Da qualche giorno siamo ancorati qui alle isole Surin, 200 miglia a nord ovest di Puket in Tailandia.
Eravamo alla ricerca di uno degli ultimi gruppi di Moken, gli zingari del mare, e quando da lontano abbiamo scorto un loro accampamento, abbiamo puntato qui e siamo venuti a fermarci proprio di fronte a loro.
I Moken sono un antichissimo popolo nomade, che ha vissuto da secoli per i mari antistanti la Birmania, la Tailamdia e la Malesia. Vivono in are spostandosi su barche di legno e di paglia, sopra le quali sono allestite delle piccole capanne, con cucina, stuoie per dormire, e tutto quello che serve alla loro semplice vita.
SI muovono per mare grazie ai monsoni, seguendo le migrazioni dei pesci e delle tartarughe che sono la loro principale fonte di sostentamento. Poi nel periodo di calma tra i due monsoni i moken si fermano su qualche spiaggia, e costruiscono qualche palafitta precaria e approffittano della sosta per riparare le canoe e per guadagnare un po’ di soldi vendendo conchiglie o cestini di paglia intrecciati dalle donne.
Purtroppo però la loro vita diventa sempre più difficilee la loro sopravvivenza sempre più problematica.
La pesca indiscriminata e industrializzata operata dai giapponesi nel mare delle Andamane e nel golfo di Malacca, ha impoverito il mare e ha ridotto drasticamente la dieta dei moken. Inoltre lo sviluppo dei paesi e la costruzione indiscriminata sulle loro coste, ha fatto sì che ci siano sempre meno posti dove i moken possano andare a fermarsi nella stagione di riposo. Morale, ora sparsi nel mare delle Andamane sono rimaste solo poche centinaia di zingari del mare, per lo più malati o denutriti. Una vera tragedia, perché i moken tra l’altro non hanno tradizione scritte, ma solo orali, e una volta all’anno hanno il loro raduno, come i Rom in Camargue. E durante questa festa-raduno, che si protraeva per parecchi giorni, i vecchi di ogni gruppo erano soliti raccontare ai più giovani le storie del popolo aggiornandole ogni volta con gli avvenimenti più recenti.
Ora malati e denutriti, i moken non si radunano più e i bambini tra breve non saranno più in grado di conoscere la proprie origini.
Qui, nel piccolo villaggio delle Surin, ci sono una cinquantina di persone. Più della metà sono bambini, il resto donne e anziani. Gli uomini sono a pesca, tornano ogni tanto. C’è molta gente malata tra quella a terra. Le malattie sono da malnutrizione, sono feritem, sono infezioni. Noi distribuiamo un po’ di medicine e disinfettiamo piaghe. Ieri il capovillaggio, un vecchietto dall’età indefinibile, è arrivato con una ferita all’inguine. Un taglio profondo e largo un paio di centimetri. Durante la notte il fondo della sua palafitta ha ceduto è un pezzo di bambù, tagliente come una lama, gli si è piantato nella carne.
Una spanna più in su e gli avrebbe perforato l’intestino.
La capanna è vecchia, mi ha detto, ma quest’anno ripararla è stato impossibile. Non c’è bambù disponibile. Forse la prossima stagione riuscirà a farlo.
Le donne passano le giornate accovacciate su stuoie adagiate sulla sabbia. Si tolgono i pidocchi a vicenda oppure intrecciano piccoli cestini.
Gli unici vivaci sono i bambini. Giocano indisturbati sguazzando nell’acqua. Anche i più piccoli. Si può ben dire che per loro saper nuotare sia più importante che saper camminare. L’acqua pert loro è l’elemento primario, molti di loro sono nati su una barca e su una barca passeranno la maggior parte della loro vita.
Anche se forse purtroppo saranno l’ultima generazione di zingari del mare a poterlo fare. |