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Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

È da quando abbiamo lasciato Biak, l’ultima isola incontrata, che non c’è stato più vento! E allora, dopo una giornata  interamente a motore, oramai lontani dai movimenti di truppe che stanno avvenendo sulla costa dell’ Irian Jaya, abbiamo puntato verso le isole Padaido.

Sono un gruppo di piccole isole, circondate da barriera corallina. Sulla carta nautica hanno un bell’aspetto e così ci siamo fermati, un pò per aspettare il vento e un pò per cominciare questa lunga navigazione in un modo migliore di quello di scappare davanti a dei movimenti di truppe.

Siamo arrivati che era quasi il tramonto e abbiamo ancorato in centro a un anfiteatro formato da due isole. Ogni isola è orlata da sabbia bianca e in un angolo di una delle due si intravedono delle capanne. La mattina seguente siamo scesi a terra optando per l’isola senza capanne.

A riva, dopo pochi metri di sabbia morbidissima comincia una vegetazione di rampicanti e poco più in là ci sono palme, casuarine, pandani e altri cespugli che creano però una specie di giugla gentile dove è facile addentrarsi.

Ci siamo innoltrati  tra la vegetazione per una decina di minuti. Ogni tanto apparivano dei  cespugli di fiori bianchi e viola e c’erano dei grossi alberi dai rami enormi, piegati fino a posarsi sul suolo ed interamente coperti da felci e da rampicanti.

Si sentivano un sacco di versi di uccelli, gracidii, squittii, urla, e immancabile la voce di quello che abbiamo soprannominato l’uccello cancello. Lo sentiamo da da quando siamo arrivati in Irian Jaya: sembra proprio il cigolio di un cancello poco oliato che si sta prendo. Non siamo mai riusciti a vederlo e non abbiamo la minima idea del suo aspetto.

Ad un certo punto spostando i rami di un arbustello, mi sono  trovata davanti una testa blu, sormontata da un grosso corno a forma di cuneo, un lungo collo nero con delle propaggini rosse e due occhi neri e strani che mi guardavano.

Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

Un casuario! L’ho visto in così tante foto che lo avrei riconosciuto fra mille! Ma non me lo spettavo lì davanti. Il casuario, è lo struzzo della Nuova Guinea. O meglio è un uccello dal corpo simile allo struzzo, anche se un pò più piccolo e con le piume nere. Ha lo stesso collo lungo, le stesse zampe dedite alla corsa e le stesse ali oramai atrofizzate. Ma a differenza del suo cugino africano il casuario ha una testa regale, ornata di blu e di rosso e sormontata da quello strano corno, che è prerogativa dei maschi adulti, che cresce con l’aumentare dell’età e che presumibilmente è un’arma di difesa. Purtroppo a differenza dello struzzo il casuario è in pericolosa via di estinzione, e non capisco se siamo noi ad avere una fortuna sfacciata per incontrarlo così, in dieci minuti di camminata, o se non sia poi così tanto in estinzione. Comunque sia il casuario era appollaiato a terra e anche se mi teneva d’occhio non sembrava spaventato a sufficienza da decidere di alzarsi. Abbiamo tirato fuori le nostre attrezzature e lo abbiamo ripreso e fotografato in tutte le angolazioni, prima timidamente un pò scostati e poi via via avvicinandoci per miglirare il primo piano. Lui non sembrava troppo infastidito. Dopo un primo momento durante il quale ha tenuto il collo dritto come per mettersi all’erta, poi non ci ha più degnati di molta attenziione. Solo dopo parecchi minuti, quando evidentemente gli abbiamo dato fastidio si è alzato in piedi. E a qual momento mi sono spaventata io. Ha degli zamponi con tre dita ungolate da far paura. Degne alleate del corno, forse in qualche duello tra maschi per contendersi femmine e territorio. Ce lo avevo di fronte e non sapevo bene come comportarmi. Ci ha pensato lui, voltandomi il didietro e incamminandosi tra i cespugli. Lo abiamo seguito ancora per un pò, fino a che i cespugli attraverso i quali si è inoltrato non sono diventati troppo impervi per noi miseri umani, resi goffi dalle nostre attrezzature.

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Paura di fermarsi - Molucche

Paura di fermarsi – Molucche

Stiamo navigando attraversando le  Molucche. A vederle sulla carta sembrano un labirinto capriccioso di puntini. Puntini grossi e puntini piccoli sparpagliati sul mare enorme e separati da grandi distanze. A vederle nella realtà, dal ponte della Barca Pulita che corre e rolla nelle onde, hanno l’aspetto di terre grigie e irreali, di coste fumose e irraggiungibili al limite lontano di un mare veramente grosso e difficile.

Il fatto è che non sappiamo bene su quale isola fermarci,  e a dir la verità, abbiamo anche un po’ paura.

Le Molucche, oggi,  fanno parte dell’Indonesia, di cui sono una delle province più esterne e dimenticate, ma, nei secoli scorsi, queste isole erano famose perchè erano l’unico luogo dove crescevano la noce moscata e i chiodi di garofano. Olandesi, Inglesi, Portoghesi, si fecero per secoli una concorrenza spietata per commerciare con quelle isole lontane. Le navi, per raggiungerle, affrontavano un viaggio lunghissimo. Molte non tornavano affatto, affondavano per strada, erano preda dei pirati o finivano sugli scogli. Ma quelle che tornavano avevano le stive piene di spezie che a quei tempi, in Europa, servivano per conservare la carne e per mascherarne il sapore cattivo quando si guastava. Una sola nave su dieci che riuscisse nell’impresa portava un guadagno sufficiente a compensare la perdita delle altre.

Poi col passare dei secoli, la coltivazione delle spezie venne tentata anche su altre isole più vicine e più facili da raggiungere e le Molucche, lentamente, scomparvero dalla scena fino a tornare l’arcipelago remoto che erano sempre state.

