Gen 012000
 

“Ci fermiamo?”

“Cosa ci fermiamo a fare, sarà pieno di turisti”

“Beh, insomma, dicono tutti che sia bella”

Era la prima volta che ci trovavamo davanti all’isola. Eravamo indecisi: la fama di Bali è quella di un luogo affollato e meta ricercata di turismo, mentre noi abbiamo sempre cercato le isole sperdute e i posti dimenticati. E in questa nostra ricerca avevamo appena ricevuto dei bellissimi regali. Arrivando dall’Australia avevamo scelto la rotta che passa a nord di Nusa Tengara, un arcipelago lunghissimo formato da tante, tantissime isole grandi e piccole, messe tutte in fila come a formare un ponte di terre che da Bali per più di 1500 chilometri si protende verso il Pacifico. Navigavamo tenendoci a debita distanza dalle coste. Una piatta improvvisa durata due giorni ci aveva fatto cambiare programma: avevamo acceso il motore e ci eravamo portati verso terra. Sul lato nord di Sumbawa dove la carta nautica indicava una riva disabitata, con un’isoletta minuscola a mezzo miglio dalla terra, ma avvicinandoci a terra l’isola non si vedeva e in compenso sulla costa si stagliava un villaggio bello grosso. Solo all’ultimo momento, a meno di un miglio dalla riva, ci siamo resi conto che il villaggio non era altro che l’isola. Un’isola molto più grossa di quella indicata dalla carta e piena zeppa di capanne di legno con il tetto di paglia. Dal nostro punto si osservazione l’insediamento appariva come un grappolo di palafitte abbarbicate sul nulla, perché le case erano così fitte da non lasciar vedere né l’inizio, né la fine del terreno. Su un lato dell’isola, a causa della bassa marea, si estendeva una terrazza di corallo, dove decine di uomini donne e bambini erano intenti a raccogliere qualcosa nell’acqua bassissima. Sul lato opposto, dove l’acqua era più profonda, erano ancorate una moltitudine di canoe. Un’isola piena di case e di gente, in contrasto con la costa, che appariva arida, sabbiosa, e chiaramente disabitata.

Abbiamo deciso di scendere, e di andare a scoprire cosa raccogliesse la gente e come mai l’isola fosse così più grossa e più popolosa del dovuto.

La prima risposta ci è stata data esaminando il contenuto dei cesti di tutti i tipi che la gente sulla scogliera aveva portato con sé. Dentro c’erano cetrioli di mare, granchietti, grosse vongole, vermoni e strani molluschi, simili alle nostre lumachine, ma più grossi e più conici. Tutte cose che si nascondevano sotto i sassi o nelle rughe del terreno e, soprattutto i bambini, erano abilissimi ad avvistare da lontano. I cetrioli venivano subito privati dalle loro interiore e nell’acqua rimaneva una macchia violacea.

Con il rimontare dell’acqua tutti tornavano verso il villaggio e noi ci siamo avviati con loro. Le case, se così si può chiamare quell’insieme di frasche e di assi inchiodate, erano storte e sghimbesce, a ridosso una dell’altra, costruite su vari livelli. Nella parte di isola vicino all’acqua, erano separate da un dedalo di canaletti melmosi, sovrastati da precarie passerelle di assi e pali di bambù, che permettevano di passare sopra l’acqua, da una veranda all’altra. Una specie di Venezia povera! Più al centro dell’isola i canali diventavano strettissimi viottoli di sabbia, dove però il sole non arrivava mai, perché era fermato dalle case. Nel cortile della scuola, l’unico spiazzo dell’isola, largo appena una decina di metri quadrati, c’era anche un albero! In un quarto d’ora avevamo percorso ogni possibile viottolo e ogni abitante ci aveva potuto vedere e salutare. Sotto le case più grandi, costruite su pali e rialzate dal terreno, c’erano delle botteghucce che esponevano la merce, c’era il posto per seccare il pesce e c’era anche una specie di warung, dove una vecchia china su uno wok, preparava della roba non meglio identificata. E in questo ristorante molto particolare, siamo venuti a conoscenza della storia dell’isola di Boughin.

