Gen 012005
 

Il camion dei vigili del fuoco esce dalla rimessa, si ferma sul piazzale e suona la sirena. E’ il segnale. I motorini se ne vanno, i ragazzini che stavano giocando a rugby raccolgono pallone e smontano la porta, i pochi passanti che si aggiravano a piedi si affrettano verso un riparo e anche i cani randagi che sonnecchiavano al caldo si alzano e si allontanano. La sirena è il segnale che quel pezzo di isola che serve da strada, campo da pallone, ritrovo o parco giochi, ora diventa pista d’atterraggio. Succede tre volte la settimana, tutte le volte che il piccolo aereo a elica da 30 posti, ma che non porta mai più di 20 persone, arriva qui a Funafuti, capitale delle Tuvalu, proveniente da Suva, la capitale delle Fiji. Di questi aerei ne arrivano tre la settimana, e durante le tre settimane che siamo stati qui, siamo sempre venuti a riceverlo. L’avvenimento raduna intorno alla pista una piccola folla e si può approfittare per godere di alcune fecilities che altrimenti non sarebbero fornite: vendita di di piccoli oggetti di artigianato e offerta di roti ripieni di pappa di patate, accompagnati da acqua gelata allungata con miele di toddy.

Oggi però per noi è un giorno speciale. Oggi arriveranno gli amici con i quali partiremo per la missione cultural sanitaria, come l’abbiamo battezzata per scherzo, nell’isola di Anuta. Sono in 4: Alberto, un esperto velista che ha condiviso con noi altre crociere particolari e non si è voluto perdere questa, Fausto un regista svizzero che da quando è andato in pensione viene a portare sulla Barca Pulita un po’ della sua esperienza e, ultimi ma non meno importanti Marcello e Riccardo, i due medici che si occuperanno della parte sanitaria della spedizione. Riccardo non lo conosciamo quasi, si è sostituito all’ultimo momento a Fabio, trattenuto a Milano da un esame. Avrebbe dovuto essere il nostro referente a Milano per le malattie tropicali, e invece eccolo qui sulla scaletta dell’aereo, che sbarca insieme a una vagonata di medicamenti e di attrezzature sanitarie, che a Suva è costata ben 500 dollari di supplemento bagaglio. Sono euforici e frastornati, alla fine di questo viaggio che in 62 ore li ha catapultati da una parte all’altra parte del mondo.

Stiamo due giorni nella laguna mozzafiato di Funafuti, per farli ambientare con il fuso orario di +10 ore, il caldo, la maestosità del Pacifico e soprattutto per conoscerci un po’. Poi, la mattina del terzo giorno, partiamo, per affrontare le 600 miglia che ci separano da Anuta, rotta Ovest, vento in poppa, probabile durata del viaggio 5 giorni. Ma dopo una settimana siamo a constatare una volta di più, che in mare non si devono fare programmi, che a decidere sono sempre e solo il vento e le sue fantasie.

Ecco un estratto del diario dei primi di ottobre:

…..“Neu è il cocco da bere mentre popo è quello vecchio. Chi si ricorda come si dice buongiorno?”

Marcello si è portato un vocabolarietto con le lingue del Pacifico. Quella di Anuta non c’è, ma abbiamo deciso di studiare un po’ di Samoano, perché è dalle Samoa che sono partiti gli abitanti di Anuta, qualche centinaio di anni fa. Così almeno ci ha detto uno studioso di idiomi polinesiani che abbiamo incontrato l’anno scorso alle Tuvalu. E ora siamo qui nel pozzetto, a ripassare le parole che potrebbero servirci: Per piacere, grazie, buon giorno, cocco, acqua, pesce.

