Gen 012005
 

Quella che si vive sul mare, sotto una vela spinta dal vento, è una libertà quasi infinita. Dopo 15 anni non ci siamo ancora abituati ed è difficile vederne i limiti. Chi vive sulla terra, intorno, ha sempre lo stesso orizzonte. Ha sempre gli stessi vicini e respira sempre la stessa aria. Su una barca é diverso. L’orizzonte cambia ogni volta che lo si vuol far cambiare. Basta issare le vele e puntare verso il largo per trovarsi ogni volta di fronte alla libertà più bella e più grande di tutte: quella di scegliere una rotta tra le mille possibili che il mare mette a disposizione. E in fondo alla rotta c’é sempre un posto nuovo, un paese nuovo, nuova gente.

L’anno scorso siamo tornati alle Fiji. Erano passati 15 anni da quando, la prima volta, eravamo passati da lì, sul Vecchietto la vecchia mitica Alpa 11,50, durante il nostro primo giro del mondo. Ripassare dopo tanti anni in un luogo di cui si conservano bei ricordi, si dice, sia un errore. Tutto cambia e si rischia di scoprire che le cose che ci avevano fatto stare bene non ci sono più, che i luoghi sono diversi, che la gente è cambiata e via discorrendo. Così è con un po’ di ansia che ci siamo avvicinati all’arcipelago. In realtà, più che per quel che avremmo trovato o meno, l’ansia era dovuta al fatto che avevamo fatto la traversata dalle Vanuatu (500 miglia) navigando solo con il sestante. Il GPS si era rotto, avevamo fatto tutta la strada di bolina ed eravamo distrutti, stanchi morti e incerti. Il nostro punto era approssimativo, fatto solo due volte al giorno con i rilevamenti del sole e portato avanti con la stima ad occhio della velocità. Infatti se non funziona il GPS non si sa più nemmeno a che velocità si cammina, perché la famosa etichetta fuori scafo che un tempo si teneva accuratamente pulita, ormai da anni è un’inservibile incrostazione calcarea. E in più c’era vento forte e mare enorme.

Finalmente una mattina è comparsa, lontanissima, la terra e insieme è comparsa anche una nave, la prima in 10 giorni di navigazione, anche lei che saliva e scendeva tra le onde, che appariva e scompariva tra le creste. L’abbiamo chiamata con il VHF e abbiamo chiesto la posizione, perché, per avvicinarsi a terra a cercare il passaggio tra i reef che immette nelle acque interne dell’arcipelago, bisogna essere ben certi delle proprie coordinate. Sorpresa, il nostro punto artigianale era abbastanza giusto ed eravamo a 7 miglia dall’imbocco del passaggio.

Abbiamo chiesto se fosse normale tutto quel vento.

“Eh, summer monsoon”, è stata le risposta enigmatica, accompagnata da una risata. Vuol dire che quello che a noi sembrava proprio un gran vento, ad altri non sembrava tale. Questione di dimensioni, di altezza sull’acqua, di punti di vista e forse, di lunghezza di scafo. Così abbiamo fatto finta che quelle onde enormi non fossero tali, abbiamo puntato verso terra, imboccato la passe che conduce nelle acque interne dove il vento, come per incanto, è scomparso, fermato dalle vette dell’isola maggiore.

La prima cosa che colpisce, entrando, sono i colori: tinte pastello, bellissime, più intense di quanto ce le ricordassimo, con gli azzurri e i rosa della laguna così delicati e sfumati da sembrare acquerelli e i verdi e i gialli dei bassifondi corallini che con la loro tonalità dicono quanto sia profonda l’acqua e quanto ci si possa avvicinare, e i bianchi accecanti delle spiagge infinite ricoperte di palme. La seconda cosa che si nota, una volta scesi, è la gentilezza di una delle popolazioni più ospitali del mondo. La gente per la strada che saluta e dice Mbula, che vuol dire “benvenuto straniero”. La gente nei villaggi che ci ferma continuamente per chiederci chi siamo, da dove veniamo, cosa pensiamo delle Fiji, e tutti immancabilmente che ci invitano nella loro capanna, a bere il te fatto con le foglie dell’erba limoncina, o la kava, ottenuta con le radici tritate della Piper metisticumun. Insomma, un posto bellissimo. Allora? Tutto bene? Non è cambiato nulla? No è cambiato moltissimo. La capitale, Suva, un tempo una tranquilla e sonnacchiosa cittadina, ora è un posto rumoroso, con tanto di traffico, di inquinamento e di nascente delinquenza. Nelle isole fuori mano invece i modi della gente non sono cambiati, ma sono comparsi i primi segni di modernità. Le lamiere ondulate hanno preso il posto dei tetti di paglia e i bure tradizionali, fatti interamente di cocco sono scomparsi, sostituiti da orribili costruzioni grigie in mattoni di cemento. Per chi arriva in barca le cose sono cambiate ancora di più. Se quindici anni fa non c’era neanche un marina, oggi ce ne sono tre. Se allora per far carena non si poteva far altro che andare sullo scivolo dei pescatori di Suva, dove alaggio e varo erano operazioni rocambolesche che però costavano solo poche decine di dollari, oggi ci sono due cantieri, con tanto di travel lift, di shipchandler e di tariffe europee. Se quindici anni fa nell’arcipelago passavano 20 barche all’anno, oggi ne passano molte centinaia e gli ancoraggi più belli come la Blu Lagoon delle Yasawa, cominciano ad essere affollati, proprio come in Mediterraneo, con la differenza che qui le barche sono americane, australiane, neozelandesi, giapponesi. Per noi, che abbiamo scelto il lavoro di andare a cercare gli angoli più remoti e i luoghi più sperduti dove sopravvivono natura e tradizioni e di raccontare queste cose nei nostri libri e nei documentari, quelle baie affollate non erano più interessanti e quei marina perfetti e puliti dove la gente si ritrova la sera per il BBQ, la birra e i racconti di traversate eroiche, lo erano ancor meno. “Che facciamo?” “Mha, proviamo ad andare un po’ controvento” Alle Fiji controvento vuol dire Est, verso quella parte dell’arcipelago che si incontra per prima quando si viene dalle Tonga, ma dove nessuno si può fermare perché non si sono ancora espletate le procedure di entrata nel paese.Una volta arrivati alla capitale, o in uno degli altri porti doganali, e sbrigate le formalità, è difficile tornare verso quelle prime isole, perché, appunto, si dovrebbe navigare controvento e tutti preferiscono proseguire per le Yasawa, sottovento, altrettanto belle, ma più comode. “Va bene, proviamo verso Est” e già che c’eravamo abbiamo deciso di puntare verso l’isola più lontana, a 300 miglia dalla capitale, l’ultimo avamposto orientale dell’arcipelago.

Ci sono voluti 12 giorni, giocando a nascondino con il vento, passando sottovento alle isole quando riuscivamo, picchiando con il mare corto e con il vento in faccia quando eravamo costretti a farlo. L’ultima parte è stata la più dura: di nuovo in oceano aperto, con onde di due o tre metri, e il solito vento di bolina. Vento moderato, di 15-20 nodi, che però, se è contrario, sembra una piccola tempesta e ti fa rollare e faticare e star male, ma ormai eravamo quasi arrivati.

L’ultima isola dell’arcipelago, la nostra isola controvento, in realtà è un atollo. Una cintura ellittica di coralli con un’entrata sul lato occidentale e con un’unica parte di terra emergente piccola piccola sul lato orientale, dalla parte opposta all’entrata.

Alle 4 di notte il GPS, che nel frattempo è stato riparato, dice che siamo a 4 miglia. Fuori non si vede nulla. Ci mettiamo alla cappa, tra le solite onde che ci fanno rollare paurosamente, e aspettiamo. Arriva la luce rosata dell’alba. Arrivano il giallo del sole con il suo calore. Anche con il chiaro, però, non si avvista nulla. E’ normale. Non c’è terra su questo lato e la barriera si vede solo quando si è vicini. Riapriamo il fiocco, lo cazziamo, e riprendiamo la bolina, sempre verso Est. Dopo neanche un’ora appaiono i frangenti. Sono diversi dalle solite creste bianche che si vedono qua e là a screziare il blu che ci circonda e che si formano quando la cresta di un cavallone diventa troppo ripida e instabile. Questi sono meno irregolari. Appaiono e scompaiono ma si formano sempre sullo stesso posto, sono messi in linea e rivelano la presenza dell’ostacolo nascosto della barriera. Ancora mezzora ed ecco una interruzione netta nel bianco dei frangenti, una specie di porta, di corridoio, un passaggio dove il mare rimane blu. Avanziamo. Il sole, sorto da due ore, è ancora basso e siccome procediamo per Est ci si vede male. L’entrata però è larga un quarto di miglio e sorprendentemente facile. La imbocchiamo e in due minuti il mondo cambia: l’acqua diventa azzurra, il fondo da migliaia di metri che era risale a 35 e quel che più conta, le onde da 3 metri diventano ondulazioni gentili. Intorno a noi c’è sempre oceano a perdita d’occhio, ma dentro la laguna è come essere in un lago.

