Gen 011994
 

Isole meravigliose, coperte di palme, in un mare caldo e splendente. Oggi disabitate, o meglio, abitate solo da qualche decina di milioni di granchi e di uccelli. Così sono le Chagos. Scompigliate da un aliseo eccezionalmete umido e irregolare, immerse nel caldo dei tropici, lontanissime da ogni terra, queste isole sono il sogno di ogni velista giramondo. Terre coperte di vegetazione; grandi lagune trasparenti piene di pesci e di tartarughe. Catene intricate di reef che spuntano da un bassofondo oceanico grande più di 200 miglia. Le Chagos sorgono al centro dell’oceano indiano e per raggiungerle ci vuole tempo e pazienza. Se si parte dalle Maldive distano 800 miglia, ma in mezzo ci sono le calme equatoriali e per attraversarle ci si può impiegare pochi giorni o qualche settimana, secondo i capricci del vento e della stagione. Dalle Seicelles 1200 miglia, ma il vento è contrario e risalire l’aliseo dell’indiano meridionale è un impresa impossibile. Dall’Australia 3600 miglia e dal Kenia 2000. Protette da queste distanze estreme, dal capriccioso alternarsi di monsoni ed alisei le isole Chagos sono rimaste un sogno di natura incontaminata.

Mercoledi 10/8/94

Un’altra giornata nelle calme. Ieri notte, dalle 20 alle 24 abbiamo provato a stare al timone, al posto del timone a vento, per cercar di fare strada. I risultati erano così scarsi che a mezzanotte abbiamo deciso di andare a dormire, cazzando a ferro le due rande e ammainando i genoa. Alle 4 ho sentito un rumore di ondine leggere contro lo scafo. Mi sono alzato e ho rimesso alla vela, con vento leggero, sufficente per avanzare a tre nodi. Mentre dormivamo abbiamo derivato verso est alla velocità di 2 nodi (corrente equatoriale).

Per tutta la mattina vanti variabili, acquazzoni non violenti e cielo prevalentemente coperto. Il percorso nelle 24 ore è di 64 miglia. Pomeriggio. Incrociamo una nave. Si avvicina lentamente, con una rotta indecisa e zigzagante, come se ci fosse un ubriaco al timone. Penso che potrebbe essere un peschereccio, intento a depositare le reti. Ma dove potrebbe andare poi a vendere il pesce? La costa più vicina è a 2000 miglia. Invece è una specie di cargo, coperto di colate di ruggine. Avanza piano, quasi quanto noi, e rolla pietosamente, come se fosse troppo carico. Ci incrociamo a cento metri. Vorrei avvicinarmi ancora, ma non oso. Dopo averci superato continua a navigare a zig zag, si perde sotto un acquazzone e scompare per sempre.

Ore 17: per la prima volta il vento arriva dal settore giusto, ovvero da Est. E’ leggerissimo ma le vele sono piene e riducono il rollio. Le onde da Sud Est sono diventate ancora più grandi e dicono che ormai l’aliseo è vicino. Alte due o tre metri, sembrano improbabili colline, che la barca risale e ridiscende senza difficoltà. Siamo passati a fianco di una tavola galleggiante. E’ solo un pezzo di legno in mezzo alle onde, ma sopra ci sono 3 sule dal corpo bianco e grigio, con le zampe rosse. Ci hanno guardato passare. Prima di loro una goletta bianca ci è volata attorno. Segni di terra?

Venerdi 12/8/94

Siamo all’ancora, alle Chagos!!

La barca è ferma, finalmente, e non rolla più. Le due isolette dietro cui siamo ancorati formano una barriera perfetta, contro il vento e contro l’onda da Sud Ovest (l’Aliseo del Sud Indiano), e l’ancoraggio è meravigliosamente calmo. L’ultimo giorno di navigazione ci ha dato quasi sempre vento.

