Uomini dell’oceano

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Mar 142013
 

Uomini dell’oceano

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 30’

Uomini dell'oceanoCon la Barca Pulita in un atollo perso nell’oceano.
L’atollo è un anello di coralli che racchiude una laguna tranquilla come un lago.

Entrarci è difficile ma una volta dentro si è sicuri come in un porto.

Gli abitanti passano tutta l’esistenza tra la laguna e le lingue di sabbia del perimetro esterno.

Non sanno nulla del resto del mondo ed hanno imparato a ricavare dal mare tutto ciò che serve per vivere.

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Gen 012005
 

Quella che si vive sul mare, sotto una vela spinta dal vento, è una libertà quasi infinita. Dopo 15 anni non ci siamo ancora abituati ed è difficile vederne i limiti. Chi vive sulla terra, intorno, ha sempre lo stesso orizzonte. Ha sempre gli stessi vicini e respira sempre la stessa aria. Su una barca é diverso. L’orizzonte cambia ogni volta che lo si vuol far cambiare. Basta issare le vele e puntare verso il largo per trovarsi ogni volta di fronte alla libertà più bella e più grande di tutte: quella di scegliere una rotta tra le mille possibili che il mare mette a disposizione. E in fondo alla rotta c’é sempre un posto nuovo, un paese nuovo, nuova gente.

L’anno scorso siamo tornati alle Fiji. Erano passati 15 anni da quando, la prima volta, eravamo passati da lì, sul Vecchietto la vecchia mitica Alpa 11,50, durante il nostro primo giro del mondo. Ripassare dopo tanti anni in un luogo di cui si conservano bei ricordi, si dice, sia un errore. Tutto cambia e si rischia di scoprire che le cose che ci avevano fatto stare bene non ci sono più, che i luoghi sono diversi, che la gente è cambiata e via discorrendo. Così è con un po’ di ansia che ci siamo avvicinati all’arcipelago. In realtà, più che per quel che avremmo trovato o meno, l’ansia era dovuta al fatto che avevamo fatto la traversata dalle Vanuatu (500 miglia) navigando solo con il sestante. Il GPS si era rotto, avevamo fatto tutta la strada di bolina ed eravamo distrutti, stanchi morti e incerti. Il nostro punto era approssimativo, fatto solo due volte al giorno con i rilevamenti del sole e portato avanti con la stima ad occhio della velocità. Infatti se non funziona il GPS non si sa più nemmeno a che velocità si cammina, perché la famosa etichetta fuori scafo che un tempo si teneva accuratamente pulita, ormai da anni è un’inservibile incrostazione calcarea. E in più c’era vento forte e mare enorme.

Finalmente una mattina è comparsa, lontanissima, la terra e insieme è comparsa anche una nave, la prima in 10 giorni di navigazione, anche lei che saliva e scendeva tra le onde, che appariva e scompariva tra le creste. L’abbiamo chiamata con il VHF e abbiamo chiesto la posizione, perché, per avvicinarsi a terra a cercare il passaggio tra i reef che immette nelle acque interne dell’arcipelago, bisogna essere ben certi delle proprie coordinate. Sorpresa, il nostro punto artigianale era abbastanza giusto ed eravamo a 7 miglia dall’imbocco del passaggio.

Abbiamo chiesto se fosse normale tutto quel vento.

“Eh, summer monsoon”, è stata le risposta enigmatica, accompagnata da una risata. Vuol dire che quello che a noi sembrava proprio un gran vento, ad altri non sembrava tale. Questione di dimensioni, di altezza sull’acqua, di punti di vista e forse, di lunghezza di scafo. Così abbiamo fatto finta che quelle onde enormi non fossero tali, abbiamo puntato verso terra, imboccato la passe che conduce nelle acque interne dove il vento, come per incanto, è scomparso, fermato dalle vette dell’isola maggiore.

La prima cosa che colpisce, entrando, sono i colori: tinte pastello, bellissime, più intense di quanto ce le ricordassimo, con gli azzurri e i rosa della laguna così delicati e sfumati da sembrare acquerelli e i verdi e i gialli dei bassifondi corallini che con la loro tonalità dicono quanto sia profonda l’acqua e quanto ci si possa avvicinare, e i bianchi accecanti delle spiagge infinite ricoperte di palme. La seconda cosa che si nota, una volta scesi, è la gentilezza di una delle popolazioni più ospitali del mondo. La gente per la strada che saluta e dice Mbula, che vuol dire “benvenuto straniero”. La gente nei villaggi che ci ferma continuamente per chiederci chi siamo, da dove veniamo, cosa pensiamo delle Fiji, e tutti immancabilmente che ci invitano nella loro capanna, a bere il te fatto con le foglie dell’erba limoncina, o la kava, ottenuta con le radici tritate della Piper metisticumun. Insomma, un posto bellissimo. Allora? Tutto bene? Non è cambiato nulla? No è cambiato moltissimo. La capitale, Suva, un tempo una tranquilla e sonnacchiosa cittadina, ora è un posto rumoroso, con tanto di traffico, di inquinamento e di nascente delinquenza. Nelle isole fuori mano invece i modi della gente non sono cambiati, ma sono comparsi i primi segni di modernità. Le lamiere ondulate hanno preso il posto dei tetti di paglia e i bure tradizionali, fatti interamente di cocco sono scomparsi, sostituiti da orribili costruzioni grigie in mattoni di cemento. Per chi arriva in barca le cose sono cambiate ancora di più. Se quindici anni fa non c’era neanche un marina, oggi ce ne sono tre. Se allora per far carena non si poteva far altro che andare sullo scivolo dei pescatori di Suva, dove alaggio e varo erano operazioni rocambolesche che però costavano solo poche decine di dollari, oggi ci sono due cantieri, con tanto di travel lift, di shipchandler e di tariffe europee. Se quindici anni fa nell’arcipelago passavano 20 barche all’anno, oggi ne passano molte centinaia e gli ancoraggi più belli come la Blu Lagoon delle Yasawa, cominciano ad essere affollati, proprio come in Mediterraneo, con la differenza che qui le barche sono americane, australiane, neozelandesi, giapponesi. Per noi, che abbiamo scelto il lavoro di andare a cercare gli angoli più remoti e i luoghi più sperduti dove sopravvivono natura e tradizioni e di raccontare queste cose nei nostri libri e nei documentari, quelle baie affollate non erano più interessanti e quei marina perfetti e puliti dove la gente si ritrova la sera per il BBQ, la birra e i racconti di traversate eroiche, lo erano ancor meno. “Che facciamo?” “Mha, proviamo ad andare un po’ controvento” Alle Fiji controvento vuol dire Est, verso quella parte dell’arcipelago che si incontra per prima quando si viene dalle Tonga, ma dove nessuno si può fermare perché non si sono ancora espletate le procedure di entrata nel paese.Una volta arrivati alla capitale, o in uno degli altri porti doganali, e sbrigate le formalità, è difficile tornare verso quelle prime isole, perché, appunto, si dovrebbe navigare controvento e tutti preferiscono proseguire per le Yasawa, sottovento, altrettanto belle, ma più comode. “Va bene, proviamo verso Est” e già che c’eravamo abbiamo deciso di puntare verso l’isola più lontana, a 300 miglia dalla capitale, l’ultimo avamposto orientale dell’arcipelago.

Ci sono voluti 12 giorni, giocando a nascondino con il vento, passando sottovento alle isole quando riuscivamo, picchiando con il mare corto e con il vento in faccia quando eravamo costretti a farlo. L’ultima parte è stata la più dura: di nuovo in oceano aperto, con onde di due o tre metri, e il solito vento di bolina. Vento moderato, di 15-20 nodi, che però, se è contrario, sembra una piccola tempesta e ti fa rollare e faticare e star male, ma ormai eravamo quasi arrivati.

L’ultima isola dell’arcipelago, la nostra isola controvento, in realtà è un atollo. Una cintura ellittica di coralli con un’entrata sul lato occidentale e con un’unica parte di terra emergente piccola piccola sul lato orientale, dalla parte opposta all’entrata.

