Gen 012001
 

Cambiare la barca è sempre difficile. Se poi la barca è anche la tua casa, se ci hai vissuto per otto anni ed è anche l’oggetto che ti dà da lavorare, allora l’impresa si fa ancora più ardua. E poi eravamo a decine di migliaia di miglia da casa. Come si fa a vendere la barca in un paese dove non esiste l’equivalente di Bolina per pubblicare un’inserzione, quando non si ha il telefono per parlare con i possibili acquirenti, dove non ci sono broker? Così abbiamo sempre rimandato.

La vecchia Barca Pulita però non andava più bene. Era troppo pesante per navigare solo in due, troppo grossa per tenerla in buone condizioni, i suoi alberi troppo grandi, le sue vele troppo ingombranti, la sua catena dell’ancora inamovibile. E, soprattutto, era di ferro e aveva vent’anni e noi non ne potevamo piu’, ogni volta, di perdere settimane a grattare la ruggine, a dare Ferox, a ridipingere e a controllare tutto solo per vedere la ruggine rispuntare di lì a tre mesi e dover ricominciare tutto da capo. Ultimamente poi, la corrosione cominciava ad essere veramente maligna e a lavorare in aree irraggiungibili. Già un paio di volte eravamo dovuti correre alla ricerca di un cantiere con il cuore in gola per sostituire dei pezzi di lamiera. Le barche in ferro, dicono, sono più robuste e sicure, ma quando cominciano a bucarsi da sole la sicurezza non c’è più.

Così, in Australia, abbiamo deciso di venderla.

Un posto tra l’altro, l’Australia, dove le barche di ferro sono abbastanza apprezzate. Tutti si costruiscono la barca nel cortile di casa, con lamiere pesanti e forme grossolane. La nostra, per quanto, aveva una certa linea aggraziata, mentre invece mancava all’interno di tutte quelle comodità che si richiedono in una barca moderna. La Barca Pulita, già Mastropietro, costruita dal Centro Velico di Caprera con le funzioni di barca scuola, ha un’unico spazio centrale con 8 cuccette, a poppa un’unica cabina a due letti e un solo cesso. Questo lascia spazio a una stupenda officina di prua, che a noi andava a genio, ma il tutto non rispondeva alle esigenze del mercato che richiedevano cabine separate e spazi più comodi.

Nell’estate del 2000, partendo da Darwin, abbiamo circumnavigato la Papua Nuova Guinea e siamo arrivati, dopo otto mesi sulla costa orientale dell’Australia, a Mooloolaba, 100 km a nord di Brisbane. Brismane è il punto di incontro tra la Gold Cost, a sud e la Sunshine Cost a nord, un totale di trecento chilometri di costa attrezzatissima per il surf e per la vela. Dal nostro punto di vista posti non molto belli. Edifici con forme sgraziate e colori pastello, villette prefabbricate con colonne doriche e corinzie di plastica, molto verde qualche centro commerciale e tanti canali artificiali. Aspetto a parte, tutta la costa e’ un approdo ideale e attrezzato per le barche a vela, soprattutto i marina (cari) sono costruiti per poter venire incontro all’eventualità di un uragano, dato che siamo in fascia subtropicale e ancora a rischio. Morale giunti a Mooloolaba, abbiamo deciso che da lì non saremmo più ripartiti con la vecchia Barca Pulita. L’abbiamo affidata a un broker, abbiamo stilato un accuratissimo inventario, e l’abbiamo svuotata. Ne sono usciti 50 scatoloni tra vestiti, libri, oggetti cari, attrezzatura della cucina, pezzi di vita, attrezzatura sub, ……. e abbiamo messo tutto in un deposito.

Intanto abbiamo cominciato a pensare al dopo.

“Dopo averla venduta potremmo fare un giro sulla costa in cerca di quella nuova, potremmo cominciare a guardare i giornali americani o inglesi,…..”

“Il posto migliore dove comprare le barche di seconda mano e’ negli Stati Uniti sui grandi laghi. Sono barche molto belle e le usano solo un paio di mesi all’anno” ci aveva detto un americano a Darwin

“Venite in Sudafrica, il rand ora è molto basso e ci sono delle barche stupende” ci suggeriva un amico trasferitosi là

E perchè non ripartire dal Mediterraneo? Alla fine ci siamo fatti un piano.

“Da quando vendiamo la barca ci diamo un anno di tempo per trovarne un’altra. Andiamo a cercare nei posti che offrono di più: gli stati Uniti, il Sudafrica, i Caraibi, la Turchia…. Una volta trovata la barca ci facciamo mandare la roba lasciata in deposito in Australia e ce la mettiamo a posto”

Questo voleva dire tempo e denaro, ma dopo tutto la barca e’ un pò come un fidanzato, va scelta con cura, perchè poi deve durare per tutta la vita. Si, i fidanzati, come le barche, si possono anche cambiare, ma che dramma e che sconfitta ogni volta! E poi a noi questo fidanzato serve anche per lavorare, cambiarla nuovamente vuol dire anche nuova battuta d’arresto nel lavoro. Però alle volte ci sono anche i colpi di fulmine, e non di rado i fidanzamenti iniziati così sono quelli che durano più a lungo

E un colpo di fulmine è quello che ci ha riservato il destino questa volta!