Il nostro atollo è lungo venticinque miglia, e largo sei o sette. E’ così grande che potrebbe contenere l’intera isola d’Elba. L’isola, sul bordo orientale, non è ancora in vista, e continuiamo a navigare, sempre verso est, sempre contro lo stesso aliseo da 15-20 nodi, ma farlo senza onde è persino divertente. Facciamo bordi che durano poco più di un’ora, prima per Nord Est finché non avvistiamo i frangenti che formano il limite nord dell’atollo, poi verso Sud Est finché non compare il bordo meridionale e così via. Sul plotter le spezzate della nostra bolina si allineano precise e dritte come gli zig zag di una macchina da cucire. Fa caldo, è divertente, e la barca corre veloce. Dopo 6 bordi appare l’isoletta. Dopo altri tre, a metà pomeriggio, il fondo risale, l’azzurro si intensifica, i banchi isolati di corallo a cui si deve sempre stare attenti quando si naviga in un atollo diventano più fitti. Ammainiamo e continuiamo a motore, piano piano, prima su 10 metri, poi otto, poi sei. Dobbiamo anche tener conto della marea che ha un’escursione di tre metri. Come sarà adesso? Alta o bassa? A un miglio da terra il fondo è 5 metri e il corallo in giro è semplicemente troppo. Ancoriamo, anche se siamo così lontani che non si vede neppure se l’isola sia abitata o no, e per scendere a terra ci vorrà mezzora di gommone, pazienza.

Ed è stato così che per gioco, senza saperlo, siamo arrivati in una specie di paradiso. Un’isola bellissima, incontaminata, dove vivono solo 4 persone che non vedono mai nessuno. Qui, su quest’atollo, non arrivano ne navi ne traghetti. Negli ultimi 10 anni, ci raccontano gli abitanti, è passata un’unica barca a vela e solo un paio di volte l’anno, nel periodo delle calme invernali, qualche pescatore coraggioso si spinge fin qui dalle Fiji attirato dalla incredibile abbondanza di pesci della laguna.

L’isola è lunga 5 chilometri e larga qualche centinaio di metri. I suoi abitanti vivono in una radura proprio al centro. Per il resto solo spiagge senza orme, terra coperta di cocchi e piante aggrovigliate, lagune piene di coralli e di pesci, scogli corallini abitati da milioni di granchi e di murene. Ci sono anche due isolette piccole che chi ha disegnato la carta non si è curato di riportare. Sono letteralmente coperte di uccelli, di sule, di fregate, di sterne che vengono a depositare le uova e a covarle e che non fuggono quando ci avviciniamo con la telecamera. Ci sono pipistrelli giganti con le ali larghe un metro e ci sono persino i granchi del cocco che altrove sono scomparsi perché troppo appetitosi e troppo facili da catturare. Qui tutto è intatto, incontaminato, primordiale. Così su questa isola abbiamo girato le immagini di uno dei più bei documentari che abbiamo prodotto, con protagonisti l’isola, i suoi abitanti e i suoi animali.

Beh, non era proprio solo paradiso. C’era anche qualche inconveniente, come i milioni di zanzare che a terra, attive anche di giorno, si sono rivelate indifferenti a tutti i nostri repellenti. L’unico modo di evitarle era quello di stare immersi nell’acqua fino al collo o di stare immersi nel fumo delle scorze di cocco, che gli abitanti accendevano intorno alle capanne per tenerle lontane, ma così si restava intossicati. In barca si stava bene, tranne che con l’alta marea, quando, per qualche ora, l’onda oceanica riusciva a superare l’ostacolo della barriera ed entrava in laguna facendoci rollare come fossimo in navigazione. Ma questi disagi, in fondo, sono un costo accettabile, una fatica che si fa volentieri, come quella di andare controvento.

Il nostro racconto finisce qui. Dite che ci siamo dimenticati qualcosa? Il nome dell’atollo? No, non ce lo siamo dimenticati. Non lo abbiamo detto di proposito. Negli ultimi anni ci è capitato di notare che, una piccola informazione su un posto, può scatenare un fenomeno a valanga, che riversa sul luogo una numero di barche tali, da stravolgerlo. Un esempio? Nella baia di Port Resolution, alle Vanuatu, si poteva accedere solo dopo aver fatto l’entrata ufficiale dall’altra parte dell’isola, in un porto impossibile, senza ancoraggio e senza riparo. Quando si seppe, perché una barca diffuse la notizia per radio, che si potevano pagare gli ufficiali e farli venire con il fuoristrada fino a Port Resolution per sbrigare lì le pratiche, molte barche cominciarono a fermarsi. Ora è istituzione che la pattuglia arrivi una volta la settimana. Morale, in una baia dove si vedevano non più di una dozzina di barche l’anno, lo scorso agosto ce ne erano venti contemporaneamente, con gommoni da quaranta cavalli che schizzavano su e giù tra le canoe dei nativi, con i BBQ organizzati sulla spiaggia, e con le mamme americane che spiegavano alle maestre della scuola come far giocare i bambini e altre amenità del genere. La cosa peggiore, e noi l’abbiamo vista con i nostri occhi, è stato quando, l’equipaggio di due barche (tacciamo la nazionalità) hanno fatto un accordo per farsi cucinare un pasto a terra. In cambio hanno portato una bottiglia di rum. Il giorno seguente, uno dei due cuochi, un ragazzo di 25 anni, gentile e disponibilissimo, ha picchiato la madre. Con tutte le conseguenze che un episodio del genere si porta dietro, in una società dove la famiglia è il centro della vita!!

Ci spiacerebbe pensare a una situazione simile nel nostro atollo figiano. Il nome non ve lo diciamo, ma se qualcuno di voi ci vuole andare, lo cerchi attentamente, a Nord Est, e ancora più a Est, sulla carta delle Fiji.

Gen 012003
 

“Noi siamo Jon Frum, da 50 anni stiamo aspettando che lui ritorni. Sono tanti 50 anni? Voi il vostro Messia lo avete aspettato molto di più. ”

In questi termini disarmanti Gedeon, il vecchio pastore dal barbone bianco ci espone il credo: suo, del villaggio e di quasi tutta l’isola di Tanna. Essere Jon Frum vuol dire fare parte di un movimento religioso nato qui alle Vanuatu quando gli americani arrivarono durante la seconda guerra mondiale, sconvolgendo non poco la vita degli isolani. Alcune città sorsero dal nulla come basi per i soldati, gli indigeni si spostarono, chi di propria volontà chi un po’ meno, da un’isola all’altra per fornire manovalanza agli americani, ma soprattutto, per la prima volta, gli abitanti delle Vanuatu videro aerei, auto, carri armati e tutto quelle incredibili meraviglie connesse con la civiltà venuta da lontano.

Ma quello che scoprirono fu anche un mondo, quello degli americani, dove bianchi e negri sembravano avere gli stessi diritti e venivano trattati nello stesso modo.

“Fino a quel momento noi avevamo subito ogni tipo di privazione e di sopruso da parte dei missionari e dei colonizzatori e un mondo in cui i bianchi avevano tutto e i negri non avevano nulla ci sembrava quasi naturale. Ma quei negri americani, venuti con le navi, avevano le stesse cose che avevano i bianchi. E venivano tutti trattati allo stesso modo. Fù allora che Jon Frum apparve ai nostri anziani e spiegò che per noi c’era anche la speranza di un mondo migliore.”

Nessuno conosce con certezza l’origine del movimento Jon Frum. Forse un soldato americano, che si chiamava John, in qualche occasione particolare si distinse per la sua generosità e per la sua disponibilità nei confronti dei locali e venne così idealizzato come simbolo di quella società egalitaria; fatto sta che, quando alla fine della guerra, gli americani se ne andarono, gli indigeni delle Vanuatu si disposero ad attendere il ritorno di tutto quello che avevano solo intravisto. Inventarono un credo e iniziarono a praticare un culto volto a tenere i contatti con Jon, al quale aggiunsero il cognome di Frum (forse una contrazione di from America, o lo storpiamento di Brown) e che presto o tardi, di questo sono certissimi, tornerà.

Così, tutti i venerdì notte, nei villaggi di Tanna, i seguaci di Jon Frum si riuniscono a ballare e suonare le chitarre, sotto una bandiera a stelle e strisce che garrisce sopra le loro capanne. E questa strana religione è solo una tra le tante cose incredibili che abbiamo incontrato alle Vanuatu.

Sapevamo che le Vanuatu sono uno dei posti più selvaggi e più interessanti dell’oceano Pacifico. Avevamo sentito raccontare di villaggi, sulle montagne, ancora isolati, avevamo letto di strane religioni, di vulcani attivi e infuriati, di giungle impenetrabili, ma per anni le avevamo evitate perché sono uno dei posti al mondo più infestati dalla malaria. Poi, un giorno, ha prevalso la curiosità. Ci siamo procurati tanto tulle per mettere le zanzariere agli oblò della barca, abbiamo fatto scorta di medicinali per curare la malattia e abbiamo alzato le vele per lasciare l’Australia con la prua diretta a Est.

