, cercando di immobilizzarla il più possibile e con martello e punteruolo in resta, abbiamo sentito il rumore di un motore. Era una canoa di legno, lunga non più di quattro metri, e dove alloggiavano 4 o 5 persone. Uno di questi si esprimeva bene in inglese. Cosa molto insolita da queste parti. Ci hanno salutato e prima che ce ne rendessimo conto quello che parlava inglese era già salito in barca. Cominciava ormai a fare scuro e la cosa era poco simpatica. Gli abbiamo detto che non potevamo avere gente a bordo per la sera, che l’indomani saremmo scesi noi a terra o che comunque poteva venirci a trovare.
“Domani è domenica, noi abbiamo la funzione. Noi siamo cristiani, siete cristiani anche voi vero?” e ce lo ha chiesto due o tre volte prima di decidersi a scendere e a ripartire. Ci siamo rimessi a lavorare, mentre la canoa andava alla deriva pian piano dietro la nostra poppa, Sentivamo gridare, ma il vento si portava via le loro parole. Dopo un po’, mentre eravamo immersi nei nostri fori abbiamo sentito una voce vicina: uno degli uomini della canoa era venuto a nuoto a dirci che il loro motore non partiva! A questo punto ci siamo sentiti in dovere di intervenire:
“Io vado con il gommone, tu accendi la luce di fonda”
E Carlo si è allontanato verso il mare aperto con il suo passeggero, in direzione della canoa, che oramai non si vedeva quasi più.
E’ passata più di un’ora senza che succedesse niente.
Mi venivano i dubbi più atroci.
“E se ci avessero fatto tutte queste domande sulla religione come un tranello? E se avessero usato la scusa del motore che non partiva solo per attirare Carlo lontano dalla barca dividere noi e le nostre forze? E se? E se.......”
Con il binocolo cercavo di intravedere qualcosa verso poppa, ma era solo tutto nero. Ad un certo punto la canoa, con il suo motore scoppiettante mi è sfilata sottobordo.
“Grazie, grazie e buona domenica. Ci vediamo domani” mi ha gridato il tizio in inglese.
Ma Carlo dov’è?
Carlo è arrivato dopo un quarto d’ora:
“Niente di grave. Il motore non partiva e non erano in grado di ancorare. Li ho obbligati ad ancorare con la nostra cima e poi abbiamo guardato il motore. Dopo un po’ di tentativi mi è venuto in mente di guardare la benzina, erano a secco completo. Gliene ho dato un o’ò della nostra!”
Con una barchetta così, in 5 più due bambini al buio, così lontano da riva e senza benzina per rientrare contro vento e contro corrente, senza il motore non ce l’avrebbero mai fatta, sarebbero finiti in mare aperto fuori dalla baia, avrebbero incontrato il vento e le onde che avevamo noi fino all’altro giorno, la canoa si sarebbe traversata all’onda e riempita d’acqua ad ogni frangente. E probabilmente hanno rischiato tutto questo solo spinti dalla curiosità nei nostri confronti e per venire a fare un po’ di conversazione con noi in inglese!
E io che pensavo avessero delle cattive intenzioni!!! |