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Mamma Happy - Milikàpiti, Melville Island - Australia

Mamma Happy – Milikàpiti, Melville Island – Australia

Essendo qui con gli aborigeni da diverso tempo, oramai cominciamo a sentirci di casa, e anche loro ci trattano come gente di famiglia.

Mamma Happy, un’arzilla vecchietta di 57 anni, presso la quale sostiamo tutte le mattine, è un’inesauribile fonte di informazioni. Lei è la persona più importante del villaggio, non solo perchè era la maestra e ha incontrato la Regina Madre (è stato uno dei primi tentativi degli australiani bianchi di rivalutare gli aborigeni), ma anche per una serie di motivi più aborigeni, che lei stessa ci ha raccontato: “Al tempo dei sogni i nostri nonni credevano che una donna aspettasse un bambino perchè uno spirito era entrato dentro di lei. Perchè non succedesse che un bambino fosse senza padre, tutte le donne dovevano essere sposate, anche le vedove, anche le bambine appena nate. Dato che le donne Tiwi vivevano molti più anni degli uomini, succedeva che un uomo avesse più mogli. Le mogli servivano per andare a raccogliere il cibo nella boscaglia, e perciò ogni uomo cercava di avere più mogli possibili. Le donne tra i Tiwi dunque erano le persone più importanti. Poi, 90 anni fà, arrivarono i missionari.  A loro non piaceva che un uomo avesse tante mogli, nè che una bambina appena nata fosse destinata in moglie a un uomo molto più vecchio di lei.  Allora i missionari, in cambio di riso, tabacco e farina, si facevano affidare le figlie dai padri, per poterle educare e poi far scegliere a loro il marito che preferivano.  Anche in questo modo la donna era importantissima, perchè se un padre aveva figlie femmine da mandare dai preti, si garantiva cibo gratis e senza fatica per tutta l’esistenza. I miei nonni furono i primi a sposarsi in cambio di riso e farina. Era il 1928. Ecco perchè io sono ora la persona più importante di questa comunità di Tiwi”

La conferma della sua importanza ce l’ha dimostrata un’altra mattina. Quando siamo andati a trovarla era seduta sul letto e si stava pettinando i capelli giallastri.

“Fra poco vengono a prendermi, devo andare a un meeting sull’isola di Bathurst con i dirigenti del comitato aborigeno, e con gli anziani di altre comunità. Vengono a prendermi in macchina per portarmi all’aeroporto, torno stasera”

Mamma Happy - Milikàpiti, Melville Island - Australia

Mamma Happy – Milikàpiti, Melville Island – Australia

Non ci potevo credere. A parte pettinarsi i capelli era uguale a tutti gli altri giorni, con addosso un vestito di cotone stinto, un golfetto marrone per ripararsi dal freddo, una borsa di tela, originariamente bianca, nella quale custodisce gelosamente le sigarette,  il suo mazzo personale di carte, la boccetta di unguento da strofinarsi addosso contro il freddo e occasionalmente delle conchiglie da arrostire sul fuoco, e i piedi assolutamente scalzi. E di lì a poco sarebbe salita su un aereo e si sarebbe allacciata la cintura di sicurezza!!!

Un’altra cosa che abbiamo imparato è che per gli aborigeni mangiare è l’attività più importante della giornata e per loro cibo vuol dire quasi esclusivamente carne, di qualsiasi tipo di animale. In ogni momento, fuori da ogni casa c’è un fuoco acceso con sopra qualcosa che sta cuocendo.  Alle volte sono le patte di una tartaruga, altre volte la testa, altre volte ancora conchiglie e molto spesso roba non meglio identificata. Un po’ di giorni fa è stata la volta del serpente. Era a bollire dentro una tolla sopra un fuoco. Poteva essere un pitone, ma era tutto coperto di schiuma verde giallognola. Ad un certo punto una donna ha rovesciatolo la pentola, ha sollevato il serpente con un bastone e se ne andata ad accucciarsi sull’erba sotto un albero. Ha cominciato a tagliarlo a pezzi con un’accetta e la gente che passava, quasi senza chiedere ne raccoglieva un pezzo e cominciava a succhiarlo. Era tutto ricoperto di un grasso giallognolo poco invitante, ma tutti mangiavano con avidità. Quando la vecchia ci ha fatto segno non abbiamo potuto non assaggiarlo. Mi sentivo morire, tutta quella roba gialla e grassa!

Invece, era buono!!! tolta la pelle, dura e gommosa e ripulito alla bell’e meglio dallo stato di grasso vischioso, sotto la carne era chiara e disposta in lunghe fasce muscolari, il sapore era quello del pollo, ma più saporito, considerando anche che era stato solo bollito.

Gli aborigeni sono cacciatori, per cui, dato che un giorno la caccia può essere fortunata per uno e un giorno per un altro, quando c’è del cibo in giro viene diviso fra tutti, e noi oramai facciamo parte di questi tutti. Oltre al serpente abbiamo assaggiato la testa di tartaruga, la carne di wallabi, le conchiglie di palude e peggio di tutti i vermi di mangrovia. Viscidi e lattiginosi e lunghi una ventina di centimetri. Per fortuna me ne è toccato solo un pezzetto. Non mi sono nemmeno accorta del sapore che aveva tanto ero concentrata a far si che mi scendesse al più presto nello stomaco, lontano da ogni organo che potesse intercettarlo o riconoscerlo!

E per ricambiare tutto questo cibo, stamattina siamo scesi a terra con una pentola di spaghetti. C’è stato un enorme interesse. Da tutte le parti arrivavano alla sola vista della pentola, come le galline quando si sparge il grano sull’aia. Ognuno se ne è versata un po’ in contenitori improbabili (pezzi di cartone, coperchi di latta, boccali per il te) e si è messo tranquillo da qualche parte a mangiare. Lo spettacolo per è consistito nell’ammirare la metodologia usata per introdurre in bocca gli spaghetti. La più buffa è stata la stessa usata per i vermi: metterli in alto sopra la bocca spalancata e poi lasciarli cadere!!!!

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Partenza - Atollo di Heremit

Partenza – Atollo di Heremit

Abbiamo passato la mattina a salutare, a fare le ultime riprese, le ultime foto ai bambini che giocano in acqua, a quelli con le canoe, alla sula  addomesticata, grossa come un gallo,  che mi è volata sulla testa facendomi prendere uno spavento.

Mettiamo in ordine la barca e tiriamo su le ancore. Ci vuol tempo perché c’è una quantità di roba in giro:  bombole,  erogatori, mute, maschere, pinne, papaie, ananas, verdura e poi fa caldo e il sole è impietoso ed ogni due o tre cose che facciamo dobbiamo fermarci a tirare il fiato.

Ce ne andiamo da Heremit, dove siamo rimasti così poco, ma sembra  un’eternità e dove  oramai conosciamo tutti: Robert, Lina, il prete, il maestro, Caroline, il dottore.

E’ già pomeriggio avanzato quando finiamo di salpare la seconda ancora e quando gli ultimi metri di catena arrivano in barca, mentre  i bambini in canoa tutto attorno ci guardano in silenzio con gli occhi enormi e  ci arriva il primo brontolio di tuono.

Ce ne andiamo da Heremit, e puntiamo verso Sud Est lasciandoci alle spalle il villaggio sotto la nuvola nera di un temporale che si sta formando proprio sulle case.

“Sbrighiamoci, così arriviamo all’uscita dell’atollo prima del temporale”

Salgo sull’albero fino alle crocette per cercare di individuare il percorso che dobbiamo seguire per uscire dall’atollo e accedere al mare aperto.