Alle 4 di notte il GPS, che nel frattempo è stato riparato, dice che siamo a 4 miglia. Fuori non si vede nulla. Ci mettiamo alla cappa, tra le solite onde che ci fanno rollare paurosamente, e aspettiamo. Arriva la luce rosata dell’alba. Arrivano il giallo del sole con il suo calore. Anche con il chiaro, però, non si avvista nulla. E’ normale. Non c’è terra su questo lato e la barriera si vede solo quando si è vicini. Riapriamo il fiocco, lo cazziamo, e riprendiamo la bolina, sempre verso Est. Dopo neanche un’ora appaiono i frangenti. Sono diversi dalle solite creste bianche che si vedono qua e là a screziare il blu che ci circonda e che si formano quando la cresta di un cavallone diventa troppo ripida e instabile. Questi sono meno irregolari. Appaiono e scompaiono ma si formano sempre sullo stesso posto, sono messi in linea e rivelano la presenza dell’ostacolo nascosto della barriera. Ancora mezzora ed ecco una interruzione netta nel bianco dei frangenti, una specie di porta, di corridoio, un passaggio dove il mare rimane blu. Avanziamo. Il sole, sorto da due ore, è ancora basso e siccome procediamo per Est ci si vede male. L’entrata però è larga un quarto di miglio e sorprendentemente facile. La imbocchiamo e in due minuti il mondo cambia: l’acqua diventa azzurra, il fondo da migliaia di metri che era risale a 35 e quel che più conta, le onde da 3 metri diventano ondulazioni gentili. Intorno a noi c’è sempre oceano a perdita d’occhio, ma dentro la laguna è come essere in un lago.

Il nostro atollo è lungo venticinque miglia, e largo sei o sette. E’ così grande che potrebbe contenere l’intera isola d’Elba. L’isola, sul bordo orientale, non è ancora in vista, e continuiamo a navigare, sempre verso est, sempre contro lo stesso aliseo da 15-20 nodi, ma farlo senza onde è persino divertente. Facciamo bordi che durano poco più di un’ora, prima per Nord Est finché non avvistiamo i frangenti che formano il limite nord dell’atollo, poi verso Sud Est finché non compare il bordo meridionale e così via. Sul plotter le spezzate della nostra bolina si allineano precise e dritte come gli zig zag di una macchina da cucire. Fa caldo, è divertente, e la barca corre veloce. Dopo 6 bordi appare l’isoletta. Dopo altri tre, a metà pomeriggio, il fondo risale, l’azzurro si intensifica, i banchi isolati di corallo a cui si deve sempre stare attenti quando si naviga in un atollo diventano più fitti. Ammainiamo e continuiamo a motore, piano piano, prima su 10 metri, poi otto, poi sei. Dobbiamo anche tener conto della marea che ha un’escursione di tre metri. Come sarà adesso? Alta o bassa? A un miglio da terra il fondo è 5 metri e il corallo in giro è semplicemente troppo. Ancoriamo, anche se siamo così lontani che non si vede neppure se l’isola sia abitata o no, e per scendere a terra ci vorrà mezzora di gommone, pazienza.

Ed è stato così che per gioco, senza saperlo, siamo arrivati in una specie di paradiso. Un’isola bellissima, incontaminata, dove vivono solo 4 persone che non vedono mai nessuno. Qui, su quest’atollo, non arrivano ne navi ne traghetti. Negli ultimi 10 anni, ci raccontano gli abitanti, è passata un’unica barca a vela e solo un paio di volte l’anno, nel periodo delle calme invernali, qualche pescatore coraggioso si spinge fin qui dalle Fiji attirato dalla incredibile abbondanza di pesci della laguna.

L’isola è lunga 5 chilometri e larga qualche centinaio di metri. I suoi abitanti vivono in una radura proprio al centro. Per il resto solo spiagge senza orme, terra coperta di cocchi e piante aggrovigliate, lagune piene di coralli e di pesci, scogli corallini abitati da milioni di granchi e di murene. Ci sono anche due isolette piccole che chi ha disegnato la carta non si è curato di riportare. Sono letteralmente coperte di uccelli, di sule, di fregate, di sterne che vengono a depositare le uova e a covarle e che non fuggono quando ci avviciniamo con la telecamera. Ci sono pipistrelli giganti con le ali larghe un metro e ci sono persino i granchi del cocco che altrove sono scomparsi perché troppo appetitosi e troppo facili da catturare. Qui tutto è intatto, incontaminato, primordiale. Così su questa isola abbiamo girato le immagini di uno dei più bei documentari che abbiamo prodotto, con protagonisti l’isola, i suoi abitanti e i suoi animali.

Beh, non era proprio solo paradiso. C’era anche qualche inconveniente, come i milioni di zanzare che a terra, attive anche di giorno, si sono rivelate indifferenti a tutti i nostri repellenti. L’unico modo di evitarle era quello di stare immersi nell’acqua fino al collo o di stare immersi nel fumo delle scorze di cocco, che gli abitanti accendevano intorno alle capanne per tenerle lontane, ma così si restava intossicati. In barca si stava bene, tranne che con l’alta marea, quando, per qualche ora, l’onda oceanica riusciva a superare l’ostacolo della barriera ed entrava in laguna facendoci rollare come fossimo in navigazione. Ma questi disagi, in fondo, sono un costo accettabile, una fatica che si fa volentieri, come quella di andare controvento.

Il nostro racconto finisce qui. Dite che ci siamo dimenticati qualcosa? Il nome dell’atollo? No, non ce lo siamo dimenticati. Non lo abbiamo detto di proposito. Negli ultimi anni ci è capitato di notare che, una piccola informazione su un posto, può scatenare un fenomeno a valanga, che riversa sul luogo una numero di barche tali, da stravolgerlo. Un esempio? Nella baia di Port Resolution, alle Vanuatu, si poteva accedere solo dopo aver fatto l’entrata ufficiale dall’altra parte dell’isola, in un porto impossibile, senza ancoraggio e senza riparo. Quando si seppe, perché una barca diffuse la notizia per radio, che si potevano pagare gli ufficiali e farli venire con il fuoristrada fino a Port Resolution per sbrigare lì le pratiche, molte barche cominciarono a fermarsi. Ora è istituzione che la pattuglia arrivi una volta la settimana. Morale, in una baia dove si vedevano non più di una dozzina di barche l’anno, lo scorso agosto ce ne erano venti contemporaneamente, con gommoni da quaranta cavalli che schizzavano su e giù tra le canoe dei nativi, con i BBQ organizzati sulla spiaggia, e con le mamme americane che spiegavano alle maestre della scuola come far giocare i bambini e altre amenità del genere. La cosa peggiore, e noi l’abbiamo vista con i nostri occhi, è stato quando, l’equipaggio di due barche (tacciamo la nazionalità) hanno fatto un accordo per farsi cucinare un pasto a terra. In cambio hanno portato una bottiglia di rum. Il giorno seguente, uno dei due cuochi, un ragazzo di 25 anni, gentile e disponibilissimo, ha picchiato la madre. Con tutte le conseguenze che un episodio del genere si porta dietro, in una società dove la famiglia è il centro della vita!!

Ci spiacerebbe pensare a una situazione simile nel nostro atollo figiano. Il nome non ve lo diciamo, ma se qualcuno di voi ci vuole andare, lo cerchi attentamente, a Nord Est, e ancora più a Est, sulla carta delle Fiji.

Gen 012000
 
Partenza - Atollo di Heremit

Partenza – Atollo di Heremit

Abbiamo passato la mattina a salutare, a fare le ultime riprese, le ultime foto ai bambini che giocano in acqua, a quelli con le canoe, alla sula  addomesticata, grossa come un gallo,  che mi è volata sulla testa facendomi prendere uno spavento.

Mettiamo in ordine la barca e tiriamo su le ancore. Ci vuol tempo perché c’è una quantità di roba in giro:  bombole,  erogatori, mute, maschere, pinne, papaie, ananas, verdura e poi fa caldo e il sole è impietoso ed ogni due o tre cose che facciamo dobbiamo fermarci a tirare il fiato.

Ce ne andiamo da Heremit, dove siamo rimasti così poco, ma sembra  un’eternità e dove  oramai conosciamo tutti: Robert, Lina, il prete, il maestro, Caroline, il dottore.

E’ già pomeriggio avanzato quando finiamo di salpare la seconda ancora e quando gli ultimi metri di catena arrivano in barca, mentre  i bambini in canoa tutto attorno ci guardano in silenzio con gli occhi enormi e  ci arriva il primo brontolio di tuono.

Ce ne andiamo da Heremit, e puntiamo verso Sud Est lasciandoci alle spalle il villaggio sotto la nuvola nera di un temporale che si sta formando proprio sulle case.

“Sbrighiamoci, così arriviamo all’uscita dell’atollo prima del temporale”

Salgo sull’albero fino alle crocette per cercare di individuare il percorso che dobbiamo seguire per uscire dall’atollo e accedere al mare aperto.