La distanza tra le Vanuatu e l’Australia è enorme, oltre 1000 miglia e per coprirla ci vogliono dagli 8 ai 10 giorni di navigazione ininterrotta. Noi troviamo vento contrario e tempo cattivo, e solo dopo 14 giorni e 14 notti passati a combattere contro il mare infuriato, scorgiamo la sagoma scura di Tanna che interrompe la striscia uniforme dell’orizzonte e a quel punto non è più solo l’avvistamento della terra, ma è come una promessa di pace e di quiete, di quel calore che a volte solo la terra sa dare.

Ci avviciniamo piano, in cerca di quella indentazione nella costa che dovrebbe contenere Lenakel, il porto principale dell’isola. A tre miglia da terra, però, siamo ancora sballottati da onde enormi, nè più nè meno che in mare aperto, mentre la riva alta e scura non lascia intravedere nessun segno umano. Ci consumiamo gli occhi a scrutare, ma davanti a noi ci sono solo montagne, alberi e giungla. Solo quando siamo a poche centinaia di metri da terra, scorgiamo un molo diroccato, e una cinquantina di case in muratura annidate in una nicchia tra le colline. Lenakel, la capitale dell’Isola e del distretto meridionale delle Vanuatu, è tutta lì, in quelle 50 case dall’aspetto dimesso. Noi dovremmo fermarci e scendere per le pratiche doganali e per timbrare i passaporti, ma il molo è avvolto da frangenti poderosi e tutta la costa sia a nord che a sud è battuta da cavalloni enormi. Non possiamo far altro che raccogliere le ultime energie, issare le vele e cominciare a circumnavigare Tanna, in cerca di un ridosso qualunque per poterci fermare.

Le 13 isole che formano l’arcipelago delle Vanuatu sono tutte così. Montagne selvagge e scure che si buttano a picco in un mare difficile e senza ridossi, cime incappucciate dal vapore, nere spiagge vulcaniche, alberi che scendono compatti fino al confine tra la terra e le onde. Se si fa eccezione per la capitale, Port Villa e per un paio di paesotti nelle isole più settentrionali, qui non sono ancora nate le città, non ci sono porti e gli abitanti vivono sparpagliati, dentro case di foglie, in villaggetti nascosti dalla giungla.

Fu James Cook, nel corso del suo secondo viaggio di esplorazione del Pacifico, ad avvistare per primo l’isola di Tanna nel 1774. Anche lui, come noi, rinunciò ad attraccare sulla costa occidentale, fece il giro dell’isola e scoprì dall’altra parte una bella baia riparata. Entrò e la chiamò Port Resolution, con il nome della sua nave, e battezzò l’arcipelago Nuove Ebridi, perché con il loro aspetto cupo ricordavano quelle terre fredde al largo della Scozia. Il giorno dopo l’avvistamento di Lenakel e poco meno di tre secoli dopo Cook anche noi buttiamo l’ancora a Port Resolution.

I suoi resoconti parlano di una grande ansa, con spiagge nere, alberi con molti tronchi e sorgenti d’acqua bollente. Quel che vediamo noi è uno specchio di acqua immobile che lambisce spiagge di sabbia scurissime, una foresta con enormi baniani (erano quelli gli alberi dai molti tronchi) che arriva fino al mare e una serie di ruscelli fumanti che si gettano in acqua dalla riva adiacente il vulcano Yasur. Scendiamo a terra e scopriamo che la baia è disabitata. Ci sono dei sentieri però, che sembrano abbastanza battuti e li seguiamo fin dentro la foresta e poi verso il pianoro sovrastante. Dopo dieci minuti sbuchiamo in uno spiazzo verdissimo, circondato da un cerchio di capanne costruite con tronchi e frasche, con le noci di cocco ammonticchiate davanti agli ingressi e cespugli fioriti piantati tutto attorno. Non c’è nulla che sia metallo o plastica, non c’è sporcizia, non ci sono rifiuti e le sole macchie nel verde del tappeto erboso, sono i fiori caduti dagli alberi.

Gli abitanti sono tutti lì ad attenderci. Ci hanno visti arrivare da lontano e invece che venire ad accalcarsi sulla spiaggia, hanno deciso di aspettarci nel villaggio.

“Volete vedere il vulcano?” sono le prime parole che ci rivolgono.

Il vulcano Yasur per gli abitanti di Tanna è una specie di Dio. Secondo la leggenda è verso di lui che si incamminano gli spiriti delle persone appena trapassate e le pietre infuocate che escono dal suo cratere sono le spie del suo umore mutevole. Se fossimo in Italia o in Europa l’ascesa a un vulcano come questo, sempre attivo ed estremamente imprevedibile, sarebbe vietata o comunque regolamentata da sbarramenti e transenne. Qui non ci sono leggi, al di là dei tabù del villaggio, e possiamo arrivare in alto, sopra il cratere, a poche decine di metri dalle bocche eruttive, fino a vedere il magma fumare sotto di noi.

All’improvviso siamo investiti da una raffica violenta, che arriva da dietro e spinge verso il cratere: è il vulcano che inspira aria per rilasciarla subito sotto forma di una nuvola bianca di vapore acqueo. Poi una nube nera e un’esplosione spaventosa seguita dal lancio di pietre infuocate, che dopo un volo di qualche centinaio di metri vengono a cadere con un tonfo sulle pendici del cratere. E’ il ciclo del vulcano Yasur, un ciclo che si ripete in continuazione, da secoli, con un intervallo di 15-20 minuti. Quando il sole tramonta lo spettacolo è ancora più suggestivo. Le pietre incandescenti si alzano nel cielo simili a rosse meteore e sembrano volerci cadere addosso.

“Il vento porta le pietre dall’altro lato, non dovete aver paura ” La nostra guida è tranquilla, capisce, non si sa da quale segnale, che oggi lo spirito del vulcano è bonario. I botti però sono spaventosi ed è pura fede quella che ci impedisce di correre a gambe levate lungo la china del cratere, quando volano i massi infuocati.

Dall’altra parte del vulcano, sul lato sud ovest di Tanna, si trova il villaggio di Yakel. Qui gli abitanti si vestono ancora con le fibre vegetali: le donne hanno gonne gonfie e sovrapposte confezionate con foglie di pandano fatte seccare e tagliate a striscioline, gli uomini portano il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una spanna intorno all’inguine, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci. I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa. Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il samba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello. Con l’aiuto di un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”, ci spiega.

Ttutti i maschi del villaggio si sono radunati per noi. Tutti indossano il namba con la frangetta di paglia che scende sul davanti. Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

Gen 012002
 
Una Montagna di fuoco - Vulcano Yasur

Una Montagna di fuoco – Vulcano Yasur

Oggi è stato il grande giorno, finalmente siamo riusciti ad andare sul vulcano Yasur.

Non è una cosa facile, non perché l’escursione richieda abilità, al contrario è facilissima, o perché ci voglia qualche tipo di accorgimento speciale. No assolutamente. E’ solo che bisogna procurarsi due cose fondamentali: un mezzo di trasporto e il benestare dei responsabili del vulcano.

Per il mezzo di trasporto ci siamo fatti aiutare da Willy. Nel villaggio di Sulphur bay, poco lontano da Port Resolution, dove siamo ancorati noi, c’è un tizio che ha un camioncino pick up a 4 ruote motrici, che fa servizio taxi quando c’è qualche turista allo Yacht Club, o quando qualcuno del paese deve andare fino al capoluogo a fare la spesa per tutti.

Per il secondo requisito, l’autorizzazione, è stato più complicato.

Il vulcano Yasur infatti per gli abitanti di Tana, è una persona, un Dio, un oracolo. E’ al vulcano che si incamminano le anime delle persone morte da poco, e le si può identificare con le pietre infuocate che eruttare dal cratere, giacciono sulle pendici della montagna. E’ sempre il vulcano che forgia l’isola di volta in volta con le sue eruzioni sotterranee e sottomarine, deviando il corso dei fiumi, asciugando i laghi e, nel caso della nostra baia a Port Resolution, restringendola e alzandole il fondo in modo tale, che oggi, la nave di Cook, più voluminosa, profonda e goffa della nostra nelle manovre, non ci potrebbe più entrare.

I vecchi dell’isola sanno captare all’istante i segni che manda il vulcano. Capiscono dal suo modo di comportarsi se sarà una stagione secca o piovosa, se il momento di piantare lo yam è giunto o no, se il raccolto sarà buono o scarso e via dicendo. Inoltre, dicono i vecchi, il modo del vulcano di lanciare pietre e di emettere boati, ne rivela l’umore.

C’è voluta quasi una settimana, da quando abbiamo espresso il desiderio di andare al vulcano, a quando, attraverso Zuberi, il capo villaggio di Port Resolution, abbiamo ottenuto il permesso.

Una Montagna di fuoco - Vulcano Yasur

Una Montagna di fuoco – Vulcano Yasur

Il viaggio con il pick up dura solo un quarto d’ora, prima di arrivare a una piana di polvere nera, che ci appare dietro a una curva, dove la vegetazione improvvisamente cessa di avvolgerci. La strada sulla quale stavamo viaggiando scompare, e davanti a noi solo questa immensa distesa di velluto nero, nel mezzo della quale si alza il cono perfetto del vulcano.