Partenza - Atollo di Heremit

Partenza – Atollo di Heremit

Dentro di me vorrei non essere partito. Era bello scendere a terra la mattina e sedersi fuori dalla casa di qualcuno. Eravamo sempre i benvenuti. La gente ci sorrideva. E siccome ad Heremit tutto si svolge all’aperto, le attività di tutti i giorni erano li davanti a noi, per essere fotografate e filmate, per essere commentate e per scherzarci sopra. La barca, con le sue due ancore impigliate nel corallo era al sicuro e se veniva un temporale bastava chiudersi dentro con un libro ad aspettare che passasse. Ora invece, qui sull’albero, mentre scruto una distesa grigia di acqua piena di pericoli invisibili, con il temporale che ci insegua,  mi sento a disagio e ho paura. Avremmo fatto meglio a non partire, penso per l’ennesima volta, mentre urlo a Lizzi che sta al timone le istruzioni per girare attorno ad un banco di corallo che è appena apparso davanti alla prua. Arrivano le prime gocce e mi bagnano gli occhiali, e le  prime raffiche che arruffano il mare. I temporali ai tropici durano poco, ma a volte possono essere violentissimi, e la pioggia di solito riduce la visibilità. Prima scompare la linea lontana dei frangenti che tenevo come riferimento per la direzione, poi scompare il villaggio, alle mie spalle, e poi tutta l’isola.  In breve è tutto grigio, e non vedo più neppure il banco che abbiamo appena superato. Decido di scendere, è inutile restare sull’albero se non si vede più nulla, e contemporaneamente l’allarme eco scandaglio comincia ad urlare il suo sgradevole avvertimento: bip bip bip….. Vuol dire che abbiamo meno di 15 metri di fondo, e che siamo sull’orlo di un banco di corallo che però non vediamo. Dovremmo tentare di allontanarci, ma in che direzione?

“Buttiamo l’ancora, almeno ci fermiamo” e corriamo a prua a liberare il salpa ancore e a tempo di record molliamo ancora e catena. Quando arriva il rumoraccio della catena che sfrega sul corallo sappiamo che l’ancora ha toccato. Lasciamo altri venti metri di catena e ci accingiamo ad aspettare.  E’ pericoloso ancorare così,  alla cieca,  ma non possiamo fare di meglio e possiamo solo sperare che la pendenza del banco non sia eccessiva e che il vento non ci spinga nella direzione in cui risale.

“Cosa facciamo?”

“Niente”

Non abbiamo più il ridosso dell’isola. Tutto intorno il mare è arricciato dalle onde del temporale. La barca è aggrappata ad un fondo di corallo in un punto imprecisato dell’atollo. La catena manda sgradevoli rumori di sfregamento sulle madrepore. Fuori pioggia fittissima e vento a folate.

Ci nascondiamo dentro la barca, seduti, a guardarci, e ad ascoltare i rumori.

“Se continua mi tuffo, e vado sott’acqua, a cercare di capire come è fatto il banco”

Non c’è bisogno. Il temporale dura solo venti minuti. Lascia un cielo uniformemente grigio e una pioggerella stupida e continua, che però non limita più la visibilità. Il verde dei banchi ricompare, l’ancora risale e riprendiamo a fare lo slalom lungo un passaggio che è complicato, più di quanto avessi potuto immaginare, un percorso tortuoso tra immensi bassifondi verdi e blu. Poi la profondità aumenta di colpo: 20, 30, 30, 100 metri. Siamo fuori, in oceano. Non ci sono più pericoli. Alle nostre spalle Heremit, con le sue 147 anime,  è soltanto una montagnola grigia, semi nascosta da una nuvola.

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Kaprus - Teluk Irian

Kaprus – Teluk Irian

“Se entrate nella baia, se andate giù verso Nabire, troverete ancora gli uomini con gli anelli al naso”. Ce lo avevano detto a Manukwari, l’ultimo paesotto che abbiamo visitato prima di inoltrarci in questa grossa baia che è un po’ il cuore dell’Irian Papua.

Gente con l’anello al naso non ne abbiamo trovata, ma gli abitanti di Kaprus, il villaggio presso cui siamo ancorati da quattro giorni quanto di più genuino fonora ci sia capitato di incontrare. Le capanne a palafitta su cui vivono a gruppi di due o tre famiglie sono costruzioni in bilico tra la terra e il mare. Quando è bassa marea sotto la capanna c’è spiaggia, quando è alta marea c’è il mare. Anche la loro vita è in bilico tra la terra e il mare che forniscono alla pari tutto qel che serve: pesce abbondante come raramente ci è capitato di vedere, le tartarughe, le tridacne, enormi, con il mollusco che pesa alcuni chili. Dalla terra arrivano le patate dolci, i cocchi, la carne sotto forma di maiali selvatici e  cervi  che loro catturano con arco e frecce.  Ci sono poi i tronchi per farsi le canoe, i rami per i bilanceri, gli uccelli selvatici che i bambini catturano con le trappole, i legni speciali per fare gli archi, i bambu per le frecce e le fiocine.

A Kaprus non c’è neppure un negozio. Nessuno che vende e nessuno che compera. Tutto quel che serve arriva dalla terra e dal mare.

E dalla terra arriva anche la radice velenosa che qui tutti, uomini, donne e bambini tengono sempre in canoa a portata di mano.

“Obat mancin ikan.” La medicina per pescare i pesci, l’avevano definita per farmi capire.

“Di mana?” ” Da dove arriva?”

Dalla montagna, mi hanno risposto. Allora ho chiesto di vederla. E’ lontana? No, vicina, qua dietro. E ci siamo incamminati. Appena fuori dal villaggio la stradina si trasforma in un sentiero, poi in un solco appena segnato nell’erba, con continue pozze di fango e di acqua paludosa da attraversare, e poi in un più nulla che però loro seguono facilemte.

“E’ ancora lontana chiedo?” No, vicina, vicina.

Kaprus - Teluk Irian

Kaprus – Teluk Irian

Dopo venti minuti di cammino tra erba alta e cespugli gocciolanti di umidità, quando cominciano ad arrampicarsi su una collina spellacchiata e viscida Lizzi si ferma. Io non voglio fare la figura del bianco rammollito e continuo, facendo finta di niente. Il cammino sale. Il fondo è viscido. Gli arbusti a cui mi aggrappo per non cadere una volta su due si rompono. Dopo un paio di volte che perdo l’equilibrio col rischio di rotolare giù per la collina provo a togliere le scarpe e a continuare a piedi nudi, come fanno loro. E’ molto più facile. Il piede nudo scivola meno, e soprattutto ha la percezione della natura più o meno solida del terreno. Con le scarpe in una mano, la telecamera nell’altra, la camicia con le maniche abbassate per paura delle zanzare e della malaria, con i pantaloni lunghi e tutto quantomintriso di sudore, ma a piedi nudi, cercando di non pensare alla centinaia di vermi e di parassiti  che si possono prendere attraverso le piante dei piedi, arrivo finalmente al cespuglio del carbore. E’ una pianticella insignificante, una specie di erbaccia che corre parallela al terreno. La parte che si usa è la radice e loro scavano il terreno morbido per seguirne il percorso che è sorprendentemente lungo. Ne liberano una, lunga forse un metro, e mi fanno vedere che se la si torce ne esce una specie di liquido lattiginoso biancastro.

“E’ questa che uccide i pesci?”

“Si.”

“E se la mangia un uomo?”

“Mati, mati”, mi rispondono in coro. Morto. Morto.