Negli ultimi anni poi alla difficoltà di arrivarci si è aggiunto il problema della situazione politica che alle Molucche è problematica. Da qualche tempo, tra cristiani e mussulmani è in corso una assurda guerra di religione. I mussulmani per lo più sono i giavanesi mandati dal governo centrale per colonizzare la zona, mentre i cristiani (luterani) sono gli abitanti originali. Per anni le due fedi hanno vissuto in pace e serenità gomito a gomito, ma da quando c’è stato il moto rivoluzionario che ha destituito il dittatore Suarto, qui, come in altri posti, la convivenza tra i due gruppi religiosi è diventata difficile. Non passa giorno da un paio di anni a questa parte che non ci siano morti su entrambi i campi. L’aeroporto di Ambon, la capitale del distretto, è chiuso ai velivoli civili e agli stranieri è sconsigliato se non addirittura vietato fare scalo nella regione.

Paura di fermarsi - Molucche

Paura di fermarsi – Molucche

Penso a queste cose mentre guardo e riguardo la carta nautica in cerca dell’isola giusta per fermarci. Fuori il vento soffia impetuoso come ha fatto per tutta l’ultima settimana. La nostra barca corre sulle onde frantumandole e sollevando schizzi e frangenti. Con le vele ridotte al minimo e in una andatura scomoda e movimentata facciamo fatica a muoverci, a cucinare e a fare qualsiasi altra cosa dentro la barca, ma percorriamo una gran quantità di miglia ogni giorno.

Ieri siamo passati ad Ovest ad un gruppo di isole che si chiamano Kai. A vederle sulla carta veniva proprio voglia di fermarsi: grandi baie riparate, e ampi pezzi di barriera corallina. Ma erano un po’ troppo ad est  e avremmo dovuto stringere la bolina e andare controvento, e col mare che c’è sarebbe stato come andare a sbattere contro un muro di onde, con spruzzi, urti, frangenti, e anche il rischio di rompere qualche cosa. E poi erano anche un po’ troppo grandi, e isole grosse può voler dire grossi centri abitati, e grossi centri abitati può voler dire problemi con la gente. Noi abbiamo deciso di passare lo stesso dalle Molucche ignorando gli avvisi a starne alla larga che ci sono arrivati da tutte le parti, ma per prudenza tenteremo di restare sulle isole più esterne e più piccole, su quelle insomma dove forse la gente non ha avuto nemmeno notizia dei disordini in atto. Morale: abbiamo tirato dritto.

Siamo passati vicino ad un altro gruppetto di isole dal nome invitante: “Pulau Pulau Tiga Saudara”, che in Indonesiano vuol dire “isole sorelle” ma eravamo vicini al tramonto e non c’era luce abbastanza per avvicinarsi e cercare una baia calma per ancorare. Durante la notte abbiamo passato altre isole ancora, e oggi finalmente abbiamo tentato di entrare in un atollo, che si chiama Uran. E’ una struttura di corallo semisommerso che si stende in mezzo al mare per qualche miglio, rompendo le onde e creando zone di acqua riparata. Sognavamo già l’acqua calma e trasparente, la barca finalmente ferma, e la possibilità di ammirare fondali marini probabilmente mai esplorati, perchè gli atolli spesso sono del tutto disabitati.

Ma era destino che non ci si dovesse fermare: a 10 miglia dall’arrivo il tempo è cambiato. Il cielo si è rapidamente rannuvolato e il vento è ulteriormente aumentato. Per trovare la strada tra i coralli di un atollo è essenziale avere il sole che metta in evidenza i pericoli sommersi mentre noi ci trovavamo con la prospettiva di un temporale.

“Lasciamo perdere?”

“Lasciamo perdere!”

Abbiamo modificato leggermente la regolazione del timone a vento e la Barca Pulita ha deviato, riprendendo la sua cavalcata verso Nord Est. I frangenti enormi prodotti dal franger del mare sul bordo esterno dell’atollo ci sono passati a fianco, sulla sinistra, mentre noi, sottocoperta, ricominciamo a studiare la carta per cercare di nuovo l’isola giusta per fermarci.

 In Irian Jaya la situazione è diversa: all’inizio dello scorso mese di giugno la regione ha dichiarato la propria indipendenza dall’Indonesia, In verità è stata solo una frangia politica a farlo, ma da quel momento, tutti i porti e gli aeroporti, nonchè le città principali sono presidiate da gruppi dell’esercito, che si limitano per ora a marciare e ad esibirsi in parate, per mostrare alla popolazione che quello è l’esercito dell’Indonesia, della quale fanno parte. Insomma la tensione sale e, dicono i pessimisti, la situazione potrebbe precipitare.

Guardo le isole scorrere in lontananza … per ora non c’è stato nulla di invasivo, ma l’avvicinarsi del mese di agosto e la presenza di turisti, potrebbe essere una buona opportunità per azioni dimostrative che portino la situazione a conoscenza dei media mondiali.

Noi non sappiamo bene come comportarci. Per esperienza sappiamo che sostando solo nelle piccole isole e nei villaggi lontani, non si corre alcun pericolo. Gli abitanti delle aree periferiche in questa zona di mondo non sanno mai quello che sta succedendo tra i ricchi e potenti, certo è però che in questo periodo ci sono in giro molte navi militari e il rischio potrebeb essere di essereintercettati da una di loro. A questo punto saremmo obbligati a fare l’entrata ufficiale e per questo a recarci in un centro importante,E lì potremmo diventare facile bersaglio.

Mha, vedremo!