Stamane a 6 nodi passavamo in vista di un atollo sommerso, senza neanche una isoletta. L’acqua ribolliva di frangenti e di colori. Bianco brillante su azzurro pastello e blu profondo. L’abbiamo superato da Sud e poi abbiamo impiegato un’eternità a fare le 20 miglia che mancavano all’atollo di Solomon, navigando con bordi di poppa contro una misteriosa corrente contraria che doveva essere ben forte. Alle 13 siamo sottovento al passaggio che dà accesso alla laguna. Facciamo qualche ripresa delle isole dall’esterno, tra un acquazzone e l’altro. L’entrata è facile. Ammainiamo con le nostre 4 vele ed entriamo a motore, seguendo le indicazioni date dal colore più scuro dell’acqua nel passaggio. Dentro, nella laguna profonda, si naviga senza problemi. L’ancoraggio invece è difficile. Sottovento alle isole il fondo si mantiene sui 25 metri e poi rimonta d’un tratto a 30 centimetri, sui banchi di corallo che contornano la riva. Due puntate verso riva finiscono in altrettante ritirate precipitose per le secche che si vedono solo all’ultimo momento. Lizzi porta la carta in pozzetto e ci sediamo entrambi a studiarla, mentre la barca deriva lentamente. Qualche secondo, forse meno: l’allarme che arriva dall’ecoscandaglio è seguito da uno scossone, e da un’altro. Ci guardiamo allibiti: stiamo urtando sul fondo. Globi gialli e verdi di corallo si intravedono a prua, e a sinistra. Marcia indietro, al massimo. Un urto, e il cuore trema. Un altro. Più leggero. La barca sembra prendere velocità, e risponde lievemente al timone. Un terzo, e faccio a tempo a notare che gli alberi tremano e vibrano sul colpo, insieme con le sartie e gli stralli. Finalmente l’acqua diventa profonda, e l’ecoscandaglio dà di nuovo 25 metri.

Siamo sconcertati. Spaventati.

“Ma come É possibile?”

” Io non avevo visto niente”

“Che cretini siamo stati!”

“Perchè non ero sull’albero”

La stanchezza della traversata. La laguna, con i suoi colori pastosi e l’acqua calma dopo tanti giorni di onde ci hanno rilassti al punto da dimenticare le norme più elementari. “Ma perchè non ero sull’albero?”. Riprendiamo la manovra, mortificati. Smettiamo di cercare l’ancoraggio ideale e gettiamo la CQR dove capita, su 25 metri, ben lontani dalla riva, e dai coralli. La catena non basta. Aggiungo un cavo, lunghissimo, ed un secondo in parallelo, per sicurezza. Metto in acqua il gommone, per liberare il tambuccio e dare aria al quadrato. E’ gia il tramonto.

Aperitivo.

Sole giallo.

Cielo di fuoco.

Odore di terra umida. Terra disabitata. Mare deserto. Le Chagos sono qui, per noi.

Sabato 20/Agosto/94

Oggi ci spostiamo. Andremo ad ancorarci dietro l’isola di Boddham, nell’angolo Sud Ovest dell’atollo di Solomon. Era la capitale, quando l’atollo era abitato, con il villaggio, la chiesa ed il pontiletto di pietra e sassi. In attesa che il sole sia abbastanza alto per navigare mi tuffo per filmare i grandi platax che stazionano intorno alla barca. Si direbbe che non abbiano soggezione. Per giorni sono rimasti attorno alla barca, lanciandosi famelicamente su qualsiasi cosa gettassimo in acqua. La pinna dorsale altissima fatta a ventaglio li fa sembrare più grandi di quanto siano effettivamente. Comunque sono alti mezzo metro. Le riprese sono bellissime. Lizzi in acqua sparpagliava briciole di pane vecchio e loro si avventavano, finchè uno, per sbaglio, non le ha addentato un polso, lasciandole i segni dei denti.

