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Barca Pulita - La storia di oggi

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Uova di megapode

Vanuatu

 

La raccolta delle uova di megapode Siamo arrivati ieri qui, sulla costa occidentale dell’isola di Ambrin, alle Vanuatu. Un’isola nera, vulcanica, con al centro un vulcano attivo, lontano da qui un paio di giorni di cammino. Ci sono sulla spiaggia segni che testimoniano la sua presenza lontana. La spiaggia è nera come il carbone, e camminando sulla sabbia, il nero rimane attaccato alla pelle e ci vuole l’acqua e il sapone per mandarlo via. C’è odore di zolfo a terra, e su un lato della baia ci sono pozze d’acqua calda e dolce, alimentate da sottoterra. La temperatura nelle pozze diminuisce con l’avvicinarsi al mare, così ci si può immergere nell’ultima oramai tiepida e buttarsi poi nell’acqua salata per sentirla quasi gelida. Passiamo metà mattina da una pozza, al mare a un’altra pozza, per vedere fino a che distanza dalla riva riusciamo ad arrivare. Verso metà mattina arriva una canoa con una piccola veletta, che si viene a fermare sulla battigia dove siamo noi. A bordo due ragazzi, armati solo di maglietta e pantaloncini. Vengono dal villaggio vicino. “We came here to collect eggs!” spiegano “Uova?!” “Si di megapode” Mai viste prima delle uova di megapode, e senza quasi chiedere il permesso ci mettiamo a seguire Robert e Daniel che si incamminano tra le montagnette coperte di arbusti che si trovano a una delle estremità della baia. Il megapode è un uccello molto simile a una grossa faraona, con le zampe corte e i piedi piuttosto sviluppati. E’ molto diffuso nella fascia equatoriale dell’indo-pacifico, infatti già anni fa ne avevamo visti alcuni esemplari nell’arcipelago di Komodo in Indonesia. La sua caratteristica principale è quella di deporre le uova in buche profonde, protette e difficili da raggiungere e poi riempire il nido con tanto materiale organico, così tanto da non permettere che ci sia passaggio d’aria. In questo modo il materiale organico fermenta e sviluppa calore. E questo calore cova le uova in vece della madre. I pulcini che nascono, hanno un dito molto più lungo degli altri che permette loro di scavarsi una galleria e uscire all’aperto. “I megapodi depongono le uova sotto le radici di questi arbusti” ci spiega Daniel, mentre Robert, si ferma alla base di ogni pianta e tasta il terreno per vedere se la terra è stata in qualche modo rimossa. Dopo un paio di tastate decide che lì sotto c’è un nido. Comincia allora a scavare la terra nerissima e polverosa che in breve lo ricopre e lo rende simile a uno spazzacamino. Lo vediamo sparire sottoterra, e dirigersi verso il basso, nuotando nella polvere. Poi solo le sue gambe restano fuori dalla voragine che ha aperto. Ma dopo poco riemerge tutto coperto di nero a mani vuote. “Already gone!” borbotta dirigendosi ai cespugli successivi. Cerchiano di farci spiegare come fa a capire tutte queste cose. “Seguo il calore. Le uova sono proprio nel punto più caldo del nido, e se quando arrivo lì non ci sono vuol dire che qualcuno le ha già prese o i pulcini sono usciti!” “Eh, semplice!” Ma eccolo che ha trovato un altro nido. Questa volta sembra più grosso, perché toglie enormi manate di terra, aiutato anche da Daniel, mettendo a repentaglio la stabilità di tutto l’arbusto. Lo vediamo sparire inghiottito dalla terra. Daniel lo segue un po’, poi li sentiamo parlottare e urlare, fino a che, in un veloce passamano, non vediamo arrivare una mezza dozzina di uova. Sono uova ellittiche, lunghe una decina di centimetri, con il guscio bianchissimo. I ragazzi sembrano soddisfatti e impacchettano le uova a una a una dentro più strati di foglie e a ognuna fanno un cordoncino così da poterle trasportare senza che si rompano cozzando fra di loro. La raccolta, non è finita. Continuano per un’altra oretta, tastando le radici, indovinando il buco, spalando, scavando, nuotando scomparendo nella terra e tornando ricoperti di nero. Alla fine le uova sono una trentina. Loro sono soddisfatti (finalmente!) e decidono che si può ritornare. Gli chiedo cosa se ne faranno: naturalmente le portano alla loro madre! Ma dopo averli sistemati con cura sul fondo della canoa, ne prendono quattro e si avviano verso la pozza d’acqua più lontana dal mare. È una pozza grande più o meno come un lavandino, con il fumo che sale e dove noi non siamo riusciti a infilare nemmeno un dito. C’è un uovo per uno. Le mettiamo nella pozza tenendole per il picciolo della foglia che le impacchetta. “5 minutes is enough” ci dicono gli esperti. E così cinque minuti dopo tiriamo fuori i nostri cartoccini, togliamo le foglie cercando di non scottarci le dita e, rotto un guscio piuttosto tenace, ci troviamo di fronte a un uovo sodo, con l’albume molto ridotto e un tuorlo quasi rosso. Buono, peccato che nel mio si veda la sagoma del pulcino già formata!
 
 
 
 
 

La Storia di oggi:

Isole Chagos

Oceano Indiano Sub equatoriale


Un piccolo arcipelago nel cuore dell’oceano Indiano, sotto l’equatore, 600 miglia a sud delle Maldive, 1500 a ovest dell’Africa e 3000 ad est dell’Australia. Scoperte da una nave portoghese intorno al 1500, furono subito dimenticate e per un po’ scomparvero addirittura dalle carte geografiche fino a che, nel diciottesimo secolo, la Francia non le riscoprì e decise di annettersele. Vennero colonizzate da uno sparuto gruppetto di lebbrosi e lavoratori della copra, gente che proveniva da Mauritius e che per generazioni visse sugli atolli in pace e serenità, non accorgendosi nemmeno che nel 1814, a margine di una trattativa tra le grandi potenze di allora, tutto l’arcipelago entrò a far parte dell’impero britannico. La gente alle Chagos era isolata dal resto del mondo e distante anni luce dall’Europa, che a seconda del momento storico ne cambiava il destino sulla carta. Si arrivò così al XX secolo e all’inizio degli anni 70, quando gli americani decisero di costituire una base navale strategica ... [Continua ...]