Intorno a noi l’oceano Pacifico è un drappo di seta blu. Non c’è un’increspatura, non un’onda, non un segno di vita. La nostra lenza penzola a poppa , le rande cazzate al centro hanno dei fremiti sempre meno frequenti, e noi ce ne stiamo sotto il tendalino montato sotto al boma concentrati nei suoi due metri quadri di ombra. Siamo partiti da una settimana e delle 570 miglia che dovevamo percorrere ne rimangono ancora 230! E sì che la stagione è giusta, le Pilot dicono che dovremmo avere vento e corrente a favore, brezze più o meno forti, ma comode, in poppa e nelle nostre previsioni, un po’ pessimiste, avevamo pensato di arrivare ad Anuta in 5 giorni. Tra le 9 del mattino e le 3 del pomeriggio, fa proprio caldo. Il sole sta scendendo impietoso dall’equatore verso il tropico del capricorno e tra pochi giorni passerà proprio sopra le nostre teste. Ogni paio di ore ci buttiamo in acqua a turno e nuotiamo nella seta blu che ci avvolge. In superficie l’acqua che non è rimescolata dal vento è tiepida. Solo dalla vita in giù si sente un po’ di refrigerio. I raggi di sole fendono la superficie e si tuffano nell’abisso sotto di noi, che la carta nautica segnala di 5000 metri. Fa una certa impressione e ci aspettiamo continuamente di incontrare qualcosa, soprattutto dopo che una sera, nell’acqua immota, abbiamo avvistato un marlin enorme che per un po’ di tempo ha gironzolato intorno alla nostra ombra. Oggi, per la prima volta in tanti anni, ci è capitato di nuotare con i delfini. Sono arrivati in una ventina. Siccome la barca era immobile, si sono fermati anche loro, nuotando pigramente intorno alla poppa, contrariamente alle loro abitudini che li porterebbero a giocare sotto la prua quando la barca corre un po’ sostenuta. Ci hanno lasciato entrare in acqua con loro e si sono allontanati lentamente solo quando ci siamo avvicinati a pochi metri. Uno aveva il piccolino sotto la pancia, un altro era stranamente tondeggiante. Forse una femmina gravida che si è fermata per partorire.

L’atmosfera a bordo è serena e rilassata. Nessuno si preoccupa del fatto che molto probabilmente il volo di rientro andrà rimandato. Se consideriamo il fatto che solo noi conoscevamo gli altri membri della spedizione, ma Marcello lo conoscevamo poco e Riccardo lo avevamo incontrato solo una volta, e gli altri erano tutti estranei fra di loro, l’alchimia di questa mescola è perfetta. C’è serenità, simpatia, ci si scambiano opinioni su argomenti profondi, ci si racconta la propria storia……

Poi, improvvisante, è arrivato il vento e non ci siamo più fermati. Dopo due giorni, all’alba, La ciliegia, come la chiamano gli inglesi è apparsa sull’orizzonte come un miraggio. La sua sagoma scura a contrastare con la massa chiara del cielo. Una collina tondeggiante con intorno un bassofondo che si estende per miglia verso il mare aperto e che consiglia la prudenza. Più a oriente le due piccole alture che formano l’isoletta disabitata chiamata Mitra, per la sua forma di copricapo.

La carta di Anuta non esiste e nelle lunghe ore di attesa del vento, ce ne siamo disegnata una, seguendo le istruzioni del portolano. Un cerchio a rappresentare l’isola, perché c’è scritto che è tonda come una ciliegia, una linea tratteggiata a indicare una serie di secche a Sud Ovest che finisce con un roccione semisommerso, le crocette per i pericoli sommersi, come sulle carte vere, e due ancorine per i posti dove il portolano suggerisce temporary ancorage. Scrutando l’isola da lontano non si vede nulla di speciale. I roccioni scuri della parte collinosa precipitano verticali, screziati dalle macchie instabili dei frangenti. Una linea bianca sul lato Nord Est è la spiaggia dove, secondo i nostri ricordi, dovrebbe sorgere il villaggio. Anuta è tutta lì. Meno di un chilometro quadrato di terra in mezzo all’oceano. Il vento è teso e le onde superano i tre metri. Siccome arriviamo da sopravvento, puntiamo a girarle attorno, per cercare un pò di ridosso sull’altro lato. La spiaggia si ingrandisce e rivela il pianoro leggermente rialzato dove dovrebbe esserci il villaggio. Ci passiamo il binocolo l’un l’altro ma tra il rollio e la distanza non si vede nulla. Più la distanza diminuisce e più aumenta il senso di attesa.