Chi sa, forse è con questa cosa che un tempo avvelenavano la punta delle frecce. A vederli così, timidi e sempre sorridenti, è difficile immaginare che 50 anni or sono fossero le tribù più bellicose della terra, sempre in guerra tra di loro, che quando arrivavano di sorpresa ad attaccare un villaggio uccidevano tutti i maschi adulti, i vecchi e le vecchie. Catturavano donne e bambini e si portavano via gli uomini morti, in spalla, fino al proprio villaggio. Quello che non veniva consumato subito veniva fatto seccare al sole per essere mangiato più tardi, proprio come fanno oggi con il pesce.

Ci siamo rimessi in camino verso il villaggio e tornando abbiamo incontrato un cacciatore. Accompagnato da due cani. Armato di un fucile fatto in casa. Calcio di legno grezzo. Canne fatte con i tubi dell’acqua. Il meccanismo non so. I cani sono sceletrici e malfermi sulle gambe come quelli che si incontrano in tutto il villaggio, ma evidentemente sono capaci di cacciare perchè il cacciatore porta il cadavere di un uccello e un cus cus, un marsupiale che assomiglia incredibilmente ad un topo (ha lo stesso muso) solo che è molto più lungo. Anche il cacciatore ha un sorriso mansueto e il solito grumo rossastro di betel che gli sporge dalla bocca.

Ritrovo Lizzi. Recuperiamo il gommone. Ritorniamo nei pressi della barca che è ancorata in una nicchia a 1000 metri dal villaggio. Uff, finalmente. Posso togliermi la camicia, i pantaloni lunghi, ed entrare in acqua. La giornata è finita. L’acqua si porta via il calore che ho accumulato. E’ incredibilmente limpida per essere in una baia chiusa tra la montagna e l’isola. E’ pieno di pesci e mentre resto a mollo con la testa semifuori li vedo saltare tutto intorno. Domani andremo a pescare con due del villaggio che ci mostreranno come si usa la radice tossica. Speriamo di portare a casa delle belle immagini.

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Vermi - Atollo di Ayu

Vermi – Atollo di Ayu

Anche qui nell’atollo di Ayu, tanto per cambiare, ho avuto un’esperienza di tipo culinario.

Una delle prime mattine dopo il nostro arrivo siamo scesi a terra nell’isoletta di Ruton, uno dei tanti batufoletti di palme che contornano la laguna.

Era da poco sorto il sole, e il villaggio si stava stiracchiando e sbadigliava dopo la notte.

Le donne erano indaffarate intorno ai fuochi della cucina che con i loro fumi azzurrognoli avvolgevano tutto in una strana nebbia. Gli uomini preparavano le canoe, le vuotavano dall’acqua, le caricavano con le vele arrotolate e si apprestavano ad andare a  pescare approfittando dell’alta marea. I bambini erano da tutte le parti, alcuni ancora addormentati sdraiati su stuoie di foglie di palma, altri mezzi nudi e altri già pronti, con un quaderno e una matita in mano, per andare a scuola.

Il nostro arrivo come sempre ha distratto tutti dalle proprie attività e sulla spiaggia si è formato il solito comitato di accoglienza che si andava ingrossando mano a mano che ci avvicinavamo alla riva.

I pescatori ci hanno aiutato a legare il gommone in un posto sicuro. Poi ci siamo scambiati qualche saluto. Qualcuno ha detto il proprio nome: Daniel, David, Jhoseph…. e noi abbiamo risposto con i nostri:

“Elisabeth, Carlo”

“Oh Elisabeth, Carlos (la S finale è di rigore fuori dal Mediterraneo!) salamat” benvenuti. E ci hanno scortati dentro il villaggio, mentre i bambini ci si accalcavano intorno curiosi, ma vergognosi e alcuni addirittura spaventati non appena gli rivolgevamo la parola o cercavamo di toccarli.

Il villaggio è costituito di capanne di palma, sparpagliate sul terreno sabbioso. Non c’è lo stesso ordine  che c’era a Waigeo, anzi qua c’è anche un pò di sana sporcizia, ma tutto è immensamente vivo.

Ci siamo aggirati per un pò tra le capanne, fino a quando non è arrivato uno che si è presentato come Mesa Campung, capo villaggi0o, e ci ha dato il benvenuto ufficiale.

Ci ha detto che potevamo stare quanto volevamo e potevamo andare dove volevamo.

Poi ci ha presentato sua moglie, una donnona sugli 80 chili, nera come il carbone e dagli evidenti tratti melanesiani. Avvolta come un salame in un pareo stretto sotto le ascelle, stava accudendo a una grigia. Sopra la griglia c’erano due pesciotti quasi arrostiti e un fascio di oggetti non meglio identificati. Erano una specie di bastoncini lunghi una trentina di centimetri. Il colore e l’aspetto era quello dei gambi dei funghi chiodini, ma più lunghi e di conseguenza più larghi.

Ogni tanto qualcuno passava di lì e ne strappava uno e poi lo sgranocchiava, dopo aver tirato con forza con i denti per staccarne un pezzetto.

Ho chiesto alla donna cosa fossero. Errore fatale!! Ci ho pensato quando ancora stavo formulando la domanda

“Chachi” mi ha risposto, staccandomene uno e mettendomelo in mano. A questo punto ho dovuto assaggiarlo. Era una cosa coriacea, ho fatto fatica a strapparne un pezzo tirando con i denti, e la superficie era ruvida, come costituita di tante righette parallele. Il sapore, è arrivato solo dopo un po’ di masticazione ed era indefinito, vagamente simile a quello dei totani.

“Per fortuna, credevo peggio!”

Vermi - Atollo di Ayu

Vermi – Atollo di Ayu

Qualche ora dopo al culmine della bassa marea, tra la nostra barca e il villaggio si sono scoperti degli isolotti di sabbia bianchissima. Lunghi qualche centinaio di metri e larghi un po’ di meno. Siamo andati a camminare sopra quella sabbia che sembrava velluto. C’erano conchiglie, stelle marine e tutte quelle forme di vita che appaiono quando l’acqua se ne và. C’erano anche delle donne che raccoglievano qualcosa.

Naturalmente siamo andati a vedere.

Armate di un bastoncino, lo infilzavano nella sabbia in presenza di particolari fossette. Certe volte lo ritraevano e provavano da un’altra parte, altre volte invece, con un colpo deciso, lo conficcavano ancora più profondamente e cominciavano a scavare con le mani. A una profondità di 20 centimetri afferravano qualcosa e cominciavano a tirare. Piano, con delicatezza, ma in maniera decisa. Dopo un po’ appariva un verme bianco, lungo una trentina di centimetri, dall’apparenza elastica e gommosa e con il bastoncino inserito in quella che, per il suo bene, ho pensato essere la bocca del verme.

Emerso il verme la donna lo prendeva in mano e faceva scorrere due dita per tutta la sua lunghezza, mungendolo da tutto quello che c’era all’interno e ottenendo così che un rivoletto di roba giallognolo-marroncina uscisse dalla bocca. Poi infilzava la bestia in una costola di foglia di pandano che si trascinava dietro sulla sabbia, e alla quale erano già infilzati numerosi altri individui della stessa specie.

“E’ questa la roba che ho mangiato stamattina?” Me la sono sentita improvvisamente sullo stomaco.

“Ma non hai detto che non era cattiva?”

“Beh, ma chissà cosa sono?”

A vederli da vicino avevano l’aspetto di anellidi, dei lunghi lombriconi, un po’ meno viscidi e bianchi.

Abbiamo seguito le ragazze fino a quando sono tornate al villaggio con le canoe.

Ero curiosa di vedere come preparavano i vermoni per cuocerli.