Partiamo a mezzogiorno. Il sole sarebbe altissimo, se non fosse coperto da un temporale. Navighiamo a motore, sotto acquazzoni intermittenti. Quando piove dobbiamo rallentare, o fermarci, perchè la pioggia impedisce di vedere i banchi di corallo che si fanno più fitti man mano che ci avviciniamo all’angolo meridionale della laguna. Ci vogliono quasi due ore per arrivare a ridosso della riva di Boddam, zigzagando tra i coralli. A 500 metri ancoriamo. Fondo irregolare, grigiastro, sui 10 metri. Di malavoglia indosso maschera e muta e mi tuffo a controllare l’ancora, dopo un po’ di melina con Lizzi per decidere chi dei due dovesse farlo. Mi tuffo nella luce grigia di un pomeriggio piovoso: incredibile, meraviglioso. Il fondo è tappezzato di coralli. Enormi, floridi, rigogliosi. Coralli a foglia, a cupola, a guglia. Rami, pinnacoli, sfere di corallo molle, tappezzano il terreno senza lasciarne libera la pur minima parte. Uno strato compatto di vita, di organismi che si intersecano, si compenetrano, si aggrovigliano, si accavallano, in una competizione invisibile e selvaggia. Mai visto niente di simile! La nostra catena serpeggia in questo labirinto, passa tra due pinnacoli, si adagia in un avvallamento, e gira attorno a due enormi massi di corallo cervello. La marra è appoggiata su un ventaglio. Nessun dubbio sulla tenuta. A poca distanza dalla marra una tridacna, una enorme conchiglia bivalve, di quelle grandi quasi un metro, lascia sbordare i lembi del mantello blu fino a ricoprire i bordi delle valve. La stuzzico. Si chiude con uno scatto, emettendo un getto d’acqua che mi sposta di lato. Provo a smuoverla. Non è nemmeno ancorata al fondo, come le sue compagne più piccole, ma non riesco a sollevarla. Impossibile portarla in superficie. Comunque l’ancora tiene, al di la di ogni sospetto. Possiamo dormire tranquilli. Il rumore della catena che sfrega sul corallo ci sveglierà ogni volta che il vento cambierà direzione.

Box: Filtrare l’acqua dolce

Alle Chagos l’acqua non è un problema. Piove quasi ogni giorno! Ma raccogliere l’acqua piovana è pur sempre un lavoro. Da oggi comunque il problema è risolto. Stavo seguendo la traccia di un sentiero appena visibile, attraverso un groviglio di tronchi marci accomunati dall’abbraccio avvolgente dei rampicanti. Ad un tratto una radura e al centro una buca. Per fortuna camminavo piano, altrimenti ci sarei finito dentro. La buca, grande quanto un uomo, stava proprio al centro del sentiero, interrompendone il cammino. Guardo meglio. Sembra un pozzo. Le pareti sono foderate di pietre, e di muschio.

“Assaggiamo?”

“Figurati, non può essere dolce. Siamo a 100 metri dal mare.”

Invece è dolcissima. Nemmeno un vago accenno di salmastro. Torniamo a bordo per organizzare la raccolta. Con una tanica costruiamo un filtro a sabbia: sul fondo uno strato di sabbia finissima presa direttamente dalla spiaggia, sopra uno strato di sabbia grossolana presa sul lato sopravvento, infine uno strato di pezzetti di corallo. Tra uno strato e l’altro pezze di stoffa ritagliate da magliette vecchie.

Pratichiamo una apertura larga nella parte superiore della tanica ed una più piccola sul fondo, dalla quale facciamo sporgere un imbuto. Appendiamo la tanica per il manico ad un ramo, ad altezza d’uomo. A questo punto basta raccogliere l’acqua col secchio e versarla nella tanica attraverso il foro superiore. Le foglie, le alghe e le impurità restano imprigionate nel filtro, e l’acqua che sgorga dal fondo dopo qualche secondo è limpida e pura. Le istruzioni su come realizzare un filtro a sabbia le abbiamo trovate su di un vecchio manuale americano di sopravvivenza, insieme con la spiegazione di come mai ci sia acqua dolce a pochi metri dal mare: sotto ogni isola corallina l’acqua piovana si deposita formando una specie di lente d’acqua dolce con tutto intorno acqua di mare. L’acqua salata e l’acqua dolce non si mescolano per una questione di osmosi. Se però l’acqua dolce viene prelevata troppo spesso e intensivamente, l’equilibrio si rompe, l’acqua di mare penetra nella lente, ed a quel punto ci vorranno secoli perchè si possa nuovamente purificare. E’ successo in Polinesia. Gli abitanti di Mahe, un atollo stupendo a sud di Bora Bora, per secoli hanno usato l’acqua dolce dei pozzi. Con l’arrivo delle prime lavatrici il prelievo è aumentato troppo. Ora sono disperati, e senza una goccia d’acqua.