La piana si estende a perdita d’occhio in tutte le direzioni, come un Sahara nero, dove delle piccole variazioni sul grigio, ne rivelano le dune.

In lontananza ci sono mucche che camminano in fila indiana, non si sa provenienti da dove e dirette dove. Più vicino alcune donne vengono nella nostra direzione con fagotti sulle spalle. Il nostro camioncino passando, lascia due scie con le ruote, ma al ritorno non ci saranno più, cancellate forse dal vento o dalla polvere di una nuova eruzione. Come se il vulcano volesse farci smarrire la strada di casa.

Dopo aver girato intorno alla montagna, il pick up si inerpica per una specie di mulattiera che si delinea tra grossi massi di pietra lavica, e dopo un’ascesa di un altro quarto d’ora, ci scarica in un pianoro dove c’è una baracca di paglia. Lì, davanti a noi, un centinaio di metri più su, c’è il cratere del vulcano Yasur. E come a darci il benvenuto un boato ci fa tremare il terreno sotto i piedi e poi una scarica di pietre nere viene scaraventata nel cielo seguita da una nuvola di fumo.

Tutto per fortuna va a cadere nella direzione opposta alla nostra, grazie all’aliseo che tira in quella direzione.

Lo Yasur è un vulcano di tipo stromboliano, che emette lapilli e pietre in continuazione, ed è il vulcano attivo più accessibile del mondo.

Infatti, scesi dal camioncino, percorriamo a piedi gli ultimi 100 metri di salita, nella polvere nera che sentiamo calda attraverso le scarpe, e arriviamo addirittura sopra il livello del cratere, nella sua parte sopravento. Sotto di noi vediamo l’enorme cratere con le due bocche eruttive. Il vulcano ha un ciclo abbastanza costante, con un ritmo di una ventina di minuti. Ogni venti minuti infatti aspira, provocando un vento di risucchio spaventoso che travolge ogni cosa, poi emette un paio di fumate scure e con un boato terrificante lancia al suo esterno dei massi infuocati seguiti da un’ulteriore nuvola bianca che avvolge tutto il mondo circostante.

La postazione dove ci troviamo è sicura, perché è sopravento rispetto alla direzione dell’aliseo che per 10 mesi all’anno soffia costante. Ma l’aliseo certi giorni fa i capricci o si affievolisce lasciando il posto ad altre brezze, ed è evidentemente questo che vogliono appurare i responsabili del vulcano prima di dare il permesso a salire.

Ma anche così, rassicurati sia dalle cognizioni meterologiche razionali, che da quelle della cabala degli anziani, ogni boato ci fa sobbalzare e ogni pietra più grossa delle altre ci sembra sempre diretta nella nostra direzione, e ogni volta, vedendola abbassarsi ci prepariamo a correre via, fino a che non sentiamo il suo tonfo attutito dalla polvere, sul terreno sotto di noi.

Con i cavalletti puntellati nel terreno per evitare che sbattano durante le inspirazioni del vulcano, scattiamo decine di foto e giriamo chilometri di filmato. Giù sulla piana si vedono passare altre persone, fino a quando la luce diminuisce e sul nero non si distingue più niente.

Ma mentre il sole comincia a calare, quasi per magia dal vulcano cominciano a uscire getti di luce infuocata. La polvere nera è tutta un fuoco d’artificio di pagliuzze rossastre e le pietre che il vulcano erutta, smettono di essere nere e diventano rosse incandescenti, e restano dello stesso colore anche quando, dopo un volo di parecchie decine di metri, vanno a cadere lungo la pendice del vulcano.

Sono queste le anime dei morti che tornano a casa!

Gen 012002
 
Uova di megapode - Vanuatu

Uova di megapode – Vanuatu

La raccolta delle uova di megapode

 Siamo arrivati ieri qui, sulla costa occidentale dell’isola di Ambrin, alle Vanuatu. Un’isola nera, vulcanica, con al centro un vulcano attivo, lontano da qui un paio di giorni di cammino. Ci sono sulla spiaggia segni che testimoniano la sua presenza lontana. La spiaggia è nera come il carbone, e camminando sulla sabbia, il nero rimane attaccato alla pelle e ci vuole l’acqua e il sapone per mandarlo via. C’è odore di zolfo a terra, e su un lato della baia ci sono pozze d’acqua calda e dolce, alimentate da sottoterra. La temperatura nelle pozze diminuisce con l’avvicinarsi al mare, così ci si può immergere nell’ultima oramai tiepida e buttarsi poi nell’acqua salata per sentirla quasi gelida.

Passiamo metà mattina da una pozza, al mare a un’altra pozza, per vedere fino a che  distanza dalla riva riusciamo ad arrivare.

Verso metà mattina arriva una canoa con una piccola veletta, che si viene a fermare sulla battigia dove siamo noi. A bordo due ragazzi, armati solo di maglietta e pantaloncini.

Vengono dal villaggio vicino.

“We came here to collect eggs!” spiegano

“Uova?!”

“Si di megapode”

Mai viste prima delle uova di megapode, e senza quasi chiedere il permesso  ci mettiamo a seguire Robert e Daniel che si incamminano tra le montagnette coperte di arbusti che si trovano a una delle estremità della baia.

Il megapode è un uccello molto simile a una grossa faraona, con le zampe corte e i piedi piuttosto sviluppati. E’ molto diffuso nella fascia equatoriale dell’indo-pacifico, infatti già anni fa ne avevamo visti alcuni esemplari nell’arcipelago di Komodo in Indonesia.

Uova di megapode - Vanuatu

Uova di megapode – Vanuatu

La sua caratteristica principale è quella di deporre le uova in buche profonde,  protette e difficili da raggiungere e poi riempire il nido con tanto materiale organico, così tanto da non permettere che ci sia passaggio d’aria. In questo modo il materiale organico fermenta e sviluppa calore. E questo calore cova le uova in vece della madre. I pulcini che nascono, hanno un dito molto più lungo degli altri che permette loro di scavarsi una galleria e uscire all’aperto.

“I megapodi depongono le uova sotto le radici di questi arbusti” ci spiega Daniel, mentre Robert, si ferma alla base di ogni pianta e tasta il terreno per vedere se la terra è stata in qualche modo rimossa.

Dopo un paio di tastate decide che lì sotto c’è un nido. Comincia allora a scavare la terra nerissima e polverosa che in breve lo ricopre e lo rende simile a uno spazzacamino. Lo vediamo sparire sottoterra, e dirigersi verso il basso, nuotando nella polvere. Poi solo le sue gambe restano fuori dalla voragine che ha aperto. Ma dopo poco riemerge tutto coperto di nero a mani vuote.

“Already gone!” borbotta dirigendosi ai cespugli successivi.

Cerchiano di farci spiegare come fa a capire tutte queste cose.

“Seguo il calore. Le uova sono proprio nel punto più caldo del nido, e se quando arrivo lì non ci sono vuol dire che qualcuno le ha già prese o i pulcini sono usciti!”

“Eh, semplice!”

Ma eccolo che ha trovato un altro nido. Questa volta sembra più grosso, perché toglie enormi manate di terra, aiutato anche da Daniel, mettendo a repentaglio la stabilità di tutto l’arbusto. Lo vediamo sparire inghiottito dalla terra. Daniel lo segue un po’, poi li sentiamo parlottare e urlare, fino a che, in un veloce passamano, non vediamo arrivare una mezza dozzina di uova.

Sono uova ellittiche, lunghe una decina di centimetri, con il guscio bianchissimo.

I ragazzi sembrano soddisfatti e impacchettano le uova a una a una dentro più strati di foglie e a ognuna fanno un cordoncino così da poterle trasportare senza che si rompano cozzando fra di loro.

La raccolta, non è finita. Continuano per un’altra oretta, tastando le radici, indovinando il buco, spalando, scavando, nuotando scomparendo nella terra e tornando ricoperti di nero.

Alla fine le uova sono una trentina. Loro sono soddisfatti (finalmente!) e decidono che si può ritornare.

Gli chiedo cosa se ne faranno: naturalmente le portano alla loro madre!

Ma dopo averli sistemati con cura sul fondo della canoa, ne prendono quattro e si avviano verso la pozza d’acqua più lontana dal mare. È una pozza grande più o meno come un lavandino, con il fumo che sale e dove noi non siamo riusciti a infilare nemmeno un dito.

C’è un uovo per uno. Le mettiamo nella pozza tenendole per il picciolo della foglia che le impacchetta.

“5 minutes is enough” ci dicono gli esperti.

E così cinque minuti dopo tiriamo fuori i nostri cartoccini, togliamo le foglie cercando di non scottarci le dita e, rotto un guscio piuttosto tenace, ci troviamo di fronte a un uovo sodo, con l’albume molto ridotto e un tuorlo quasi rosso.

Buono, peccato che nel mio si veda la sagoma del pulcino già formata!