Con mio massimo disgusto ho visto che li mettevano sulla griglia, così come erano, infilzati uno accanto all’altro, senza nè pulirli nè sciacquarli, lasciando tutto quello che avevano ancora dentro o che si era appiccicato fuori.

“Ma ho mangiato quella roba lì, con le interiora e tutto….?”

“Ma dai il fuoco purifica. E poi fai finta di non averlo visto!”

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Una strana barchetta - Isole Riau

Una strana barchetta – Isole Riau

Improvvisamente, da Est, compare una imbarcazione curiosa che somiglia ad una antica nave a vela, ma in scala ridotta, quasi un giocattolo. Una tenda di frasche intrecciate copre metà della barca dandole l’aspetto di una casetta. Due velette triangolari su un alberetto sottile raccolgono l’ultima brezza del giorno e spingono il barchino ad entrare nella baia dove siamo ancorati anche noi. Cambio rotta al gommone e dirigo su di loro. Il barchino avanza in silenzio, segnando due solchi leggeri sullo specchio immoto della baia. Al confronto lo strepito del fuoribordo che muove il nostro gommone sembra un sacrilegio. Lo spengo, afferriamo i remi e ci affianchiamo.

Succede una cosa strana. Di solito, quando ci si approssima  ad una barca, questa rallenta per facilitare la manovra di chi arriva. Sul barchino invece si comportano come se non ci avessero visti. Non toccano le vele, non muovono il timone, e continuano verso il centro della baia, senza neanche girare la testa. E si che siamo grossi quanto loro.

A bordo c’è una coppia con un cane.

“Hallo, where are you going?” tento di attaccare discorso.

Lui ha una camicia azzurra bucherellata, la faccia da mongolo e l’aria antipatica. Con una mano comanda la barra del timone. Con l’altra accarezza una pipetta spenta, che stringe tra le labbra. Non risponde. Guarda fisso davanti a se, mentre il cane mi ringhia contro.

“Hallo,…salamat paghi?…..” Lizzi prova con la ragazza. Poco più di una bambina. Il faccino da negra è più simpatico. Sta accucciata a metà barca e armeggia intorno ad un focherello acceso in un bidone arruginito.

“Salamat paghi….(buongiorno in Indonesiasno)” riprova Lizzi. La ragazza sorride, ma niente più. Il cane ringhia e l’uomo continua ad ignorarci.

“Senti, lasciamo perdere”. Smettiamo di remare un po avviliti. Il nostro gommone si ferma, e i due si allontanano, senza voltarsi.

“Guarda! Ce ne sono altri!” Dal promontorio sbuca un secondo barchino: due adulti, due ragazzi e due cani. Questi almeno si lasciano avvicinare. Osservo i loro tratti somatici, nell’ultima luce del crepuscolo: sono diversi dagli indonesiani, come le loro barche sono differenti da quelle locali.  Scuri di carnagione,  piccoli di statura e con i capelli quasi crespi, sembrano uomini rimpiccioliti.

“Pigmei?”

“Ma dai, i pigmei sono in Africa”

“Invitali a venire sulla Barca Pulita”

Mi produco in una pantomima che ho fatto molte volte e che ormai è perfezionata: indico ad uno ad uno tutti gli occupanti della barca, poi faccio un gesto più largo per indicare la barca e mimo loro, sulla barca, che remano in direzione della Barca Pulita. Faccio con le dita il gesto di qualcuno che sale e poi il gesto di qualcuno che beve. Indico loro e noi che beviamo insieme: venite a bordo a bere qualche cosa da noi?

Non rispondono. Si limitano a sorridere.

“Questi almeno non sono torvi”

Decidiamo di lasciar perdere e di tornare a bordo. Anche perché sono spuntati altri barchini, tutti con la veletta, tutti silenziosi, tutti che si dirigono verso la baia dove siamo ancorati.

Quando un essere umano ne incontra un altro in un luogo deserto, viene naturale di incontrarsi, parlarsi e fare amicizia. Ma se invece che al cospetto di uno solo ci si trova inaspettatamente in mezzo a una folla, la reazione più naturale è quella di rannicchiarsi e di non farsi notare.

Così facciamo noi quando ci rendiamo conto che i nuovi arrivati sono troppi. Torniamo a bordo, solleviamo il gommone sul ponte, e ci nascondiamo dentro la barca, evitando persino di accendere la luce del quadrato, che renderebbe manifesta la nostra presenza.

Sui barchini invece hanno acceso dei lumini, che vagano sull’acqua come fantasmi, lasciando intuire le sagome scure delle barche che si avvicinano tra loro per fermarsi e ancorare a qualche centinaia di metri dal punto dove siamo noi.

“Ma chi diavolo saranno?” Conto otto lumini di barche già ancorate, ed altre ancora ne stanno arrivando. Ceniamo al buio, senza vedere l’aspetto dei molluschi che abbiamo raccolto, e che abbiamo cotto in un sugo di pomodoro, con pepe e peperoncino, cosa che forse ci aiuta ad apprezzarli più di quanto meritino. Dal gruppo di luci arrivano scoppi di voci ed echi di canti sguaiati.

Mi sveglia il rumore di qualche cosa di duro che sbatte contro lo scafo.

“Hai sentito” sussurro

“Si, c’è qualcuno”

Attraverso lo spessore delle paratie arriva il suono di voci sommesse. Mi vesto ed esco fuori, ancora mezzo addormentato, mentre Lizzi si ferma a metà strada, ai piedi della scaletta che porta sul ponte. Due barchini sono affiancati alla Barca Pulita e in 4 sono già saliti a bordo. Resto interdetto. Salire su una barca senza chiedere permesso è come entrare in una casa senza bussare. Se poi accade in piena notte non c’è da aspettarsi niente di buono.

“Devo cacciarli via”, penso, “prima che si accorgano che siamo solo in due”. E se dovessimo venire alle mani? Mi metto a gridare? Magari sono armati? Però sono piccoli, penso, ricordandomi le dimensioni di quello con la pipetta, e poi, per quello che ne sanno a bordo potremmo anche essere in molti.

I nostri ospiti indesiderati si sono sistemati a poppa, accovacciati attorno al pozzetto. Distinguo a fatica i visi, sotto la luna. Sembrano giovanissimi. Ce ne è uno che mi guarda fisso, con un mezzo sorriso, e fa con la mano uno gesto, come di qualcuno che porta qualcosa alla bocca.  Ma si, lo riconosco, è il tizio della seconda barca!

“Sai cosa ti dico, mi sa che li abbiamo invitati noi” sussurro a Lizzi, che è rimasta a far capolino dal tambuccio di poppa.

Mi rilasso e cerco di assumere l’espressione più naturale del mondo mentre stringo le mani di tutti, mi siedo tra loro e faccio segno (non si sa mai) di parlare piano, come se altra gente, sottocoperta stesse dormendo. Capiscono. Abbassano le voci. Lizzi passa fuori bicchieri e bevande. Coca cola, acqua e limone, succo di frutta, te freddo, biscotti. Tutte voluttuosità che di solito mancano a bordo, ma a Singapore abbiamo fatto una buona scorta, ed ora possiamo permetterci di fare un figurone.

Davanti al cibo i nostri ospiti diventano cerimoniosi. Accettano un biscotto a testa, e lo mangiano a piccoli morsi, accompagnandolo con un assaggio di tutte le bevande. Acqua e limone, e Coca Coca ottengono i risultati più lusinghieri nella classifica muta dei gradimenti. La conversazione però langue. Anzi è ferma del tutto. L’unica cosa che riesco a capire è il termine “Orang Laut” che  ripetono più volte riferendosi a se stessi. Significa “Uomini del mare”.