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Arco e frecce - Teluk Irian

Arco e frecce – Teluk Irian

Qui le capanne sono costruite sui pali e si affacciano proprio sulla riva. Sono ampie, e devono servire per più di una famiglia, forse per tre o quattro, penso, e intanto vedo un uomo che si avvicina alla riva con in mano qualche cosa di lungo, un legno forse, che però non vedo bene. Andrà a pescare i polpi, penso, perchè l’oggetto mi ricorda vagamente il ferro accuminato con cui tante volte ho visto la gente andar a stanare i polpi nelle tane, e mentre rimugino queste cose continuo a tenere d’occhio la profondità del mare sotto di noi e il limite del banco di corallo che stiamo sfiorando nel tentativo di avvicinarci alla riva. L’uomo supera il limite della spiaggia ed entra in acqua, e siccome nel frattempo ci siamo avvicinati anche noi, vedo meglio e scopro che ciò che tiene in mano è un grande arco. Oddio, e se tirasse a me? Il pensiero è assurdo, ma mi viene in mente lo stesso. Anche sulle spalle l’uomo porta qualche cosa che non vedo bene. Poi un movimento lo scopre: è un bambino, con la testa e le gambe che sporgono da una specie di borsa di vimini.  Allora è una donna, penso, e, chissà perchè, mi sento più tranquillo.

Ci avviciniamo ancora. Io sono  a 10 metri di altezza, sull’albero della Barca Pulita. L’uomo, ormai non ho dubbi, anche se porta un bambino si vede bene che è un uomo, ha incoccato una freccia e quando lo vedo tendere la corda istintivamente mi riparo dietro lo spessore di alluminio dell’albero. Lui però non  guarda me. La freccia parte con un sibilo e si infila in mare.

Questo è il decimo villaggio che costeggiamo da stamattina da quando abbiamo iniziato la ricerca di un posto per ancorare.

Stiamo scendendo a sud dove la costa si addentra in una baia (Teluk Irian) profonda più di duecentomiglia. Una baia enorme, di cui non sappiamo quasi nulla. Il portolano è laconico. Le guide non ne parlano. Dalla carta nautica si vede che il mare nel golfo è profondissimo e si va da 1000 metri di fondo a pochi passi da riva a 3000 metri di altezza delle montagne che si affacciano sulla baia.

“Deve essere spettacolare”, ci siamo detti. “Forse troveremo qualche traccia della gente di una volta. Forse, se ci allontaniamo abbastanza dalla città….”

Siamo scesi a sud di 100 miglia e i villaggi hanno assunto un aspetto più genuino. Ieri sera poi ci siamo infilati in una specie di golfo ad imbuto tra un’isola e la costa. Siamo entrati dalla parte larga dell’imbuto quando era ormai troppo buio per avvicinarsi a riva e abbiamo passato la notte alla deriva, alzandoci ogni venti minuti, a turno, a controllare che lo scarroccio e le correnti non ci avvicinassero alla terra. Ad un certo punto ci siamo svegliati per l’allarme dell’ecoscandaglio che segnalava una profondità inferiore ai 6 metri. Neanche il tempo di correre fuori a guardare e segnava di nuovo ottanta metri. Poi ancora sei.

“Cosa può esserre?”

“Un branco di pesci che passa sotto la barca?”

“Certo che devono essere ben grossi per far suonare l’ecoscandaglio”

E forse erano pesci per davvero perchè stamattina, quando abbiamo ripreso a navigare,  in due ore, abbiamo visto tre famiglie di delfini, un branco di tonni, un pesce vela che è venuto a passare a fianco dello scafo, e una tartaruga veramente grossa, che se ne stava con mezzo carapace fuori dall’acqua come fosse stato un tronco e la testa col becco enorme che usciva di tanto in tanto a respirare.

Poi è cominciato il nostro pellegrinaggio, un girovagare continuo da una riva all’altra in cerca di un fondale accettabile per mettere l’ancora. Lo spettacolo è impressionante. Le montagne dalla costa si lanciano verticalmente nel mare. Il verde cupo della foresta arriva fino al limite della marea e si trsforma nel verde altrettanto cupo dell’acqua che a poche decine di metri da riva è subito profondissima.

Bellissimo, ma  impossibile ancorare. Di villaggio in villaggio, di riva in riva, abbiamo percorso il fiordo in tutta la sua lunghezza e questo villaggio, con il suo uomo che pesca con arco e frecce sembra proprio l’ultimo.

“Porca miseria, Lizzi, non possiamo non fermarci qui”

Arco e frecce - Teluk Irian

Arco e frecce – Teluk Irian

Superiamo il villaggio e ci accostiamo ad un’ansa contornata da mangrovie. Trenta metri, dice l’ecoscandaglio. Sempre troppi, ma comunque meno che altrove. E se provassimo con l’ammiragliato? Buttiamo a mare due ancore e una quantità impressionante di catena, pesantissima, ma non possiamo correre rischi perchè siamo vicinissimi alla riva.

E finalmente samo fermi. Il villaggio dell’arciere è a 1000 metri da noi. Vedo le capanne basse e la macchia verde del boschetto di palme schiacciata tra il mare e la montagna. Non abbiamo voglia di scendere a terra.  Il caldo torrido, la tensione per la ricerca dell’ancoraggio e la notte passata a fare la guardia si fanno sentire, e avremmo solo voglia di riposare.

Ma da terra le canoe sono già partite e remano in direzione della nostra barca.

“Oh no, io ho caldo, e sono stanchissima. E poi volevo fare il bagno”. dice Lizzi.

Ma non si può dire di no.  In fondo siamo a casa loro, e poi ci siamo venuti apposta. Non resta che mettersi una maglietta, montare il tendalino, e prepararsi per i convenevoli.

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Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

In questo periodo dell’anno qui, a Nord della Papua Nuova Guinea, c’è poco vento. E procediamo a motore per la maggior parte del tempo.

Stamattina poco dopo l’alba eravamo al largo di Mussau, un’isolona verde, disposta da ovest a est. La nostra carta non è dettagliata e non è chiaro se ci si può fermare o meno. Ma da terra abbiamo visto staccarsi un paio di canoe.

