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Barca Pulita - La storia di oggi

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Una notte di tempesta

Lat.11° 44' Sud Long. 130° 03' Est

 

Il vento è arrivato a metà del mio turno, intorno alla mezzanotte. Era leggero. Ho issato le due rande e il fiocco. La trinchetta no, mi sono detto, tanto è notte e con poco vento la trinchetta non serve a niente. L'ho lasciata sul ponte e sono tornato in pozzetto, a dormicchiare, guardandomi intorno di tanto in tanto. Ho scorto le luci di una nave. Dieci minuti e si vedevano già i due fanali bianchi quasi allineati, e la luce rossa, segno che stava venendo nella nostra direzione. Ho poggiato al massimo per tentare di togliermi dalla sua rotta. In teoria tra una barca a vela e una nave è sempre la vela ad avere la precedenza. Ma le luci di una barca a vela sono piccole e basse sull'acqua. E di notte, con le onde, si vedono poco. "Lizzi, svegliati, vieni fuori, mi sa che dobbiamo strambare" Su una barca a quattro vele la strambata è una manovra complicata, ma noi la conosciamo a memoria. L'abbiamo fatta migliaia di volte. Anche se è notte e non c'è la luna e anche se siamo mezzo addormentati, le mani trovano da sole le corde giuste: togliamo le ritenute dalle rande, tiriamo al centro la randa piccola, prepariamo la scotta di sopravvento del fiocco bene in chiaro perchè al momento giusto non si impigli da qualche parte, e poi comincia la manovra vera a propria: "Pronta?" "Pronta!" Le vele passano di colpo, la randa schiocca, il fiocco sbatte, e la Barca Pulita dolcemente cambia rotta. Meno male, perchè la nave, nel frattempo è diventata enorme, e ci sfila di fianco, con le luci sfavillanti nel nero della notte. Ora però dobbiamo strambare di nuovo, perchè se continuassimo così, con le mura a sinistra, punteremmo direttamente verso la parte sud dell'isola di Bathrust, che è li, nel buio, da qualche parte, a Nord del punto dove siamo. Prima, per precauzione, prendiamo una mano di terzaroli alla randa piccola, perchè il vento sembra in aumento. La manovra richiede altri dieci minuti, e quando abbiamo finito col randino decidiamo di prendere la seconda mano di terzaroli anche alla randa di maestra. E dopo la randa di maestra ammainiamo lo yankee che è troppo grande per il vento che c'è, e issiamo la trinchetta, che è piccola e fatta di tela robusta, in grado di resistere ai peggiori venti. La barca con le vele rimpicciolite è alleggerita da tutti gli sforzi inutili e continua a correre scappando dal vento che sembra aumentare di minuto in minuto. Strambiamo finalmente, e ci portiamo di nuovo sulla rotta che ci farà passare al largo di capo Forcroy, la punta sud occidentale di Bathrust. "Adesso per un paio d'ore possiamo stare tranquilli". Riposiamo un'ora a testa. Mentre uno resta in cuccetta a dormire l'altro resta fuori di guardia e ogni tanto scende in quadrato a controllare la rotta sugli strumenti elettronici. Lo schermo luminoso del GPS illumina con una luce fredda e fioca l'interno della nostra barca che non è più pulito e ordinato come quando siamo partiti. Il rollio continua ad aumentare. Ci sono oggetti che sono caduti dalle cuccette e rotolano sul pavimento. C'è dell'acqua che è entrata dagli oblò mal chiusi e che ha bagnato le cuccette. Le carte che avevo consultato prima di partire sono franate dal tavolo al pavimento. E per finire in bagno una confezione di Cif chiusa male si è rovesciata cospargendo il lavandino le pareti e il pagliolo di una crema bianca e densa che emana un assurdo odore di pulito. Noi siamo stanchi. A dir la verità siamo partiti impreparati e questo vento che continua ad aumentare ci ha colti alla sprovvista. Non se ne parla neppure di mettere in ordine. Dobbiamo risparmiare le energie e limitarci all'essenziale. Torno fuori, a guardarmi attorno. Non ci sono più navi nè luci. La notte è senza luna ma le onde si vedono ugualmente e le creste frangenti