Si riferisce ad una razza di individui senza terra, che vivono sul mare, usando le barche come case, come fanno i loro cugini Moken che stanno in Tailandia e Malesia. Cugini alla lontana, però, perchè lo barche degli Orang Laut non assomigliano per nulla a quelle dei Moken. Queste ultime sono lunghe e affusolate, come eleganti canoe su cui sia stata depositata una casetta di paglia, mentre quelle degli Orang laut sembrano navi in miniatura, panciute e tondeggianti, come fossero la riproduzione giocattolo di antiche caravelle.

“Che fortuna” dico a Lizzi, domani cominciamo a filmarli, e mentre lo dico immagino già il titolo del documentario che faremo: “Vita con gli uomini del mare”.

Un nuovo colpo sullo scafo, intanto, annuncia l’arrivo di una terza canoa, e altre due ne scorgo che si avvicinano, sbucando dalla superficie scura del mare.

” e adesso?” dice Lizzi

“Adesso li mandiamo tutti a casa” rispondo.

Provo ancora vergogna per la mia paura di prima e mi spiace di aver pensato male, ma resta il fatto che non è prudente lasciare che la barca venga invasa da una moltitudine di zingari, tantopiù che è notte, e che siamo in una baia deserta, in mezzo al nulla.

Li affronto, prima che abbiano il tempo di saltare a bordo.

Una strana barchetta - Isole Riau

Una strana barchetta – Isole Riau

“No, no, no”, urlo, bloccando con la mia persona il primo che tenta di salire. Restano interdetti, ma si fermano. Uno di loro ha portato una ciotola di legno con del pesce, e la appoggia sulla falchetta, con una espressione indecifrabile. Il pesce è vecchio e puzza terribilmente. Non capisco se sia un regalo o uno scherzo, e non so bene cosa fare. Finisce che mi tappo il naso e faccio una smorfia. Ridono tutti. Meno male. Ne approfitto e faccio segno che vogliamo dormire, appoggiando la guancia di lato sulle mani congiunte. Capiscono, anche i primi 4, che riguadagnano le barche e si staccano dal nostro fianco e remando lentamente scompaiono nella notte senza vento.

“Meno male”

“Torniamo a dormire?”

“Non so. Che ore sono?”

“Mezzanotte”

“Meglio di no. Meglio restare sul ponte. Non si sa mai” Tanto più che dentro fa un caldo infernale. Portiamo fuori i materassi restiamo semisdraiati sotto le stelle, tenendo d’occhio a turno i fuochi lontani delle barche alla fonda, e l’oscurità silenziosa dell’acqua attorno alla Barca Pulita. Ma non succede più nulla. Le stelle lentamente si spostano nel firmamento. Le ore passano. I fuochi ad uno ad uno si spengono e il silenzio è rotto solo dal rumore di qualche grosso pesce che salta fuori dall’acqua.

“In che strano posto mi hai portato”

“Forse non volevano essere scortesi. In fondo li abbiano invitati noi”.

“Si, però sono arrivati a mezzanotte”

“E cosa ne sai, forse da loro si usa così”

I canoni di corstesia cambiano con la latitudine e la longitudine. Quelli che ruttano in metà del mondo sono considerati dei maleducati, mentre nell’altra metà sono raffinati anfitrioni che esprimono così il gradimento per la cena e l’ospitalità”

“E ti ricordi quando in Tailandia continuavo ad accarezzare i bambini sulla testa?” Continuammo a farlo finchè qualcuno più comprensivo ci svelò che toccare una pesrsona sulla testa in Tailandia è un’atto di grave maleducazione: la testa è la sede dello spirito e dell’anima, e quindi è sacra e intoccabile.

Alla fine ci addormentiamo, anche se ci eravamo ripromessi di non farlo.

“Svegliati, pigrone, guarda che roba, non c’è più nessuno”.

La voce di Lizzi è allegra come la luce del sole che riempie l’aria di riflessi abbacinanti. La Barca Pulita ondeggia dolcemente sotto l’effetto della prima brezza del mattino, e la baia dove siamo ancorati è di nuovo deserta.

“Ma dove sono andati tutti quanti”

“Non lo so. Mi sono appena svegliata, e già non si vedeva più nessuno”.

Scruto col binocolo verso Est, oltre il rpromontorio da dove erano comparsi, e verso Ovest, dall’altra parte, verso un grupo di isole che si scorgono in lontananza, ma non c’è nulla in questo mare solitario che faccia pensare alla presenza di altri esseri umani.

“Mi dispiace proprio”

“Certo, se fossimo stati più gentili. Se li avessimo lasciati salire a bordo..”

Gli Orang Laut sono scomparsi. Come un sogno che si scioglie con la luce forte e salda del sole. Sulla falchetta della Barca Pulita però è rimasta la ciotola col pesce, quella che ci hanno messo a bordo gli ultimi arrivati, a confermare che non abbiamo sognato.

Gen 012000
 
Cibo per maiali - Irian Jaya

Cibo per maiali – Irian Jaya

Biak sulla carta era la città più grossa che avremmo incontrato da quando abbiamo lasciato l’Australia. E le nostre aspettative erano altrettanto grosse: far riparare il fuoribordo, fare il pieno di gasolio, cercare un posto per far lavare la biancheria, fare acqua e provviste, spedire un pò di cartoline, farci un buon pranzo cucinato da altri, magari un gelato…

Purtroppo la città non è all’altezza della situazione. Probabilmente un tempo era un pò più organizzata e un pò più frequentata da turisti. Ma da quando la Garuda, per mancanza di fondi, ha soppresso i voli internazionali con gli stati Uniti, a Biak non c’è più traffico aereo e di conseguenza non viene  più nessuno. Tutto sommato a noi va meglio così, ma le speranze di approvvigionamento e di  un pasto decente si assottigliano. Ci sono degli alberghi per turisti che per la maggior parte sono chiusi, ci sono dei ristoranti che non cucinano più, ci sono un paio di supermercati, ma che hanno poca roba polverosa e poca scelta.

La gente è simpatica ed estroversa, si capisce che un tempo è stata abituata a trattare con gli stranieri. E’ il caso di Matheus. Prima  lavorava in un albergo e faceva la guida, ora non fa nulla e ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa.

Gli sottoponiamo i nostri problemi.

Al gasolio ci può pensare lui.  Prenderà  a prestito da un suo amico dei bidoni, andrà al deposito dei carburani a riempirli e ce li porterà in barca con la canoa. Dobbiamo solo anticipargli i soldi. Speriamo in bene, d’altronde non c’è alternativa.

Il bucato? Non c’è problema, lo fa sua mamma

“Vieni, sta già facendo il suo”

E mi porta dietro casa. C’è un cortiletto di fango, dove scorazzano galline e una capra nera che  bruca dei cartoni. La madre sta strofinando dei panni su un’asse microscopica appoggiata per terra . Ha a disposizione un grosso catino di stagno riempito con l’acqua del pozzo.

Penso a tutti gli asciugamani e alle lenzuola che si sono accumulati in attesa di essere lavati, glisso un pò, e penso di tentare in un albergo

“Tanto anche lì lavano allo stesso modo” mi ricorda Carlo

Nel frattempo abbiamo trovato una specie di pasticceria. Si chiama Nirvana e insieme a dei caffè lunghi e dolcissimi serve dei dolci di crema e di mele. Se si riesce a ignorare la popolazione di formiche microscopiche che li percorrono, sono ottimi.