Abbiamo rallentato, incerti sul da farsi. Sulla prima canoa che arriva sottobordo ci sono un uomo e un bambino. L’uomo, dopo aver faticato con la pagaia per portarsi di fianco alla Barca Pulita, ci mette a bordo un paio di noci di cocco, poi si presenta:

“Mi chiamo Augustus, il capo del mio villaggio mi ha mandato a darvi il benvenuto e a invitarvi a scendere  terra”

Tutto in perfetto inglese. Gli esponiamo i nostri dubbi circa l’ancoraggio, ma lui ci dice che se ci fidiamo ci spiega lui.

Ci pensiamo. Consideriamo che non c’è vento, il mare è liscio come l’olio, e non ci vorrà niente a riprendere ilargo se dovesse succedere qualcosa di storto.

Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

Augusto comincia a pagaiare verso le capanne che si scorgono sulla riva. Fa segno alle altre canoe che sono uscite di posizionarsi ai lati dell’entrata nella barriera. Lui ci precede. E con estrema facilità, guidati da un corteo di canoe, entriamo dentro la laguna e buttiamo l’ancora in un fondo si sabbia di 10 metri. Meglio di così!

Andiamo a terra. Il villaggio ricorda quello di Heremit Island. Le stesse capanne di foglie di sago. Lo stesso prato verdissimo.

Il capo villaggio è un omone grande e grosso, si chiama Joseph e ride in continuazione.

Gli raccontiamo da dove veniamo e dove siamo diretti, e il lavoro che facciamo.

Lui con la sua faccia sorridente ci promette di raccontarci la storia dell’isola.

“Sono il più vecchio qui, ho 75 anni. Le storie che so me le ha raccontate mio nonno che le ha sapute da suo padre” ci dice tra una risata e l’altra.

“Vi racconterò tutto quello che so. Ma non ora. Ora sarete stanchi” e poi improvvisamente

“Vi piacce il coconut crab?”

Acccidenti come no! Il birgo latro. Abbiamo imparato a conoscerli in Polinesia. Si tratta di un granchio terrestre, dal colorito bluastro, che mangia esclusivamente noci di cocco. Ha delle chele enormi, che potrebbero mozzare un dito ad un uomo. All’interno le chele sono ricche di carne saporita e profumata di cocco.

Joseph grida qualcosa a un ragazzino e dopo un pò ci portano una bestia di una trentina di centimetri con le chele legate da foglie di palma.

Joseph ride compiaciuto

“L’isola ne è piena, ma la nostra religione non ci permette di mangiarli……welcome!”

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Aborigeni, vermi e pesca - Melville Island, Snake bay - Australia

Aborigeni, vermi e pesca – Melville Island, Snake bay – Australia

Dopo i primi momenti di disorientamento, abbiamo cominciato a socializzare con gli aborigeni. Siamo infatti da poco approdati all’isola di Millicàpiti, una delle ultima isole ancora abitate interamente dagli aborigeni. Quando scendiamo a terra è sempre un po’ difficoltoso. Davanti alla spiaggia c’è sempre una fila di frangenti, e, dopo la manovra di arrivare, spegnere il motore, saltare giù dal gommone per evitare che strusci sulla sabbia e poi sollevarlo e tirarlo in secca,  ci ritroviamo sempre investiti da uno dei frangenti che ci bagna da capo a piedi.Tutte le volte allora per asciugarci un po’ ci fermiamo da un gruppo di aborigeni sdraiati su letti e materassi, capitanato da una vecchietta arzilla che tutti chiamano Mamma Happy. Ci dice con orgoglio di essere stata la maestra del villaggio e, cosa che la nobilita agli occhi di tutti, nel 1956 ha pranzato con la regina madre.

Dice che io e lei siamo uguali perchè abbiamo lo stesso colore di capelli e mentre me lo dice mi afferra un braccio con la sua mano stecchita e gelata.

“Senti come sono fredda, è perchè sono vecchia che ho sempre freddo”  mi ripete ogni volta.

In effetti è così magra da sembrare una scopa vestita e fuma come una turca. Quando le chiedo quanti anni ha annichilisco: 57! Gliene davo 80.

Glen, un artista, fa parte di questo gruppo familiare. Non ho capito bene, ma pare che la vecchia sia sua zia. Lui è un po’ più intraprendente degli altri, non è vecchio per cui può andare in giro, non ha niente da fare, perchè essendo un artista lavora solo quando è ispirato, per cui ci porta  per il villaggio, a vedere le cose salienti e a conoscere le persone.

Lo sottoponiamo a dei fuochi di fila di domande, vorremmo sapere tutto sugli aborigeni, su quello che fanno, su quello cha mangiano, sulle storie dei miti e dei totem e lui pazientemente risponde.

Una delle nostre più grosse curiosità riguarda il loro cibo e il modo di procurarselo.

“E’ vero che mangiate i vermi, e i serpenti, e dove li andate a prendere?”

Lui risponde sempre con calma, dicendo che sì, si mangiano ancora queste cose. Che le donne vanno a cacciare nella boscaglia, o in riva al mare con la bassa marea. Che alcune cose, come i vermi, si ritiene facciano bene alla salute, altre, quando si portano a terra, vanno divise con tutto il villaggio, e alla fine, adeguandosi al detto “Fatti non parole” ci ha proposto

“Domenica vi porto a caccia con mio fratello. Andiamo a cacciare nel mangrovieto, granchi e conchiglie!”