Eravamo a Milano a montare un filmato, quando abbiamo ricevuto un e-mail dal broker che ci comunicava che c’era una persona interessata all’acquisto della nostra barca. Trattativa virtuale a colpi di e-mail e in un paio di settimane l’accordo era fatto. Un pò meno di quello che avremmo voluto, ma prima del previsto. E poi la cosa era simpatica: l’interessato voleva comprare la barca per fare una sorta si charter ecologico, lungo la costa australiana, per turisti non tanto sofisticati. Un mese dopo eravamo nuovamente a Mooloolaba, per formalizzare la vendita. Il nostro acquirente aveva dei problemi con la banca e noi aspettavamo nel marina. Guardavamo un pò di barche in vendita, ma erano tutte degli scatoloni costruiti intorno ad un enorme motore e a un mega frigo in grado di alloggiare 10 casse di birra. Una domenica mattina mentre ci aggiravamo tra le banchine del marina, abbiamo visto arrivare una barca e le siamo andati incontro per prendere le cime. Mano a mano che si avvicinava ne scoprivamo la linea filante, le forme addolcite, il materiale: VETRORESINA!

A bordo erano in 4, mamma, papa e due bambini minuscoli, tutti biondi a conferma della loro bandiera tedesca.

“Che bella barca!” è stato il nostro commento quando ci siamo presentati.

“Ti piace, è in vendita!” è stata la risposta.

I proprietari erano partiri 5 anni prima dalla Germania per stare un pò in giro per il mondo. Si erano subito fermati ai Caraibi per lavorare a terra, e in 13 mesi avevano avuto due bambini! “E’ troppo pesante viaggiare con due bmbini così piccoli, abbiamo deciso di vendere la barca e di stabilirci qui in Australia” Non potevamo crederci, era la barca che faceva al nostro caso!

Un ketch di 44 piedi in vetroresina, costruito in Francia 25 anni fa. Il cantiere si chiama Nautic Saintonge (mai sentito nominare), modello Rorqual, progettista Brenner. Ponte in teak e interni in legno molto ben divisi. Timone a vento, pannelli solari, generatore eolico, desalinizzatore. Aveva però un difetto: la coperta di teak era fissata sul ponte con chiodi di ferro che cominciavano a far ruggine e nel teak si erano aperte delle crepe che facevano infiltrare l’acqua. Il prezzo però era basso anche per questo inconveniente. Era troppo bello! Continuavamo a ripeterci che non dovevamo lasciarci abbagliare, che si, era comodo pensare che quella barca andasse bene, ma non potevamo fermarci alla prima che vedevamo.

E in attesa dell’arrivo del nostro acquirente, che continuava ad avere problemi con la banca, ci guardavamo intorno e andavamo su e giu lungo la costa Australiana a vedere tutte le barche in vendita, ma essuna andava bene! Quando la sera tornavamo al marina, andavamo a rimirare la barca dei tedeschi, e ci sembrava perfetta.

“Ci deve essere qualche inghippo, non può essere tutto così liscio”

“Guarda il timone a vento è vecchissimo, bisognerà cambiarlo e sono altri soldi!” e cercavamo di trovarle ogni difetto possibile. Intanto però ci guardavamo intorno per trovare qualcuno che ci aiutasse a valutare il problema della coperta ed eventualmente a risolverlo. Una mattina c’è stato un incidente nel marina. Un peschereccio ha sbagliato unamanovra ed è andato a sbattere sulle banchine colpendo…. proprio la barca dei tedeschi.

“Ti pareva… era troppo bello per essere vero, dai è stato bello crederci, ma ora mettiamoci a cercare seriamente la barca per noi”. E invece….. Un attento esame da parte dei periti delle assicurazioni ha rilevato che non c’era alcun danno alla struttura, solo all’antenna del GPS, a un balcone di poppa che si era lievemente stortato e al timone a vento che era praticamente distrutto.

Morale, i tedeschi, rimborsati prontamente ed abbondantemente dall’assicurazione, hanno abbassato di 5000 dollali il prezzo della loro barca. E quando abbiamo visto la poppa della Mastropietro allontanarsi dalla banchina e dirigersi verso il mare aperto, non abbiamo nemmeno avuto il tempo di commuoverci troppo, perchè eravamo già alle prese con la messa a punto del ponte della nostra nuova barca.

A proposito, sapete come è avvenuta la vendita? Su un pezzo di carta abbiamo scritto Elisabetta Eordegh e Carlo Auriemma vendono la barca Mastropietro al signor Peter Towsee, firme e data. Lui ha pagato un 2% su un valore minimo della barca per l’importazione è la barca è diventata sua. Stessa cosa abbiamo fatto noi con i tedeschi, senza nemmeno dover pagare l’importazione! E niente Rina, niente notaio, niente capitaneria, annotazioni di sicurezza eccetera eccetera.