Cibo per maiali - Irian Jaya

Cibo per maiali – Irian Jaya

Ma per noi la cosa più bella è sempre il mercato. La verdura e la frutta fresca quando si viaggia per mesi in barca in luoghi isolati, sono sempre un miraggio. Il mercato di Biak è un’emmenso susseguirsi di bancarelle di legno e di teli poggiati direttamente sul terreno. Dei pezzi di plastica coprono le bancarelle per ripararle dalla pioggia ricorrente. Intorno, nella penombra e tutto un alternarsi di verde, di giallo e di rosso.  Il verde delle innumerevoli erbe della maggior parte delle quali ignoriamo il sapore e l’utilizzo, il giallo dei limoni, dei manghi, delle papaie, il rosso dei rambutan, delle rape, dei peperoncini.

Ci sono bancarelle dove si vendono pezzi di pesce affumicato e molluschi infilzati su stecchi di paglia, ci sono montagne di uova verdi o di uova nere, ci sono cete di farina di taro e montagne di polpa di bambù, bianca e umida dall’odore acre. Nel lato esterno, direttamente sul selciato della strada sono esposti i pesci, alcuni appena pescati, altri che rivelano inconsolabilmente la loro età.

Noi ci aggiriamo in cerca di quello che conosciamo. Cipolle non ce ne sono e ci dobbiamo accontentare degli scalogni: 5 chili, mentre la donna pima di noi ne aveva comprati tre pezzi!! Anche le patate non ci sono, ci sono tuberi di vario tipo, dolci e no, che si mantengono per tanto tempo o che vanno a male dopo un paio di giorni. I pomodori sono brutti, verdi e piccolissimi. Ci riempiamo lo zaino di lime, di fagiolini lunghi 30 centimetri, di melanzane, di cavoli capuccini che sfogliati dureranno per mesi, di papaie acerbe, di carote.

Alla fine troviamo dei taro. Si tratta di un tubero spugnoso, che abbiamo imparato a mangiare in polinesia. E’ saporito e si conserva per tanto tempo. E difficile da trovare e siamo contenti che qui ci sia. Contrattiamo sul prezzo, e ce ne portiamo via un pò. Quando arriviamo alla barca Matheus è sorpreso.

“A cosa vi serve quello?” Indicando il taro

“Per mangiare”

“No quello è: “makan babi”. Mangiare per i maiali, scommetto che lo avete scambiato per un taro!”

Gen 012000
 
Biak - Irian Jaya

Biak – Irian Jaya

Dobbiamo lasciare Biak in fretta e prima del previsto.

Matheus ci ha detto che a Wamena, nell’interno, ci sono dei disordini:

“E’ stata innalzata la bandiera della Papua, i militari hanno sparato e una ventina  di persone sono morte.  A Jaiapura ci sono continue manifestazioni, anche a Sorong.  Ora anche qui, a Biak, stanno arrivando i militari.”

Di questo ce ne siamo già accorti. Oltre alla solita nave rugginosa e sgangherata ancorata in rada, per strada abbiamo visto camionette e jeep militari. Tutte le mattine incontriamo soldati che fanno jogging. Sono a torso nudo, hanno le facce da bambini e le schiene lucide di sudore. Sopra di noi sfrecciano continuamente aerei da caccia, vecchie carrette presumibilmente, ma di sicuro non sono aerei civili. Abbiamo anche visto arrivare un velivolo tipo C130, adibito al trasporto truppe.

Ieri stavamo aspettando di essere serviti nell’unico ristorante decente che abbiamo trovato in tutta Biak. Dopo 10 minuti di attesa, tempo già insolitamente lungo, sono entrati una ventina di militari con la divisa da piloti. Non è più stato possibilie mangiare. Tutto il personale era dedito a loro e dopo mezz’ora di attesa per un piatto di nuddles fritti, ce ne siamo andati.

Poi abbiamo passato il pomeriggio all’ufficio immigrazione per tentare di rinnovare il nostro permesso di soggiorno. Contavamo di estenderlo per due mesi come abbiamo fatto altre volte ma i funzionari sono stati evasivi: c’è bisogno di un’autorizzazione da Jakarta.

Da ieri poi c’è un elicottero che ronza sulla barca a intervalli regolari. Ha cominciato la mattina, mentre stavamo lavorando sottocoperta. Più tardi ci ha controlalto per tutto il tempo che abbiamo passato a scaricare il gommone dalla spesa. E’ tornato nel pomeriggio e stamattina è ancora qui sopra che gira.

Fa impressione pensare che a poche ore di navigazione ci sono villaggi che non hanno luce elettrica non hanno scuole e non hanno ospedali, e vedere contemporaneamente i militari sprecare risorse e cherosene per fare tutti questi giri per aria con gli elicotteri.

Volevamo fare un’ultima ripresa al mercato della frutta e a quello del pesce, ma ci sono troppi soldati per pensare di poter scorrazzare in giro con telecamere e cavalletti. Sono ragazzini, armati e spaventati. Gli abitanti di Biak ostentano palesemente il loro risentimento nei loro riguardi. Ogni volta che siamo su un taxi collettivo e incrociamo una truppa tutti gli occupanti del pulmino lanciano invettive, commentano in malo modo, sputano. I nervi dei ragazzini ventenni potrebbero saltare da un momento all’altro.

Decidiamo di lasciar perdere le riprese al mercato, di rinunciare al rinnovo del visto, di farci timbrare il passaporto e di lasciare  ufficialmente dall’Indonesia. Non ci fermeremo in nessun’altra città della costa, ma solo su qualche isola lontana dove non arrivano nè i militari nè la burocrazia.

Biak - Irian Jaya

Biak – Irian Jaya

La barca è a posto: abbiamo 1000 litri di gasolio nei serbatoi più 100 in quello di giornata, abbiamo 1000 litri di acqua potabile più 100 da bere, abbiamo 3 chili di riso, 3 di farina, 5 di pasta, 3 di zucchero, cus cus, lenticchie e fagioli secchi, verdura e frutta in scatola, 20 scatolette di tonno, 20 pacchi di pan carre, biscotti secchi, crakers, cacao, te, caffe solubile, latte, altre bazzecole di poco conto, ma che in navigazione hanno l’enorme pregio di variare i gusti e di migliorare la vita. La cosa più importante però sono i rimasugli della scorta che ci eravamo fatti in Australia a Giugno e che ci siamo centellinati e lasciati apposta per questo tratto di navigazione: 8 piccoli camambert in scatola, un pacco di formaggio plasticoso tipo olandese, 4 confezioni di formaggio da spalmare,  3 pacchi da 20 di sottilette, un pezzo di grana sottovuoto che ha sfidato la dogana australiana, dei wurstel in scatola, due paté di prosciutto  e meraviglia assoluta, un trancio di spek che avevamo perso di vista e abbiamo ritrovato riordinando il frigorifero.  Tutto il ben di Dio di verdura e frutta fresca che ci siamo procurati al mercato lo abbiamo sistemato negli appositi cassetti di prua. Ogni singolo pezzo è stato ispezionato e pulito per prevenire marciscenze puzzolenti e per evitare di riempire la barca di bestie. Anche in navigazione dovremo tenere il nostro patrimonio sotto controllo, per farlo durare il più a lungo possibile. Stamattina poi ci siamo procurati 50 uova. Il segreto per mantenerle per tanto tempo è quello di cospargerle di vaselina e renderle così perfettamente impermeabili all’aria.

Ci aspetta una navigazione di 2000 miglia intorno alla Papua Nuova Guinea prima di arrivare in Australia sulla Grande Barriera corallina. Ci vorrà qualche mese. Ci fermeremo solo su isole lontano dalla costa dove difficilmente riusciremo a trovare altri rifornimenti, e dobbiamo fare in modo di essere autossuficienti.