BOX:

Le Chagos in breve:

Posizione: Tra 5∞e 7.30∞ Sud e tra 71∞ e 73∞ Est

L’arcipelago è costituito da 7 atolli e da una cinquantina di isole. L’atollo maggiore (Great Chagos) con un diametro di 200 miglia è il più grande atollo del mondo. Le isole sono un possedimento britannico. Sono tutte disabitate ad eccezione di Diego Garcia, la più meridionale del gruppo, dove risiede una base militare americana. La loro storia è curiosa:

Nei secoli scorsi vi si insediarono una colonia di schiavi ed una di lebbrosi. Vi piantarono i cocchi per produrre la copra e vi sopravvissero per quasi 200 anni. A ricordare il loro passaggio sono rimaste le palme, che hanno preso il sopravvento sulla vegetazione originale, e le rovine delle case. Sulla porta di una delle abitazioni, nell’isola di Boddam, qualcuno ha appeso un salvagente ed ha tracciato con la vernice rossa la scritta YACHT CLUB. Sui muri di quella casa le scritte e i disegni lasciati dagli equipaggi raccontano il passaggio di tante barche e di gente che è rimasta estasiata da questo mondo che i capricci della storia hanno voluto restituire alla natura. Ci sono due scritte in Italiano: Antares, Sandro e Pia, 1991 e Sony Peter, Claudio e Bea, 1983. Accanto a loro abbiamo messo la nostra: Barca Pulita, Carlo e Lizzi, Agosto 94.

Navigazione tra gli atolli

Marted˝ 30 Agosto

Atollo di Peros Banhos.

All’alba piove. Sebbene siamo a poche miglia dall’equatore, fa quasi freddo e la poca luce che filtra in quadrato invoglia solo a restare in cuccetta, sonnecchiando. Da due giorni siamo all’ancora dietro l’isola degli uccelli. Al tramonto quando ceniamo sul ponte li vediamo a milioni ritornare verso l’isola, per passare la notte sugli alberi. Al mattino, mentre facciamo colazione, di nuovo volano in senso opposto, mentre vanno a pescare in laguna. Proprio come fanno i pendolari di Roma e di Milano. Abbiamo passato due giorni a filmarli, e a gironzolare per l’isola, che è piccolissima. Abbiamo trovato vecchi alberi di papaia, con ancora qualche frutto, e un’infinità di enormi granchi, e di piccole murene. Oggi avevamo programmato di partire all’alba per andare ad ancorare dietro l’isola più grande dell’arcipelago, dove dovrebbero esserci i resti di un vecchio insediamento. La navigazione è facile. Solo 15 miglia, e tutte all’interno dell’atollo. Partiamo un’ora dopo l’alba. Rotta per Ovest Sud Ovest. Vento da Sud Est, al traverso. Issiamo solo il fiocco di trinchetta e randa di trinchetta terzarolata alla prima mano,

lasciando perdere la randa di maestra e le altre vele di prua. Anche cos˝ facciamo cinque nodi, con la pioggia e il cielo grigi, che non lasciano intravedere quasi nulla oltre la prua. Il percorso è tutto all’interno della laguna di Peros Banhos e non ci dovrebbero essere pericoli, se non due grandi secche (Danger Shoal) a tre miglia dall’arrivo. Le onde si fanno subito sentire appena ci allontaniamo dall’isola. In effetti questo è il più aperto ed il più esposto tra gli atolli delle Chagos. Il bordo di corallo è irregolare e lascia aperti grandi varchi attraverso cui le onde entrano fin dentro la laguna. La colazione in pozzetto, scomoda per le onde e umida per la pioggia viene mandata definitivamente all’aria da un pesce che ha abboccato. Tiriamo a bordo un tonno, di quelli con tre macchie scure sul vente grigio, facendo attenzione a non schizzare nelle tazze. Lizzi getta la lenza in mare per metterla in chiaro, e ne prendiamo un’altro. Pazienza, vuol dire che ci sobbarcheremo anche la faticata di far seccare la carne di troppo, per poi metterla sott’olio, con le erbe e le spezie, secondo una ricetta che abbiamo imparato da poco.