Tanti anni prima, non siamo riusciti a capire quanti, una barca proveniente dalle Sulawesi, si era arenata sulla costa di Sumbawa. Gli occupanti chiesero di potersi insediare a terra. I governanti locali negarono il permesso di sbarcare ma concessero ai nuovi arrivati di accamparsi su Bugin, un’isola piccolissima, poco più di uno scoglio, a mezzo miglio da terra. Passarono gli anni e la costa piano piano si spopolò, mentre gli abitanti di Boughin continuavano ad aumentare. Ben presto non ci fu più spazio sull’isola per costruire nuove case ma gli isolani, fedeli all’impegno preso, non tentarono di spostarsi sulla terraferma e cominciarono invece a saccheggiare grossi massi di corallo dalla barriera davanti all’isola. Con questi massi rubavano spazio al mare allargando il terreno a loro disposizione ogni volta che c’era bisogno di una nuova le palafitta. E così l’isola diventava ogni anno più grande ed ora è quattro volte più estesa di quella originale. Un po’ come fece Didone con la pelle di vacca. Certo, la vita su di un’isola piccolissima e tutta gremita di case non è facilissima. Non ci sono alberi, non ci sono piazze e non c’è lo spazio per coltivare nulla, ma il mare, in compenso, è ricco di tutto quello che serve per vivere. Le decine di canoe ancorate intorno all’isola, al tramonto, una dopo l’altra si allontanano verso l’orizzonte dorato e per tutta la notte le loro luci leggere e tremolanti indicano la presenza degli uomini dentro l’oscurità del mare. All’alba i tonfi delle ancore che cadono in acqua annunciano l’arrivo di montagne di pesci di ogni tipo. Quel che non si consuma subito, viene fatto seccare e venduto sui mercati della costa per procurare riso, zucchero, papaie, banane, legname, tela e tutto quello, insomma, che a Boughin non si produce.

Dopo la sorpresa di Boughin avevamo ripreso la navigazione verso ovest, non più al largo, ma stando vicini alla costa, e cercando ogni sera posti adatti dove fermarci a dormire e vedere qualcos’altro di nuovo. E così abbiamo visto sfilare le coste di Sumbawa e quelle di Lombok, spalleggiate dai loro incredibili vulcani, così alti da sbucare con la sommità sopra lo strato di nuvole bianche che ne ricopre le pendici. Lungo la strada abbiamo incontrato squadriglie di pescatori di totani, con le barche stranissime, dotate di due enormi bilancieri che le rendono più larghe che lunghe. Per tutta la notte stanno alla deriva con le lampade a cherosene accese per attirare gli sciami di seppie e di calamari che transitano nei canali tra le isole di Nusa Tengara. Al mattino rientrano con strati rossicci di totani già messi a seccare sulle stuoie di frasche stese tra i bilancieri. Abbiamo incontrato minuscole canoe con un unico pescatore che pescava con la lenza e in cambio di un paio di pesciotti ci chiedeva qualche sigaretta. Quando stavamo all’ancora fuori dai villaggi i bambini venivano sottobordo nuotando aggrappati in tre o quattro ad una camera d’aria e ci chiedevano biscotti. Sulla riva di un villaggio, un giorno c’era il mercato. Le canoe che arrivavano dalle isole vicine si affollavano davanti alla battigia, portando carichi di pesce e tornandosene con ceste di verdura. La moschea, in riva al mare, veniva allagata dall’alta marea e la sua cupola lucente benediceva dall’alto gli scambi. Da altre parti invece non c’era niente e nessuno, ma solo cespugli di mangrovie o un isolotto di pietra con qualche capanna vuota.