Aborigeni, vermi e pesca - Melville Island, Snake bay - Australia

Aborigeni, vermi e pesca – Melville Island, Snake bay – Australia

E così ieri siamo andati a prenderlo quando la marea cominciava a scendere. Lui e Terence sono entrati in acqua fino alla vita con indifferenza, per evitare a noi di bagnarci scendendo a terra.Su indicazioni del fratello Terence ci siamo portati dalla parte opposta del fiordo, dove un enorme mangrovieto cominciava e esporre all’aria le sue radici. Intorno c’erano delle piccole isole di sabbia. I due, armati con arpioni di bambù, hanno cominciato a camminare pian piano nell’acqua bassa e a scagliare con tutte la loro forza il braccio armato, non appena vedevano qualcosa muoversi. La loro preda erano i granchi di palude. In pochi istanti sono stati sopraffatti dall’istinto del cacciatore, colpivano in tutte le direzioni, con una frenesia che solo una fame antica riesce ad attivare. Ritraevano l’arpione con infilzata una bestia larga una quindicina di centimetri, che tentava in tutti i modi di liberarsi dalla presa. Avevo portato un grosso sacco per infilarci i granchi, ma il ritmo con il quale li catturavano non mi permetteva di star dietro a tutte e due. Così quando arrivavo in ritardo o non ero nelle vicinanze, Glen si infilava i suoi granchi nel taschino della camicia.

In un quarto d’ora il sacco era pieno e la marea era scesa così tanto da mettere completamente in secca i banchi di sabbia dei granchi.

“Andiamo nelle mangrovie a cercare le conchiglie” e Terence si è incamminato, a piedi nudi tra le radici taglienti.

Noi lo abbiamo seguito armati di videocamera, macchina fotografica e scarpe, ma non riuscivamo a stargli dietro. I nostri piedi affondavano in un fango viscido e grigiastro, mentre eravamo impegnati in un corpo a corpo con zanzare e ragnatele.

Terence avanzava tranquillo. Metteva avanti un piede esitava un po’ tastando il terreno, poi metteva avanti l’altro e ripeteva la stessa mossa. Ogni paio di passi si fermava e raccoglieva una conchiglia

“Ma come hai fatto a vederla?” il sole non filtrava tra i rami e le conchiglie erano nere come il fango.

“Non l’ho vista, ho tastato e l’ho sentita con il piede”

Impacciati dalle nostre scarpe ci siamo sentiti tagliati fuori anche da questo tipo di raccolta. Ci siamo limitati a raccogliere immagini di Terence che in pochi minuti è tornato con una ventina di bivalve, molto simili a vongole, con il guscio scuro e grosse come dei pugni.

Glen intanto, usando come esca un pezzetto di granchio, dalla riva aveva pescato tre pesci. Si era messo a raccogliere della legna secca e quando siamo arrivati ha infisso le conchiglie nella sabbia dalla parte del vertice, in modo che il semicerchio uscisse fuori. Dopo di ché ha ricoperto tutto con la legna secca e ha acceso il fuoco. Poi sul fuoco ha messi i granchi e i pesci.

Pian piano una dopo l’altra le conchiglie si sono aperte, Terence le toglieva dalla sabbia e ce le apriva, sapevano di mare e di affumicato nello stesso tempo. Noi ne abbiamo mangiato un paio, e loro avidamente si sono mangiate tutte le altre. Poi è stata la volta dei granchi. Mano a mano che diventavano rossi, ne toglievamo dei pezzi e cercavamo sotto la corazza rigida la carne chiara e umida.

Un granchio per ognuno, poi hanno riposto gli altri nella sacca spiegandoci:

“Gli altri li portiamo a terra per dividerli con tutto il villaggio”.

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Navigazione - A Nord dell'Irian Jaya

Navigazione – A Nord dell’Irian Jaya

Stiamo navigando. Siamo partiti ieri e navighiamo in un mare vuoto, deserto, e incredibilmente calmo. La distanza che ci separa da Manukwari, il prossimo centro abitato sulla costa dell’Irian Jaya,  è poco meno di 200 miglia e in condizioni normali ci vorrebbero due giorni per arrivare. In questa stagione però, l’aliseo lascia il posto ad un periodo di calme e di venti variabili, e in mare, quando non c’è vento, le distanze si dilatano. Il primo giorno abbiamo percorso solo 60 miglia. Oggi addirittura 40. Ma noi abbiamo tanto tempo. e il mare incredibilmente calmo che ci circonda è già di per se un compenso per la fatica che facciamo a far andare la barca, regolando continuamente le vele per cercare di sfruttare ogni alito di vento capriccioso. A volte ci stanchiamo, e quando sembra che tutti i tentativi per far camminare la barca siano fatica sprecata, allora lasciamo perdere tutto, montiamo il tendalino, e ci mettiamo all’ombra, con la barca ferma, a guardare questa incredibile immensità liscia che ci circonda.

E’ stato proprio in uno di questi momenti, stamattina, che una rondine arrivata chissà da dove, ha fatto due giri attorno alla barca e si è postata sulle draglie, nel punto dove lo scafo è più largo e panciuto.

E’ stata Lizzi ad avvistarla: “Carlo, sttt, prendi le macchine, fai piano, prendi il teleobbiettivo, c’è una rondine qui in coperta…..”

Con tutto il nostro armamentario di telecamere e macchine foto ci siamo appostati uno da prua e uno da poppa a riprendere e fotografare muovendoci pianissimo per non spaventarla. La rondine era piccolissima, teneva gli occhi quasi sempre chiusi e si sarebbe detto che stesse dormendo se non per il fatto che ogni tanto apriva impercettibilmente le ali, come per equilibrarsi quando un soffio di brezza la investiva.

Navigazione - A Nord dell'Irian Jaya

Navigazione – A Nord dell’Irian Jaya

E’ passata mezzora e tutto il nostro parlare pianissimo e muoversi cautamente si è rivelato inutile perchè la rondine in realtà non aveva paura per niente e non è fuggita nemmeno quando le siamo arrivati a pochi centimetri di distanza. Forse era stanca. Forse è piccola e non ha ancora paura degli uomini, chissà. Sta di fatto che la abbiamo fotografata e filmata in tutte le posizioni e da ogni distanza e angolatura. Ogni tanto si alza in volo, fa qualche giro, come per assicurarsi che tutto vada bene, poi scende e si posa in un punto diverso.