Dopo neanche un’ora il vento rinforza, e il cielo diventa blu, con una di quelle variazioni improvvise che sono caratteristica dei tropici. Per prudenza, puntiamo molto più a sud di quanto dovremmo, per passare larghi intorno ai bassifondi. La carta su cui ci basiamo è nuova, ma le note a fondo pagina riportano che la stesura è del 1881 a cura della Compagnia delle indie, in base a rilievi effettuati nel 1838. Su carte così vecchie non è raro trovare errori e infatti l’altro ieri, entrando in laguna, abbiamo riscontrato un errore di mezzo miglio nella posizione del passaggio d’entrata, tra l’Ile Coquillage e l’Ile Yeye. Intanto un’isoletta ci scorre vicino. Le sue palme ancora bagnate di pioggia si illuminano di verde, e di giallo. La spiaggia seminata di tronchi caduti è un invito a fermarsi. Ma non possiamo. Se ci fermassimo qualche giorno su ogni isoletta che ci invita a farlo, dovremmo passare qualche anno in questo posto, in compagnia dei suoi animali, delle tartarughe, degli acquazzoni improvvisi e del suo splendido sole. Sole che nel frattempo ha messo in evidenza anche i Danger Shoal, macchie di azzurro chiaro nel blu uniforme della laguna. Ora che abbiamo individuato le secche pieghiamo a Ovest, col vento in poppa, verso la fila di palme dell’Ile Du Coin.

Molte volte ho notato come sia difficile, guardando la carta, prevedere se il ridosso dietro un’isola sia buono oppure no. In questo caso è pessimo. Invece di fermarsi contro l’isola le onde le girano attorno e ne percorrono tutto il lato interno. Frangendo sulla spiaggia arrivano fino alle radici delle palme. L’ancoraggio indicato dal portolano, vicino al vecchio molo franato, è un guazzabuglio di onde diritte e riflesse. Ciondoliamo avanti e indietro, avvicinancoci e allontanandoci dalla riva, indecisi. L’ecoscandaglio segna trenta metri. Il rollio è terribile. Però l’acqua è trasparente, e l’isola, piena di palme e di colori è li che ci aspetta, con il veccho molo, la spiaggia, le case abbandonate, dovrebbero esserci perfino degli asini selvatici, discendenti di quelli che un tempo furono portati qui dai coloni. Animali che probabilmente non hanno mai visto un uomo.

“Ma come fa un posto così bello ad essere così difficile!”

Decidiamo di tentare. Buttiamo l’ancora, e tutta la sua catena, più due cavi grossi da 30 metri ciascuno. Gettiamo anche l’ancora di rispetto, proprio sotto la barca, come ancora di speranza.

Tutto questo lavoro richiede più di un’ora. Poi c’è da mettere in acqua il gommone e caricarlo di motore, serbatoio, ancorotto e attrezzature da ripresa. La barca rolla e beccheggia. La poppa sulle onde si solleva per mezzo metro e poi piomba nell’acqua, come un maglio. Se il tubolare del gommone si infilasse sotto nel momento sbagliato…. addio gommone, cineprese, macchine fotografiche e tutto il resto. Finalmente il dinghy è carico e siamo liberi di salire e scendere tra le onde, senza essere più strattonati dai movimenti violenti della poppa. La risacca è forte ma dietro il pontile di cemento su cui le onde frangono violentemente troviamo una baietta calma. Tra un’onda e l’altra guadagniamo la spiaggia e la sua sabbia calda e soffice. Il vento, frenato dal sipario delle palme diventa una brezza, e si arresta del tutto appena ci inoltriamo sotto il verde.