E’ da un anno che lavoriamo a questo progetto. Abbiamo studiato, pianificato, fantasticato, immaginato. Ne abbiamo scritto sui giornali, ne abbiamo parlato agli amici e a quelli che erano venuti alle nostre conferenze. Abbiamo coinvolto due medici, qualche sponsor e tanti sostenitori che ci hanno dato materiali, medicinali, solidarietà. Ora che stiamo per arrivare abbiamo quasi paura. Non è stato possibile avere informazioni aggiornate sulla situazione ad Anuta per il semplice fatto che nessuno sa nulla di quel che succede in quest’isola lontana. E se il villaggio non ci fosse più? E se tutti gli abitanti se ne fossero andati dopo l’ultimo ciclone del 2002? Noi potremmo consolarci godendoci la sosta in un’isola disabitata, ma cosa direbbero Marcello e Riccardo che hanno piantato lavoro e famiglie per seguirci fino a qui? A terra tutto sembra immoto e là dove dovrebbe esserci il villaggio non si scorge nulla di speciale. Le capanne non si vedono ma potrebbe essere che siano nascoste dagli alberi, ma non c’è neanche una persona, e questo è strano. L’altra volta, quando siamo passati, la gente faceva segnali con le conchiglie lucidate. Era il loro modo per dire ehi, fermatevi, guardate che questa non è un’isola deserta.

Arriviamo all’altezza del masso che sta alla fine della linea di bassifondi e per un pò la roccia nera avvolta dalla schiuma bianca dei frangenti si sovrappone all’immagine dell’isola. Passiamo a Sud e Anuta riappare rivelando la sua parte meridionale con una lunga spiaggia che si arresta contro un promontorio. E lì, al termine della linea bianca, nella zona d’ombra proiettata dal dirupo, scorgiamo una miriade di lineette verticali. Sembrano tanti bastoncini irregolari, ma si muovono, si raggruppano, si separano. Sono loro, gli abitanti di Anuta, che si sono messi all’ombra ad aspettare che ci avvicinassimo. E ci sono anche le canoe, proprio come le ricordavamo. Tre legni sono stati messi in mare, attraversano i frangenti e si avvicinano, sfidando le onde che sono alte più di quanto loro siano lunghi. Canoe grandi e profonde, con quattro, cinque traverse che le collegano al bilanciere e su ogni traversa un uomo, a pagaiare con remate possenti, spalle larghe, muscoli gonfi. Ci gridano delle cose, si mettono davanti alla prua e ci guidano lungo il breve lato sottovento verso un angolo d’acqua relativamente calma, all’incrocio tra i treni di onde da Est e quelli da Ovest. Ci conducono fin sopra una chiazza sabbiosa e lì gettiamo l’ancora e la catena. Non proviamo neanche a tirare per verificare la tenuta. Attorno alla sabbia ci sono massi e balze coralline. In qualsiasi direzione dovessimo arare le marre della ammiragliato che abbiamo portato apposta per questo ancoraggio si impiglierebbero nei roccioni del fondo e la tenuta sarebbe garantita. Semmai sarà difficile salpare, ma proprio per questo abbiamo comperato alle Fiji l’ammiragliato e 30 metri di catena da sacrificare se sarà necessario.

Ammainiamo, dopo 10 giorni di mare, dopo 570 miglia di oceano. La barca rolla da far pietà, sottobordo ci sono le canoe e dobbiamo cercare di non rovinarci a vicenda.

Il primo a saltare a bordo si chiama Joseph. Lo riconosciamo. E’ lo stesso che venne a bordo 15 anni fa, solo che noi, nel libro, lo abbiamo chiamato David perché nel frattempo ci eravamo dimenticati il suo nome. Ci porge un foglietto piegato in due firmato dagli anziani dell’isola. Dice che siamo i benvenuti, che possiamo restare tutto il tempo che vorremo e che alla gente piacerebbe che scendessimo a terra. Ci chiede di portare in regalo una carrucola, se però non l’abbiamo non fa nulla. In barca abbiamo la carrucola di legno scolpita a mano che ci ha dato nel 1990 in cambio di una delle nostre. Jo ci riconosce, anche se allora ci eravamo fermati solo poche ore. Dopo di noi, in tutti questi anni, sono passate solo due barche e a tutti hanno chiesto una carrucola, da usare in testa d’albero per issare le loro grandi vele quando escono a pesca o quando vanno all’isola di Mitra.