Partenza - Atollo di Heremit

Partenza – Atollo di Heremit

Dentro di me vorrei non essere partito. Era bello scendere a terra la mattina e sedersi fuori dalla casa di qualcuno. Eravamo sempre i benvenuti. La gente ci sorrideva. E siccome ad Heremit tutto si svolge all’aperto, le attività di tutti i giorni erano li davanti a noi, per essere fotografate e filmate, per essere commentate e per scherzarci sopra. La barca, con le sue due ancore impigliate nel corallo era al sicuro e se veniva un temporale bastava chiudersi dentro con un libro ad aspettare che passasse. Ora invece, qui sull’albero, mentre scruto una distesa grigia di acqua piena di pericoli invisibili, con il temporale che ci insegua,  mi sento a disagio e ho paura. Avremmo fatto meglio a non partire, penso per l’ennesima volta, mentre urlo a Lizzi che sta al timone le istruzioni per girare attorno ad un banco di corallo che è appena apparso davanti alla prua. Arrivano le prime gocce e mi bagnano gli occhiali, e le  prime raffiche che arruffano il mare. I temporali ai tropici durano poco, ma a volte possono essere violentissimi, e la pioggia di solito riduce la visibilità. Prima scompare la linea lontana dei frangenti che tenevo come riferimento per la direzione, poi scompare il villaggio, alle mie spalle, e poi tutta l’isola.  In breve è tutto grigio, e non vedo più neppure il banco che abbiamo appena superato. Decido di scendere, è inutile restare sull’albero se non si vede più nulla, e contemporaneamente l’allarme eco scandaglio comincia ad urlare il suo sgradevole avvertimento: bip bip bip….. Vuol dire che abbiamo meno di 15 metri di fondo, e che siamo sull’orlo di un banco di corallo che però non vediamo. Dovremmo tentare di allontanarci, ma in che direzione?

“Buttiamo l’ancora, almeno ci fermiamo” e corriamo a prua a liberare il salpa ancore e a tempo di record molliamo ancora e catena. Quando arriva il rumoraccio della catena che sfrega sul corallo sappiamo che l’ancora ha toccato. Lasciamo altri venti metri di catena e ci accingiamo ad aspettare.  E’ pericoloso ancorare così,  alla cieca,  ma non possiamo fare di meglio e possiamo solo sperare che la pendenza del banco non sia eccessiva e che il vento non ci spinga nella direzione in cui risale.

“Cosa facciamo?”

“Niente”

Non abbiamo più il ridosso dell’isola. Tutto intorno il mare è arricciato dalle onde del temporale. La barca è aggrappata ad un fondo di corallo in un punto imprecisato dell’atollo. La catena manda sgradevoli rumori di sfregamento sulle madrepore. Fuori pioggia fittissima e vento a folate.

Ci nascondiamo dentro la barca, seduti, a guardarci, e ad ascoltare i rumori.

“Se continua mi tuffo, e vado sott’acqua, a cercare di capire come è fatto il banco”

Non c’è bisogno. Il temporale dura solo venti minuti. Lascia un cielo uniformemente grigio e una pioggerella stupida e continua, che però non limita più la visibilità. Il verde dei banchi ricompare, l’ancora risale e riprendiamo a fare lo slalom lungo un passaggio che è complicato, più di quanto avessi potuto immaginare, un percorso tortuoso tra immensi bassifondi verdi e blu. Poi la profondità aumenta di colpo: 20, 30, 30, 100 metri. Siamo fuori, in oceano. Non ci sono più pericoli. Alle nostre spalle Heremit, con le sue 147 anime,  è soltanto una montagnola grigia, semi nascosta da una nuvola.

Gen 012000
 
Il villaggio - Luf, Atollo di Heremit

Il villaggio – Luf, Atollo di Heremit

Questo posto è un paradiso. Due colline verdi unite da una lingua di terra larga un centinaio di metri. Lungo la lingua di terra, ricoperta di prato e fitta di palme, nascoste sotto gli alberi di mango e sotto altri alberi enormi dai rami nodosi coperti di fiori colorati, sono sparpagliate le capanne del villaggio. Sono costruite con foglie di palma, che invecchiando ingrigiscono, o con foglie di sagù, che sono lucide e marroni. Alcune capanne, le più vicine all’acqua sono rialzate da terra, altre poggiano direttamente sull’erba; così ci appare lo splendido atollo di Heremit.

All’estremità del villaggio sulle pendici delle colline, ci sono i giardini dove si coltivano ananas, papaie, patate dolci, e tanta verdura sconosciuta. Le due lagune infine garantiscono sempre pesce, brezza e frescura.

Noi scendiamo a terra la mattina, girovaghiamo tra una capanna e l’altra. Oramai ci conoscono  tutti, ognuno ci regala qualcosa: dei lunghi fagioloni verdi, un ananas, tre uova, una papaia verde. In cambio nessuno chiede niente. E quando ritorniamo a bordo, carichi di cose, nel dinghy, sulla spiaggia, c’è sempre qualche altro regalo, anonimo.

Io passo la gran parte del tempo con le donne. Finalmente, dopo tanti anni di Indonesia, dove la conversazione languiva per la barriera linguistica, qui ci si riesce a intendere, Quasi tutte parlano un pò di inglese e tute lo capiscono. Lo studiano a scuola e poi leggono la bibbia. Anche se siamo lontani dalla civiltà, anche se qui non viene mai nessuno, non c’è radio, televisione e poche possibilità di comunicare col mondo, il livello culturale comunque è più alto, e passare le ore a parlare con queste donne, mentre cucinano o mentre preparano il cibo è una cosa che mi diverte tantissimo. Cominciano la mattina presto, a preparare la farina di sagù, o a grattare le noci di cocco, o a pelare le patate dolci. Gli ingredienti disponibili non sono molti, ma loro li sanno combinare sapientemente. Preparano gnocchetti con farina di cassava e latte di cocco, o frittate di taro e cocco grattato, pani di cassava e banane, pani di sagù. Cucinano all’aperto, su fuochi di legna, usando pentoloni di alluminio o padelle tipo wok. La preparazione del cibo è una cosa comunitaria. C’è sempre un gruppetto di donne che lavorano insieme. Ognuna prepara qualcosa. Poi ne passa un’altra, si mette ad aiutare, poi una va via e lascia il suo pentolone in custodia a quelle che restano. Non ho capito bene come funzioni.

Quando il cibo è pronto chi passa di lì mangia qualcosa, da qualunque parte arrivi. Per lo meno così succede nel pasto di mezzogiorno!

Io mi diverto a fotografarle e a farmi spiegare come si fa. E naturalmente ad assaggiare.

“Ce lo avete questo in Italia?” mi chiedono sempre e la mia risposta è quasi invariabilmente

“No”

Sono curiose di quello che mangiamo noi.

“Pasta, riso, pizza”

“Si ma qualcosa che si mangia quando non ci sono i negozi?”

Il villaggio - Luf, Atollo di Heremit

Il villaggio – Luf, Atollo di Heremit

Allora stamattina le ho sconcertate e ho cucinato i fiori di zucca. Ce ne sono un sacco in giro e nessuno li raccoglie e tanto meno hanno mai pensato di mangiarli. Loro non sono in grado di fare la pastella, non hanno né farina né latte, così ho fatto delle piccole frittelle di uovo, sale, farina di cassava e fiori di zucca.

Ho avuto un pò di problemi con il fuoco, ma loro erano lestissime, quando si accorgevano che la temperatura dell’olio scendeva, a posizionare meglio i ciocchi di legno sotto la padella.  Alla fine abbiamo fatto un festino con frittele e noci di cocco,  erano tutte contente. Lina, la più grassa di tutte ha deciso che prepareranno un pranzo per noi. Sabato è il loro giorno di festa e non possono lavorare. Cucineranno tutto il venerdì e sabato, fuori dalla chiesa, mangeremo tutti insieme.

Poi il maestro ci ha chiesto di andare a scuola a parlare del nostro Paese. La scuola è una capanna di frasche con il pavimento di sabbia. Due lavagne ad ogni estremità,  metà bambini girati verso una delle due e l’altra metà verso l’altra. In questo modo l’unico maestro ha diviso in due livelli i bambini del villaggio,

Parlare dell’Italia! Da dove si comincia?

“…….Be, l’Italia è un piccolo paese, ma in Italia è nato un signore che ha scoperto l’America…..”

“CRISTOBAL  COLOMB!!” lo conoscono….

“E poi in Italia c’è Roma dove vive….”

“IL PAPA”

Meglio che non mi azzardi a parlare di calcio, se no chissà come finisce!

Gen 012000
 
Navigazione - Pacifico Occidentale

Navigazione – Pacifico Occidentale

Abbiamo navigato tranquillamente tutta la notte con vento leggero da Nord, niente temporali, nessuna nave in vista e nessuna terra all’orizzonte. E stamane, all’alba, il sole si è alzato su un orizzonte infinito, con il cielo sereno e milioni di nuvolette bianche che si accumulavano sull’orizzonte. Cosa chiedere di più?

Per colazione abbiamo mangiato l’ultimo pezzo di pesce affumicato. A pranzo ci sarà frutta, e stasera la verdura, una incredibile quantità di papaie e di ananas, e poi patate dolci, zucche, taro, banane, lime. Purtroppo queste cose con il caldo non dureranno, e quando saranno finite dovremo tornare al nostro regime standard con pasta e riso, verdure in scatola, fagioli secchi, lenticchie eccetera. Certo di famme non morremo, ma chissà perchè, sempre più spesso parliamo di gelati, di panini col salame, di cioccolato… ma da quanto tempo siamo in mare?