brillano di una incredibile luminescenza interiore. Qualcuna ogni tanto frange a bordo e ci lava da capo a piedi. Quanto sarà il vento? Boh, 30 nodi? 40 Nodi? Sulla nostra barca non c'è uno strumento che misuri il vento e noi continuiamo a valutarlo ad occhio come facevano i marinai di un tempo. Tanto poi, a cosa serve sapere quanti nodi sono? E' forte e basta. Passano due ore, e arriva il momento di strambare di nuovo, per tentare di portarci sottovento all'isola. Stavolta però è difficile, e ho un po' paura. Camminiamo a 10 nodi spinti da un vento fortissimo. Se continuassimo così, col vento in poppa, non sarebbe pericoloso, ma finiremmo in pieno oceano. Per avvicinarci di Bathrust e cercare un riparo dobbiamo per forza manovrare. Decidiamo di ammainare anche del tutto la randa piccola e poi, rimasti con due sole vele, vele invece di strambare decidiamo di fare una virata passando con la prua al vento. E' una manovra più lunga ed ha il difetto di portarci con la prua al vento e di farci infradiciare dalle onde, ma è meno pericolosa e la portiamo a termine in venti minuti. Con sole due vele facciamo ancora otto nodi, a volte anche dieci. Arriva la luce livida dell'alba che mette in mostra un cielo bigio e nuvoloso e una lingua di terra bassa vagamente minacciosa. "Dai ancora 5 miglia" mi dico, "e poi le onde diminuiranno." La luce aumenta, la barca corre, e il vento è sempre fortissimo, ma ormai la terra ci ripara dalle onde. Impieghiamo due ore ad entrare in una nicchia lungo la linea di costa. Il sole che nel frattempo ha bucato le nuvole, illumina una lunga spiaggia pallida incorniciata da rocce rossastre, e più dietro, una specie di foresta di alberi d'alto fusto. Non si vede anima viva. Dietro la spiaggia bianca, da qualche parte, dovrebbero esserci gli aborigeni. Noi però siamo troppo stanchi e c'è troppo vento per mettere in mare il gommone. Caffè e pane tostato. Andiamo a dormire, anche se il giorno è appena cominciato. Tanto prima o poi il vento si dovrà decidere a diminuire. Ma perchè una tempesta deve sempre capitare di notte? Avevo da poco riguadagnato il tepore della mia cuccetta, quando Carlo è venuto a chiamarmi "Dobbiamo strambare c'è una nave che ci punta" Fuori tirava un bel vento e faceva anche freddo. Non c'erano stelle, niente luna, ma dopo un po’ l'occhio si abitua e ci si muove come se fosse giorno. La strambata è una manovra complicata con quattro vele come abbiamo noi, e può essere anche pericolosa. Il boma infatti passa violentemente da una parte all'altra della barca e sarebbe in grado di scaraventare in acqua una persona. Alleviamo la violenza della strambata recuperando quanta più scotta della randa possibile e lasciando al boma solo una piccola corsa. Una volta strambato e rimesso ogni cima a segno, abbiamo l'impressione che il vento sia aumentato. Prendiamo allora una mano di terzaroli alla randa piccola. Non ci mettiamo molto, è una manovra che abbiamo fatto migliaia di volte e al termine, rifacciamo la strambata. La nave ormai è evitata e dobbiamo rimetterci in rotta per non andare a sbattere contro l'isola di Bathurst. La strambata stavolta viene molto più violenta della prima, segno che il vento è aumentato. Decidiamo di ridurre anche la randa grossa. Per farlo bisogna mettersi con la prua al vento e di conseguenza contro le onde che hanno cominciato a farsi grosse. Il vento aumenta ulteriormente e mentre sono in punta di piedi a lavorare ai garrocci della randa, un'onda frangente mi investe in pieno. L'acqua è tiepida, ma non ci vuole molto perchè mi si geli addosso sotto l'azione del vento. Rimettiamo la barca in rotta, con la randa ridotta. Il vento è ancora aumentato. Le onde intorno sono tutte ricoperte di schiuma. Arrivano da dietro poderose, sollevano la poppa e la fanno planare in una distesa bianca e luccicante nonostante la notte buia. Riduciamo ulteriormente sia la randa grossa che quella piccola e tutte e due le volte dobbiamo