Scendiamo, come allora, sulle canoe, seduti in mezzo ai rematori, perché sarebbe follia tentare di sbarcare con il nostro dinghy. Le creste attorno all’isola sono alte più di un metro. Come allora raggiungiamo il limite dei frangenti e vediamo i rematori rallentare e aspettare, guardarsi alle spalle e parlottare tra loro. Una, due, tre, contano le onde ed attendono. A un certo punto quello di poppa da il segnale e tutti partono. Pagaiate possenti e velocissime. La canoa schizza avanti, vola sull’acqua, mentre proprio davanti alla prua si forma un frangente, enorme. Noi corriamo alla stessa velocità del frangente, nella valle che si forma subito dopo alla cresta, mentre a poppa si sta già formando il successivo. Quando arriva e ci solleva siamo già nei pressi del terrapieno. E’ forte abbastanza da farci alzare e volare in bilico sulla cresta, ma non è più in grado di rovesciarci. Voliamo ancora per qualche metro sulla schiuma vaporosa, spinti dall’onda e dai remi, entriamo nel cavo e atterriamo ruvidamente sul pianoro di corallo. Il tempo di saltare a terra e un’altra cresta ci lava da capo a piedi, ma è solo schiuma. Le telecamere e le attrezzature sono al sicuro dentro un doppio sacco impermeabile e per noi, essere bagnati piuttosto che asciutti, non cambia nulla. Non resta che godere del fresco. Più in la, sotto il roccione a picco, tutta la popolazione dell’isola ci sta aspettando.

“Dovete stringere le mani di tutti” ci ridorda Jo

“Ma sono tantissimi!”

Sono tutti lì che ci guardano. I giovani con i corpi muscolosi e agili dei polinesiani, i vecchi con la pelle raggrinzita, i tatuaggi e pochi denti in bocca, le donne con i capelli al vento e i denti rossi di betel. Stringiamo mani callose, riceviamo sorrisi sdentati, insieme al primo assalto di un battaglione di zanzare e di bambini. Facciamo finta di niente e arriviamo in fondo alle 200 mani dicendo ‘alofa che in samoano sarebbe un saluto, ma qui tutti ridono. Scopriremo poi che qui vuol dire amore e di aver fatto così la figura dei novelli hippy che vanno in giro a lanciare shalom e nemaste, senza curarsi troppo di essere capiti o ricambiati.

Tra le 200 mani però non c’è quella del capo. Ci aspetta al villaggio. Incamminandoci ritroviamo il sentiero, lungo poche centinaia di metri, che porta da una parte all’altra dell’isola e il villaggio, con i trespoli per le fregate addomesticate e le capanne bassissime, dall’ingresso così angusto che viene da chiedersi come facciano ad entrare. Il capo è seduto su una stuoia, al limite estremo dell’abitato, con le spalle al mare. Cinquant’anni, forse sessanta, il volto impassibile e la faccia da saggio. Non ci guarda, non si muove, aspetta. Per salutarlo dobbiamo metterci in ginocchio per essere alla sua altezza e tendergli la mano. La stringe forte, la alza e la abbassa tante volte poi, a uno a uno, ci attira a sè avvicinando il volto. Tutti, nessuno escluso, gli diamo due baci sulle guance, come si usa da noi, un po’ stupiti, ma certi che quella sia la sua intenzione. Solo dopo Joseph ci dirà che l’intenzione del capo era solo quella di avvicinare il suo naso al nostro, secondo l’antico uso dei saluti polinesiani! Cominciano i discorsi. In inglese raccontiamo chi siamo, che siamo già stati qui quindici anni fa, e che stavolta con noi ci sono due medici e cosa siamo venuti a fare. Joseph traduce, a voce bassa e il capo, altrettanto sottovoce risponde che siamo i benvenuti e che spera che staremo bene per tutto il periodo che vorremo restare.