La strada che ci manca da fare è enorme. Da qui dove siamo ora, al largo della Papua Nuova Guinea, dovremo continuare verso Est per 400 miglia fino a raggiungere un’isola lunga e stretta che si chiama Nuova Irlanda. Superata la Nuova Irlanda dovremo piegare a Sud Est, per altre 650 miglia, fino all’aricpelago della Luisiade, e poi ancora a Sud, per 800 miglia, fino alla grande barriera Australiana e al porto di Gladstone, che è la nostra meta finale.  In tutto fanno milleottocentocinquanta miglia, e con il poco vento che c’è,  impiegheremo trenta giorni, forse quaranta. Lungo la strada è pieno di isole, isolette, atolli. Tutti posti dimenticati,  probabilmente belli, sicuramente interessanti. So già che ci verrà voglia di fermarci qua e la, e sarebbe bello poterlo fare, ma non abbiamo tempo perchè dobbiamo arrivare al largo dell’Australia prima della stagione dei cicloni. In teoria la stagione pericolosa inizia a Novembre, e quindi è già iniziata, ma il rischio che si formi un ciclone aumenta sempre più con il passare dei mesi e diventa altissimo a Gennaio e Febbraio. Be, vedremo.

Navigazione - Pacifico Occidentale

Navigazione – Pacifico Occidentale

Intanto sono arrivate le 11 del mattino. Il vento è finito, il mare è immobile e fa un gran caldo. Accendiamo il motore, ma dopo pochi minuti ne abbiamo abbastanza di stare al timone sotto il sole e decidiamo di spegnere per tuffarci in mare. E proprio mentre la barca rallenta, il meccanismo della traina scatta con un sibilo comincia a srotolarsi. Un pesce! E’ grosso. Lo sento dalla trazione sul cavo, e dopo poco lo vedo da lontano fare enormi salri fuori dall’acqua. E’ un dorado. Lo riconosco subito dalla forma slanciata quando  emerge. E’ un pesce bellissimo (e anche buonissimo), col corpo sottile dotato di una lunga pinna dorsale che dalla testa arriva fino alla coda. Ma la cosa più bella sono i colori: azzurro e verde, con la parte superiore del corpo tutta macchiettata di pallini e di striature dorate bellissime. Quando viene tolto dall’acqua, però, mentre muore, i soui colori scompaiono lasciando il posto ad un colore argenteo uniforme.

Lo tiriamo sottobordo, lentamente, perchè è grosso e combatte aspramente. L’acqua è traparente e comincio a vederlo anche se è qualche metro sotto il livello del mare.

“Hei, ma ce ne è un’altro!”

a quello che ha abboccato, un secondo pesce, identico, nuota a brevissima distanza. Mi vengono in mente cose che ho letto sui dorado che vivono in coppia e che quando se ne pesca uno è facile perscare anche l’altro perchè il compagno non lo lascia fino all’ultimo momento.

Ora sono li, tutti e due, bellissimi, nell’acqua trasparente, e i loro colori sono così intensi da sembrare magici.

Scendo sottocoperta a prendere la telecamera mentre lizzi resta a poppa con la lenza in mano. Intanto la barca si è fermata. Esco e inquadro. Il pesce salta, si agita, e tira come un forsennato. Mi fa pena, e in qualche angolo della mente vorrei lasciarlo libero. Così invece di tirarlo a bordo continuo a riprendere i suoi salti. Finchè quello che doveva succedere succede: il bestione fa un ultimo salto e si libera.

Poi si lascia scivolare verso le profondità del mare, ondulando sulla coda,  e la sua compagna lo segue, due macchie gialle che si fanno piccole nel blu profondo.

Gen 012000
 
Un atollo bellissimo - Tra  Filippine  l'Irian Jaya

Un atollo bellissimo – Tra Filippine l’Irian Jaya

Siamo nell’atollo di Ayu, a Nord della propaggine più estrema dell’Irian Jaya, e quella che avrebbe dovuto essere una sosta di un paio di giorni, giusto per dare un’occhiata, si sta trasformando in un soggiorno lunghissimo.

Il fatto è che questo atollo è bello. Uno dei posti più belli che mi sia mai capitato di vedere. Colori incredibili, isole da sogno, lingue di sabbia che sorgono dal mare, spiagge primordiali, palme, pesci, barriere coralline, scorci di azzurro e di blu. I villaggi sono altrettanto interessanti ed ogni volta che scendiamo troviamo qualche cosa di nuovo e di strano: un tizio che si fabbrica da solo gli occhialini per andare sott’acqua, un altro che mette a seccare polpi che sembrano opere d’arte, un terzo che si costruisce da solo la canoa, un ragazzo che pesca con l’arpione, fermo, immobile, per ore sopra un sasso in attesa che passi il pesce giusto. E’ bello guardarsi attorno, ed è bello cercare di capire la lingua e la vita di questa gente. Ci sono due isole vicino a noi: Rotun e Reni. Noi preferiamo Reni perchè dopo un po’ di giorni ci siamo accorti che gli abitanti di Rotun, che delle due è la più grande, sembrano tutti un po’ strani. Quando scendiamo ci circondano in moltitudini, ridono, sghignazzano, ci seguono, scimmiottano i nostri gesti. Niente di ostile o di pericoloso, ma mettono a disagio. A Reni, invece, sono gentilissimi. Ormai tutti ci conoscono, ci sorridono, ci chiamano per nome, ci vengono incontro. Hanno accettato il nostro continuo armeggiare con telecamere e cavalletti, e quando riescono a capire cosa desideriamo si danno un gran da fare per facilitarci le cose e ci mostrano gli oggetti, si pettinano, si mettono in posa. Ogni tanto compare qualcuno con dei cocchi giovani. Vuol dire che è il momento di sedersi a bere l’acqua del cocco e a ridere con scambiando qualche battuta. Poche frasi a dire il vero perchè alla fine la comunicazione è limitata alle poche centinaia di parole di indonesiano che abbiamo imparato.

Sta di fatto che non ci decidiamo mai a partire.

“Allora partiamo oggi?”

“Si, però mi piacerebbe fare ancora qualche ripresa su una delle loro canoe….”, e ogni giorno, rimandiamo di un giorno.

Un atollo bellissimo - Tra  Filippine  l'Irian Jaya

Un atollo bellissimo – Tra Filippine l’Irian Jaya

In realtà dobbiamo deciderci perchè il percorso che ci attende tutto attorno alla Papua Nuova Guinea è lunghissimo. E poi sulla Barca Pulita non c’è quasi più nulla da mangiare. Le ultime cipolle, le ultime patate, gli ultimi cavoli sono terminati da molte settimane. Il pane, il formaggio, la carne sono ricordi lontani. Qui nell’atollo di Ayu non ci sono negozi e non si può comperare nulla.  Certo, c’è tanto pesce ed ogni volta che scendiamo a terra rientriamo quattro o cinque noci di cocco che tutti insistono a volerci regalare e che alla fine accettiamo solo per farli contenti. Ma la mancanza della verdura del pane, della frutta cominciano a farsi sentire. Gli abitanti di queste isolette integrano la loro dieta di pesce e cocco con qualche banana e qualche patata dolce che ciascuno coltiva dietro casa, irrigando ogni giorno il terreno sabbioso con l’acqua del pozzo. Se ne chiedessimo ce le darebbero, ma non ci è sembrato giusto privarli di queste verdure che per loro sono così preziose. E cosi’, in questo angolino di paradiso, mangiamo piselli in scatola e krakers, latte in polvere e fagioli bolliti.

Gen 012000
 
Heremit - Papua Nuova Guinea

Heremit – Papua Nuova Guinea

Partiamo. Abbiamo passato la mattina a salutare. Le ultime riprese. Le ultime foto ai bambini che giocano in acqua, a quelli che giocano con le canoe, alla sula addomesticata che ieri mi è volata in testa.

Mettiamo in ordine la barca e tiriamo su le ancore. Ci vuol tempo perchè c’è una quantità di roba in giro per la barca: le bombole, gli erogatori, mute, maschere, pinne, papaie, ananas, verdura, bottiglie vuote…. e poi fa caldo e il sole è impietoso ed ogni due o tre cose che facciamo dobbiamo fermarci a tirare il fiato o buttarci in acqua per raffreddare il corpo e la testa.

Prima tiriamo su l’ammiragliato, recuperandola dal gommone, con tutto quanto il suo cavo e la catena, scendendo un paio di volte con la maschera a disincastrarla dai coralli, mentre  i bambini in canoa tutto attorno ci guardano in silenzio con gli occhi enormi. Poi abbiamo tirato in barca il gommone e cominciato a salpare l’ancora principale. Avevamo dato 50 metri e la catena era adagiata a casaccio sulla scarpata corallina, impigliata qua e la nei massi. Per scaramanzia avevamo tenuto fuori la bombola e l’erogatore, ma non c’è stato bisogno. E’ venuta si da sola, anche se con qualche tentennamento.

