Gen 011998
 

“Lizzi, ci sono le balene”

“Dove”

“No, aspetta, non le vedo più”

Scruto l’orizzonte fino ad avere male agli occhi, ma il cielo e il mare oggi si confondono, e l’orizzonte sembra tutto uguale, vaporoso di caldo e di afa. Ma dopo qualche istante lo sbuffo riappare, lontanissimo eppure evidente. Il vapore resta sospeso per una manciata di secondi, poi sparisce, ma ormai abbiamo individuato dove sono, accendiamo il motore e dirigiamo verso di loro.

Siamo al largo di Sumatra, in Indonesia, in un oceano che è stranamente calmo, immobile, senza vento e senza gente. L’acqua liscia è incredibilmente blu, di un colore così intenso da sembrare artificiale. E sopra l’acqua c’è l’azzurro di un cielo immobile, senza nuvole e senza vento. E’ proprio a causa di questa mancanza di vento che da oltre dieci giorni ci trasciniamo, registrando percorsi giornalieri incredibilmente bassi: 40 miglia, 35 miglia, 50 miglia al giorno, tutte sudate faticosamente navigando contro brezzoline leggere e contrarie. Il Monsone di Nord Est, che avrebbe dovuto spingerci in poppa per 2000 miglia dalla Tailandia all’Australia non si è fatto vedere. Al suo posto c’è calma e dopo 20 giorni di navigazione, invece che essere arrivati, siamo appena a metà del percorso. I nostri programmi sono saltati. Gli amici che ci aspettavano in Australia non ci vedranno arrivare, e siamo rimasti qua in mezzo, impotenti, fermi in un oceano fermo. Ma il mare è fatto così, e bisogna accettare le sue condizioni. Bisogna smettere di contare le miglia che non passano mai e cominciare a guardarsi attorno. Così siamo rimasti incantati a guardare i pesciolini a strisce bianche e nere che si sono raccolti attorno alla nostra carena, e che si vedono benissimo attraverso l’acqua limpida come un cristallo, così come si vedono benissimo le meduse sottili che nuotano appena sotto la superficie, col corpo composto tanti di piccoli anelli trasparenti. Ed ora le balene!

“Hei, sono enormi”, Lizzi è salita sull’albero, si è seduta sulle crocette, e scruta col binocolo.

“Quante sono?”

“Tantissime. Vedo i corpi. Sono immobili. Forse dormono.”

In dieci minuti siamo a ridosso del branco. Le telecamere sono pronte in pozzetto, insieme alle macchine fotografiche; il mare immoto è nelle condizioni ideali, ma noi siamo indecisi.

“Non sarà rischioso?” chiede Lizzi.

“Non so” rispondo.

Chi lo sa se è pericoloso avvicinarsi a un branco di balene addormentate? Fino a che punto si può arrivare? E se si svegliano all’improvviso? E se si spaventano? Quando siamo a cinquanta metri metto il motore in folle e la barca rallenta.

Quando siamo a venti metri la balena più vicina si sveglia.

La sua testa si inabissa mentre il corpo nero e lucido si inarca, col dorso che fuoriesce dall’acqua, e comincia lentamente a rotolare. Compare la pinna dorsale, una specie di pennacchio che interrompe la linea uniforme del dorso grigio, poi fuoriesce la coda enorme. Emerge, si libra in alto, oscilla come un pendolo al contrario, andando infine a sbattere di piatto sulla superficie, sollevando una piccola cascata.

“Che peccato, se n’è andata.”

“Be, proviamo con un altra”

“No, guarda, aspetta, rieccola”

La balena è riemersa, solo un po’ più lontano, nuovamente immobile, come per riprendere il sonno interrotto.

“Proviamo ad avvicinarci a vela” propone Lizzi.

Il vento è leggerissimo e arriva da dietro. Con le due rande alzate, senza fiocchi, la Barca Pulita si muove impercettibilmente, l’ideale per avvicinarsi senza spaventarle. Puntiamo verso quella di prima a cui nel frattempo se ne sono affiancata ad altre due, più piccole. Incredibile. Non si muovono. Arriviamo a dieci metri. A cinque. Lizzi a prua filma con la telecamera piccola. Io mi divido tra il timone e la telecamera grande con cui riprendo da centro barca. Ho legato le rande in fuori con due ritenute, e la barca, col timone bloccato, riesce a camminare dritta e a tenere la rotta ogni volta per qualche minuto, prima de debba correre a correggere il timone. Ci affianchiamo. La bestia è lunga come la barca, ma dall’acqua emerge solo la gibbosità del dorso. La coda e la testa restano immerse, chiaramente delineate sotto la superficie.