Gen 012000
 
Incontriamo Qualcuno - Isola di Waigeo

Incontriamo Qualcuno – Isola di Waigeo

Finalmente, dopo più di 15 giorni abbiamo incontrato qualcuno, e contemporaneamente abbiamo risolto il mistero della capanna e del campo abbandonati. La mattina successiva a quella dal nostro arrivo nei pressi della radura abbandonata abbiamo visto arrivare due canoe con la vela mezza blu e mezza arancione fabbricata con vecchi teli e con sacchi del riso. A bordo si vedevano un bel pò di teste. Non appena le canoe sono giunte a riva gli occupanti si sono incamminati verso la capanna, e a quel punto siamo scesi anche noi.

Erano due coppie una di anziani, una di giovani e 4 bambini tutti piccolissimi che sono scappati appena ci hanno visti e si sono rifugiati piangendo tra le gambe di quella che doveva essere la madre.

Gli adulti invece sembravano felici di vederci. Il più giovane ci ha dato il benvenuto e si è presentato.

Il suo nome è Luis, gli altri sono sua moglie, i suoi figli e i suoi suoceri. Quella che a noi ara sembrata una capanna abbandonata in realtà è una specie di residenza di campagna perchè quello è, come dice lui, il suo garden, un appezzamento di terreno che ha recintato per impedire ai maiali selvatici di entrarci e all’interno nel quale coltiva patate dolci, papaie, banane e poche altre cose.

La famiglia generalmente sta qui, ma per il fine settimana con la canoa torna al villaggio villaggio (che sta in qualche posto imprecisato lungo la costa) per la funzione della domenica, e dopo qualche giorno, sempre via mare,  torna qui a coltivare il campo.

Finalmente! Siamo contenti di aver incontrato qualcuno. Siamo contenti di aver scoperto che nei paraggi c’è un villaggio, e soprattutto siamo contenti di riuscire ad intenderci. Luis infatti parla Bahasa indonesia, la lingua ufficiale indonesiana, di cui noi conosciamo qualche centinaio di parole ma che qui in Irian Jaya parlano in pochi, soprattutto in queste aree isolate dove poca gente è andata a scuola. Luis però deve proprio uno colto, perchè subito snocciola anche una decina di parole in Inglese. Bene, almeno riusciremo a farci raccontare qualche cosa.

Incontriamo Qualcuno - Isola di Waigeo

Incontriamo Qualcuno – Isola di Waigeo

E lui ci racconta, tanto per cominciare, che l’Irian Jaya presto sarà indipendente. E ci informa, cosa che non sapevamo ancora, che il governo indonesiano ha acconsentito a ridarle il suo nome antico, cosicchè ora questa regione si chiama Irian Papua.

Gli chiediamo scusa per aver sottrato indebitamente un paio di tuberi, ma lui ce ne porta in barca un sacco pieno. Ricambiamo con un vasetto di miele e una scatola di mais dolce, e il giorno dopo i bambini non hanno più così paura di noi.

Il suocero ci fa vedere una gabbia di bambù nella quale è racchiuso un uccello grosso come un tacchino. Ci dice che è il simbolo dell’Irian Papua, come l’uccello del paradiso è il simbolo della Papua Nuova Guinea.

Al di là della testa coronata (secondo la nostra guida è un Victoria crown pingeon) non può certo competere in bellezza con l’uccello del paradiso, ma deve essere buono. Il vecchio ci spiega che nella giugla vicino alle capanne ha posizionato una mezza dozzina di trappole e tutte le mattine trova uno o due bestie imprigionate.

“Ai bambini fanno bene! La carne li fa crescere forti! Avremo un grosso paese da popolare!” per Luis tutti i discorsi finiscono sempre con la costruzione della repubblica indipendente di Irian Papua.

“Ci vorranno anni, ma i miei figli alla fine non saranno più indonesiani”

Ci racconta anche che la politca famigliare del governo indonesiano esorta le coppie a limitarsi ad avere due figli, mentre quella del movimento indipendentista esorta ad avere tanti.

“L’Irian Papua è un paese grosso e noi dobbiamo popolarlo”

Mi chiedo come, dato che la stragrande maggioranza del territorio è copero da giugla, montagne altissime con nevi perenni, e mangrovieti.

Luis comunque non ha perso tempo. Ha già 4 figli tutti distanziati di un anno l’uno dall’altro e la moglie che allatta ancora gli ultimi due, ha un pancione che dice che il quinto arriverà tra poco.

La moglie parla poco. Solo dopo un pò di giorni sono riuscita ad afferrare il suo nome. Si chiama Malaika. Mi spiega che vuol dire angelo.

Curioso: è la stessa parola che si usa all’estremità opposta dell’oceano Indiano, sulla costa dell’Africa orientale nella lingua Suaili!

Gen 012000
 
Stretto di Clarence - Australia

Stretto di Clarence – Australia

Comincia il mio turno, e mi sveglio a fatica. Sono andato a dormire alle sette di sera dopo un tramonto bellissimo e la cena con spaghetti aglio olio e peperoncino più verdure in scatola saltate in padella.

Alle sette e mezzo, finalmente, insieme con la cena e con il tramonto, il GPS ci ha servito la notizia che la punta orientale di Melville era doppiata. Doppiata con pochissimo vento, onda fastidiosa al traverso e corrente contraria. Doppiata comunque, e finalmente non siamo più di bolina.

L’isola non si vede, perchè nonostante ci sia la luna la sua costa bassa si perde nei riflessi del mare.

In realtà, secondo i nostri programmi, dovremmo già essere lontani da Melville e dall’acqua fangosa che circonda l’Australia settentrionale. Ma prima di partire Glenn, uno degli aborigeni con cui abbiamo fatto amicizia alle Tiwi Islands, ci ha dato un’informazione importante. Ha detto che ci sono ancora delle piccole comunità di aborigeni che vivono per conto loro nella zona dello stretto di Medina.

Cercandolo sulla carta abbiamo scoperto che è proprio dall’altra parte dell’isola di Melville, sul lato sud, e che ha un’entrata difficile, con un passaggio profondo appena tre metri. Eravamo indecisi. Circumnavigare Melville avrebbe comportato navigare controvento. Ci  sarebbero voluti un paio di giorni, e noi siamo già un po’ in ritardo sui nostri programmi. Ma  Glenn ha aggiunto un’ultima informazione:

“Loro pescano i dugonghi, perchè la’, ce ne sono molti”

E questo ci ha fatto decidere. I dugonghi sono animali rari. Una sola volta ne abbiamo visto una coppia di sfuggita in Mar Rosso e poi mai più. Sono mammiferi e il loro aspetto è a metà strada tra un delfino e un leone marino. Vivono relativamente vicino a terra, si nutrono di alghe e le mamme hanno l’usanza di portarsi il piccolo in groppa per i suoi primi due anni di vita. Sono difficili da vedere e da fotografare perchè ne sono rimasti veramente pochi.

Così abbiamo salutato gli amici di Snake Bay, abbiamo salpato l’ancora e invece di puntare verso nord e verso l’acqua blu dell’oceano, ci siamo diretti a est, continuando la circumnavigazione di Melville.

Per tutta la mattina, tutto il pomeriggio, tutta la notte e tutto il giorno successivo abbiamo navigato controvento. E’ stato scomodo ma non terribile. Il mare era grosso e contrario. Le onde ogni tanto salivano a bordo. Le ancore urtavano tra loro facendo un gran baccano perchè prima di partire avevamo dimenticato di bloccarle, ma il cielo era incredibilmente sereno, e la temperatura ideale. E’ arrivata la seconda notte, e col buio, abbiamo doppiato la punta orientale di Melville e ora, finalmente, non siamo più di bolina.