Ciao, heremit. Siamo rimasti 8 giorni e sembra di essere qui da una eternità. Conosciamo tutti, il vecchio Jaseph, Frida, Wilma, il prete, il Maestro, i bambini….

Conosciamo le reglo della loro chiesa, la ricetta per cuocere il sago, e quella per fare il pane di cassawa.

Ciao Heremit, e puntiamo verso Sud Est lasciandoci alle spalle il villaggio sotto la nuvola nera di un temporale che si sta formando sul villaggio e sulla montagnola ad est delle case. Gli ultimi metri di risalita della catena sono accompagnati dal brontolio del tuono.

“Dai, sbrighiamoci, così arriviamo all’uscita prima del temporale”

“Ma ci si vede?”

“Per ora mi sembra di si”, e salgo su alle crocette a cercare di individuare i coralli nella lice grigia del pomeriggio avanzato che ormai si è tutto coperto di nuvole.

Il banco di corallo che orla l’isola si vede ancora bene. E’ verde e il suo colore traspare in superficie nonostante il grigio del cielo. Se si vedono i coralli vicino all’isola dovrebbero vedersi anche quelli da qui all’uscita, penso, mentre guardo verso est, lungo il percorso accidentato che dobbiamo fare per uscire dall’atollo.

Dentro di me vorrei non essere partito. Si stava così bene, ad Heremit. Era bello scendere a terra la mattina e sedersi fuori dalla casa di qualcuno. Eravamo sempre i benvenuti. La gente ci sorrideva. E siccome tutto succede sempre all’aperto, le attività di tutti i giorni erano li davanti a noi, per essere fotografate e filmate, per essere commentate e per scerzarci sopra. La barca, con due ancore era al sicuro e se veniva un temporale bastava chiudersi dentro in cuccetta con un libro ad aspettare che passasse. Ora invece sono sull’albero, a scrutare una distesa grigia di acqua piena di pericoli invisibili, e a spiare con la coda dell’occhio l’avanzare del temporale. Individuo un primo banco di corallo isolato e do a Lizzi le istruzioni per girargli attorno. Arrivano le prime gocce e mi bagnano gli occhiali antiriflesso che mi sono tenutoi per cercare di capirci di più, mentre la pioggia tutto intorno riduce la visibilità.  Non vedo più la linea dei frangenti in lontananza che fino ad un attimo fa indicava il limeite esterno dell’atollo, non vedo i paletti di legno che quelli di qui hanno messo qua e la sui banchi per aiutare a trovare l’uscita, e guardandomi alle spalle non vedio più nemmeno il banco di corallo che abbiamo appena superato. Contemporaneamente l’allarme dell’ecoscandaglio comincia ad urlare il suo sgradevole avvertimento: bip bip bip….siamo a meno di 15 metri di fondo. Vuol dire che siamo sull’orlo di un banco che però non vediamo. Dovremo tentare di allontanarci, ma in che direzione, e intanto arrivano le prime raffiche.

“Senti, buttiamo l’ancora, almeno ci fermiamo” e corriamo a prua a liberare il salpaancore che avevamo coperto ben bene in previsione di una lunga navigazione e a tempo di record molliamo ancora e catena. Appena tocca il fondo manda il rumoraccio inconfondibile della catena che sfrega sul corallo. E’ una cosa che non va bene pechè……., ma almeno vuol dire che siamo fermi. Dobbiamo solo sperare che la pendenza del banco non sia eccessiva e che il vento non ci spinga nella direzione in cui risale.

“E adesso cosa facciamo?”

Ma ci sono situazioni in cui non si può fare niente. Non abbiamo più il ridosso dell’isola. Tutto intonro il mare è arricciato dalle onde del temporale. La barca è aggrappata ad un fondo di corallo in un punto imprecisato dell’atollo. La catena manda sgradevoli rumori di sfregamento sulle madrepore. Tutto intorno altri banchi di corallo. Fuori pioggia fittissima e vento a folate.

Speriamo che duri poco. Altrimenti mettiamo machere e pinne, andiamo a cercare il banco vediamo come e fatto e se necessario mettiamo delle altre ancore in modo da stare tranquilli fino a domani mattina”

Invece non c’è bisogno. Il tyemporale dura solo venti minuti. Lascia un cielo uniformemente grigio e una pioggerellina stupida e continua, che perrò non limita più la visibilità. Il verde dei banchi è ricomparso, l’ancora risale e riprendiamo a fare lo slalom verso l’uscita. Il passaggio è complicato, molto più di quanto avessi potuto immaginare. Un percorso tortuoso tra immensi bassifondi verdi e blu. Raggiungiamo l’uscita dopo più di un’ora. All’esterno le onde frangono maestose sul limtite del banco, a destra e a sinistra della nostra prua e della linea blu che segnala il passaggio. Poi la profondità aumenta di colpo: 20, 30, 30, 100 metri. Ecco, siamo fuori, in oceano. Non ci sono più pericoli. Alle nostre spalle Heremit, con le sue 147 persone, è ormai soltanto una montagnola grigia, seminascosta da una nuvola.

 1 Ottobre 2000

Ore 12..00 Abbiamo percorso 38 miglia dall’uscita di Heremit. Considerando che sono 18 ore, equivalgono a 50 miglia nelle 24 ore. Quello che conta è che in gran parte le abbiamo fatte a vela.

2 Ottobre 2000

Ore 04.00 Il vento che ci ha accompagnati per tutta la notte è diventato capriccioso. Si è formata una nuvola. Il vento è girato ad est. Abbiamo virato prendendo il bordo a Nord Est. Qualche goccia di pioggia poi è scomparso del tutto. Alle 5.00 ammaino i fiocchi ed esco a dormire.

Ore 06.00 Issiamo di nuovo i fiocchi, con le mani impastate dal sonno. Il cielo si presenta sereno. Vento molto debole, da Nord Est. Prendiamo il bordo di est sud est. Camminiamo a due nodi ma camminiamo, e in cielo una volta tanto non ci sono temporali.

 Ore 12.00 Percorse 67 miglia nelle 24 ore, la maggior parte delle quali a vela

Durante il pomeriggio il cielo si scurisce. C’è un enorme temporale dietro di noi che occupa più di metà dell’orizzonte. E’ spettacolare e si avvicina, ma piano. Ci prepariamo al peggio e prendiamo due mani al randone. Il randino ha già una mano e va bene così. Quando arriveranno le prime rafficvhe dovremo solo ammainare lo Yankee. Per ora però lo teniamo perchè il vento per adesso è leggero.  Abbiamo vento, 5 o sei nodi, ma sufficiente a camminare. La direzione continua a cambiare. Traverso, gran lasco, poppapiena, gran lasco dall’altra parte, poi di nuovo poppa piena. Continuiamo a manovrare e a regolare le vele, ma almeno si cammina e le manovre sono facili perchè il mare e’ solo appena un po arricciato.

 Abbiamo navigato tranquillamente tutta la notte. Vento stabile, da Nord, niente temporali, nessuna nave in vista e nessuna terra all’orizzonte. E stamane ho visto l’alba e poi il sole alzarsi su un orizzonte infinito, con il cielo sereno e milioni di nuvolette bianche che si accumulavano sull’orizzonte. Cosa chiedere di più?

Per festeggiare a metà mattina abbiamo mangiato l’ultimo pezzo di pesce affumicato che ci hanno dato i nostri amici di Heremit. A pranzo mangeremo frutta, e a sera verdura, e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta perchè la barca è ancora piena delle provviste che tutti facevano a gara a portarci. Una incredibile quantità di papaie e di ananas, e poi patate dolci, zucche, taro, banane, lime. E quando queste cose saranno finite avremo sempre pasta e riso, verdure in scatola, fagioli secchi, lenticchie eccetera. Certo di famme non morremo, ma chissà perchè, sempre più spesso parliamo di gelati, di panini col salame, di cioccolato…..ma da quanto tempo è che siamo in mare?