Sumbawa e Lombok erano sfilate alla nostra sinistra e oramai si avvistavano i vulcani di Bali, ma le difficoltà, e anche le sorprese, non erano ancora finite. Il mare tra Lombok e Bali è profondissimo. Nel canale tra queste due isole ci sono correnti molto forti, maree imprevedibili e la superficie del mare ribolle in continuazione, a causa dello scontro tra le onde oceaniche e le correnti di marea. Navigare in queste acque è pericoloso e lo stretto, che pure misura solo una cinquantina di chilometri in larghezza, separa due mondi diversi e ha sempre costituito una barriera alle migrazioni sia umane che naturali. E’ di qui che gli studiosi fanno passare la linea di Wallas, il confine tra la regione geografica asiatica e quella australiana. Ad ovest di questa linea ci sono le terre verdissime e rigogliose di dell’Asia continentale e le isole tutte coperte di foresta, come Java e Sumatra, e abitate, per lo meno un tempo, dai grandi mammiferi: tigri, elefanti, rinoceronti. A est, invece, le terre diventano aride, con una vegetazione stenta, bassa e spinosa, abitate solo da marsupiali, rettili, roditori e da quei pochi altri animali che insieme con gli aborigeni si sono adattati nell’ambiente poco ospitale della regione australiana. Il canale di Lombok, con il ribollio delle correnti e le sue onde capricciose e cattive, ha tenuto per secoli separati questi due mondi.

Anche noi, a metà del passaggio, ci siamo trovati in difficoltà, con la corrente di marea sbagliata che ci trascinava nella direzione opposta a quella voluta e con la notte che si avvicinava minacciosamente. Così avevamo deciso, prima che facesse del tutto buio, di cercare rifugio e di ancorare nell’ampia baia dell’isoletta di Nusalembongan, poche miglia a est di Bali. C’era un’imponente barriera corallina, sulla quale frangevano le onde, e che delimitava, all’interno, un’ampia zona di acqua tranquilla, con il fondale sabbioso e non troppo profondo. Arrivammo con l’alta marea, gettammo l’ancora e presto, tutto intorno a noi, sprofondò nell’oscurità e noi nelle braccia di Morfeo.

Qualche ora più tardi, nel cuore della notte, fummo svegliati da strani picchiettii, come di mazzuoli che battevano e non capivamo cosa potesse essere. Usciti in pozzetto, fummo accolti da uno spettacolo sorprendente: dalla parte della terra una miriade di persone erano al lavoro, immerse nell’acqua che nel frattempo si era abbassata, trainando ceste o spingendo con le pertiche delle piccole canoe di legno. Non c’era nessuna luce, solo la luna e una stellata meravigliosa, ma tutti sembravano sapere benissimo come muoversi e dove andare. Continuarono per un po’ di tempo, poi, mano a mano che l’acqua rimontava, si allontanarono verso riva fino a scomparire. Tutto questo avveniva nell’acqua, ad un centinaio di metri dalla nostra barca. Non abbiamo osato a quell’ora, mettere il gommone in acqua per andare a vedere, ma alle prime luci dell’alba siamo scesi per cercare una risposta alla nostra curiosità.

La spiegazione ci ha accolti sulla riva, sotto forma di vivaci macchie di colore verdi, brune, gialle, rosa e bianche che si scorgevano da tutte le parti. Avvicinandoci abbiamo scoperto che erano alghe, simili ad arbustelli carnosi, separate per colore e messe a seccare sopra teli di plastica. Il mare nel frattempo rivelava, sotto la superficie dell’acqua, delle incredibili distese di campi coltivati, con tanto di filari, di picchetti e di divisori tra un appezzamento e l’altro. Sapevamo che in altre isole erano state tentate delle coltivazioni simili, ma non ci era mai capitato di assistere ad uno spettacolo così imponente, perché a Nusalembongan, cli abitanti, che un tempo erano tutti pescatori, nel giro di pochi anni si sono tutti trasformati in contadini, contadini del mare, e coltivavano le alghe.

