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Festa per noi - Luf, Atollo di Heremit

Festa per noi – Luf, Atollo di Heremit

Oggi qui sull’atollo di Heremit è il gran giorno. Ci troviamo qui da alcune settimane e oramai tutti ci conoscono e siamo in buoni rapporti, specialmente con Robert, la nostra guida.

Ha piovuto tutta la mattina e quando alle 11 scendiamo a terra sta ancora gocciolando.  Robert, che come sempre ci fa da scorta, è venuto ad attenderci sulla spiaggia e ci porta in una capanna che serve per le assemblee del villaggio: poco più di una tettoia di frasche, il pavimento di sabbia, un pò di panche e un tavolone di legno.

Oggi gli abitanti di Luff sono tutti in ghingheri. Gli uomini con pantaloni lunghi, camicia e cravatta e soprattutto scarpe! E a parte Robert, che calza dei mocassini improbabili, gli altri esibiscono delle scarpe da tennis nere con le stringhe bianche.

Le donne invece sono vestite con gonne lunghe della foggia diversificata. Alcune hanno dei sarong, altre dei vestiti di cotone, Lina costringe i suoi 100 chili in una specie di tailleur, mentre Wilma alta e sottile, indossa una lunga gonna bianca, una T-shirt dello stesso colore e un gilet di velluto a coste beige! Chissà da che parte sarà uscito. Una ragazza sfoggia addirittura un bolerino di falso broccato, rosa shoking!

Io sono in pantaloni e Carlo in bermuda, ci scusiamo un pò, ma a nessuno importare granché.

Dopo un pò che siamo nella capanna arriva una processione di ragazze portando ogni ben di Dio: fette di pane di sagù e di cassava adagiati su foglie di banano, pesce con verdure, pesce fritto, torta di cassava e banane, piatti di frutta, verdure in umido……da far venire l’acquolina in bocca.

Però non è ancora il momento di assaggiare: prima ci vogliono dedicare una canzone. E’ uno degli inni che cantano in chiesa, ma scelto con cura, e parla di amici venuti da lontano su una barca.

Festa per noi - Luf, Atollo di Heremit

Festa per noi – Luf, Atollo di Heremit

Il nostro pranzo intanto è rimasto in custodia dei bambinetti incaricati di scacciare le mosche usando dei rametti verdi. Dopo due canzoni sembra arrivato il momento di sedersi a pranzo. La tavola non è grande ed è subito chiaro che non sarà possibile starci tutti. Ci sediamo noi, si siede Robert e qualcun altro. Tutti gli altri sono attorno, in piedi, a ridere e a guardare. Ma non si può ancora mangiare: prima la preghiera!

Tutti si alzano di nuovo, abbassano gli occhi, e ringraziano Dio per il cibo, il pesce, gli amici.

E finalmente si magia per davvero. Le donne vengono a turno a servirci e ognuna porta quello che ha cucinato, e c’è una specie di gara a farmi provare tutto.

“Questa e la zucca con il latte di cocco che ho colto ieri!”

“Questo è il pane di cassava che mi hai aiutato a mettere nel forno…”

“Prova il mio pesce!”

Per fortuna da giorni ho inalberato una presunta allergia all’amido, così non devo fare troppa fatica a difendermi dagli assalti del pane di sagù, delle polpette di sagù e cocco, del budino di sagù e altre amenità del genere che mi danno fastidio solo con il loro odore di fermentato.

Tutto quello che ho il coraggio di provare comunque è squisito.

Il pasto finisce e restiamo nella capanna per tutto il pomeriggio in compagnia degli abitanti di Luf. Ora li conosco quasi tutti, sono poco più di 100, e riesco anche a ricapitolare le parentele. Una usanza di qui, ma che avevamo già trovato in Polinesia, è che spesso uno adotta i figli di un altro. Così per esempio Frida che ha 5 figli maschi ha lasciato che sua cognata Wilma, madre di solo due femmine, adottasse il suo quarto figlio. E Caroline invece, che si sposerà solo l’anno prossimo, ha adottato una delle due gemelle nate a una mamma troppo giovane per potersi occupare di tutte e due. Quando invece chiedo a Jony che sta allattando il suo bambino, quale sia suo marito mi risponde:

“Not husband, only boy friend” anche questa è una usanza molto polinesiana.

 Per tutto il pomeriggio, nella capanna, le donne che oramai non sono più timide nei miei confronti, passano il tempo a……toccarmi i capelli. E’ una cosa che a loro piace moltissimo. I loro  sono neri, lanosi, crespi, i miei sono bianchi, grossi e lisci e per loro fortuna anche secchi. E con le grosse mani nodose mi accarezzano continuamente la testa, mi girano le ciocche, me le arrotolano, me le intrecciano, me le tirano.

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