Gen 012002
 
Un cibo antichissimo - Port Resolution

Un cibo antichissimo – Port Resolution

La festa con il lap lap, oggi a Port Resolution c’è una festa per presentare al villaggio un bambino nato un mese fa. Alle Vanuatu ogni momento della vita di una persona: la nascita, la presentazione al villaggio, la circoncisione, la pubertà, la partenza, il matrimonio, il ritorno e si potrebbe continuare ancora, è segnato da una festa, speciale e  diversa, l’una dall’altra. Il cibo che sancisce queste feste è però uno solo: il lap lap, il piatto tradizionale per eccellenza delle isole. Forse chiamarlo piatto è un po’ pretenzioso, si tratta comunque, per gli isolani di una delle maggiori leccornie.

La preparazione del lap lap richiede molto tempo. Le donne del villaggio si radunano poco dopo il sorgere del sole per cominciare il lungo procedimento. Con la scusa di imparare, ma anche di fare un po’ di riprese, anche noi all’alba siamo già a terra, con Naomi che ci fa da guida e ci spiega le varie fasi della lavorazione.

Per prima cosa si sbucciano una montagna di yam, cassawa, patate dolci e banane. Mano a mano che sono sbucciate vengono portate in una capanna dove una decina di donne è addetta a grattugiarle. Detto così potrebbe sembrare banale, ma la cosa è molto più sofisticata. Infatti, per ogni tipo di radice, si usa una grattugia diversa. Lo yam e la cassawa, più duri, sono grattugiate con grattugie fabbricate con pezzi di lamiera forata e ritorta e poi montata su telai di legno. La parte ritorta della lamiera è più o meno lunga a seconda che si tratti di cassawa, più coriacea o di yam, più tenero. Le patate dolci vengono invece passate sulla parte centrale delle foglie di palma che si trovano alla base delle noci in cima ai cocchi. Infine per le banane, le più tenere di tutte, si usano due radici aeree della felce arborea, piene di piccoli spunzoni, messe a forma di V lungo le quali di raschiano i frutti.

Provo a cimentarmi con un po’ di grattugie, con Naomi continua a dirmi di stare attenta. Mi sembra una precauzione inutile, fino a che non vedo fino a che minimi termini lei grattugia il suo pezzo di cassawa rispetto a me e quando tento di imitarla cozzo contro i pezzi acuminati di lamiera.

Meglio lasciar stare e uscire per fare un po’ di foto. Curioso nei dintorni e mi imbatto in donne che vanno e vengono dalla foresta portando fasci di foglie di banano, che privano della nervatura centrale e dispongono sul prato. Altre donne invece sono intente a ricavare delle specie di stringhe o legacci dalle radici del pandano.

In un luogo un po’ in disparte gli uomini hanno preparato una pira di legno, sopra la quale accatastano una montagna di piccoli massi di corallo, poi ricoprono con rami di palma e danno fuoco al tutto. Lingue di fuoco si sprigionano dalla catasta e si propagano alle foglie di palma, avvolgendo tutta la pira nel fumo grigio.

Una volta acceso il fuoco gli stessi uomini si mettono a grattare una montagna di noci di cocco tagliate a metà e poi strizzano la poltiglia ottenuta e ne ricavano il latte di cocco bianco e cremoso.

Mi aggiro tra la gente per fare qualche foto, calpestando bucce di banana e inciampando in gusci di cocco e galline razzolanti e travolgendo bambini minuscoli che si disputano con i polli le bucce di banana e gli scarti.del cocco. D’improvviso arriva un urlo disumano. Non riesco a capire subito, ma poi vedo il maiale nero, che fino a poco prima era in un angolo dietro una capanna con le zampe legate,  immobile su un letto di foglie di palma. E’ stato abbattuto con il metodo tradizionale, custom come mi dice Naomi: un colpo di mazza sulla testa, un urlo che sembra umano, poi un’altra botta, qualche lamento e tutto è finito e non una goccia di sangue è andata persa!

Non ho il tempo di dispiacermi per il maiale né di schifarmi perché Naomi mi chiama. E’ arrivato il momento di iniziare a preparare i lap lap.

Un cibo antichissimo - Port Resolution

Un cibo antichissimo – Port Resolution

Le pappette ricavate dalle varie radici grattugiate, mischiate con il latte di cocco sono portate all’aperto in catini di latta. Le donne ne prendono a manate e le dispongono sulle foglie di banana, formando dei perfetti rettangoli. Poi sopra queste schiacciate si mettono dei pezzettini minuscoli di carne  oppure delle foglie non meglio identificate. Su quelle fatte con la polpa di banana non si mette niente, si useranno come dolci. E in nostro onore Naomi confeziona anche un piccolo lap lap dove, oltre ai pezzetti di carne cosparge anche del sale. Quando le farciture sono pronte, le foglie di banano vengono ripiegate formando così dei pacchetti perfettamente verdi e piatti che si chiudono con le stringhe ricavate dalle radici del pandano.

“Ecco abbiamo finito, ora dobbiamo solo cuocerlo”

Solo cuocerlo vuol dire che quando nella pira la legna si è esaurita del tutto, i sassi arroventati vanno spianati con l’aiuto di bastoni. Su quelli centrali si portano i lap lap appena confezionati, che poi vanno ricoperti con altri sassi. La gestione del fuoco fino a questo momento era spettata agli uomini, ma ora prendono il sopravvento le donne, che aiutandosi con le scorze delle noci di cocco spostano i massi incandescenti e li piazzano sopra e sotto i lap lap. Poi, una volta ricoperti i lap lap, sopra le pietre si adagiano i pezzi di maiale macellati, poi uno strato di foglie di banana, poi una montagna di tuberi spellati, e ancora foglie di banana, vecchie foglie di palma intrecciate, dei sacchi e infine si ricopre tutto con la terra. Ora il cibo si cuocerà grazie al calore dei sassi, che resterà per lungo tempo imprigionato all’interno di quella specie di forno primitivo.

Ci vuole tutto il giorno prima che il cibo sia pronto e durante questo tempo nessuno, tranne qualche bambino, mangia alcunché. Quando è quasi il tramonto gli uomini cominciano a scoperchiare piano piano la catasta che manda ancora qualche timida nuvoletta di fumo. Si tolgono i pezzi di maiale, i tuberi e finalmente appaiono i pacchetti di foglie di banana con all’interno i tanto attesi lap lap. Le foglie sono oramai marroni e carbonizzate, ma una volta aperte il cibo all’interno sembra sodo e sugoso. Le donne dispongono queste specie di torte su foglie di banano fresche e cominciano a tagliarle in pezzi. Si deve distribuire qualcosa a tutti: per prime ci sono le levatrici che hanno fatto nascere il bambino, poi le donne che hanno aiutato a preparare, poi i parenti, i padrini del bambino, via via fino all’ultima delle 123 anime che abitano a Port Resolution.

E noi naturalmente che siamo gli ospiti di riguardo, abbiamo il nostro lap lap personale, quello che Naomi si è preoccupata di insaporire con il sale. L’aspetto è invitante, una specie di budino, con una crosticina dorata e croccante tutta intorno. E il gusto? Bhe quello e tutta un’altra cosa!

Gen 012002
 
Un vecchio alla deriva - Vanuatu

Un vecchio alla deriva – Vanuatu

Vecchio solitario

 Siamo arrivati a ridosso dell’isola che era tardi. Giusto il tempo di avvicinarsi cautamente alla costa, di gettare l’ancora, di assicurarsi che tenesse ed era già buio, con il profilo della montagna alto davanti a noi che si stagliava netto contro il cielo profondo, pieno di stelle e di vento. Nonostante fossimo sottovento, nonostante la montagna fosse piuttosto alta, una delle più alte delle Vanuatu, il vento in qualche modo riusciva a superarne la vetta e ci rotolava addosso in raffiche bizzarre e violentissime. Sotto le manate del vento le nostre drizze ululavano, gli alberi tremavano e le vibrazioni si trasmettevano allo scafo che tremava tutto, mettendoci addosso, ogni volta, un senso di disagio e di incertezza. Tra un rafficone e l’altro c’erano attimi di silenzio improvviso e totale, che forse per il contrasto esagerato col rumore del vento, parevano ancora più minacciosi. Per quello eravamo andati ad ancorare molto vicino a terra, avevamo appennellato una seconda ancora e, ogni tanto, la notte, uscivamo a controllare. E così, uscendo per uno dei controlli, verso le dieci di sera ci siamo accorti che l’unica altra barca ancorata come noi dietro l’isola, stava andando alla deriva. La sua lucina bianca di fonda, che prima era a fianco a noi, ora si era spostata dietro, verso il largo e oscillava sempre più, con l’aumentare delle onde, man mano che la barca si allontanava.

“Chi sa chi sono. Possibile che non si siano accorti? Andiamo ad aiutarli?” ci siamo chiesti. Si, aiutarli, ma come? Non potevamo certo togliere l’ancora e rincorrere nella notte una barca sconosciuta in mare aperto. E poi? quando li avessimo raggiunti? Come avremmo fatto ad aiutarli? E non potevamo neppure lasciare lì la barca e raggiungerli con il gommone. Le raffiche erano sempre pazzesche e il nostro gommone, con il suo quattro cavalli, faceva ridere confronto a quel vento.