Dall’alga, si estrae una sostanza chiamata carragenina che serve come addensante in molti campi: da quello dei cosmetici, alla pasticceria, dai salumi ai latticini. Per le coltivazioni, che non producono alcun danno biologico all’ambiente circostante, è necessaria solo una baia, un forte ricambio di acqua e una barriera corallina che fermi i frangenti. Proprio la situazione di Nusalembongan. Come per tutti i contadini del mondo, anche per questi il tempo del lavoro e quello del riposo sono scanditi dai ritmi della natura. In questo caso, in particolare, si deve tenere presente l’alternarsi delle maree. Solo con la bassa marea infatti si può entrare in acqua, recarsi al proprio appezzamento di terreno, controllare lo stato del raccolto, fare la manutenzione dei filari e raccogliere le alghe. Per ciò, non importa se in piena notte, all’alba, sotto la pioggia o sotto il sole, quando c’è la bassa marea gli abitanti di Nusalembongan si riversano in mare. Hanno le canoe o le grosse ceste piene di alghe verdi, fissate su lunghe funi. Una volta giunti al campicello, stendono le lunghissime ghirlande di alghe tra i paletti dei filari. E siccome il movimento delle onde e quello delle maree tende a spostare i paletti dalla loro posizione, tutti i giorni ci sono centinaia di paletti da ribattere sul fondo col mazzuolo di legno, e questo spiega il rumore che sentivamo nella notte. Per fare questi lavori gli uomini o le donne, operano letteralmente con l’acqua alla gola, tenendosi legato alla vita un cesto contenente le alghe e gli attrezzi.

Nel lavoro sono impegnati tutti: gli uomini, le donne e anche i bambini, che aiutano a scaricare le canoe quando arrivano a terra. I vecchi, invece, insieme ai bambini più piccoli, si dedicano alla spigolatura, a raccogliere cioè ogni singolo pezzo di alga che si è staccato dai filari o dalle ceste e che il mare riporta sulla spiaggia. Una volta portati a terra, i carichi di alghe sono divisi per colore e per grado di maturazione: quelle scure sono pronte per essere messe a seccare e con il passare dei giorni diverranno, rosa, gialle e bianche, quelle verdi invece verranno riposizionate intorno alle funi e alla prossima marea riportate in acqua.

Nel tempo trascorso a Nusalembongan, ci divertivamo ad andare anche noi, con la bassa marea, lungo i filari di alghe. Ogni volta ci stupivamo come ogni coltivatore, sapesse senza alcun dubbio quale fosse il filare da svuotare, quale fosse il paletto da sostituire, quale quello da ribadire, mentre noi continuavamo a perdere l’orientamento. Ma in effetti per gente che spesso si trova a dover lavorare di notte, era sicuramente intervenuto un sesto senso di guida.

Pochi, a Nusalembongan, sapevano parlare in inglese, ma quando ci ritrovavamo con loro a dividere le alghe per colore, quello che tutti cercavano di spiegarci, era come le alghe avessero migliorato le loro condizioni di vita. Prima erano tutti pescatori o raccoglievano il sale per poi venderlo a Bali. Ora ognuno aveva il proprio campicello, e sull’isola era stata costruita una scuola e allestito una specie di ospedale. Nessuno sapeva a cosa servissero le alghe, perché le lavorazioni successive, e l’estrazione della carragenina, avvengono altrove, ma tutti erano estremamente consci della loro importanza, e soprattutto dell’importanza di mantenere le condizioni della baia adatte alla loro coltivazione. E perché le condizioni si mantengano, l’acqua della baia deve restare assolutamente incontaminata e per questo, sull’isola, le carene delle canoe non erano pitturate, ma per preservarle dall’aggressione della vegetazione e dalle conchiglie, tutte le volte che tornavano a terra venivano strofinate con la sabbia. Quando eravamo partiti da Nusalembongan, eravamo incerti se fermarci o meno a Bali, non volevamo subito contaminare la bella sorpresa che avevamo appena avuto.

Alla fine però, avevamo deciso di fermarci.

Ci eravamo avvicinati alla costa per poi imboccare il passaggio stretto e tortuoso, segnalato da vecchie boe storte ed arrugginite che da accesso al porto di Benoa. Ci sono voluti 20 minuti per risalire la corrente del canale e alla fine ci siamo trovati dentro lo specchio liscio del porto. Se non altro eravamo arrivati e l’ambiente, a prima vista, sembrava sporco e pittoresco, come tutti i porti del mondo. C’erano navi enormi con le bandiere di decine di stati, giunche cinesi pitturate di azzurro e di rosa, c’erano rimorchiatori arrugginiti e bellissime canoe a vela che zigzagavano tra le navi, i pescherecci e i relitti.