“E adesso?” chiedo.

“Non so. Possibile che si sia riaddormentata?

Lizzi non ha ancora finito di parlare che la balena si scuote. La testa emerge come una roccia quando l’onda si ritira. Dallo sfiatatoio esce un fischio, col rumore di un tuono, e contemporaneamente parte lo zampillo, che sale subitaneo come una fontana accesa all’improvviso. Il corpo enorme del bestione comincia a rotolare. Come prima, ma stavolta è vicinissima. Se mi sporgessi con la mano quasi la toccherei. La testa scompare verso il basso, e dopo qualche secondo la coda si libra in aria, enorme, più alta di noi e del ponte. Schiaffeggia l’acqua e scompare, mentre lo spruzzo investe noi, il ponte e le vele, e la superficie del mare resta segnata da gorghi trasparenti e da veloci rimescolii.

“Accidenti”

“Ti sei spaventata?”

“No, ma ho rischiato di bagnare la telecamera”

“Hai sentito che puzza?”

L’aria è satura di un odore marcio di mare e di alghe. E’ l’alito della balena, il suo fiato, emesso con lo zampillo dallo sfiatatoio. Siamo esaltati e spaventati allo stesso tempo. Nel momento in cui siamo stati vicini ho notato che la testa e la coda del bestione coincidevano con la prua e la poppa della nostra barca! Quindici metri di lunghezza! Penso che non mi è mai capitato di avvicinare così tanto una balena. Penso alle immagini che ne usciranno, ravvicinate, dettagliate, in un mare liscio e che lascia vedere benissimo anche le parti immerse degli animali.

“Ci riproviamo?”

“Non vorrei che si infuriassero”

Invece non si infuriano, e la scena si ripete, con noi che ci portiamo sopravvento e ci facciamo spingere verso di loro dal vento in poppa, e con loro che si lasciano avvicinare, con noi che filmiamo dividendoci tra il timone, le vele e le telecamere, con altre alitate puzzolenti e altre code torreggianti. Filmiamo a ripetizione, dal bordo, da prua, di lato, mentre i bestioni accettano questo strano gioco, giocato in un oceano irreale, immobile e indifferente, …..finché commettiamo un errore. Sarà stata la troppa confidenza, o forse il caldo e la stanchezza. Sta di fatto che mi dimentico di mettere la ritenuta alla randa di maestra. Un refolo di vento, la vela prende a collo e passa dall’altra parte, e il boma mi colpisce al capo. Non vedo arrivare il colpo perché ho l’occhio incollato all’oculare della telecamera. Lizzi a sua volta con l’occhio nella telecamera non ha visto nulla, ma ora alza la testa e capisce al volo.

“Ti sei fatto male?”

“No, ma ho rischiato di finire in mare”

“Da che parte stiamo andando?…!”

Nel tempo che ho impiegato a riprendermi dal colpo la randa ha sbilanciato la barca che accosta cambiando progressivamente rotta. Mentre prima ci avvicinavamo parallelamente alla balena ora abbiamo la prua che avanza dritta verso il dorso addormentato, sempre immobile e ormai vicinissimo. Resto impietrito. Accendere il motore? Non c’è tempo. Strambare di nuovo? Non c’è tempo. La balena è a due metri e non c’è nulla che possa arrestare la barca nello spazio di due metri. “Tanto peggio” , penso, e senza sapere nemmeno io il perché inquadro la prua che avanza verso il dorso nero. E’ strano, ma in certi momenti manca il tempo di avere paura. Si resta avvolti come dallo stupore. La prua avanza ancora, supera il dorso e nell’oculare il corpo scompare. “Ecco adesso la tocca”, penso, immaginando il dritto di prua che va ad urtare il corpo del bestione e attendendo di sentire il colpo e la reazione. Ma il colpo non arriva. La barca continua ad avanzare nell’acqua come se non ci fossero ostacoli. Mi sporgo a guardare. La balena è sotto di me. L’acqua gorgoglia, piena di bolle e di gorghi. Ma il corpo è più in basso e pare inabissarsi, pur restando orizzontale. Niente rotolamento. Niente coda. Incredibile. La balena ha capito. Ha buttato fuori l’aria e si è lasciata sprofondare nell’unico modo in cui non sarebbe stato pericoloso ne per lei né per noi.

“Porca……”

“Dai, basta. Non è successo niente”

Basta davvero. La balena è riaffiorata più in la, come se volesse ricominciare il gioco. Noi però ne abbiamo abbastanza. Issiamo i fiocchi e ci allontaniamo, lenti come lumache, per lasciar calmare i battiti del cuore e ritrovare il silenzio e la noia incantata di questo mare strano.

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