mettere la barca con la prua al vento. Il vento in questo modo aumenta ulteriormente combinato com’è con la velocità della barca. Io mi sento la giacca della tuta gelata appiccicata addosso e ho le braccia che mi tremano per il freddo e la fatica. Le mani mi fanno male. Per troppi mesi sono state ferme a scrivere a macchina e sono troppo dolci a contatto delle cime da tirare, che bagnate sono ancora più dure. Un paio di ondate mi investono e riscaldano, ma solo per pochi secondi, i miei vestiti fradici. Ho gli occhiali pieni di sale e non ci vedo più. Decidiamo di ammainare anche lo yankee a prua e di lasciare solo la trinchetta, che è più piccola e più robusta. Mi ci devo sdraiare sopra per riuscire a legarlo e impedire che il vento lo sollevi dal ponte. La barca continua a galoppare. Il vento ora è così forte che non sentiamo le nostre voci. Dobbiamo gridarci nelle orecchie per decidere il da farsi. "Quanti nodo saranno?" "Non so 35 o 40" A bordo non abbiamo nessuno strumento per misurare la forza del vento, e certe volte penso sia meglio così. Scendo sottocoperta per dare un'occhiata alla carta e al GPS. Lo schermo colorato del GPS è l'unico punto luminoso all'interno della barca, intorno è un disastro. Un concerto di pentole, piatti e barattoli di tutti i tipi che si muovono all'interno dei loro armadietti, mi ricordano la fretta con la quale li abbiamo stivati. I libri che stavamo consultando durante il giorno sono caduti dalle cuccette e vagano per il pagliolo. Un oblò chiuso male ha permesso a dell'acqua di entrare e una cuccetta è tutta bagnata e dulcis in fundo una confezione di Cif chiusa male si è rovesciata in bagno cospargendo il lavandino, le pareti e il pagliolo di una crema bianca e densa che emana un assurdo odore di pulito. La barca rolla e scalpita. Il GPS dice che facciamo 10 nodi. Dormiamo un'ora a testa, poi finalmente doppiamo il capo Forkroy e intravediamo la possibilità di andare a fermarci in un posto riparato, se non dal vento, almeno dalle onde. Per farlo dobbiamo strambare un'altra volta. Prima però decidiamo di ammainare anche la randa piccola e di fare una virata passando dalla prua aiutandoci con il motore. Man mano che la prua della barca si mette contro vento, le onde cominciano a schiantarsi contro la fiancata e a spazzare il ponte. Sono investita in pieno da un frangente che si è abbattuto a pochi centimetri da me. Poi finalmente ci rimettiamo con il vento alle spalle e per una mezz'ora riprendiamo il galoppo verso terra. Come per incanto ad un certo momento le onde scompaiono. Siamo a ridosso di un reef. Il vento invece continua furioso come una mandria di cavalli. Il cielo è' già chiaro quando riusciamo ad ancorare su 6 metri di fondo. Il vento fischia ancora e fa sbattere qualsiasi cosa mobile ci sia sul ponte, ma noi non lo sentiamo più. Andiamo a dormire, tanto prima o poi mollerà.
 
 
 
 
 

La Storia di oggi:

Mare vuoto

Oceano Pacifico


Per tutta la notte la Barca Pulita ha camminato per conto suo. Di bolina, senza virare mai, senza mai perdere la rotta, piano piano, col rumore dolce e costante dello scafo che scivolava tra le onde e il ronzio discreto del generatore eolico che faceva il suo lavoro di ricaricare le batterie con l'energia del vento. Noi ce la siamo presa comoda, dormicchiando quasi tutto il tempo, e alzandoci solo di tanto in tanto a dare un'occhiata, tanto eravamo in mare aperto, senza traffico, senza isole, senza navi. Da oggi però dobbiamo stare attenti. La costa della Papua Nuova Guinea è ancora lontana ma stiamo per incontrare una catena di isolette e di atolli. Si chiamano isole Admiralty e non sappiamo molto di loro perché non sono prese in considerazione in nessuno dei libri di cui disponiamo. Anche le carte nautiche sono approssimative e c'è scritto di fare attenzione perché può capitare che la posizione reale di un'isola sia diversa da quella indicata sulla carta. Alle 10 avvistiamo Sumasuma ... [Continua ...]