La strada che dobbiamo fare prima di poter trovare un gelato è enorme. Da qui dove siamo ora dovremo continuare verso Est per 400 miglia fino a raggiungere un’isola lunga e stretta con un nome che  suona strano in mezzo a questo mare caldissimo: Nuova Irlanda. Superatala dovremo piegare a Sud Est, per altre 650 miglia, fino all’aricpelago della Luisiade, la punta estrema ad Est della Papua Nuova Guinea, e poi ancora a Sud, per 800 miglia, fino alla grande barriera Australiana e al porto di Brisbane, che è la nostra meta finale.    In tutto milleottocentocinquanta miglia, e con il poco vento che c’è,  chissà quanto tempo impiegheremo. Poi lungo la strada è pieno di isole, isolette e atolli. Sono posti dimenticati, probabilmente belli, sicuramente interessanti. Sarebbe bello potersi fermare, se non in tutti (ci vorrebbero anni) almeno in alcuni. Ma abbiamo poco tempo e dobbiamo sbrigarci.  L’ultima parte del nostro percorso, quella dalla Luisiade all’Australia ci farà attraversare una zona a richio di cicloni. La stagione pericolosa inizia a Novembre, e quindi è già iniziata, ma il rischio che si formi un ciclone aumenta con l’avanzare della stagione, e diventa altissimo a Dicembre e Gennaio.

Be, vedremo.

 In tutto questo tempo il temporale ha continuato ad avvicinarsi ma prima di raggiungeci si è sciolto, senza fare danni,

Verso sera il vento si stabilizza da Ovwes, in poppa piena. Ce facciamo? Prendiamo il bordo di Nord Est o quello di Sud Est? Decidiamo per Nord Est, anche se la nostra rotta per l’Australia vorrebbe già piegare un po verso sud. Ho l’impressione che a nord avremo venti e correnti un po’ più favorevoli. E poi, a sud, a 40 miglia da noi c’è un’isola, e più stiamo lontani meglio è, visto che abbiamo la tendenza ad addormentarci durante i turni di notte.

 3 Novembre.

Che bello, abbiamo camminato tutta la notte . Il vento si è stabilizzato e noi facciamo quattro nodi fissi. E stamane il cielo è anche abbastanza chiaro, c’è il sole e il mare è blù. Simo saliti in latitudine ed ora siamo a poco meno di un grado dall’equatore.

 12.00 Nelle 24 ore abbiamo percorso 73 miglia. Ora però c’è un nero che si profila all’orizzonte.

 Il vento da Nord Ovest continua tutto il pomeriggio ma sempre più leggero. Al tramonto scompare.

 4 Novembre. Dormito tutta la natte. Partiti alle 5 del mattino a motore su mare oleoso. Ho visto l’alba e pi il sole alzarsi. Cielo sereno con milioni di nuvolette bianche che si accumulano sull’orizzonte.

Ore 12.00 Percorse 60 milgia nelle 24 ore. Siamo a 33 miglia dall’isola Mussau, la prima del gruppo che poi seguiremo scendendo oblicuamente verso sud.

Dentro labarca ci sono 35 gradi. Il mare è immobile. Abbiamo passato la mattina a chiacchierare di Davide e Salomone

 5 Novembre

Ore 05.00

Ripartiamo a motore. Il sole soregerà tra 40 minuti. Cielo quasi sereno. L’isola Mussau si vede bene. Stanotte a parte un’ora di vento dovuto ad un temporalino e che perà veniva direttamente da Est, per il resto c’è stata piatta ed abbiamo dormito. In barca ieri sera c’erano 35 gradi. Stamane ce ne sono 31. Caldo.

 La pesca del dorado

Faceva caldo. Andavamo a motore sul mare liscio e olioso, nell’aria immobile. Abbiamo deciso di spegnere il motore per fermarci e tuffarci. Mentre la barca rallentava è scattata la traina. Un pesce grosso. Dava grandi strappe e faceva enormi salri fuori dall’acqua. L’ho riconosciuto subito dalla forma slanciata e flessuosa del corspo quando emergeva nei salti. E’ un pesce bellissimo, col corpo sottile dotato di una lunggissima pinna dorsale che oarte dalla testa e arriva fino alla coda. Ma la cosa più bella sono i colori. Il dorado è azzurro e verde, ma tutta la parte superiore del corpo è macchierrata di pallini e di striature dorate bellissime. Quando però il pesce viene tolto dall’acqua e muore, i soui colori in poche decine di secondi scompaiono lasciando il posto ad un colore argenteo uniforme.

Lo tiriamo sottobordo, lentamente, perchè il pesce è grosso e forte e combatte aspramente. L’acqua è traparentissima e comincio a vederlo anche se è qualche metro sotto il livello del mare.

“Hei, ma ce ne è un’altro!”

I pesci sono due. C’è quello che abbiamo pescato noi e un’altro, identico, anch’esso lungo più di un metro, che lo segue a brevissima distanza. Mi vengono in mente cose che ho letto non so dove e non so quando. I dorado vivono quadi sempre in coppia. Il maschio ha la testa più grossa e la fronte verticale. La femmina è più affusolata ed ha la testa più aggraziata. E’ il maschio che ha abboccato, ed ora è a pochi metri da noi, La femmina lo segue, nuotando piano.  Quando se ne pesca uno è facile perscare anche l’altro perchè il compagno non lo lascia, fino all’ultimo momento.  Ora sono li tutti e due bellissimi, nell’acqua trasparente, e i loro colori sono così intensi da sembrare magici.

“Aspetta, scendo a prendere la telecamera.”

“Si, prendi anche la macchina fotografica”

Lizzi resta a poppa con la lenza in mano mentre io rovisto per trovare le macchine, con un senso di disagio che resta inespresso. La barca intanto si è fermata. La lenza la fuori non risente più della tensione dovuta al movimento. Il dorado salta una, due, tre volte. Lo sanno anche i bambini che non è così che si fa a pescare. Non si lascia il pesce in acqua appeso ad una lenza inerte. E proprio mentre sto riemergendo dal boccaporto il bestione fa un ultimo salto e si libera. Resta immobile per un momento, sbilenco, prostrato forse dalla lotta. Poi si lascia scivolare verso le profondità del mare, ondulando sulla coda,  e la sua compagna lo segue, due macchie gialle che si fanno piccole nel blu profondo.

Nessuno di noi dice che peccato.

Speriamo di pescare un tonno. Chissà perchè i tonni fanno meno pena dei dorado. che non lo lascia finchè non azzura.

 Ore 07.40 Ci avviciniamo alla parte Nord dell’isola di Mussau. Isola grande. Da lontano col binocolo vedo boschi in alto e cocchi in basso. Il fumo di un fuoco ogni tanto sbica da un gruppo di alberi poco più in dentro dalla linea di costa. Guardo col binocolo e faccio in modo di passare vicino tanto la carta dice che la parte nord della costa è libera da pericoli. Soero che so, di poter vedere qualche cosa, qualcuno. Avvicinandoci, sulla spiaggia vedo due puntolini. Due persono, ma sono piccolissime, le immagini velate dalla foschia dei frangenti che si rompono prima della spiaggia. poi compaiono le canoe. Sono due. Le vedo col binocolo apparire e scomparire nelle valli delle onde. Remano come forsennati e puntano verso di noi. Rallento e tiriamo su la traina. Scendo sotto a prendere telecamera e vestiti. I due arrivano in un tempo sorprendentemente breve. Un uomi in una canoa pitturata di bianco, un ragazzo in una canoa grezza, nuova, col legno ancora del colore chiaro dell’albero appena tagliato. L’uomo ha a bordo quattro o cinque persci, incredibilmente grossi. Il ragazzo ne ha solo due, di quelli che vivono sulla barriera, pieni di aculei e di protuberanze, che noi non ci sogneremmo mai di mangiare. Sono venuti di gran carriera, e noi abbiamo fermato la barca per aspettarli. Un incontro desiderato da entrambe le parti, ma poi non si sa bene cosa dire. Chiedo come si chiama il villaggio. Quanta gente ci vive. Chhiedono da dove arriviamo. Se ci fermiamo. NO, non ci fermiamo, non c’è ridosso e poi siamo di corsa.

Diamo motore e scompaiono di nuovo tra le onde.

 Ore 09.00 Superata la punta nord di Mussau. Ora comincia la discesa verso Sud Est.

Ore 10.30 Navighiamo a motore. Lizzi spunta dfl boccaporto, pallida e preoccupata. Carlo, c’è il tappeto pieno d’acqua. Vuol dire una sola cosa: acqua sotto i paglioli. Spegnamo subito. Apriamo i paglioli. Orribile. L’acqua ha quasi sommerso la parte basse del motore. Grandi chiazze di olio nero galleggiano a livello dei paglioli, a livello del tappeto.

Ma da dove diavolo arriva tutta questa acua

Non so,  adesso dobbiamo pensare solo a toglierla.