Un prezzo al destino amico però bisognava pagarlo e in una sorta di esorcismo contro la sfiga, abbiamo deciso di metterci subito all’opera per risanare il ponte. Abbiamo asportato completamente il vecchio teak, tolto tutti i chiodi arrugginiti, scavato e sostituito pezzi del compensato sottostante, resinato, ricoperto con altro compensato e alla fine…….vetroresina. Si lo so che in tanti si metteranno le mani nei capelli e ci daranno dei vandali e degli incompetenti, ma non importa. Al di là del fatto che la coperta di teak ai tropici è bollente, c’è soprattutto il problema del legno. In troppi posti: in Malesia, in Borneo, nelle isole indonesiane, alle Andamane, abbiamo visto lo scempio perpetrato dal taglio delle foreste. Intere aree di giungla completamente disboscate, con la terra rossa che colava letteralmente durante gli aqcuaazzoni e che slittava a valle non più trattenuta dalle radici secolari. Peggio ancora, le popolazioni della zona che si erano raccolte in villaggetti ai margini delle zone da disboscare, per godere dei benefici legati al traffico, si trovavano ora senza più lavoro a vivere nel fango, sradicati completamente dal loro ambiente. Non vogliamo nemmeno lontanamente sentirci complici di un crimine così grande. La nostra barca andrà in giro con una coperta di plastica. L’unico che potrebbe avere qualcosa a che ridire potrebbe essere il progettista, ma d’altronde il suo progetto originale faceva acqua (onore al merito: dopo quasi 30 anni) e noi non abbiamo fatto altro che rimediare.

Dopo essere stati a casa durante la stagione dei cicloni, siamo ritornati in Australia, per mettere a posto la barca in vista delle prossime navigazioni. In Italia ci siamo procurati un pò di attrezzatura che conosciamo bene, e che abbiamo montato sulla nostra nuova barca. Abbiamo spedito in Australia 16 scatoloni di attrezzature e, come barca in transito, non abbiamo dovuto pagare una sola lira di dogana. In compenso abbiamo rimontato sugli alberi e a poppa i pannelli solari della Anit, abbiamo sostituito il generatore eolico presente sulla barca con un Salmini, grosso la metà e potente il doppio. Altro gioiello italiano il frigorifero Veco che abbiamo installato con il suo scambiatore di calore esterno che permette alla cella di fare il chiaccio anche quando la barca è in secca . Poi ci siamo portati il verricello salpaancore della Lofrans, già presente sulla barca, ma un pò vecchiotto, un paio di winch Antal, un WC Orvea e il nuovo dinghy Lomac. Una concessione estera sono state la cucina a cherosene della Taylor, che usiamo oramai da 14 anni e il timone a vento Aries. Infine abbiamo smontato scaldabagno, autoclave e desalinizzatore e li abbiamo lasciati in banchina (semplifichiamoci la vita!). Abbiamo lasciato il rollafiocco, dopotutto questa potrebbe essere la barca con la quale arriveremo a navigare anche quando saremo nonni e sostituito il GPS che era a bordo con il nostro della C.map, dotato di plotter così accurato, che se ci impegnamo un pò riusciamo ad arrivare su Marte!

Nel marina ogni volta che aprivamo uno scatolone ci si raccoglievano intorno gli equipaggi delle altre barche e iniziavano i commenti e i paragoni. Ci chiedevano indirizzi e spiegazioni, e tutti si prodigavano in consigli e siggerimenti per come e dove montare l’oggetto. E’ stato strano lavorare su una barca in un posto che non si conosce. Ogni due per tre c’era da procurarsi qualcosa e non si sapeva dove andare. Poi dopo un pò si fa amicizia con le persone, arrivano i consigli (alle volte troppi) si conoscono i posti. Ci siamo anche procurati due biciclette scassate e quando mancava una vite potevamo percorrere i 5 chilometri che ci separavano dal negozio del ferramenta in soli dieci minuti.

Ora però è tutto passato. I lavori sono finiti e noi stiamo navigando. Per noi è tutto strano, e insolito. Le nostre mani cercano le drizze là dove le cercavano sulla Mastropietro e a volte non le trovano. La barca sbanda molto più di quanto fossimo abituati e dobbiamo correre a ridurre molto prima di quanto avessimo supposto. La barca è leggera, corre di più e bolina meglio, ma quando prende le onde lo scafo risuona come una scatola di plastica e fa un po’ paura. Beh, insomma, ci abitueremo e impareremo a conoscerla. Davanti a noi ci sono la Nuova Caledonia, le Vanuatu, potrebbe essere la volta delle Fiji e poi…est o ovest, chissà ve lo racconteremo. Un bel battesimo comunque per la nuova Barca Pulita.

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