Una doppia fila di palme con il terreno cosparso di cocchi e poi un grande prato, invaso dalle foglie del taro, alte un metro ciascuna. Tutto attorno ci sono i resti degli antichi edifici. I tetti sono franati e le case sembrano scatoloni di pietra, calati nella giungla. I rampicanti hanno scalato le pareti e le radici hanno scalzato le fondamenta. Attraverso una foresta di foglie che mi arriva al mento raggiungo un sentiero vago che porta a sinistra, attraverso un intrico di giovani alberi. Più in la un cancelletto, un arco in ferro battuto, una scalinata maestosa, coperta di muschio. Doveva essere un albergo. Alla fine della scalinata ci si trova davanti a un fosso che la separa dai resti di un edificio. Il ponticello di legno che doveva esserci in mezzo è stato cancellato dal tempo. Tentiamo di orientarci tra i resti degli edifici, seguendo sentieri che si perdono in un groviglio di piante e di radici aeree. Centinaia di radici scendono verticali da un tronco enorme, si infilno nel terreno e si sono ingrossate in altrettanti tronchi, che a loro volta emettono nuove radici, in un processo a catena con cui un unico albero conquista una porzione enorme di terreno. Troviamo i resti di una chiesa, e un cimitero con tombe che risalgono a due secoli addietro.

Troviamo un giardino con uno striminzito albero di limoni. Non ci sono frutti. Ci deliziamo ugualmente ad aspirare l’aroma intenso e frizzante delle foglie. Poi scovo un limone piccolo piccolo, su uno dei rami alti. Per raggiungerlo mi graffio a sangue con le spine. “Ma da quando i limoni hanno le spine?” Troviamo anche un’infinità di zanzare e di insetti che ronzano sulle teste, negli occhi, nelle orecchie. E poi troviamo un vecchio albero del pane, carico di frutti, tutti sui rami alti. Un tronco enorme, nero e viscido di muschio. I miei tentativi di scalarlo fanno ridere. Per fortuna Lizzi aveva previsto qualche cosa di simile e ha portato una cima (lo scottino leggero del genoa). Un nodo di scimmia in fondo per appesantirne l’estremità, un infinità di lanci a vuoto e poi cominciamo ad azzeccarci. I frutti si accumulano nel secchio, grossi come meloni. Insieme con il limone e con i cocchi saranno l’unica verdura fresca per le 1900 miglia della traversata di ritorno. Siamo fradici di sudore e divorati dalle zanzare. Ora che ci hanno individuato ci seguono ovunque, mulinandoci intorno al capo, indifferenti ai chili di repellente che ci siamo spalmati addosso. Sono enormi, con le zampe striate di bianco e di grigio, e mordono senza posa.

“Io ne ho abbastanza, e tu?”

E’ il momento di battere in ritirata e di immergersi nell’acqua azzurra e fresca della laguna, lasciando spuntare solo il naso.

Box: Pesce semisecco sott’olio

Ecco qui una ricetta per conservare il pesce, da utilizzarsi quando si pescano bestie troppo grosse ma valida anche per i pesci acquistati al mercato, purché siano sicuramente freschi.

Pulire il pesce in modo da ottenere due unici filetti, senza pelle. Tagliare i filetti a piccole strisce dello spessore di un paio di centimetri e tagliare ulteriormente le strisce in dadini. Mettere i dadini di pesce a seccare al sole su un piano leggermente inclinato, senza aggiungere né sale né altro e rigirare parecchie volte nel corso della giornata perchè si secchino bene su tutti i lati. Se il clima è secco basta una sola giornata di sole, altrimenti e meglio ripetere l’esposizione il giorno seguente, avendo cura di riparare il pesce dall’umidità della notte. Alla fine i pezzettini di pesce devono risultare asciutti e coriacei all’esterno, ma teneri e gommosi se sottoposti a pressione. A questo punto si riempiono dei vasetti sterilizzati, fino a un centimetro dal bordo, a piacere si mette nei vasetti: curry, grani di pepe, alloro, erbe profumate, si ricopre il tutto di olio e si chiude con dei tappi a sigillo.

Dopo una quindicina di giorni il pesce è pronto per essere consumato. Ottimo come stuzzichino o aperitivo, con la salsa di soia può accompagnare del riso pilaf, o, come fosse bottarga ulteriormente spezzettato sugli spaghetti. I pesci che meglio si prestano sono il pesce spada, il tonno, la ricciola, la lampuga, le orate grosse, o dentici.

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