Gen 011992
 

E uno dei posti più belli del mondo, e ciò, nonostante la miseria, nonostante il caldo, nonostante la guerriglia tra Tamil e Singalesi. Se poi ci si arriva in barca è ancora più bello. È Sri Lanka, l’isola a forma di cuore che una volta si chiamava Ceylon, al largo della punta meridionale dell’India.

La mia traversata finisce a Galle, l’unico dei cinque porti dell’isola ad essere realmente utilizzabile perché gli altri o sono troppo piccoli, o sono troppo grandi o sono in zone di guerra. Ci arrivo alla fine di settembre, spinto dagli ultimi soffi del Monsone di Sud-Ovest che è nella sua fase discendente e si prepara a lasciare il campo al1’altro Monsone, quello di Nord-Est, dopo un periodo di interregno di calme e temporali. L’entrata a Galle non è delle più facili con il Monsone che bersaglia la costa con formidabili marosi e trasforma le due miglia di mare antistanti in un guazzabuglio di onde di andata e di ritorno, di frangenti e di fango. L’avvicinamento al porto, dice il portolano dell’ Ammiragliato britannico, deve seguire un percorso segnato a sinistra da boe cilindriche a scacchi bianchi e neri e a destra da boe coniche rosse. Peccato che la guida all’oceano Indiano di Alan Lucas dia indicazioni diverse, mettendo a sinistra le boe cilindri che ma rosse, e a destra quelle coniche ma nere. Su una cosa però sono entrambi d’accordo, sul fatto che non si debba fare affidamento sulle boe perché spesso, soprattutto alla fine della stagione dei Monsoni, non sono al loro posto.

È da molti giorni che mi arrovello confrontando i due portolani. Sono io che non capisco o dicono veramente cose diverse? Non ho la carta di Ceylon perché questa sosta non era prevista nell’itinerario originale del Vecchietto. Per cercare di capirci qualche cosa mi sono fatto uno schizzo della baia con la posizione dei reef e degli ostacoli sommersi, così come li descrive il portolano e con la posizione di dove dovrebbero essere le boe, ma non ne sono molto convinto. Sono solo a bordo e non avere la possibilità di discutere la cosa con qualcuno mi pesa. Così come qualche giorno fa mi era pesato di non poter dividere con qualcuno l’emozione di uno strano avvistamento.

Ero in pieno oceano Indiano. Il Vecchietto viaggiava da solo con il Monsone al traverso, portato magistralmente dal Giovanni (il mio timone a vento). Ero emerso da un paio di giorni dalla zona delle calme equatoriali che avevo faticosamente attraversato impiegando sei giorni e sei notti per fare 350 miglia. Dopo i temporali, i venti capricciosi, le piogge e le raffiche della fascia equatoriale che mi avevano costretto a lavorare giorno e notte me ne stavo finalmente a prua semisdraiato sul sacco del fiocco a godere il sole di metà mattina e il piacere di una navigazione tranquilla quando, nell’orizzonte limpido, lontano lontano, sullo sfondo delle nuvole, notai uno sbuffo di fumo bianco. Era qualche cosa di vago e di indistinto, appena visibile. Rimase nell’aria qualche secondo e poi si dissolse, lasciandomi con il dubbio se avessi visto una cosa reale o se avessi immaginato tutto, Un attimo dopo un altro sbuffo di fumo e poi un altro, e poi un altro ancora. Fossi stato vicino alla costa del Nord America due secoli fa avrei pensato che fossero segnali di fumo fatti dagli indiani, ma li dove mi trovavo non riuscivo a immaginare cosa diavolo potesse essere.