Nel turno di Lizzi, tra le sette e le 10 di sera,  il vento si è stabilizzato ed è girato a Nord. Ora e’ abbastanza forte e facciamo 6 nodi con tutte le vele a riva. Forse dovremmo ridurre la randa di maestra perchè è troppo grande rispetto al vento che c’è. Ma non ne ho voglia. Sono troppo addormentato. E Lizzi è appena andata a dormire. Per ora continuiamo così, poi vedremo. Dobbiamo fare una decina di miglia verso sud, poi doppiato un gruppo di secche pericolose (si chiamano Abbot Shoal) dovremo poggiare verso ovest in direzione dello stretto di Clarence che a quel punto sarà distante circa 25 miglia. Dovremo stare attenti. Il golfo di Van Demen è pieno di secche e di scogli e ci sono correnti forti dovute alle maree. Ora la corrente è contraria ma mi sembra che stia cominciando a invertirsi, e da mezzanotte in poi sarà favorevole.

Qualche anno fa, quando navigavamo solo con l’aiuto del sestante, non avremmo mai osato tentare un passaggio così complicato di notte. Ma con gli strumenti elettronici è tutto facile perchè sappiamo sempre esattamente dove siamo.

Intanto fuori c’è una luna meravigliosa.

 Ore 00.30 Forse la corrente è davvero girata in favore. La nostra velocità è aumentata e facciamo più di 8 nodi. Mancano 3 miglia agli Abbott Shoal che sono segnalati da una piccola boa rossa. E la lucina rossa intermittente della boa si vede già.

 Ore 04.30

Stretto di Clarence - Australia

Stretto di Clarence – Australia

Il vento, di colpo è girato di 60°. Prima veniva da Nord Est, ora arriva da Sud. Anche la corrente è girata ed è di nuovo contraria. Risultato: siamo controvento e facciamo solo due nodi. Lo stretto di Clarence è a 11 miglia e a questo punto, andando così piano, è difficile prevedere quando ci arriveremo. Il mare, però, è straordinariamente calmo e la barca scivola sulle onde come se la superficie fosse vellutata.  Stando dentro si sentono solo fruscii e sciacquii, mentre fuori la luce della luna fa brillare tutto quanto, e dall’altra parte, verso Est, si vedono i primi segni dell’alba.

 Ore 06.30

Il cielo è tutto rosato, e sta per nascere il giorno. Mentre noi corriamo a sei nodi su un mare liscio e amichevole, gli strumenti dicono che siamo sempre più o meno nello stesso posto, a una decina di miglia dallo stretto di Clarence. Se la corrente è così forte qui, non posso pensare come sarà nel passaggio largo appena un miglio tra le due isole.

Sono stanchissimo e ho una voglia prepotente di dormire. Per tutto il mio turno ho cercato sul portolano e sui documenti nautici qualche informazione sull’alternarsi delle correnti nello stretto di Clarence, ma non ho trovato niente. C’è solo una nota: dice che nello stretto le correnti possono essere violentissime. Non importa. Il mio turno è finito. Adesso vado a svegliare Lizzi e faremo colazione, poi si vedrà.

Gen 012000
 
Quando arrivò la prima nave… - Papua Nuova Guinea

Quando arrivò la prima nave… – Papua Nuova Guinea

“Quando arrivò la prima nave, tutti si spaventarono e corsero a nascondersi dentro la foresta. Nessuno aveva mai visto i bianchi. Nessuno aveva mai visto una nave come quella. Poi i bianchi scesero a terra e portarono dei regali e la paura della gente diminuì un poco. Rimasero pochi giorni, e al momento di partire presero due uomini, e li portarono con loro.”

“La seconda nave arrivò dopo qualche anno. A bordo c’erano i due che erano stati rapiti. Conoscevano la lingua dei bianchi e dissero che sulla nave c’erano tante cose da prendere”  Sull’isola a quei tempi vivevano più di 2000 persone divise in tanti clan, sempre in lotta tra loro. Per l’occasione si misero daccordo e di notte assaltarono la nave. Uccisero tutti e presero tutto quel che c’era. Poi alzarono le vele, tagliarono in cavo dell’ancora e diedero fuoco. La nave se ne andò da sola, in fiamme e affondò Era ancorata li, nella baia, proprio dove siete ancorati voi”

Joseph con i suoi 75 anni è il patriarca del villaggio. Da quando ha saputo che scriviamo libri ha cominciato a ripeterci che lui aveva una storia da raccontarci. Ed eccoci qui, seduti sotto una palma, a due metri dal mare, ad ascoltarlo. Joseph racconta in Pidgin, e Nuno, il maestro del villaggio, traduce per noi in Inglese.

“Anni dopo arrivò una terza nave. Gli uomini di qui non riuscirono a mettersi d’accordo per razziarla, anzi uno dei capi diede il permesso ad un bianco, che aveva con sè dei lavoratori, di fermarsi sull’isoa per cominciare a lavorare la copra. Dopro breve però il nuovo arrivato si accorse della presenza di ogetti sospetti: una grossa ancora, una campana, le pentole, e cominciò a chiedere informazioni sulla loro provenienza. Ciò non piacque agli abitanti di Mussau che uno dopo l’altro eliminarono tutti i nuovi arrivati. Solo due, riuscirono miracolosamente a scappare su una canoa e ad approdare settimane dopo, in un villaggio sulla costa, dove riuscirono a dare l’allarme.

Quando arrivò la prima nave… - Papua Nuova Guinea

Quando arrivò la prima nave… – Papua Nuova Guinea

“Allora arrivò una nave grande, con tanti uomini armati. Anche gli abitanti dell’isola erano armati, con i fucili che avevano preso alle prime navi, comunque scapparono nella foresta. Ci furono inseguimenti e sparatorie ma nessuno poteva vincere. I bianchi erano tanti, ma la foresta era troppo fitta per stanare gli isolani. Dopo qualche settimana i bianchi proposero un accordo. La gente dell’isola avrebbe potuto tenersi ciò che aveva preso dalle navi, e i bianchi avrebbero potuto sbarcare e coltivare la copra. I capi dei villaggi accettarono e da allora c’è sempre stata la pace.”

“Ma quando è successo Joseph?”

“Tanto tempo fa.”

“Erano navi tedesche?”

“No, prima, tanto tempo prima”

Per confermare la sua storia Joseph ci mostra una pentola, recuperata dalla nave che venne razziata, e che per anni è stata usata nella sua famiglia, fino a quando non si è deciso di tenerla come un cimeglio. E’ un oggetto vecchissimo, di rame, tutto verde di ossido, assottigliato dall’uso e pieno di buchi.

“Dopo qualche anno i bianchi se ne andarono, ma gli uomini di Mussau ormai avevano imparato ad usare i fucili e siccome erano sempre in guerra tra loro, morì tantissima gente. Gli abitanti di Mussau, a quei tempi, erano anche mangiatori di uomini” ci confida Joseph tra una risata  e l’altra.

Quando sono nato io sull’isola c’erano rimaste solo due famiglia, 24 persone in tutto.

“Io e i miei fratelli ci siamo andati a prendere una moglie sull’isola di Manus e poi siamo tornati. Altri invece sono rimasti lontano”

Oggi la popolazione di Mussau ha ripreso a crescere e siamo più di 200. La storia di Joseph finisce qui. Lui la recita a memoria. L’ha appresa da suo padre, e questi da suo padre, e così via, all’ndietro, non si sa per quante generazioni. Noi cerchiamo di sapere di più, quando, come e poi? Ma lui sembra quasi infastidito, e dice che la storia raccontata dagli anziani è solo quella.

Bisogna accontentarsi!