Nel frattempo abbiamo ripreso a navigare perchè c’è di nuovo il vento, una brezzolina leggera che arriva da sud, e che non riesce eppure ad increspare il mare, ma che comunque, ci fa avanzare. Siamo quasi al tramonto, e mentre trasmettiamo questo racconto la rondine è sempre li, a prua, appollaiata sul sacco del genoa pesante.

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"Mi no save" - Heremit Islands

“Mi no save” – Heremit Islands

Poco fa siamo entrati all’interno della barriera corallina che racchiude Heremits Island. L’acqua è trasparente e si vede il fondo fino a 20 metri. Ci sono grossi massi scuri abbelliti da gorgonie multicolori. Branchi di pesci argentei si muovono in formazione esibendosi in virate di 90° tutti in un solo movimento. Le isole sono verdi e collinose. Una vegetazione fitta le ricopre interamente. Dalla barriera di coralli alla prima isola sono 5 miglia. Mentre navighiamo delle mate giganti saltano davanti alla nostra prua e vediamo almeno tre tartarughe che vengono a fare capolino in superficie per respirare e per venire a curiosare.

Sappiamo che da qualche parte su queste isole c’è un villaggio, ma come al solito la nostra carta, troppo poco dettagliata non dice dove. Sull’isola che abbiamo di fronte vediamo una canoa capovolta sulla spiaggia e fra le fronde degli alberi si distingue una capanna. Decidiamo di ancorare lì di fronte e di andare a vedere.

La spiaggia è profonda poco più di un metro. Poi comincia una distesa di erbetta tipo trifoglio, tutta picchiettata di fiori bianchi e violetti. C’è un assembramento di piante di papaia e poco discoste un gruppo di palme. E lì, seduto sopra un tavolaccio all’ombra delle palme c’è un uomo. Non si sposta, non si muove, non dice niente e non sorride, tant’è che noi rimaniamo un attimo incerti se procedere o meno.

Salta fuori un cane spelacchiato che inizia ad abbaiare e allora il tizio gli dice qualcosa, forse di lasciarci stare, o forse di azzannarci, per noi non fa differenza tanto la lingua che parla è sconosciuta.

Dato che il cane si quieta e si accoccola sotto il tavolo, noi decidiamo di proseguire. Arriviamo vicino all’uomo e gli porgiamo la mano dicendo i nostri nomi.

Lui si limita a un sorriso un pò ebete, mettendo in mostra le gengive rosse di betel.

“Do you live here? ….home?” gli chiediamo indicando la capanna.

Stessa aria smarrita!

“This garden? You from village?”

Questa volta qualcosa si smuove e il tizio articola qualche parola.

“Mi no save. Mi no village, me big land”

“Io non so. Non sono dell’isola, ma della terraferma”

"Mi no save" - Heremit Islands

“Mi no save” – Heremit Islands

Queste strane espressioni sono Pidgin English. E’ una specie di lingua libera che si parla in tutta la Melanesia e in parte della Polinesia occidentale. Un inglese molto semplificato che viene usato come esperanto. In Papua Nuova Guinea è una delle lingue ufficiali per cercare di ovviare alla miriade di dialetti diffusi tra la popolazione.

Mi no save, che vuol dire non so, non è proprio di derivazione inglese. Forse a questa espressione hanno concorso maggiormente i filippini, che in patria parlavano spagnolo e si sono poi spostati a pescare nelle isole più a sud est.

Facciamo ancora qualche tentativo, cerchiamo di farci spiegare dove c’è il villaggio. Il tizio ci indica l’isola più grossa, facendo anche segno che dobbiamo passare da una parte piuttosto che dall’altra.

Nonostante i nostri ripetuti tentativi la conversazione non va più avanti di così.

Decidiamo di tornare sul gommone e andare a fare un giro lungo il perimetro dell’isola.

Mentre stiamo per salire sul dinghy ci raggiunge la voce del nostro amico:

“Mi likim tobacco! Voglio sigarete!”

E’ la frase che pronuncia con la maggiore energia di tutte. D’altronde come fargliene torto. Da qui non passa certo molta gente, dunque perché farsi scappare un’occasione del genere.

Più tardi gli abbiamo portato tre sigarette che erano in barca da più di un anno, con la carta un pò macchiata di muffa.

Ma lui era felice come un bambino.

Gen 012000
 
Primo contatto - Irian Jaya

Primo contatto – Irian Jaya

Le Molucche oramai se ne sono andate. La situazione politica e quella meteorologica ce le hanno rese inaccessibili. Peccato, ma sarà per la prossima volta. Adesso c’è l’Irian Jaya. Anche e anche qui il clima politico è caldino.

All’inizio dello scorso mese di giugno la regione ha dichiarato la propria indipendenza dall’Indonesia, In verità è stata solo una frangia politica a farlo, ma da quel momento, a quel che ci consta, tutti i porti e gli aeroporti, nonchè le città principali sono presidiate da gruppi dell’esercito. I militari  si limitano per ora a marciare e ad esibirsi in parate, per mostrare alla popolazione quello che è l’esercito dell’Indonesia, della quale fanno parte. Per ora non c’è stato nulla di invasivo, ma l’avvicinarsi del mese di agosto e la presenza di turisti, potrebbe essere una buona opportunità per azioni dimostrative che portino la situazione a conoscenza dei media mondiali.

Noi non sappiamo bene come comportarci. Per esperienza sappiamo che sostando solo nelle piccole isole e nei villaggi lontani, non si corre alcun pericolo. Gli abitanti delle aree periferiche in questa zona di mondo non sanno mai quello che sta succedendo tra i ricchi e i potenti, certo è però che in questo periodo ci sono in giro molte navi militari e il rischio potrebbe essere quello di venire intercettati da una di loro. A questo punto saremmo obbligati a fare l’entrata ufficiale e per questo a recarci in un centro importante e lì potremmo diventare facile bersaglio.