“Dai, non ti preoccupare, si accorgeranno di essere alla deriva, accenderanno i motore e si riporteranno sotto”

Infatti qualche decina di minuti più tardi la lucina bianca parve animarsi. Cominciò con lo spostarsi lentamente verso destra,  poi dopo un pò, a sinistra, poi ancora a destra, e ogni volta diventava un tantino più luminosa.

“Che bravi”, ci siamo detti, “risalgono di bolina contro questo vento, senza usare il motore”. Lentamente si sono avvicinati e quando la lucina si è fermata a qualche centinaio di metri da noi ci siamo messi il cuore in pace e siamo tornati a dormire.

Un vecchio alla deriva - Vanuatu

Un vecchio alla deriva – Vanuatu

Ma alle due di notte la lucina era di nuovo in mezzo al mare, debole debole e lontana, e di lì a poco ricominciavano i suoi faticosi zig zag di ritorno, esattamente come prima. All’alba abbiamo scoperto che la barca era tornata di nuovo vicino a terra. Vicinissima però! Con il binocolo abbiamo visto lo scafo perso nell’acqua bassa, tra una moltitudine di scogli piatti che spuntavano tutto attorno e c’erano una miriade di figurine nere (tutti gli abitanti del villaggio, probabilmente)  che si davano per aiutare un unica figurina bianca a tirare, a spingere, a fare cose che non capivamo, per riportarla probabilmente in acqua fonda. Il tempo di mettere in mare il gommone e tutto era risolto. La barca sfortunata era di nuovo galleggiante, a un centinaio di metri dalla riva. Uno scafo bianco, di una decina di metri, in  vetroresina, con randa e fiocco avvolgibile. A bordo un solo uomo, molto vecchio, arzillo e sorridente. Ci ha invitati a salire e ha cominciato a raccontarci quello che era successo durante la notte e che i nostri occhi avevano già visto. Dell’ancora che arava, del fatto che se ne era accorto quando ormai era al largo, che non era riuscito ad accendere il motore ed era rientrato a vela, che aveva arato di nuovo, e che poi era andato troppo vicino a terra per ritrovarsi alla fine incastrato tra gli scogli, e che i locali a forza di braccia erano riusciti a tirarlo fuori.

“Ma come mai la vostra ancora tiene e la mia no?” ha chiesto, quasi come se parlasse da solo. Abbiamo scoperto che aveva un’ancora leggerissima, troppo leggera per quella barca, e che per giunta aveva solo una ventina di metri di catena. Con quel vento, su di un fondale di 8 metri, non c’era da stupirsi che non tenesse.

“Si ma non posso usare un’ancora più pesante, il salpaancore è rotto, devo salpare a mano a mano ed ho male alla schiena” Il vecchio era neozelandese. Erano anni che navigava da solo, ma negli ultimi tempi un po’ troppe cose avevano cominciato ad andargli storte: il motore si accendeva qualche volta si e qualche volta no, il frigorifero non funzionava più, l’impianto elettrico era malmesso e per ricaricare le batterie si serviva di un generatore portatile d’emergenza.  Il vecchietto però raccontava queste cose sorridendo, come fossero dettagli di poca importanza. Aveva gli occhi azzurri che guardavano lontano mentre diceva che nei giorni successivi avrebbe scalato l’isola fino ad arrivare in vetta della montagna, e che si sarebbe poi spostato con la barca fino sull’isola maggiore, quella di Santo, dove voleva fare delle immersioni in un sito subacqueo famoso. Mentre raccontava eravamo seduti in quadrato. L’interno della sua barca era invaso da un odore di marciune (il frigorifero rotto, forse) e da una  moltitudine di ragazzetti del villaggio che andavano qua e la, che curiosavano negli stipetti e mettevano le mani dappertutto, senza che lui ne sembrasse infastidito.

“Allora non hai bisogno di nulla?” gli abbiamo chiesto, un po’ ipocritamente, al momento di andarcene.

“No, grazie, adesso è tutto a posto” ha risposto.

Invece aveva bisogno e come. Era evidente che quell’uomo era davvero un po’ troppo vecchio per portare da solo una barca. Ma cosa avremmo potuto fare? Come avremmo potuto metterci a riparare il suo motore senza ricambi, senza conoscere il modello e senza saperlo fare? Avremmo dovuto tentare di riparargli il frigorifero? E per il salpaancore cosa potevamo fare? Eravamo persi, noi e lui,  in un’isola delle Vanuatu, uno dei posti più selvaggi del mondo. Ma il problema vero non era neanche questo. La verità è che quel vecchio si stava forse accingendo a varcare quel confine ignoto che attende tutti noi alla fine del cammino. Lui aveva deciso di attraversarlo sulla sua barca, da solo, in un luogo lontano. Sorridendo. E noi, che diritto vevamo di metterci in mezzo?

Così abbiamo deicso di proseguire, lui sulla sua rotta, noi sulla nostra.

Dopo due mesi, per radio, abbiamo sentito la segnalazione di una richiesta urgente di soccorso per una barca a vela neozelandese che aveva perso l’albero e andava alla deiva, a 400 miglia dalle Vanuatu. A bordo un solitario.

Gen 012001
 

Isola del Coco, Pacifico Orientale. Il sole si è appena risvegliato e accende di arancio le foreste di una terra disabitata. Ci prepariamo per scendere a fotografare l’isola, quando a pochi metri da noi si presenta un balletto inconsueto: due mante, larghe più di tre metri, danzano intorno alla chiglia della barca. Le loro evoluzioni, lente e cadenzate, non si interrompono neppure quando entriamo in acqua, ci avviciniamo e riusciamo a toccarle.

Isola di Santa Fè, Galapagos. E’ notte, ma una cucciolata di foche non vuol proprio saperne di chiudere occhio. E’ l’eccitazione per aver scoperto un giocattolo nuovo: il gommone della nostra barca. Un cucciolo, chissà come, riesce ad entrarci. Inutili i tentativi, peraltro blandi, di rientrare in possesso del tender. C’è un maschio adulto che nuota tutto attorno e sbuffa con aria minacciosa ogni volta che ci avviciniamo.

Oceano Indiano, al largo di Sumatra. C’è pochissimo vento e navighiamo in un oceano così calmo da sembrare uno specchio. A metà di una giornata qualunque avvistiamo un branco di balene immobili. Ci avviciniamo cautamente, a vela, in silenzio e forse proprio per questo, i bestioni non si spaventano. Sono più lunghi della nostra barca, ma si lasciano avvicinare e solo quando siamo a pochi metri la balena si scuote, la coda enorme si libra in alto e oscilla nell’aria, mentre il corpo si immerge e scompare. Ci accostiamo a un’altra e il gioco si ripete, una, due, dieci volte, con le balene che ogni volta ricompaiono un po’ più in la, di nuovo immobili, pronte a ricominciare, mentre noi fotografiamo e filmiamo a ripetizione. Finchè una manovra sbagliata ci porta troppo vicino e sfioriamo il dorso gibboso di un bestione. Ma la balena, in qualche modo, capisce, e invece che alzare la coda resta orizzontale, e si immerge rapidamente, in modo da non urtarci. Ricompare quasi subito, pronta a ricominciare, ma noi siamo spaventati e ci allontaniamo con il cuore che batte forte.

Queste sono solo alcune delle cose belle che ci sono capitate in quattordici anni di viaggio su tutti i mari del mondo. E accanto agli incontri con gli animali c’è la galassia degli uomini, ancora più curiosa e imprevedibile. In Melanesia, nelle isole fuori mano, bastava gettare l’ancora nei pressi di un villaggio perché da terra si staccassero le canoe a bilanciere, identiche a quelle usate due secoli fa, cariche di uomini seminudi dall’aria bellicosa. In realtà venivano a portare doni: collane di conchiglie, frutta, a volte persino porcellini da latte. Porgevano il benvenuto e l’invito a scendere a terra da parte del capo villaggio. Abbiamo trascorso giornate intere pescando e cacciando con gli indigeni, assistendo ai loro riti, discorrendo fuori dalle capanne, descrivendo la nostra isola lontana, (l’Italia) e ascoltando le loro leggende, i racconti dello sbarco dei primi uomini bianchi sulle isole. Poi l’immancabile pranzo di addio, la cerimonia con le danze e gli ultimi scambi di doni. Isola dopo isola, costa dopo costa, questo rito si è ripetuto puntualmente con i polinesiani, con gli arabi del Mar Rosso, gli indiani, gli africani, i malesi, i singalesi.

Sono passati 14 anni da quando la nostra barca, aggrappata alle sue vele bianche, ha cominciato a navigare attraverso gli oceani della Terra, passando e ripassando l’equatore, saltando da un emisfero all’altro, rincorrendo le stagioni, alla ricerca degli approdi più lontani, delle isole remote, dei luoghi dimenticati. A bordo siamo soltanto in due. In due a manovrare le vele, a condurre la barca di giorno e di notte, a cucinare, a combattere contro le onde e il vento, a cucire le vele strappate, a scrivere, a fotografare, a filmare. Ma come si diventa marinai, naturalisti, scrittori, di punto in bianco, partendo da una vita da impiegati? E dove si trova il coraggio di lasciare tutto e partire?

