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Guerra
Sri Lanka

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Eravamo venuti qui nello Sri Lanka, per rinnovare il bel ricordo di quando ci eravamo passati 10 anni fa.
Il porto di Galle lo ricordavamo come una culla calda e protetta, piena di altre barche come la nostra in giro per il mondo. A terra gente povera, ma gentile, che si faceva in quattro per aiutarci e per ricevere qualche soldo di ricompensa.
Purtroppo ora la situazione è diversa. La lotta civile, eterna, tra i Tamil e i Silonesi, si è inasprita. Sono state prese di mira anche strutture pubbliche e riservate ai turisti. Qui turisti non ne vengono quasi più. Per le strade non se ne vedono.
L’entrata del porto tutte le sere viene chiusa con una rete di ferro. Si vuole impedire che qualcuno entri e saboti qualcosa. Nella rada e lungo le banchine non c’è altra barca a vela oltre la nostra. Solo navi da guerra vecchie e rugginose.
Per tutto il giorno e per tutta la notte, ad intervalli irregolari, sott’acqua vengono fatte esplodere delle bombe. Si cerca per lo meno di far saltare i timpani a qualche attentatore che entri nel porto da sott’acqua. A terra, dove scendiamo con il gommone ci sono solo guardie e filo spinato. Gli abitanti di Galle non possono più avvicinarsi alle barche e agli occidentali. In paese tutto è silenzio, la gente cammina con lo sguardo fisso al suolo. Nessuno sorride. Ritroviamo alcuni amici di 10 anni fa: un carpentiere, il panettiere, l’autista. Tutti ci raccontano di una realtà difficile e pericolosa. Tutti vorrebbero andarsene, se solo avessero i soldi per farlo.
“Era il paese del latte e del miele, ora c’è solo fame e disperazione” sono le ultime parole del doganiere che ci scorta fuori dal porto. |
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La Storia di oggi:
Sago
Arcipelago di Auri

Abbiamo appena lasciato un luogo chiamato Kaprus, gli amici che ci eravamo fatti, le rive con le colline verdi e il mare trasparente e tiepido. L'abbiamo fatto a malincuore. Ogni giorno ci chiedevano "brancat?" partite? e noi "no, no, disini" che nel nostro indonesiano maccheronico si traduce più o meno con: "no, restiamo qui".
In realtà ci spiaceva partire e siccome a loro spiaceva più che a noi non ci decidevamo mai ne a dirlo ne a farlo. Alla fine abbiamo tirato su l’ancora senza nemmeno annunciarlo, e siamo passati con la barca davanti alle case, suonando la campana e la tromba, con tutti che salutavano e i bambini che nuotavano fino al limite del reef per venire più vicino.
Ora siamo ad Auri, un'arcipelago composto da una mezza dozzina di isolette piccole, circondate da barriera corallina e disposte come una corona. Su ogni isola un villaggetto e in ogni villaggetto qualche canoa. Le prime che ci sono venute sottobordo erano disegnate con i colori della bandiera della Papua ... [Continua ...] |
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