Tiriamo fuori il nostro regalo, che consiste in una zuppiera con dentro cipolle, aglio, una carne in scatola e un chilo di zucchero, lui lo riceve, ricambia con una stuoia e ci congeda. Ora siamo liberi di girare per il villaggio. Liberi di filmare e di fotografare la vita di un microcosmo che sembra venir fuori da un racconto del capitan Cook. Liberi di scalare la collina alta solo 65 metri e di vedere da sopra, nella sua interezza, questa piccola terra persa in mezzo all’oceano che da 20 generazioni ospita uno sparuto manipolo di esseri umani che hanno perso i contatti col resto del mondo.

Anuta è un microcosmo incontaminato, protetto dal fatto che per arrivarci bisogna attraversare un enorme tratto di oceano e che per restarci bisogna ancorare praticamente in mare aperto. Sull’isola tutto è naturale e intatto. Non c’è nulla che arrivi dal nostro mondo iperaccessoriato. Non ci sono oggetti di plastica, non c’è elettricità, non ci sono radio e televisione, non ci sono le reti per pescare e le pentole per cucinare. Tutto quel che si mangia su questo fazzoletto di terra grande meno di un chilometro quadrato, viene prodotto dal terreno fertilissimo della zona bassa attorno alla collina e cucinato con il fuoco di legno di palma e dentro recipienti scavati a loro volta nei tronchi del cocco.

La cosa che colpisce di più sono le canoe. Canoe grandi e complesse, veri e propri pezzi da museo, costruite con quella tecnica che ha consentito ai polinesiani di scorrazzare per secoli attraverso le distese vuote dell’oceano più grande del mondo. Su una struttura base fatta con un unico tronco scavato vengono riportate delle murate sottili che innalzano il bordo libero di quasi mezzo metro. Poi la prua e la poppa vengono pontate con traversi intagliati e decorati, e vengono anche aggiunti dei paraspruzzi, sempre di legno, in modo che quando la canoa fende le onde, l’acqua venga rigettata verso l’esterno, il tutto tenuto assieme da decine di legature sottili di fibra di cocco. Infine c’è il bilanciere, un fuso di legno leggerissimo collegato allo scafo dai traversi e da decine di legnetti sottili puntati in tutte le direzioni. In questo modo il bilanciere, pur essendo solido, ha un po’ di gioco e può resistere alle sollecitazioni formidabili delle onde e degli atterraggi sul corallo. Così quest’isola microscopica, oggi, è l’unico posto al mondo dove le canoe polinesiane d’alto mare sono ancora in uso. Alcune sono parcheggiate nei pressi della spiaggia, riparate sotto il roccione dove siamo arrivati, e servono per andare ogni giorno a pescare. Ma ce ne sono moltissime altre, una cinquantina forse, sparpagliate nel villaggio, allineate fuori dalle capanne, perfettamente avvolte in un involucro di foglie di palma che le protegge dal sole. E altre ancora sono in costruzione negli spiazzi ombrosi alla base della collina. Le usano a rotazione, ci spiegano. Per la pesca giornaliera ne bastano tre o quattro, con a bordo una decina di persone, che in mezza giornata, sono in grado di procurare il pesce per tutti gli abitanti. Quando rientrano dividono il pescato in 25 mucchietti, tanti quante sono le famiglie dell’isola. Tutte le altre canoe sono di riserva e vengono usate a rotazione in modo che l’onere di fornire la barca per la pesca comunitaria gravi un po’ su tutte le famiglie. Ogni maschio adulto ad Anuta possiede almeno una canoa. Avere la canoa, qui è come avere l’auto da noi. E’ un mezzo di trasporto ma è anche un vanto, uno sfizio e uno status simbol. Con queste imbarcazioni, fino a qualche decina di anni fa, questa gente era in grado di arrivare a Tikopia, l’isola gemella abitata anch’essa da polinesiani, e anche più lontano, fino alla più settentrionali delle Vanuatu, per commerciare la curcuma e persino fino alle Tonga e alle Samoa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Anuta fu assegnata alle Salomon, il governo centrale pensò bene di proibire le traversate in canoa. Erano pericolose, e il rischio in vite umane era troppo alto. E poi non ce ne sarebbe più stato bisogno. Ci sarebbe stata la nave postale ad assicurare i collegamenti con il mondo e l’isola venne dotata di una radio per comunicare con la capitale del distretto, lontana 300 miglia. Così i grandi viaggi in canoa cessarono, anche se la nave in realtà non arriva quasi mai. Gli abitanti di Anuta, comunque, continuano a mantenere efficienti le loro imbarcazioni, a costruirle e a tramandarne arte e conoscenza. Ogni tanto qualcuno parte ancora. A volte 3-4 canoe partono per l’isola di Mitra, distante 25 miglia, dove non vive nessuno ma ci sono tantissimi pesci e milioni di uccelli. A Mitra ci sono solo scogliere a picco battute dal mare. Si ancora la canoa sottovento e si scende a nuoto. Si resta qualche giorno, si fa il pieno di pesce e di uova di uccello e si torna, per altre 25 miglia, tra onde che possono essere alte anche 3 o 4 metri.

