Abbiamo appena lasciato un luogo chiamato Kaprus, gli amici che ci eravamo fatti, le rive con le colline verdi e il mare trasparente e tiepido. L'abbiamo fatto a malincuore. Ogni giorno ci chiedevano "brancat?" partite? e noi "no, no, disini" che nel nostro indonesiano maccheronico si traduce più o meno con: "no, restiamo qui".
In realtà ci spiaceva partire e siccome a loro spiaceva più che a noi non ci decidevamo mai ne a dirlo ne a farlo. Alla fine abbiamo tirato su l’ancora senza nemmeno annunciarlo, e siamo passati con la barca davanti alle case, suonando la campana e la tromba, con tutti che salutavano e i bambini che nuotavano fino al limite del reef per venire più vicino.
Ora siamo ad Auri, un'arcipelago composto da una mezza dozzina di isolette piccole, circondate da barriera corallina e disposte come una corona. Su ogni isola un villaggetto e in ogni villaggetto qualche canoa. Le prime che ci sono venute sottobordo erano disegnate con i colori della bandiera della Papua indipendente e la prima cosa che ci hanno tenuto a dire i loro occupanti è stata
“Saya Papua, tidah Indonesia": Sono un papua, non un indonesiano
La visita a terra, ai villaggetti, per ora è stata l’unica nostra attività, dato che una pioggia che va e viene da due giorni in continuazione, ci impedisce altri diversivi. Tutte le capanne, di legno e di frasche hanno una veranda sopraelevata, dove ci sediamo a chiaccherare con gli abitanti.
Immancabilmente ci offrono cocchi da bere, qualche volta il te, ma sempre, ahime, la papeda, il piatto nazionale dei Papua, quel loro budino di sagu che alla vista sembra una colla per manifesti e all’olfatto fa pensare a qualche cosa di organico lasciato a fermentare al caldo. Loro ne trangugiano enormi bocconi che arrotolano rapidamente su una coppia di bacchette di legno, come quelle che usano in cina.
Una volta dico che non ho fame, un’altra che sono alergica, ma con così tanta insistenza un paio di bocconi mi tocca ingollarli. E non è per niente piacevole!
Stamattina per cercare di evitare un ulteriore assaggio ho chiesto come si cucina.
"Sagu, air....chiukup": Sago e acqua, basta.
Certo il gusto acidulo e insipido non lascia pensare che dentro ci possa essere qualcos'altro, ma come si fa a ottenere questa roba.
"Mau hliat apa, bole?”: Voglio vedere come si cucina, è possibile?
Li ho invitati a nozze!!
Tutti orgogliosi si sono messi a parlottare fra di loro e poi ci hanno portato in una cucina, sul fondo di una palafitta. Il locale era buio e in un angolo c’era un focolaio di legno.
Una donna lo ha ravvivato e ci ha posto sopra un pentolone pieno di acqua.
Poi, in una specie di catino nero, ha cominciato a stemperare con l’acqua i grumi giallastri di farina di sagu che estraeva da una specie di cesto di paglia. Nell'acqua i blocchi di grumi si sono sciolti come per incanto ed ha ottenuto un liquido color caffelatte che ha rimestato per un pò con una spatola di legno e poi ha sondato con una specie di setaccio per eliminarne le impurità.
Quando l’acqua sul fuoco ha cominciato a bollire la signora ha preso a rovesciarne mestolate nella farina di sagu. Come mestolo un contenitore di plastica con il manico, dello stesso tipo di quelli che nei mandi indonesiani vengono usati per butare l'acua nella toilette. L’oggetto in questione che un tempo forse era bianco o giallo ora era di un bejolino non meglio identificato tutto sporco di nero.
Nella cucina faceva caldo. Mi chiedevo quanto tempo avrebbe dovuto continuare a rimestare (in fondo per fare la polenta ci vogliono 40 minuti) quando di colpo, come per magia, il liquido color caffelatte ha cambiato colore, è diventato grigio e si è rassodato. Ancora quattro colpi di spatola e l'intruglio era pronto: una gelatina grigiastra che sembra proprio una colla da tapezzieri. La donna me l’ha messa sotto il naso.
"Majkan panas, enak". Mangiala adesso che è calda, è buona.
No grazie mi è già bastata fredda! |