Poi mi venne un’idea: e se fosse una nave militare che fa esercitazioni di tiro? E subito dopo: e se sparassero da questa parte? Senza riflettere sull’assurdità di questa ipotesi (perché una nave militare dovrebbe andare proprio in mezzo all’oceano a 800 miglia dalla terra più vicina per fare le sue esercitazioni quando da queste parti il mare è già deserto a 20 miglia dalla costa?) mi precipitai sotto coperta, accesi il VHF e diffusi un accorato appello:

«Hallo, Hallo, this is a small sailing boat. If there is a military shiip firing here around, please pay attentinon!!!» (attenzione atttenzione, qui una piccola barrca a vela. Se c’è una nave mi litare nei dintorni che sta faccenda esercitazioni di tiro, per favore faccia attenzione!). Lanciai e rilanciai nell’etere la mia implorazione. Ogni tanto tacevo in attesa di una risposta, ma dal VHF mi rispondeva solo un grande silenzio interrotto dalle scariche dei temporali che mi ero appena lasciato di poppa, più a Sud, verso l’Equatore. Tornai in coperta con il binocolo. Gli sbuffi c’erano ancora, forse più vicini, certamente più evidenti. Infine feci quello che avrei dovuto fare subito: mi arrampicai sull’albero all’altezza delle crocette. Ecco svelato il mistero: tre balene nuotavano ondeggiando come enormi delfini. Ogni volta che emergevano lanciavano un poderoso zampillo di acqua e vapore la cui parte superiore, l’unica che potevo vedere stando sul ponte, perché il resto era nascosto dall’orizzonte, aveva l’aspetto di una nuvola di fumo.

Rimasi incantato a guardare le tre bestie enormi con le teste poderose e quadrate che si avvicinavano. Ero combattuto tra il desiderio che si avvicinassero ulteriormente per vederle bene e la paura che si avvicinassero troppo. Feci appena in tempo a scendere dall’albero che già erano in vista anche dal ponte. Comparivano e scomparivano tra le onde, prima la testa massiccia e nera, poi il corpo che rotolava nell’acqua per alcuni secondi e infine la grande coda, chiazzata di bianco, che si innalzava per un attimo nell’aria, superba e possente e poi piombava nuovamente in acqua con un gran tonfo.

«E queste mi vedranno?». «Stacco il timone a vento e mi metto a governare?».

Ma a che pro? Ci sono dei momenti in cui non si può fare altro se non restare inebetiti a guardare ciò che succede. E così rimasi in piedi sulla tolda aggrappato all’albero a guardare questi esemplari del più grande mammifero vivente che si avvicinavano, si avvicinavano, si avvicinavano. Arrivarono fino a qualche decina di metri da noi (forse saranno stati di più ma a me, vi giuro, sembravano anche meno) si immersero e scomparvero, per riapparire poco dopo dall’altra parte dello scafo allontanandosi velocemente e lasciandomi pieno di esaltazione.

Ciò che invece non mi esalta per niente é l’entrata nel porto di Galle, con questa storia delle boe che non so bene se debbano essere coniche o cilindriche, bianche o rosse e che per di più possono non esserci del tutto, Anche la speranza che l’acqua limpida potesse permettermi di avvistare le secche in mancanza delle boe si è spenta appena ho visto il colore marroncino dell’acqua della baia, tormentata e intorbidita dalle onde e dai bassifondi.

“Quasi quasi ci rinuncio e vado in India”, mi dico, mentre cerco col binocolo di avvistare quella che il portolano chiama “a big bell buoy” una boa che nella mia mente immagino a forma di campana, che dovrebbe essere all’esterno di tutte le altre e dare una prima indicazione per andare verso il canale. Il vento nel frattempo è girato a Sud, in poppa piena: decido di ammainare il genoa e proseguire solo con la randa, per andare più piano e non avere la visuale impedita dal fiocco quando sto nel mio posto preferito, in piedi sulla tuga, appoggiato all’albero.

Compaiono in lontananza le prime boe sparpagliate sullo sfondo della baia e della città e avanti a tutte una più grande di forma vagamente conica. Do un paio di giri alla ventola del timone a vento per correggere la rotta e avvicinarmi. E proprio lei, la “bell buoy”, una vecchia boa arrugginita nella quale c’è alloggiata una campana, la vedo solo quando arrivo molto vicino, perché dovrebbe suonare ogni volta che un’onda, passando sotto il galleggiante, le fa cambiare assetto. In realtà la campana è incrostata di sporcizia e di alghe e non potrebbe mai emettere il benché minimo suono. Adesso che ho trovato la prima posso proseguire piano in direzione di quello che sembra essere l’inizio del canale. Il Vecchietto avanza sotto solo randa a quattro nodi, nell’acqua marrone, spinto da onde enormi che spesso frangono sulla poppa per via del fondo che continua a diminuire (l’ecoscandaglio si è stabilizzato sui dieci metri) mentre io scruto con il binocolo la zona delle boe per cercare di indovinarne le forme e i colori. Me ne sto in piedi di fianco all’albero in una posizione in cui posso vedere bene davanti e posso anche controllare il timone a vento e la vela, pronto a scattare a poppa per intervenire sul timone al minimo sospetto di un ostacolo sommerso.

