Gen 012002
 
Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

La spiaggia di Ambrin non cessa di riservarci sorprese! Dopo le pozze calde, la caccia al maiale selvatico, la raccolta delle uova di megapode, oggi la sorpresa viene dal mare!

Stavamo nuotando con la maschera intorno alla barca in cerca di qualcosa da fotografare. L’acqua è limpidissima tanto da poter distinguere le pietruzze che compongono il fondo nero a 5 metri di profondità.

All’improvviso alla mia sinistra ho scorto una macchia bianca, una cosa che stava scendendo dalla superficie ed è arrivata giù giù fino a distendersi sul fondale e incominciare a sondarlo lentamente con la punta del naso.

Un dugongo!!

Da quando siamo partiti dall’Italia abbiamo sempre cercato di incontrarne uno: in Mar Rosso, lungo la costa dell’Africa, in Tailandia, in Indonesia. C’era sempre qualcuno che ci diceva che si che ne aveva visti, che se ne vedevano spesso. Ma noi mai. Addirittura in Papua Nuova Guinea sulle bancarelle del mercato vendevano grasso di dugongo (o per lo meno così avevamo capito) ma mai una volta che ci fosse capitato di vederne uno, anche da lontano, quando vengono in superficie a respirare.

Il dugongo è un mammifero marino, della famiglia delle Sirenidi e viene anche chiamato vacca di mare o lamantino.

Sapevamo che alle Vanuatu ce ne erano. Addirittura a Port Resolution ce ne era uno stanziale nella baia, che gli abitanti del villaggio chiamavano da riva battendo le mani sull’acqua. Ma era morto qualche anno prima, e a noi era toccata solo la visione delle sue ossa composte in una specie di tomba sulla spiaggia!

Ma qui, invece lo abbiamo a pochi metri, inaspettatamente, all’improvviso.

Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

Piano piano nuotiamo nella sua direzione, muovendo pochissimo le pinne, fino ad arrivare esattamente sopra di lui. Ha una specie di proboscide sulla parte anteriore del muso con la quale sembra annusi il terreno, ma evidentemente bruca le piccole alghe che sono sul fondo inframmezzate ai ciottoli neri. Va avanti così per un po’ con due pesci pilota che gli stanno appiccicati ai fianchi e che si muovono all’unisono con il suo corpaccione lungo più di tre metri, nel quale gli anelli di grasso sono sottolineati dai movimenti dell’acqua.

Avanza sul nero di pochi centimetri per volta, provocando delle piccole nuvole di polvere ai lati della sua proboscide. Poi all’improvviso si da una spinta, si solleva in verticale e viene su, verso di noi, fino a incontrare la superficie dell’acqua e respirare. Dà un paio di boccate, con piccoli spruzzi, come un delfino. Restiamo immobili e indecisi sul da farsi, non osiamo nemmeno scattare una foto nel timore che il clik riveli la nostra presenza, o lo faccia spaventare. Tra l’altro affiora nella nostra mente un monito che ci aveva dato un pescatore a Port Rsolution:

“State attenti se vedete un dugongo in mare, perché combattono a testate” Ma non ci viene proprio di aver paura di quel ciccione con la ciccia un po’ tremolante, che dopo aver preso aria ed essere rimasto per poco in superficie prende nuovamente a scendere verso il fondo.

Di noi pare non essersi nemmeno accorto, forse siamo controluce, forse è cieco. Forse non gli importa assolutamente di noi!

Ci immergiamo ripetutamente per filmarlo e fotografarlo. Lui è sempre lì a brucare, con i pesci pilota al suo fianco, incurante di quello che gli succede intorno. Evidentemente questa è l’ora del pasto, e niente e nessuno gliela può guastare. Ogni tanto sale, prende aria e ridiscende spostandosi solo di pochi metri dal luogo iniziale.

Quando abbiamo filmato e fotografato tutto quello che c’era da riprendere, e dopo che abbiamo preso confidenza con quella forma chiara che tanto contrasta con la sabbia vulcanica del fondo, decido che è il momento di diventare più intimi. Così, mi porto sopra di lui e piano piano scendo sul fondo, fino ad arrivargli accanto e vedere nitidamente le alghe che spariscono nella sua proboscide. Poi allungo la mano e gli do una carezza. Tocco una massa vellutata, tremolante, come se fosse tutta piena d’acqua. Lui si irrigidisce e fa un impercettibile scarto. Impaurita torno subito su, in tempo per vederlo girare, guardarsi in torno e poi allontanarsi nuotando sul fondo a una velocità sorprendente e inaspettata per la sua massa. Cerchiamo di seguirlo, ma quasi subito perdiamo di vista la sua sagoma bianca e il fondo sotto di noi torna un’unica distesa di nero.

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