Ogni tanto qualcuno parte per un viaggio più lungo, ignorando le disposizioni del governo. Due fratelli, una decina d’anni fa, sono partiti per le Tonga, distanti mille miglia verso Su Est. Dopo un paio d’anni è arrivata la notizia che erano felicemente approdati a Vavau e che lì si erano stabiliti. Qualche mese prima del nostro arrivo è stata la volta di un ragazzo. Forse per dissapori con la famiglia, forse per un amore non corrisposto, una sera lo hanno visto mettere in mare la sua barca e andarsene. Non se ne è saputo più nulla. Forse è approdato da qualche parte, ma anche se lo fosse, la notizia del suo arrivo potrebbe giungere solo con la nave che però non si vede da 9 mesi. Quando arriverà la prossima? Tra un mese, o tra sei? Nessuno può dirlo perché la radio, che era l’unico mezzo di comunicazione con il mondo, è rotta da due anni e da allora Anuta è rimasta perfettamente e completamente isolata. Ogni mattina la gente si alza e guarda il mare. Ogni mattina vede solo un orizzonte grande e vuoto. Poi un giorno hanno visto un puntino. La notizia si è sparsa e l’eccitazione è salita alle stelle. Non era la nave però. Eravamo noi, con il nostro piccolo carico di due medici, e qualche cassa di bende, garze e materiale sanitario. Il capo, prima ancora di sapere chi fossimo, ha dato ordine che le canoe uscissero ad accoglierci. Da allora, per tutta la nostra permanenza, una canoa è venuta tutte le mattine a traghettarci, uno per volta, attraverso i frangenti e tutte le sere a riportarci in barca. Alle volte con manovre rocambolesche data la violenza con cui la nostra barca rollava. E gli isolani si sono anche incaricati, ogni giorno, di darci da mangiare. Il primo giorno palline di manioca annegate nel latte di cocco e condite con una specie di polvere nera ottenuta caramellando l’olio di cocco. Certo, nelle palline ci sono dei grumi polverosi che scricchiolano sotto i denti e altri corpi estranei non identificati, ma ci vengono servite con tutti gli onori, su un letto di foglie di banana allestito sotto un albero con tanta gentilezza e orgoglio che rifiutare sarebbe impossibile. Per bere, tre o quattro volte al giorno c’è qualcuno che si arrampica su una palma e ci porta enormi cocchi giovani pieni d’acqua frizzante. Il secondo giorno budino di banana e di taro. Il terzo giorno un festino con aragoste, pesci arrostiti sulle pietre roventi e taro bollito. Poi, a furia di vederci puntare l’obiettivo su tutte le manovre culinarie, si sono resi conto che siamo interessati alle loro tradizioni e a quel punto è partita una sorta di gara: ogni giorno una famiglia diversa si esprime in una pietanza nuova, cucinata secondo i migliori canoni della tradizione polinesiana antica, e mentre i dottori fanno il loro lavoro noi filmiamo, per ore, le pietanze imbiancate dal latte di cocco e poi ingiallite dalla polvere di curcuma, dentro enormi ciotoloni di legno, dove vengono immerse, una dopo l’altra, una mezza dozzina di pietre roventi, raccolte dal fuoco con enormi pinze di bambù verde.

