Gen 012006
 
Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Il vento è forte e gli acquazzoni arrivano uno dopo l’altro con il solito concerto di raffiche turbinose e folate di pioggia. Noi siamo rannicchiati dietro un’isoletta piccola piccola. Uno ridosso minimo, creato dalla paretina rocciosa e ripida con la quale l’isoletta rompe il flusso delle onde e del vento. Abbiamo gettato l’ancora al centro della zona di calma, e la nostra barca è quasi ferma, ma le onde gonfie e grigie dell’oceano passano a poca distanza, mentre il vento ci soffia addosso con raffiche irregolari, dispettose e cattive, rese capricciose dall’aver dovuto aggirare la parete di roccia. Un ancoraggio scomodo e precario, una situazione in cui, normalmente, non avremmo mai deciso di metterci e che se il vento girasse dovremmo abbandonare precipitosamente, ma speriamo che non succeda e di  poter resistere fino a domani, perché domani è il giorno del Balolo.

Si tratta si tratta dell’ Eunice viridis, un verme lungo e sottile, che nessuno vede mai perché passa la sua esistenza nascosto nei coralli. Ma c’è un giorno ogni anno, in cui questi vermi lasciano i loro nascondigli  ed escono fuori a passare qualche decina di minuti in superficie alla ricerca di un compagno o una compagna con cui accoppiarsi. In quel giorno, dicono i racconti, i vermi sono così tanti che l’acqua ne è piena, e gli abitanti delle isole dove questo avviene, si lanciano in acqua con tutti i mezzi possibili per approfittare dell’abbondanza e raccoglierne grandi quantità. Questo storia incredibile l’avevamo letta tanti anni fa su una guida dell’oceano Pacifico. Il fenomeno è estremamente raro. Si verifica solo in certe aree esterne delle Fiji e delle Samoa, e solo per qualche ora ogni anno, all’alba di un unico giorno. Quale fosse il giorno, quali fossero le isole non lo sapevamo. A Suva ci hanno detto che succedeva nelle isole orientali, quando siamo arrivati a Taveuni ci hanno mandato ancora più ad est, a Ngamea, poi a Rambi, e avanti, di isola in isola, di racconto in racconto, finchè siamo arrivati a Yanuda dove, un mese fa, con l’aria di rivelarci segreto, il capo dell’unico villaggio dell’isola ci ha sussurrato una data: ottobre, dieci giorni dopo la luna piena. Ecco perché siamo qui. Domani, 18 di ottobre, saranno passati esattamente 10 giorni da quando la luna ci ha mostrava il suo faccione pieno e bianco proprio nel momento in cui il sole tramontava, e l’isoletta dietro la quale ci siamo appostati è all’estremità di uno dei reef che ospitano le colonie di questi strani vermi, al largo della punta sud di Yanuda,  all’estremità orientale delle Fiji. Domattina gli abitanti del villaggio di Yanuda verranno tutti qui. Alle cinque, ci hanno detto alcuni, alle 4 ci hanno detto altri. Verranno anche se il mare sarà grosso, ma tutti giuravano che domani il tempo domani sarà buono, perché, quando c’è il balolo, ci hanno ripetuto in tanti, il mare è sempre calmo. Stasera, intanto, il vento resta forte. Il mare romba e si rompe sui reef con un frastuono impressionante e il sole tramonta dietro uno strato senza speranza di nuvole dense e accavallate lasciandoci a dondolare disordinatamente al centro di un buio pesto e minaccioso.

Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Andiamo a dormire tesi ed incerti. Chissà se domani davvero l’acqua sarà piena di vermi. Abbiamo preparato le telecamere, una per le immagini fuori e una scafandrata per le riprese sott’acqua. Abbiamo preparato il gommone, le macchine fotografiche, le pinne e tutto quanto, ma non riesco ad immaginare cosa succederà. Come faranno a raccogliere i vermi sui reef se questi sono battuti da frangenti che farebbero a pezzi chiunque vi si avventurasse?

Passano otto ore. Arriva la prima luce, quella livida biancastra e incerta che annuncia alla lontana l’arrivo del giorno, e noi siamo già fuori, aggrappati alle sartie a scrutare il nero del mare sotto di noi. No, non c’è nulla. Il mare è vuoto, uguale a ieri. Anche verso l’isola, verso la spiaggia del villaggio, non si scorge niente di anormale. Nessuno che si muove. Nessuno che si aggira sulla spiaggia.  Il vento in compenso è sempre forte e mentre ci guardiamo attorno dobbiamo tenerci aggrappati alle sartie, per non cadere. Vuoi vedere che non succederà nulla? Vuoi vedere che abbiamo capito male, che il balolo arriva un altro giorno? E se fosse che non succede quando il tempo è cattivo? Eppure nell’isola tutti erano concordi.

“Sicuro che sarà domani?”

“Sicuro?”

“Anche se c’è tempo cattivo?

“Anche se c’è tempo cattivo!”

Ci avevano anche detto che tutti sarebbero stati sui reef a raccogliere già prima dell’alba, e invece sulla spiaggia non c’è nessuno, come se questa, invece che l’alba di un giorno speciale, fosse una alba qualsiasi, e con il cattivo tempo, per giunta.

Invece no. Il tempo di scrutare meglio, o forse di abituarsi a cercare, o forse la luce un po più intensa, ed eccolo, il primo bastoncino marrone, che si agita e si attorciglia appena sotto la superficie. Un altro, più corto, poco più in la. Un altro ancora, lunghissimo, che sembra formato da tanti segmentini più piccoli giuntati tra loro.  I bastoncini sono vivi, si agitano, si attorcigliano in una specie di nuoto primitivo senza regola e senza scopo. Non sono tantissimi come mi aspettavo e come mi avevano detto,  però ci sono, e se ne vedono ovunque si guardino. Contemporaneamente la spiaggia del villaggio è piena di figurine nere e le due barche di cui i locali dispongono mettono la prua nera verso il largo, puntando verso di noi.