Mi aggrappo alla pompa di sentina e comincio a pompare furiosamente. Uno, due, tre minuti, il livello non sembra calare, ma non aumenta neppure. Per fortuna il mare è calmissimo e non ci sono rollate a far finire l’acqua qua e la. Ho il tempo di calmarmi e di pensare. Con la pompa manuale di sentina impiegheremmo una eternità. Meglio con i cecchi. Ci organizziamo, con due secchi e un grosso pentolino col manico. Io, a carponi, col pentolino, prelevo l’acqua dalla sentina e la verso nel secchio. Lizzi preleva il secchio e ne versa il contenuto nel lavandino. Mentre riampio un secchio lizzi ne svuota un altro e così via. In breve ho la mani le gambe le braccia e le ginocchia unte di olio nero, Il pavimento sembra quello di una autorimessa, ma il livello dell’acqua in sentina si abbassa.  Dopo un’ora abbiamo la schiena a pezzi ma la sentina è quasi vuora, e a questo punto, dieci minuti con la pompa la vuotano del tutto. Ancora mezzora e anche i pavimenti e noi stessi siamo di nuovo puliti. E troviamo anche la causa: il coperchio metallico dello scambiatore di calore si è fessurato e quando il motore è in moto l’acqua del raffreddamento sgorga a fiotti.

Ci pensiamo su. Ci vorrebbe una saldatrice. Proviamo col silicone? Ma tiene con l’acqua calda. E poi è tutto sporco di ruggine e bangto. Alla fine abbiamo provato con lo stucco sottomarino, quello che teniamo in barca per le evenienze più catastrofiche.

Da quando ci siamo accorti dell’acqua sono passate due ore, e il motore è rabberciato ma non lo possiamo usare finchè lo stucco non sarà catalizzato, ovvero almeno per 24 ore.

Ore 12.00 Percorse nelle 24 ore solo trentasei miglia. Anche perchè abbiamo perso due ore per la riparazione e quando abbiamo finito ci siamo ritrovati abbastanza vicino a terra e con pochissimo vento.

Camminiamo a vela pianissimo e da terra arriva un’altra canoa. Stavolta a bordo sono in tre e non hanno le solite facce bonaccione dei polinesiani.

Vorremmo evitarli, ma la nostra andatura da lumache non ce lo consente. Arrivano. Volti scuri. Uno ha il cappello da rasta e un teschio tattuato su un braccio. Mostrano delle noci di cocco. Quello che sta a prua ce le mette a bordo e poi fa come per salire, ma lo fermo. Resta interdetto, ma si ferma. Spiego che il capitano e indico sottocoperta, non vuole. Lizzi aggiunge che dobbiamo allontanarci da costa perchè arriva un temporale e che domani torneremo. I tre sembrano davvero poco raccomandabili. Quello a poppa resta semisdraiato e parla con la voce impastata come fosse un po’ ubriaco. Comunque se ne vanno.

Nel frattempo ne vediamo arrivare altri due. “Oh, no” Però nel frattempo il vento è aumentato leggermente e camminiamo un po più veloci. I due non si scoraggiano, e noi puntiamo decisamente verso il largo. Quando ci raggiungono siamo ad almeno due miglia da terra e la barca ha preso un buon passo che loro faticano a sostenere. Sorridono. Chiedono sigarette. Non ne abbiamo. Birra? Non ne abbiamo. Lasciano perdere e se ne vanno.

Arriva un temporale e finalmente riusciamo ad allontanarci.

Ore 18.00 Tramonto. Siamo di nuovo senza vento, e senza poter usare il motore. La corrente ci porta verso sud ad un nodo. Più a sud c’è un’isola (Emirau) crcondata da un po di coralli. Tra Emirau e Mussau un passaggio largo 5 miglia.

Passiamo i turni di guardia della notte a a controllare la nostra deriva sul GPS. La corrente ci porta a Sud e ci spinge nel passaggio, facendoci transitare proprio in mezzo, equidistanti dalle riva.

Heremit - Papua Nuova Guinea

Heremit – Papua Nuova Guinea

 6 Novembre

La giornata comincia con i soliti venti leggerissimi. Siamo andati alla deriva tutta la notte e due pesci si sono affezzionati a noi. Sono di quel tipo che nuota in maniera ridicola, agitando di qua e di la la pinna dorsale. Ora che un venticello leggero ci fa avanzare ad un paio di nodi nuotano come forsennati per tenerci dietro e i loro sforzi sono verammetne ridicoli.

Continuiamo a camminare pianissimo per tutta la mattina

Ore 12.00 Percorso nelle 24 ore: 36 miglia, buona parte delle quali grazie alla corrente.

Proviamo il motore. La riparazione tiene quasi del tutto. C’è solo un leggero gocciolio. Ma per quanto tempo terrà?.

Pomeriggio. Si forma una linea temporalesca. Impiega molto a formarsi, ma alla fine occupa uniformemente metà dell’orizzonte. Prendiamo le solite precauzioni: due mani al randone, una al randino, e a prua solo la trinchetta. Ma appena arrivano i primi soffi ammaino anche laa trinchetta perchè il vento arriva direttamente da Sud Est e non è pensabile di fare strada contro. Arriva la prima raffica e si porta via il mio cappello e gli occhiali che erano in terra in pozzetto. Vanno a fermarsi sul ponte, al limitare della falchetta. Li inseguo. Un’altra raffica e il cappello vola. Recupero gli occhiali e li incastro da qualche parte perchè devo correre a prua. Il vento è violentissimo e la trinchetta che era ammainata sul ponta ma non legata, per la forza del vento si è impennata ed è risalita lungo il suo strallo, come se qualcuno l’avesse issata, ed ora è li, per aria, a sbattere freneticamente. La ritiro giù a manate, la lego sul ponte e corro ad ammainare il randono mentre la barca si piega paurosamente sotto le raffiche. Lizzi che era dentro col mal di schiena è fuori anche lei. Laghiamo a fatica il randino, leghiamo tutto il reto e corriamo a ripararci demtro.

Il temporale di oggi è strano: pochissima pioggia ma un vento eccezionale. Dura un’ora e ci lascia con cielo nuvoloso.

 7 Novembre

C’è poco vento. Usiamo il motore. La riparazione tiene, ma tiene male e gocciola sempre più col passare delle ore. Decidiamo di provare a fermarci nella cittadina di Kavieng ad una sessantina di miglia da qui. Non abbiamo il visto, ma invocando le ragioni dell’emergenza, forse otterremo il permesso per fermarci a fare le riparazioni.

Scendiamo verso Sud, verso l’isola che si chiama guarda un po te New Hannover.

Ore 12.00 percorse nelle 24 ore 33 milia.

Nel frattempo arriva il vento. Di poppa. Facciamo dei bordi di poppa ma camminiamo. In pochissimo tempo sulla montagna di New Hannover alla nostra destra si è formato un temporale nerissimo e un’altro se ne forma verso il largo, alla nostra sinistra. Ci prepariamo e li prendiamo. Gran vento e pioggia, ma vengono da dietro e possiamo sfruttarli per camminare.

Ore 18.00 Il vento è leggerissimo ma ormai siamo a 18 miglia da Kavieng. Ammainiamo e la corrente ci porta lentamente dentro una grande baia. Quando siamo ben dentro diminuisce e ci lascia fermi

 8 Novembre

Ore 05.30 Alba. Sole. Si vedono le isolette che stanno sparpagliate nella baia. C’è vento leggero da Ovest. Isso le vele, preparo la colazione e sveglio Lizzi. Mancano sei miglia a Kavieng ma possiamo permetterci di andare piano perchè dobbiamo lasciare che il sole salga prima di affrontare il passaggio che porta in porto.

Prepariamo la carca all’arrivo

 16 Novembre

Lasciamo Keviang dove siamo rimasti per una settimana. Usciamo sul oato sud e costeggeremo il lato Sud Ovest della Nuova Irlanda. E’ pieno di temporali e di acquazzoni. Dopo due ore dalla partenza prendiamo il primo, e siccome stiamo facendo un canale tra i reef, non abbiamo la carta, eccetera eccetera, per prudenza buttiamo l’ancora.

Ripartiamo a mezzogiorno. Il tempo non è migliorato affatto, ma è mezzogiorno, e se non partiamo adesso non partiamo pi. Navighiamo sotto l’acquerugiola con il cielo tutto nero e pieno di piovaschi. Pian piano, a motore, seguiamo la strada tra le isole con le indicazioni del GPS. Alle tre siamo fuori e c’è vento da Nord.

Cominciamo la strada che ci poterà in Australia

 17Novembre.

Ho capito perchè la chiamano nuova irlanda. L’isola è grande e scura. Un bastione lungo piantato nel mare. Le nuvole la avvolgono in strati sovrapposti e le conferiscono quell’aria di mistero che di solito è associata ai paesaggi nordici.

Per tutta la sera di ieri e quasi tutta la notte abbiamo navigato a vela con un bel venticello da Nord. Nella seconda metà della notte è scomparso. Meglio così. Lizzi è stesa dal mal di schiena ed io non ce la facevo pi a stare di guardia.

Stamattina il vento è ripreso. Un po irregolare, ma ci fa camminare.

Ore 12. Il percorso dall’uscita del labirinto di Kavieng a qui è stato di 70 miglia. Considerando che è relativo a 21 ore, la media giornaliera è di 80 miglia.