Quattordici anni fa la nostra era una vita qualunque, simile a quella di tanti altri: lavoravamo in un ufficio, indossavamo vestiti seri, la mattina facevamo colazione al bar con cappuccio e brioche e la sera uscivamo tardi dall’ufficio. Poi, nei week end, ci mettevamo in coda, insieme a tutti gli altri, verso il mare o la montagna, mentre aspettavamo, mese dopo mese, che arrivassero le ferie. Una vita normale, nè bella nè brutta, finchè, un giorno, qualcosa le ha cambiato il corso. E’ successo una sera di autunno davanti a un aperitivo, in una piazzetta avvolta dalla nebbia. Carlo possedeva già una piccola barca a vela, e sognava:

“Prima o poi sarebbe bello cambiare per un po’. Potremmo mollare gli ormeggi e partire, magari per il giro del mondo.”

“Potremmo farlo tra un paio di anni.”

Sarà stato il freddo, forse la nebbia, ma quando ci siamo alzati dal quel tavolino avevamo maturato la decisione di fare il giro del mondo in barca a vela. Una decisione nata così, d’impulso, senza pensarci troppo. Ma la mattina dopo appariva già impossibile l’impresa di lasciare il lavoro, la famiglia, gli amici, la società garantista nella quale eravamo abituati a vivere, per andare incontro a qualcosa di assolutamente al di fuori della nostra esperienza. Eppure, due anni e sei mesi più tardi mollavamo gli ormeggi e partivamo in direzione dell’orizzonte, con l’idea di navigare un paio di anni, di girare attorno al mondo e poi tornare a fare quello che facevamo prima.

E’ stato un viaggio straordinario che ci ha portato a vedere e incontrare realtà che nemmeno sapevamo esistere, attraverso tre oceani e un incredibile caleidoscopio di genti e di razze, di presente e di passato. Dopo tre anni siamo rientrati in Italia senza più casa, senza lavoro, ma carichi di ricordi e di emozioni. L’oceano Indiano, il Mar Rosso, la Polinesia, le isole sperdute dove l’unico contatto con il mondo è una nave che passa una volta l’anno e dove la gente non conosce l’acqua corrente, la radio, il denaro, i vestiti. Le tribù di beduini che vagano per il deserto cercando pascoli per i cammelli e carovane di mercanti con i quali commerciare. Isole e isole dove la gente ignora il rumore della civiltà, si pesca, si coltiva l’orto, si raccolgono i cocchi e il ritmo della vita scorre lentamente lungo i binari delle tradizioni. Gente povera al di là di ogni immaginazione, che si alza ogni giorno con il sorriso sulle labbra ed ogni sera si corica con la rassegnazione che forse il domani non ci sarà. C’erano state lunghe navigazioni con il sole che nasceva ogni giorno dal mare nello stesso punto, con la luna che cresceva, decresceva, scompariva e poi tornava ancora a crescere. C’erano state le tempeste, con noi due a lottare nel vento, fra le onde e le calme incantate, in mezzo al mare e le lunghe spiagge da cartolina.

Noi raccontavamo e gli amici stavano a sentire, con gli occhi spalancati. “Dovreste scriverlo”, aveva detto qualcuno. “Si, dovreste proprio fare un libro”. Scrivere un libro? Ma come si fa? Ci sembrava un’impresa al di là delle nostre possibilità. Ma alla fine, perché no? abbiamo pensato. E così mentre rispondevamo alle ricerche di personale sulle pagine dei quotidiani, abbiamo cominciato a scrivere, correggere, tagliare, aggiungere. Era inverno, e dalla finestra si vedeva il grigio di Milano, ma noi raccontavamo di sole e di tempeste, di mare e di terre lontane e dopo sei mesi, non avevamo ancora trovato (o voluto trovare) un lavoro che ci andasse bene, il libro era pronto, con la copertina lucente e i nostri nomi scritti sopra. Dentro c’erano stampate le parole che avevamo pensato e ripensato, le frasi che avevamo corretto centinaia di volte prima di trovare il tono giusto e quei 22 capitoli contenevano le cose più belle, gli episodi più intensi, le paure, le ansie, gli incontri di quello che forse era stato il periodo più bello della nostra vita.

Il libro uscì e le vendite furono più alte di quanto nessuno, compreso noi, si fosse aspettato. Noi venivamo invitati a tenere conferenze, proiettavamo diapositive, raccontavamo la nostra storia, qualche giornale ci intervistava, insomma, eravamo lanciati.

“Potremmo ripartire e scrivere subito un altro libro.” fantasticavo. “Certo potrebbe diventare il nostro lavoro!” Fare gli scrittori e continuare a girare il mondo con la nostra barca! Era un sogno! Era troppo bello per essere vero!

Infatti non era vero e ben presto scoprimmo una triste verità: con i diritti d’autore di un libro si guadagna pochissimo. “Allora potremmo imparare a fare i documentari!” “Ma se non sappiamo neppure da che parte si comincia!” “Beh, se non funziona, potremo sempre tornare indietro.”

Era di nuovo un sogno e di lì a un anno ci fu la nuova partenza, armati di telecamere e macchine fotografiche, di bombole e di scafandri. Avevamo impiegato tutti i nostri risparmi per le attrezzature e per armare la barca nuova e ci eravamo concessi tre anni di tempo per vedere se avrebbe funzionato.

Da quel momento il mondo ha cominciato di nuovo a scorrere sotto la chiglia della nostra barca, avvolgendoci con scenari forti, meravigliosi e mutevoli. Ci sono stati gli atolli delle Chagos, persi in mezzo all’oceano Indiano, bellissimi e completamente disabitati; la città morta di Suakin, abbandonata dagli abitanti e rimasta ad affacciarsi solitaria sul Mar Rosso, ci sono stati i pescatori di squali dello Yemen, i pirati al largo dello Sry Lanka, i pescatori di meduse giganti in Tailandia, i varani di Komodo, la rivoluzione a Timor, gli ultimi aborigeni nelle isole australiane. Ci sono stati i primi filmati brevi e ingenui, andati in ondain TV, il nostro secondo libro, i primi documentari, i primi filmati venduti fuori dall’Italia.

Certo, non sono tutte rose e fiori e nella vita che ci siamo scelti c’è anche tanta fatica, qualche volta paura, qualche volta incertezza. Ci è capitato, al largo dello Sry Lanka, di essere accerchiati da una flottiglia di pescatori ubriachi. Erano tanti, erano aggressivi, volevano salire a bordo e ce la siamo cavata solo con uno stratagemma e grazie al mare grosso che ha messo in difficoltà i nostri assalitori. Un’altra volta, nel mare della Colombia, in acque infestate da narcotrafficanti, ci siamo spaventati a morte quando di notte siamo stati inseguiti da una nave misteriosa. E sempre di notte, in Mozambico, mentre eravamo all’ancora, qualcuno è salito a bordo e ci ha rubato il gommone e il motore fuoribordo, per fortuna non lo abbiamo sentito. Poi ci sono state le tempeste, tante, che ci hanno visto resistere per giorni e giorni contro il mare infuriato fino a giurare di essere allo stremo, per poi scoprire di avere le riserve per resistere ancora e ancora, fin quando serviva. Ma per ogni giorno di tempo cattivo ce ne sono decine di tempo buono, con il sole caldo e il mare pieno di colori meravigliosi, per ogni incontro difficile, ce ne sono cento facili, con gente calorosa e accogliente che magari è poverissima ma che offre il poco che ha con il sorriso sulle labbra.

E alla fine, se facciamo un bilancio, ne vale certamente la pena.

Gen 152000
 
Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Uno degli obiettivi del nostro spingerci così lontano fino alla estrema punta occidentale dell’Irian Jaya era quello di filmare gli ultimi mangiatori di sago, e forse, finalmente, siamo vicini al nostro obiettivo. Da quando abbiamo lasciato la cittadina di Sorong e cominciato a navigare lungo le coste di Batanta e Waigeo non abbiamo incontrato più nessuno. Nelle baie dove ci siamo fermati, siamo stati circondati solo da natura incontaminata, senza villaggi, senza abitazioni, senza nessuno. Solo ogni tanto, in lontananza, abbiamo visto delle canoe, che procedevano a volte a remi, a volte sotto velette improvvisate verso chissà dove.

Oggi ci siamo fermati a ridosso di un’isoletta tonda che la carta chiama Bombedari, incastrata in una ampia baia dell’isola di Waigeo. Bomberai e’  coperta di palme e di vegetazione. Abbiamo impiegato mezzora a percorrerne il perimetro. A terra non abbiamo trovato nessuno ma sulla spiaggia ci sono gusci di molte conchiglie rotte, segno che qualcuno di tanto in tanto viene a raccogliere i cocchi e si ciba dei molluschi che raccoglie nell’acqua bassa del reef tutto attorno.

Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Poi siamo scesi sulla costa di Waigeo, l’isola principale,  nel punto dove dalla barca col binocolo avevamo notato una nicchia nella foresta che altrimenti, ovunque, arrivava fin sul mare. E finalmente abbiamo trovato i segni della presenza di uomini: due capanne di frasche disabitate ma in buono stato, un guscio di tartaruga appeso ad un albero e un mucchietto di tuberi enormi, tutti sporchi di terra,  ma evidentemente pronti per essere cucinati. C’era un sentiero che entrava sotto gli alberi. L’abbiamo imboccato piuttosto incerti. Finchè si tratta di navigare, di passare da un’isola all’altra o anche di attraversare grandi bracci di mare non siamo mai in difficoltà. La nostra barca è solida e noi sappiamo come si fa. Ma camminare nella jungla è un’altra cosa e fa impressione. Si sentono suoni, canti e stridii. Ci saranno animali? Serpenti? Insetti pericolosi? E gli abitanti non si sentiranno insultati a vederci invadere il loro territorio senza chiedere permesso? Siamo finiti in una radura soffocata dalla vegetazione con il fondo viscido che scendeva in pendenza verso una zona acquitrinosa. Ne è valsa la pena: l’aria era satura di umidità e di zanzare, ma a terra al confine tra il terreno solido e l’acquitrino, c’era un tronco abbattuto e scavato per metà. L’abbiamo riconosciuto perchè l’albero del sago è inconfondibile, e tutto attorno ne abbiamo riconosciuti altri, enormi che crescevano ai limiti dell’acquitrino.

Il sago è una di palma. Ha il tronco più largo di quello delle palme da cocco e le foglie molto più lunge. La sua particolarità è costituita dal fatto che nel tronco c’è una grande quantità di amido. E dal tronco delle palme, con un procedimento complicato che non abbiamo mai visto dal vero, i papuasici ricavano una pasta di amido che costituisce il loro alimento principale.

Siamo ritornati a bordo. Domani torneremo a cercare gli abitanti. Con noi abbiamo portato solo uno dei tuberi, il più piccolo, così, per assaggiarlo, contando che non se ne accorgano, o nel caso che se ne accorgano, che non si offendano.

Gen 012000
 
Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

È da quando abbiamo lasciato Biak, l’ultima isola incontrata, che non c’è stato più vento! E allora, dopo una giornata  interamente a motore, oramai lontani dai movimenti di truppe che stanno avvenendo sulla costa dell’ Irian Jaya, abbiamo puntato verso le isole Padaido.

Sono un gruppo di piccole isole, circondate da barriera corallina. Sulla carta nautica hanno un bell’aspetto e così ci siamo fermati, un pò per aspettare il vento e un pò per cominciare questa lunga navigazione in un modo migliore di quello di scappare davanti a dei movimenti di truppe.

Siamo arrivati che era quasi il tramonto e abbiamo ancorato in centro a un anfiteatro formato da due isole. Ogni isola è orlata da sabbia bianca e in un angolo di una delle due si intravedono delle capanne. La mattina seguente siamo scesi a terra optando per l’isola senza capanne.

A riva, dopo pochi metri di sabbia morbidissima comincia una vegetazione di rampicanti e poco più in là ci sono palme, casuarine, pandani e altri cespugli che creano però una specie di giugla gentile dove è facile addentrarsi.

Ci siamo innoltrati  tra la vegetazione per una decina di minuti. Ogni tanto apparivano dei  cespugli di fiori bianchi e viola e c’erano dei grossi alberi dai rami enormi, piegati fino a posarsi sul suolo ed interamente coperti da felci e da rampicanti.

Si sentivano un sacco di versi di uccelli, gracidii, squittii, urla, e immancabile la voce di quello che abbiamo soprannominato l’uccello cancello. Lo sentiamo da da quando siamo arrivati in Irian Jaya: sembra proprio il cigolio di un cancello poco oliato che si sta prendo. Non siamo mai riusciti a vederlo e non abbiamo la minima idea del suo aspetto.

Ad un certo punto spostando i rami di un arbustello, mi sono  trovata davanti una testa blu, sormontata da un grosso corno a forma di cuneo, un lungo collo nero con delle propaggini rosse e due occhi neri e strani che mi guardavano.

Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

Un casuario! L’ho visto in così tante foto che lo avrei riconosciuto fra mille! Ma non me lo spettavo lì davanti. Il casuario, è lo struzzo della Nuova Guinea. O meglio è un uccello dal corpo simile allo struzzo, anche se un pò più piccolo e con le piume nere. Ha lo stesso collo lungo, le stesse zampe dedite alla corsa e le stesse ali oramai atrofizzate. Ma a differenza del suo cugino africano il casuario ha una testa regale, ornata di blu e di rosso e sormontata da quello strano corno, che è prerogativa dei maschi adulti, che cresce con l’aumentare dell’età e che presumibilmente è un’arma di difesa. Purtroppo a differenza dello struzzo il casuario è in pericolosa via di estinzione, e non capisco se siamo noi ad avere una fortuna sfacciata per incontrarlo così, in dieci minuti di camminata, o se non sia poi così tanto in estinzione. Comunque sia il casuario era appollaiato a terra e anche se mi teneva d’occhio non sembrava spaventato a sufficienza da decidere di alzarsi. Abbiamo tirato fuori le nostre attrezzature e lo abbiamo ripreso e fotografato in tutte le angolazioni, prima timidamente un pò scostati e poi via via avvicinandoci per miglirare il primo piano. Lui non sembrava troppo infastidito. Dopo un primo momento durante il quale ha tenuto il collo dritto come per mettersi all’erta, poi non ci ha più degnati di molta attenziione. Solo dopo parecchi minuti, quando evidentemente gli abbiamo dato fastidio si è alzato in piedi. E a qual momento mi sono spaventata io. Ha degli zamponi con tre dita ungolate da far paura. Degne alleate del corno, forse in qualche duello tra maschi per contendersi femmine e territorio. Ce lo avevo di fronte e non sapevo bene come comportarmi. Ci ha pensato lui, voltandomi il didietro e incamminandosi tra i cespugli. Lo abiamo seguito ancora per un pò, fino a che i cespugli attraverso i quali si è inoltrato non sono diventati troppo impervi per noi miseri umani, resi goffi dalle nostre attrezzature.

Gen 012000
 
Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

In questo periodo dell’anno qui, a Nord della Papua Nuova Guinea, c’è poco vento. E procediamo a motore per la maggior parte del tempo.

Stamattina poco dopo l’alba eravamo al largo di Mussau, un’isolona verde, disposta da ovest a est. La nostra carta non è dettagliata e non è chiaro se ci si può fermare o meno. Ma da terra abbiamo visto staccarsi un paio di canoe.

Abbiamo rallentato, incerti sul da farsi. Sulla prima canoa che arriva sottobordo ci sono un uomo e un bambino. L’uomo, dopo aver faticato con la pagaia per portarsi di fianco alla Barca Pulita, ci mette a bordo un paio di noci di cocco, poi si presenta:

“Mi chiamo Augustus, il capo del mio villaggio mi ha mandato a darvi il benvenuto e a invitarvi a scendere  terra”

Tutto in perfetto inglese. Gli esponiamo i nostri dubbi circa l’ancoraggio, ma lui ci dice che se ci fidiamo ci spiega lui.

Ci pensiamo. Consideriamo che non c’è vento, il mare è liscio come l’olio, e non ci vorrà niente a riprendere ilargo se dovesse succedere qualcosa di storto.

Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

Augusto comincia a pagaiare verso le capanne che si scorgono sulla riva. Fa segno alle altre canoe che sono uscite di posizionarsi ai lati dell’entrata nella barriera. Lui ci precede. E con estrema facilità, guidati da un corteo di canoe, entriamo dentro la laguna e buttiamo l’ancora in un fondo si sabbia di 10 metri. Meglio di così!

Andiamo a terra. Il villaggio ricorda quello di Heremit Island. Le stesse capanne di foglie di sago. Lo stesso prato verdissimo.

Il capo villaggio è un omone grande e grosso, si chiama Joseph e ride in continuazione.

Gli raccontiamo da dove veniamo e dove siamo diretti, e il lavoro che facciamo.

Lui con la sua faccia sorridente ci promette di raccontarci la storia dell’isola.

“Sono il più vecchio qui, ho 75 anni. Le storie che so me le ha raccontate mio nonno che le ha sapute da suo padre” ci dice tra una risata e l’altra.

“Vi racconterò tutto quello che so. Ma non ora. Ora sarete stanchi” e poi improvvisamente

“Vi piacce il coconut crab?”

Acccidenti come no! Il birgo latro. Abbiamo imparato a conoscerli in Polinesia. Si tratta di un granchio terrestre, dal colorito bluastro, che mangia esclusivamente noci di cocco. Ha delle chele enormi, che potrebbero mozzare un dito ad un uomo. All’interno le chele sono ricche di carne saporita e profumata di cocco.

Joseph grida qualcosa a un ragazzino e dopo un pò ci portano una bestia di una trentina di centimetri con le chele legate da foglie di palma.

Joseph ride compiaciuto

“L’isola ne è piena, ma la nostra religione non ci permette di mangiarli……welcome!”