Primo contatto - Irian Jaya

Primo contatto – Irian Jaya

Per ora dunque ci siamo fermati in un posto completamente disabitato. Si tratta di una baia molto vasta, nella parte sud della penisola……

Il mare è calmo e liscio come in un lago. Le onde che ci hanno accompagnato fino a ieri, si sono fermate fuori, schermate dall’entrata sud della baia.

La costa è un susseguirsi di piccole insenature, al fondo delle quali c’è una spiaggia bianchissima. Poi, pochi metri più in là, comincia una vegetazione fitta, verde e rigogliosa, che si arrampica sulla roccia e arriva fino in cima alla montagna. Dove non c’è sabbia, c’è una costa rocciosa, nella quale il mare ha eroso mille buchi e centinaia di caverne, dove pare che un tempo, gli abitanti delle isole vicine, venissero a seppellire i propri morti.

Gen 012000
 
Acqua dolce - Waruanay isola di Waigeo

Acqua dolce – Waruanay isola di Waigeo

Ci siamo trasferiti al villaggio di Luis, un abitante del luogo.

Waruanay, così si chiama il villaggio, è un posto molto ordinato. Lungo la spiaggia ci sono una serie di case costruite con assi di legno ingrigite dal tempo, dopo la fila di case c’è una bassa staccionata grigia e una lunga via con il fondo di sabbia che corre parallela alla spiaggia. Dal lato opposto altrettante case di assi di legno, tutte alla stessa distanza dalla staccionata e alla stessa distanza fra di loro.

Le case sono proprio tutte uguali, tutte sul retro hanno il locale cucina a cielo aperto e nel giardino ci sono dei tavolacci su cui poggiano le pentole e i pochi altri arnesi casalinghi. Ci sono anche delle piccole tettoie dove viene messa a seccare la polpa di cocco per preparare la copra, o dove vengono vatti scolare i cetrioli di mare (oloturie) che come tante altre cose strane sono molto richieste sulle tavole dei cinesi e dei giapponesi.

Gli unici edifici diversi sono la scuola, dipinta di bianco, la chiesa di un bel verde pastello e con un disegno raffigurante Gesù nell’orto dei Getzemani e degli strani parallelepipedi di cemento. Luis è particolarmente orgoglioso di quest’ultimi “Li abbiamo costruiti con l’acqua che viene dalla montagna” ci ha detto soddisfatti.

E infatti, visti da vicino questi cosi grigi sono i servizi pubblici. Una metà è costituita da una grossa cisterna di cemento su tre lati della quale ci sono dei rubinetti da dove sgorga acqua dolce, mentre la seconda metà offre tre localini per lato, forniti ognuno di una turca e di una vasca piena s’acqua per il mandi, il bagno indonesiano.

Noi siamo molto interessati alla cisterna. Oramai è da Darwin che non facciamo acqua dolce. La nostra barca contiene 1000 litri di acqua nei serbatoi, per cui non dovremmo avere problemi, ma quella da bere comincia a scarseggiare. Per bere infatti, teniamo l’acqua in bottiglie di plastica che tutte le volte prima di riempire laviamo e disinfettiamo, in questo modo preveniamo il cattivo sapore che  prende l’acqua che per tanto tempo sta chiusa nei serbatoi.

Abbiamo una sessantina di bottiglie, la maggior parte delle quali ora è vuota. “E’ acqua dolce, si può bere?” domanda un po’ cretina, perchè il più delle volte gli abitanti di queste isole beve acqua che per noi non sarebbe assolutamente da bere, ma comunque non hanno scelta.

A domanda cretina però segue la risposta che volevamo:

“Certo viene dalla montagna, venite a vedere”

Acqua dolce - Waruanay isola di Waigeo

Acqua dolce – Waruanay isola di Waigeo

E così ci siamo fatti una bella camminata, fino al limitare del paese, poi lungo un sentiero di felci coriacee, poi abbiamo dovuto attraversare una serie di pozze melmose con dei tronchi mezzi marci che fungevano da passatoie precarie e infine abbiamo cominciato a risalire una collinetta. Ad un certo punto abbiamo trovato un torrentello tra le rocce. Risalendo ancora qualche centinaio di metri siamo arrivati ad una grossa vasca, rafforzata con cemento e pietre, dove l’acqua veniva incanalata in un grosso tubo.

La pozza era cristallina, l’acqua fresca e il paesaggio intorno meraviglioso

Sotto la pozza di incanalazione ce ne erano altre più piccole ma altrettanto invitanti:

“Mi ci butterei dentro subito”

“Anch’io, quanto tempo è passato dall’ultima doccia di acqua dolce?”

Purtroppo eravamo stati seguiti da tutti i bambini del paese e sarebbe stato fuori luogo mettersi a fare il bagno lì.

Comunque abbiamo raggiunto il nostro scopo. Stamattina presto siamo scesi a terra con le nostre casse piene di bottiglie, già pulite in precedenza e ce le siamo riempite ad una ad una. I ragazzotti del paese hanno fatto a gara per portarcele al gommone, così ci siamo un po’ attardati a ritrarre la vita del villaggio alla mattina presto.

C’erano donne che grattavano il cocco o che pulivano il pesce che gli uomini hanno pescato durante la notte. Un uomo scavava un tronco per ricavarne una canoa e un’altro forgiava un pezzo di legno per farne lo strumento che serve a ripulire l’interno dei tronchi del sago. Un vecchio invece piegava e cuciva tra di loro delle foglie di palma per preparare quelle che saranno le tegole della propria capanna.

Contiamo di fermarci qui un po’ di giorni e conoscere meglio questa gente e i loro usi.

Luis che ci fa da guida, anche se un po’ appiccicoso, è una buona opportunità

Gen 012000
 
Mamma Happy - Milikàpiti, Melville Island - Australia

Mamma Happy – Milikàpiti, Melville Island – Australia

Essendo qui con gli aborigeni da diverso tempo, oramai cominciamo a sentirci di casa, e anche loro ci trattano come gente di famiglia.