“Dove andiamo?” “Non saprei, quel molo, sembra libero”

Fu cosi che andammo a sbattere su un banco di sabbia invisibile, a poche decine di metri dalla riva. Eravamo lì, straniti, stanchi e preoccupati, con la barca sbilenca e irrimediabilmente incastrata nel fango, quando giunse sottobordo una canoa a vela carica di gente. Erano uomini e donne, vestiti di giallo e di bianco, ammassati all’inverosimile sul piccolo legno. Sorridevano, indicando la nostra barca e i suoi alberi inclinati e dicevano cose incomprensibili. Cercammo di spiegare che pensavamo di attendere che la marea, crescendo, ci disincagliasse. Continuavano a sorridere, timidi, ma dicevano di no con la testa, che bisognava fare qualche cosa. Alla fine vennero tutti a bordo e senza tante spiegazioni si disposero tutti lungo la murata di sinistra della nostra barca, sporgendosi il più possibile in fuori. L’effetto di così tanta gente sporta di lato fù di inclinare la barca di 45°. In tal modo la chiglia si sollevò dal fango e noi riuscimmo ad andare in acque più profonde, mentre i nostri soccorritori, nel loro barchino, si allontanavano in direzione di un tempio da dove proveniva un suono di campanelle. Due ore dopo la marea, che aveva continuato a scendere, mise in mostra il bassofondo dove ci eravamo incagliatiti. Se quella gente vestita da cerimonia non ci avesse soccorso ci saremmo trovati con la barca rovesciata del tutto nel fango melmoso del porto. E questo fu solo il primo degli atti spontanei di gentilezza che avremmo ricevuto dai balinesi.

Per noi che venivamo da due anni trascorsi tra le isole del Pacifico, nella natura incontaminata, nel silenzio e nella solitudine, arrivare a Bali fu come ritrovarsi immersi nel traffico di una metropoli dopo aver vissuto per tanto tempo in campagna. Ci sorprendevamo frastornati e confusi a percorrere le chiassose strade di Kuta. La via principale, per una decina di chilometri, è un susseguirsi di bar, ristoranti, boutique, pseudo antiquari, negozi di souvenir balinesi made in China, di discoteche e di amburgherari, dove dal mattino fino a notte inoltrata si aggira una moltitudine di gente disassortita. Lungo i marciapiedi eravamo preda di ragazzini che vendono gioielli d’oro falso, orologi contraffatti, profumi famosi, sesso per tutti i gusti, marijuana che poi si rivela erbetta del giardino e funghi allucinogeni inefficaci. Nelle stradine strettissime ci assordava l’andirivieni di auto, pulmini, taxi, e soprattutto motorini. E la cosa più sconvolgente per noi erano le spiagge, ridotte a bazar rumorosi e affollati.

“Ma cosa ci facciamo noi qui?” era la domanda che ci ponevamo ogni momento e perché, ci chiedevamo, tutta quella gente si sobbarcava un volo di dodici ore, con un cambio di fuso di sei, a un prezzo per niente trascurabile? Per cosa?

La risposta ce la siamo dati con il tempo, restando lì: “Perché Bali lo merita. Perché Bali possiede qualcosa di più.”

La nostra sosta, in teoria solo una settimana, si prolungò per mesi. E nel corso degli anni Bali è diventata per noi un punto di passaggio obbligato. Un polo di attrazione, un luogo per riposare e rilassarci, immersi in una calda atmosfera di accoglienza unica al mondo.

Quel qualcosa che ha affascinato i primi turisti negli anni venti e che ha indotto un numero così grande di viaggiatori a fermarsi a Bali, è ancora vivo sotto l’ondata di occidentalismo che ogni giorno viene vomitato sull’isola. E’ un richiamo forte, che viene da lontano, ma è uno dei più profondi che sentiamo dopo aver toccato, in 12 anni di navigazione, tantissimi altri paesi.

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