Per restare in questo paradiso però, sottoponiamo la nostra barca e noi stessi a uno stress enorme. La Barca Pulita, vista da terra, fa proprio pena. Attraverso l’oculare della telecamera si vedono gli alberi ondeggiare disordinatamente con elongazioni di 30 o 40 gradi. Quando siamo a bordo scrutiamo in continuazione l’indicatore del vento in testa d’albero. Finchè si mantiene da Sud Est e l’isola si frappone tra noi e l’aliseo possiamo tentare di resistere, ma se girasse, anche solo di una trentina di gradi, il ridosso precario cesserebbe del tutto e dovremmo partire precipitosamente. Le onde comunque girano attorno alla terra e arrivano anche dove siamo noi. Quando la corrente viene da Est e ci mette con la prua in direzione del moto ondoso va un pò meglio, ma quando la corrente gira e ci traversa, la vita a bordo è un inferno. Siamo sempre aggrappati, quando mangiamo, quando dormiamo, quando andiamo in bagno, quando guardiamo il materiale girato durante il giorno, quando prendiamo dai gavoni le cose che abbiamo portato per lasciare sull’isola, quando la sera, attorno al tavolo, facciamo i programmi per il giorno seguente. Appena arrivati ci siamo detti che non avremmo potuto resistere per più di due giorni, poi sono diventati 4, poi 6. Il lavoro dei medici si è rivelato più complesso del previsto. L’ultimo dottore che è passato dall’isola è arrivato dopo il ciclone del 2002 con la nave degli aiuti e si è fermato a terra solo per tre ore. Poi più nulla. Su Anuta non c’è nè un presidio sanitario nè un’infermeria. L’uomo incaricato dai capi di occuparsi della salute degli abitanti riceve i pazienti nella sua capanna e non disponeva, prima del nostro arrivo, di nulla. Nemmeno delle foglie e degli unguenti che costituiscono la medicina tradizionale perché l’isola non ha una foresta con la sua varietà di piante, animali e foglie, da dove trarre i rimedi tradizionali.

Dopo sette giorni, nel pomeriggio, il vento gira e siamo costretti a ritornare a bordo di corsa. Mentre tentiamo di recuperare la catena, con la prua che fa salti di tre metri e l’ancora che non ne vuole sapere di lasciare la roccia dove si è aggrappata, tutta l’isola è sulla spiaggia a salutare e a cantare e la barca è circondata di canoe piene di gente con gli occhi lucidi. Il nostro ponte è coperto di caschi di banane e di grappoli di noci di cocco che non è stato possibile rifiutare. Le nostre teste sono ornate di collane di fiori, il sole tramonta e la catena non ne vuol sapere di tornare a bordo. Alla fine rinunciamo al recupero e filiamo per occhio, lasciando ad Anuta ancora e catena. Fuori troviamo vento forte, luna piena, mare grosso e la Barca Pulita corre, finalmente libera di cavalcare i marosi, invece che di subirne passivamente gli effetti, ma la nostra mente è ancora immersa nelle sensazioni forti e nelle immagini dorate di quella piccola terra fuori dal mondo. Attorno alla colonnina del timone, sotto la luce della luna, decine di collane di fiori appassiscono nel vento, perché nessuno a bordo trova il coraggio per buttarle a mare.

RINGRAZIAMENTI

La Veco Frigoboat ha contribuito alle spese di viaggio dei medici e del materiale sanitario

Per medicinali, materiali e attrezzature siamo invece stati aiutati da:

Agifar Savona

La Farmaceutica S.p.A

Fondazione Paracelo ONLUS

e personalmente da:

Laura Benenati, Valentino Berton, Andrea Buzzi, Paola Cagnelutti, Daniela De Ros, Sergio Festa, Pierangelo Fissore, Elio Maroni, Alessandra Vivaldi.

A tutti loro il nostro grazie più sincero e il sorriso degli abitanti di Anuta.

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