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Barca Pulita - La storia di oggi

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Sorong

Irian Jaya

 

Abbiamo optato per l’entrata ufficiale in Indonesia, non si sa mai, e per farlo, cioè per farci timbrare i passaporti, per farci rilasciare il permesso di navigare nelle acque indonesiane, e per farci fare il controllo doganale, abbiamo scelto il porto di Sorong. E’ una cittadina sorta negli anni 60 sulla scia della scoperta di giacimenti di petrolio nel mare circostante e dello sfruttamento del legname. Ma poi, esauritosi in gran parte il petrolio, le trivellazioni non sono più state proseguite e la città ha perso l’importanza che aveva all’inizio. Per arrivare a Sorong abbiamo navigato per due notti e un giorno lungo una costa verdissima. La vegetazione cade dalle montagne fino al mare in un susseguirsi di insenature e di calanchi. Unica interruzione fra tanto verde la cittadina di Fakfak che si arrampica su per la pendice della montagna. Da lontano, con il cannocchiale abbiamo visto una nave militare attraccata alla banchina. Ci siamo tenuti lontani, navigando, in quel tratto, all’esterno della catena di isole che fronteggiano la costa. All’alba del secondo giorno eravamo all’ingresso di un canale largo mezzo chilometro che porta a Sorong. Le rive erano tutte ricoperte di mangrovie e il canale stesso è punteggiato di isolotti verdi e di reef segnalati da boe incerte e un pochino ambigue. Comunque alla fine, dopo un po’ di ore di navigazione siamo arrivati a destinazione. Il porto praticamente non esiste. E’ una rada ampia, con delle isolette che fanno da frangiflutti. Ci sono decine di vecchi moli scassati e arrugginiti, pontili si legno con barche da pesca e rimorchiatori. A un pontile all’estremità nord è attraccata una nave militare. Ci accorgiamo che è militare perchè porta un grosso 65 stampato su entrambe le fiancate. Per il resto il grigio originale è completamente trasformato in ruggine con colate più o meno intense e con pezzi di lamiera che pendono da tutte le parti. Secondo il portolano in prossimità della zona dove è attraccata la nave militare, ci sarebbe il posto più adatto per l’ancoraggio con un fondale di sabbia sui 10 metri. Ma quando ci avviciniamo ci accorgiamo che a terra c’è un intero plotone sull’attenti che sta per essere passato in rassegna da qualche pezzo grosso vestito in abiti civili. I militari che invece sono rimasti a bordo della nave, e sono tantissimi, tutti stipati sotto coperta, si portano dalla parte dove passa la nostra barca, guardando incuriositi e tentando qualche timido saluto. Non ci piace tanto la vicinanza con queste persone, dopotutto sono armati, non si può mai sapere. Dalla parte opposta della rada, verso sud, ci sono delle barche di legno con un bilanciere su entrambi i lati. Sono barche che abbiamo visto spesso in Indonesia, di solito vengono utilizzate per pescare i totani, I pescatori escono al tramonto, accendono delle lampade a cherosene che appendono a balzo fuori dalla barca e in questo modo attraggono i totani. La mattina seguente rientrano al villaggio con i graticci sopra i bilancieri ricoperti di totani messi a seccare. Lì l’acqua è più profonda e il fondale è di fango e cattivo tenitore. Abbiamo buttato due ancore e 60 metri di catena, ma almeno i nostri vicini sono tranquilli pescatori disarmati. Per scendere a terra abbiamo lasciato il gommone attraccato ad un pontile di legno affidandolo a uno dei pescatori. Il pontile era una lunga passerella semidiroccata ai lati della quale sorge un quartiere di palafitte di legno. Ogni palafitta ha una veranda e una porta sul retro, un piccolo recinto riparato che evidentemente è il bagno e la zona cucina riparata da una semplice tettoia. Quando siamo scesi era bassa marea, e sotto le palafitte e sotto il pontile si vedeva una melma verdognola e viscida, ricoperta di ogni tipo di spazzatura e di porcheria. “Certo che la vista dal balcone di casa non è delle migliori!” “Lascia perdere. Pensa piuttosto a domani, quando dovremo tirare su la nostra catena cosa ci sarà attaccato!” La processione tra i vari uffici è stata veloce, l’unico problema che l’immigrazione, la capitaneria di porto e la dogana sono ai tre poli opposti della città. Così abbiamo fatto la spola tra l’uno e l’altro servendoci di pulmini pubblici stipati all’inverosimile e dove la musica viene sempre tenuta a volume da discoteca. Alla sera tutte le nostre pratiche erano già risolte, e stanotte ce ne siamo venuti via con destinazione l’isola di Batanta e 15 miglia, dove contiamo di arrivare tra poco. Oggi 17 Agosto, in Indonesia si celebra la festa dell’indipendenza. Il 17 Agosto del 1947 infatti gli olandesi se ne andarono. Con l’aria secessionista che tira in questo periodo in Irian Jaya, e con la presenza della nave militare, non abbiamo voglia di essere in un centro abitato proprio il giorno della festa dell’Indipendenza. A Batanta non vive nessuno, a parte forse qualche pescatore di passaggio, e non dovremmo correre nessun rischio.
 
 
 
 
 

La Storia di oggi:

Dugongo

Ambrin


La spiaggia di Ambrin non cessa di riservarci sorprese! Dopo le pozze calde, la caccia al maiale selvatico, la raccolta delle uova di megapode, oggi la sorpresa viene dal mare! Stavamo nuotando con la maschera intorno alla barca in cerca di qualcosa da fotografare. L’acqua è limpidissima tanto da poter distinguere le pietruzze che compongono il fondo nero a 5 metri di profondità. All’improvviso alla mia sinistra ho scorto una macchia bianca, una cosa che stava scendendo dalla superficie ed è arrivata giù giù fino a distendersi sul fondale e incominciare a sondarlo lentamente con la punta del naso. Un dugongo!! Da quando siamo partiti dall’Italia abbiamo sempre cercato di incontrarne uno: in Mar Rosso, lungo la costa dell’Africa, in Tailandia, in Indonesia. C’era sempre qualcuno che ci diceva che si che ne aveva visti, che se ne vedevano spesso. Ma noi mai. Addirittura in Papua Nuova Guinea sulle bancarelle del mercato vendevano grasso di dugongo (o per lo meno così avevamo capito) ... [Continua ...]