Il vento continua, irregolare, ma c’è. Quando è deciso facciamo 6 nodi. Quando è pi leggero ne facciamo tre.

L’isola è lunghissima. Scorre nera e misteriosa alla nostra sinistra. In mare nessuno. Ne una barca, ne una anve, ne una canoa. Per evitare i salti di vento dovuti alla presenza della terra stiamo navigando a dieci miglia dalla linea della costa. A questa distanza i villaggi non si vedono e non si vede la gente. Che peccato. Chissà chi abita questa terra che fino a ieni nemmeno sapevamo che esistesse. Che spreco non fermarsi.

Ore 13.30 Fregatura. Il vento di colpo gira a Sud Est. E siamo di bolina..

 18 Novembre

Mattina. Il mare è calmissimo. Scendiamo lentamente verso sud. Dobbiamo passare la parte pi stretta del canale di San Giorgio, poi le isole lentamente si allontaneranno e saremo nuovamente in mare aperto.

Di colpo, alla mia destra, vedo una stranissima nuvola. E’ grigia, invece che bianca, tutta appallottolata a cavolfiore, e cresce in verticale a vista d’occhio. Ecco cosa avevo visto stanotte! Non era una strana montagna, era un’eruzione vulcanica! La nuvola sovrasta una breve zona di terra pianeggiante, ma a destra e a sinistra del pianoro due monti perfettamente conici si inquadrano ad hoc nella spiegazione: è un vulcano, e sta eruttando una vomitata di fumo.

Lizzi esce a vedere con la macchina fotografica. Ma nel tempo che ha impiegato ad uscire la nuvola si è rarefatta. Non è proprio dissolta, ma non ha pi quell’aspetto brutale, quei confini grigi ben definiti. Peccato. Ci avviciniamo?

Ma dai, perchè, lascia perdere.

Ma io sono attratto come un’ape dal miele. Forse c’è una erizione in atto, forse se ci avviciniamo riusciamo a fare delle foto, forse delle riprese.

Midifichiamo la rotta per passare più vicino a costa, tanto la strada non è molto più lunga di quella che faremmo tirando dritto. La costa è lontana 6 miglia. Tra un’ora potremmo essere vicini abbastanza per fare delle belle foto. Intanto teniamo d’occhio il vulcano e parliamo di quel che capita. La mattinata è splendida. L’acqua è calma. La terra ha un aspetto invitante. Ma perchè non ci possiamo fermare? Perchè sta per cominciare la stagione dei cicloni. Già, i cicloni. Quando abbiamo pianificato questo passaggio attorno alla Nuova Guinea che incidentalmente è la seconda isola più grande del mondo dopo la Groenlandia, quando lo abbiamo pianificato, dicevo, non avevo neppure pensdato al problema dei cicloni. Sapevo che tornando in inverno verso l’Australia ci saremmo trovati nella stagione sbagliata, ma da qualche parte della mia mente avevo confuso qualche informazione: la zona è soggetta ai cicloni per tutto l’anno, nessun mese dell’anno può dirsi completamente esente, ma la probabilità è piùttosto bassa. Questo credevo di aver letto. Invece mi confondevo. Questo passaggio l’acevo effettivamente letto, ma si riferiva al golfo del Bengala. La costa del queensland, invece, è perantemente soggetta ai ciloni nel periodo invernale. Me ne sono ricordato improvvisamente quando gli australiani ce ne hanno parlato. Mi sono ricordato di aver visto le foto dei danni, delle case contorte, delle barche trasportate per centianaia di metri dentro la terraferma.

“In un anno standard ci si aspetta di avere almeno 5 cicloni ben sviluppati” così diceva con nonchalance …… mentre chiacchieravamo del più e del meno. Ma anche se ufficialmente la stagione pericolosa comincia a Novembre, il pericolo diventa tale a Dicembre e il massimo è a Gennaio e Febbraio. Siamo al 18 di novembre. Mancano 1200 miglia all’Australia. Per questo non ci possiamo fermare. Non si può sfidare troppe volte la sorte. La èprima volta il destino ti premia. Bravo che hai ostato! La seconda forse ti premia ancora! Ma non ho voglia di vedere cosa sccederebbe la terza volta!

Intanto, nei prossimi giorni dobbiamo ricordarci di tirare un filo in coperta che faccia da antenna per la radio. Gli australiani ci hanno dato le frequenze delle stazioni che trasmettono i warning in caso di pericolo. Ma la nostra radio è muta. E’ da anni ormai che non la usiamo più…….

Stavamo parlando di queste cose quando la bwrca ha cominciato a sussultare.

“Hoddio, cosa succede”

“L’ecoscandaglio, accendilo!”

Ma io che sono al timone so bene che non può essere un bassofondo. Ho appena controllato la carta e siamo lontani da ogni pericolo. Il mare è profindissimo. Mi guardo attorno. Non riesco a vedere nulla di speciale. Mi rendo conto di avere gli occhiali scuri e me li tolgo precipitosamente. Intorno a noi l’acqua è blu e calma con il colore del mare profondo. Ma allora che cosa è che fa sobbalzare la barca. E’ proprio un sobbalzo, come se stessimo scivolando su un fondo ondulato, ma senza asperità. Insomma, sobbalza ma non urta. Lizzi è cosrsa sotto ad accendere l’eco. Io mi guardo attorno e non vedo nulla. Cambiar rotta, ma verso dove. Una rete da pesca? Assurdo. Allora cosa. L’occio mi cade sul cono del vulcano. Una nuvola nuova comincia ad uscire. Ecco, è lui? Un maremoto? No, non so, non proprio.

“Andiamo via!”

Intanto la barca ha smesso di sussultare. Sfoglio dentro la mia testa confusa le ultime traccie di quanto è rimasto da quando facevo lo scinziato. Come si spiega che il vulcano faccia sobbalzare la barca a 6 miglia di distanza. E l’acqua che resta calma?

“Andiamo via, basta, è pericoloso”

A me pericoloso non sembra, ma Lizzi non ne vuole sapere

“Cosa ne sai, magari c’è in atto una eruzione, e noi dovremmo andare a cacciarci dentro?”

Quel che abbiamo sentito, qualunque cosa fosse, è finito. Era forte, ma non ha lasciato traccia, nemmeno sull’acqua che è calma, appena appena increspata dalla brezza, esattamente come prima.

Un po’ controvoglia rimetto la prua a Sud Est. Per quasta volta basta così. Magari chi sa, negli anni prossimi potremo sempre ripassare da qui.

 09.30 Siamo tra l’isola tredner e l’isola tovalik. E’ la parte più stretta del canale di S. Giorgio tra la Nuova britannia e la Nuova Irlanda (come suonano fuori luogo questi nomi britannici appiccicati a queste isole da negri!). Una leggera ma inconfondibile ondulazione percorre il mare proveniendo da sud. Dice che stiamo entrando in un mare nuovo. E’ l’onda lunga dell’aliseo del Pacifico meridionale. Racconta di un nuovo emisfero, di un mare immenso, di mugliaia di miglia di acqua blu, costellate da infinite isoleine……i

Ore 12.00 Percorse 83 miglia nelle 24 ore. Ora ci stiamo proprio affacciando dul Pacifico. Anche quello di prima era pacifico, ma eravamo nel labirinto tra le isole. Questo invece sembra quello vero. Lizzi ha voluto che le tirassi su delle secchiate d’acqua per lavarsi. E’ più fredda. Altro segno dell’oceano.

Ore 17.50 Siamo quasi fuori dalla parte finale del canale. Le rive sono lontane ma diccome le montagne sono altissime si vedono ancora bene. Il mare ancora una volta è pieno di tronchi tronchetti bambu e detriti vari. Non così tanti come quella vota che navigavamo al largo dello ….. quando di notte ci siamo dovuti fermare perchè era troppo pericoloso, ma comunque sono tanti. Ho visto una noce di cocco con il germoglio verde transitare a fianco della barca, alla ricerca di una spiaggia su cui mettere le radici. Più tardi ne ho vista un’altra. E così che la natura

compie i suoi riti.

Per cena stiamo facendo lessare delle patate dolci ancora da Heremit

 19 Novembre

ore 08.00 Notte senza vento siamo rimasti più o meno fermi tutta la notte, ma la corrente ci ha portato prima di un paio di miglia verso ovest, e poi 5 miglia verso sud. Grazie. All’alba ho acceso il motore. C’era anche un filo di vento èd ho issato il fiocco. Dopo colazione stavamo guardando il mare mezzo assonnati e proprio di prua è comparsa una balena, piccola e vicina. Sono corso dentro a spegnere il motore ed a preparare telecamera e macchina foto. Il tempo di farlo e quando sono uscito era già scomparsa.

Stanotte abbiamo spostato di un’ora avanti gli orologi. Altrimenti il sole sorgeva troppo presto (alle 5 e 30) e la sera vi tramontava troppo presto