Sono teso come un violino.

All’improvviso nell’acqua, a destra della prua, appare un’ombra giallastra. Oddio, il corallo! È un attimo, salto a poppa, disinserisco il “Giovanni” e giro freneticamente tutta la ruota a sinistra, augurandomi che la barca risponda in fretta, con il cuore che sussulta … Il Vecchietto risponde bene e accosta docile, giusto in tempo per passare a sinistra del banco di corallo … che, visto più da vicino, è solo una immensa medusa giallastra che pulsa placidamente a mezzo metro di profondità. Riprendo la rotta cercando di riderci sopra: “Calma, altrimenti tra un po’ scambierai i gabbiani per aerei in picchiata!”

E riprendo a scrutare ansioso le boe e i frangenti in direzione del porto. Qui la fortuna mi viene incontro sotto forma di una barcaccia di pescatori che sopraggiunge dal largo e dirige anch’essa verso il porto. Barcaccia vecchia e cadente ma che viaggia più veloce del Vecchietto, emettendo da uno scappamento, in alto sulla tuga, grandi sbuffi di fumo nero. In un momento mi sorpassano e mi precedono in direzione del canale. A bordo si sbracciano e si agitano guardando verso di me. Non ho tempo per guardarli. Sono la mia fortuna e non devo farmeli scappare. Potrei chiedere loro di rallentare e di guidarmi su per il canale ma non mi sento di farlo. Una specie di ritegno mi blocca e ho quasi vergogna a chiedere il loro aiuto, forse perché da tanto non parlo con nessuno. Preferisco issare nuovamente il fiocco per non farmi seminare e mollo al volo anche la seconda mano di terzaroli. Il Vecchietto accelera, loro capiscono, rallentano, sorridono, mi urlano cose che non capisco e fanno grandi gesti in direzione del canale e del porto.

«Vieni dietro di noi che vai bene», questo più o meno è ciò che vogliono comunicarmi. È una fortuna perché le boe, quelle poche che ci sono, sono così arrugginite che è impossibile distinguerne il colore. Al termine del canale accendo il motore, tenendolo in folle al minimo per non surriscaldarlo. Conto di usarlo all’ultimo momento perché mi concede solo dieci minuti di funzionamento prima di andare in ebollizione e bloccarsi. (era andato in avaria poco dopo la partenza da Bali). Dopo dieci minuti ammaino il fiocco e solo con la randa supero, piano, il frangiflutti esterno e mi ritrovo in porto, un bacino quadrangolare con i vecchi moli neri, in parte franati, e del tutto sgombero, a parte una barca a vela australiana, un vecchio veliero inglese e alcune barche da pesca sul lato occidentale. Che fortuna, ho tutto il porto per me: vado a gettare l’ancora proprio al centro, a qualche decina di metri dagli australiani, senza aver bisogno del motore.

Che pace. Che silenzio. Il Vecchietto è immobile per la prima volta dopo trenta giorni, nel sole cocente del mezzogiorno. Nessuno sembra far caso alla mia bandiera gialla e io non ho voglia d scendere. Preferisco starmene seduto in quadrato, all’ombra di un tendalino improvvisato, mangiando un tonnetto che ho pescato in mattinata, guardandomi intorno, nella pace di questo porto nuovo, gustando il riposo, il rilassarsi dei miei sensi eccitati dall’arrivo, guardando un gruppo di ragazzi che su una vecchia canoa a bilanciere pescano nelle acque limacciose del porto, ritirando ogni volta una manciata guizzante di pesciolini argentati.