Mamma Happy, un’arzilla vecchietta di 57 anni, presso la quale sostiamo tutte le mattine, è un’inesauribile fonte di informazioni. Lei è la persona più importante del villaggio, non solo perchè era la maestra e ha incontrato la Regina Madre (è stato uno dei primi tentativi degli australiani bianchi di rivalutare gli aborigeni), ma anche per una serie di motivi più aborigeni, che lei stessa ci ha raccontato: “Al tempo dei sogni i nostri nonni credevano che una donna aspettasse un bambino perchè uno spirito era entrato dentro di lei. Perchè non succedesse che un bambino fosse senza padre, tutte le donne dovevano essere sposate, anche le vedove, anche le bambine appena nate. Dato che le donne Tiwi vivevano molti più anni degli uomini, succedeva che un uomo avesse più mogli. Le mogli servivano per andare a raccogliere il cibo nella boscaglia, e perciò ogni uomo cercava di avere più mogli possibili. Le donne tra i Tiwi dunque erano le persone più importanti. Poi, 90 anni fà, arrivarono i missionari.  A loro non piaceva che un uomo avesse tante mogli, nè che una bambina appena nata fosse destinata in moglie a un uomo molto più vecchio di lei.  Allora i missionari, in cambio di riso, tabacco e farina, si facevano affidare le figlie dai padri, per poterle educare e poi far scegliere a loro il marito che preferivano.  Anche in questo modo la donna era importantissima, perchè se un padre aveva figlie femmine da mandare dai preti, si garantiva cibo gratis e senza fatica per tutta l’esistenza. I miei nonni furono i primi a sposarsi in cambio di riso e farina. Era il 1928. Ecco perchè io sono ora la persona più importante di questa comunità di Tiwi”

La conferma della sua importanza ce l’ha dimostrata un’altra mattina. Quando siamo andati a trovarla era seduta sul letto e si stava pettinando i capelli giallastri.

“Fra poco vengono a prendermi, devo andare a un meeting sull’isola di Bathurst con i dirigenti del comitato aborigeno, e con gli anziani di altre comunità. Vengono a prendermi in macchina per portarmi all’aeroporto, torno stasera”

Mamma Happy - Milikàpiti, Melville Island - Australia

Mamma Happy – Milikàpiti, Melville Island – Australia

Non ci potevo credere. A parte pettinarsi i capelli era uguale a tutti gli altri giorni, con addosso un vestito di cotone stinto, un golfetto marrone per ripararsi dal freddo, una borsa di tela, originariamente bianca, nella quale custodisce gelosamente le sigarette,  il suo mazzo personale di carte, la boccetta di unguento da strofinarsi addosso contro il freddo e occasionalmente delle conchiglie da arrostire sul fuoco, e i piedi assolutamente scalzi. E di lì a poco sarebbe salita su un aereo e si sarebbe allacciata la cintura di sicurezza!!!

Un’altra cosa che abbiamo imparato è che per gli aborigeni mangiare è l’attività più importante della giornata e per loro cibo vuol dire quasi esclusivamente carne, di qualsiasi tipo di animale. In ogni momento, fuori da ogni casa c’è un fuoco acceso con sopra qualcosa che sta cuocendo.  Alle volte sono le patte di una tartaruga, altre volte la testa, altre volte ancora conchiglie e molto spesso roba non meglio identificata. Un po’ di giorni fa è stata la volta del serpente. Era a bollire dentro una tolla sopra un fuoco. Poteva essere un pitone, ma era tutto coperto di schiuma verde giallognola. Ad un certo punto una donna ha rovesciatolo la pentola, ha sollevato il serpente con un bastone e se ne andata ad accucciarsi sull’erba sotto un albero. Ha cominciato a tagliarlo a pezzi con un’accetta e la gente che passava, quasi senza chiedere ne raccoglieva un pezzo e cominciava a succhiarlo. Era tutto ricoperto di un grasso giallognolo poco invitante, ma tutti mangiavano con avidità. Quando la vecchia ci ha fatto segno non abbiamo potuto non assaggiarlo. Mi sentivo morire, tutta quella roba gialla e grassa!

Invece, era buono!!! tolta la pelle, dura e gommosa e ripulito alla bell’e meglio dallo stato di grasso vischioso, sotto la carne era chiara e disposta in lunghe fasce muscolari, il sapore era quello del pollo, ma più saporito, considerando anche che era stato solo bollito.

Gli aborigeni sono cacciatori, per cui, dato che un giorno la caccia può essere fortunata per uno e un giorno per un altro, quando c’è del cibo in giro viene diviso fra tutti, e noi oramai facciamo parte di questi tutti. Oltre al serpente abbiamo assaggiato la testa di tartaruga, la carne di wallabi, le conchiglie di palude e peggio di tutti i vermi di mangrovia. Viscidi e lattiginosi e lunghi una ventina di centimetri. Per fortuna me ne è toccato solo un pezzetto. Non mi sono nemmeno accorta del sapore che aveva tanto ero concentrata a far si che mi scendesse al più presto nello stomaco, lontano da ogni organo che potesse intercettarlo o riconoscerlo!

E per ricambiare tutto questo cibo, stamattina siamo scesi a terra con una pentola di spaghetti. C’è stato un enorme interesse. Da tutte le parti arrivavano alla sola vista della pentola, come le galline quando si sparge il grano sull’aia. Ognuno se ne è versata un po’ in contenitori improbabili (pezzi di cartone, coperchi di latta, boccali per il te) e si è messo tranquillo da qualche parte a mangiare. Lo spettacolo per è consistito nell’ammirare la metodologia usata per introdurre in bocca gli spaghetti. La più buffa è stata la stessa usata per i vermi: metterli in alto sopra la bocca spalancata e poi lasciarli cadere!!!!