Ci siamo. Corriamo dentro a prendere le telecamere e l’attrezzatura, torniamo fuori, e cominciamo a calarle sul gommone, che salta e balla sulle onde mentre la barca rolla, così che chi sta sotto a ricevere a momenti è quasi alla stessa altezza di chi sta sopra a passare,  mentre un attimo dopo è nel baratro, con la barca in alto, la carena scoperta con i denti di cane e le alche in vista. Quando tutto è a bordo ci sediamo. Non resta che aspettare che arrivino, vedere dove si metteranno e decidere dove metterci noi per filmarli, un po dal gommone e un po dall’acqua, e magari, se vengono proprio qua vicino, potremmo filmarli anche dalla barca.

Invece no, ancora una volta è tutto diverso. La prue nere delle barche del villaggi dopo essere state per qualche minuto a saltare  e a sprofondare dirigendo nella nostra direzione improvvisamente piegano veso destra. Ma dove vanno? Passano un paio di minuti ed è subito chiaro che dobbiamo rassegnarci. Le barche dirigono verso il reef sulla punta Sud Est di Yanuda, anche se, vista da qui, sembra completamente esposta. Ma come diavolo faranno a raccogliere il balolo tra i frangenti? Lasciamo il ridosso minuscolo dell’isoletta e ci dirigiamo anche noi verso quella punta. Impieghiamo poco ad arrivare, anche perché abbiamo i marosi in poppa, e quando ci siamo scopriamo due cose. La prima: il punto dove la gente si è fermata non è protetto da nulla e le onde di due metri si infrangono sui reef con una violenza impressionante. La seconda: il mare è pieno di vermi, strapieno, con miliardi di bastoncini che si sono come per miracolo raccolti in nuvole compatta che originano dal reef e formano delle lunghe strisce sulla superficie dell mare dentro le quali i pescatori immergono le braccia armate di retino, sollevandolo ogni volta mezzo pieno di animaletti che si agitano e si attorcigliano. Le barche del villaggio sono lancioni di plastica grossolana, goffi e pesanti, stipati di gente che si protende da entrambi i lati, a pescare mentre il timoniere, a poppa, manovra continuamente nel tentativo di tenere il lancione sopra una delle strisce di balolo, il più possibile vicino al reef dal quale origina, al limite del punto dove l’onda si trasforma in frangente. E noi? Ci aggiriamo straniti, sfiorando con  il gommone le braccia delle donne che si protendono e si ritirano in continuazione portando a bordo ogni volta enormi manciate gelatinose di esseri che si agitano e si attorcigliano. Le onde sono enormi, proprio come temevamo, molto più alte e più lunghe del nostro gommone che li in mezzo si muove come un turacciolo e salta e si agita senza posa, mentre gli spruzzi ci lavano in continuazione. Impossibile togliere le telecamere dai sacchi stagni che le proteggono perché si bagnerebbero subiro, e comunque in mezzo a tanto agitarsi non potrei filmare nulla. Potrei tuffarmi, e filmare tutto dall’acqua con la camera subacquea, che è già pronta in un secchio, ma Lizzi resterebbe sola nel gommone, e a dire la verità questo mare livido, pieno di onde e di vermi, a 10 metri dagli scogli e dai frangenti enormi che li avvolgono, mi sembra veramente poco invitante. Così restiamo a bordo e continuiamo ad aggirarci tra le barche e il reef, indecisi tra la contentezza per essere testimoni di questo fenomeno straordinario e la frustrazione di non sapere come filmarlo. Dopo un’ora le barche tornano verso il villaggio piene di secchi, di casse e di catini colmi di balolo e noi dirigiamo verso la nostra isoletta dove la Barca Pulita ci aspetta dietro il riparo che la protegge dalle onde che noi col gommone cerchiamo faticosamente di risalire. Portiamo con noi qualche decina di secondi di immagini riprese in qualche modo, sporgendoci dal gommone con le braccia mettendo la camera sub in acqua e sperando che riprendesse qualche cosa ma che si riveleranno poi molto belle. Le colonie di balolo, viste da sotto, sono nuvole di esserini colorati, alcuni marroni, alcuni blu, altri rosa, che affollano il campo visivo, che danzano e si agitano , che si aggrovigliano e si separano, in un minuetto ballato senza sosta e senza posa ma destinato a durare solo qualche decine di minuti. Appena la luce diventa forte la membrana colorata che costituisce la pelle dei vermetti si dissolve e ognuno di loro si scioglie riversando in mare il suo contenuto: milioni di uova (quelli rossi) e di spermatozoi, (quelli blu) destinati a unirsi a formare il balolo dei prossimi anni.

“Assaggia, assaggia”. Sono passate quattro ore e ci siamo spostati. Abbiamo portato la Barca Pulita dietro l’isola, sottovento, la abbiamo ancorata dietro una spiaggia, siamo scesi e faticosamente, attraverso i sentieri, abbiamo raggiunto il villaggio. Fuori da ogni capanna, su ogni focolare, ci sono calderoni e padelle con montagne di balolo a cuocere. Per fermare il processo di dissoluzione, appena arrivati a terra, hanno lavato il balolo in acqua dolce, e subito si sono disposti a cuocerlo, ognuno come può e con gli ingredienti che ha. Molti si limitano a farlo bollire, in enormi calderoni pieni fino all’orlo, con l’acqua che diventa verde e che schiumeggia.

Spiacenti, i commenti sono chiusi.