Gen 012005
 

Guardando si impara. Così abbiamo pensato di appostarci in un porto del Pacifico, lungo una rotta transoceanica, e di guardare da vicino le barche che arrivavano. Abbiamo preso nota delle dimensioni, del peso, delle soluzioni e delle attrezzature installate a bordo, dell ‘età della barca e del materiale di costruzione. Abbiamo parlato con i proprietari, ci siamo fatti raccontare le loro storie, abbiamo chiesto se fossero contenti della barca, e abbiamo tentato di trarre delle conclusioni. Ci siamo riusciti solo a metà. L’ universo dei navigatori occanici è variegato e complesso. Non ci sono regole. Le teorie sono tante, le scelte ancora di più, tante quante sono le teste.

Un rompighiaccio in miniatura – Lui, Loky, 25 anni. Lei, Carolina, anche. Lui canadese, lei brasiliana. Navigano da tre anni su una barca di ferro che sembra un rompighiaccio in miniatura. l pulpiti sono tubi piegati e saldati, le draglie sono tubi dritti, gli osteriggi sono lastre di plexiglas da due centimetri, la porta di accesso dal pozzetto al quadrato sembra quella di un sottomarino. Trentadue piedi (9,76 m), 8 tonnellate. Ma se il Parpar, questo è il nome della barca, è rigido e spigoloso, la sua storia è simpatica e leggera come li suo nome che in brasiliano vuol dire “fartalla”. Un ingegnere americano appena laureato progetta la sua prima barca. E’ affascinato dai mari estremi, perciò la vuole in ferro, robustissima, adatta ai poli. L’ingegnere però è giovane e squattrinato. Per dare vita alla sua creatura ha bisogno di un saldatore. Lo trova. Il saldatore si appassiona al progetto c propone: «lo ti aiuto a tagliare e saldare le lamiere e in cambio non voglio soldi. Voglio che le barche siano due, una un po’ più piccola la terrò io». Si fa l’accordo e si lavora nel cortile del saldatore. Due anni dopo le barche sono finite. Quella dell’ingegnere comincia una circumnavigazione del continente americano compreso il “Passaggio a Nord Ovest”, durante il quale resta bloccata cinque mesi fra i ghiacci e ne esce indenne. Loky ha 19 anni, studia economia all’università. La mamma francese, negli anni Settanta ha frequentato la scuola dei Glénans, in Canada è in contatto con i velisti un po’ estremi e rimedia per il figlio un passaggio durante la circumnavigazione dell’ ingegnere. Loky s’innamora della vita in barca e di quella barca in particolare. Viene a sapere che lo scafo gemello, quello del saldatore, è arrivato solo fino a Vancouver. Il proprietario, infatti, una volta messi gli alberi e il motore, si era reso conto di non essere portato per la vita in barca e aveva venduto lo scafo a un falegname. Il falegname aveva costruito gli interni di legno massiccio, realizzato gli impianti, attrezzata la cucina, solo per accorgersi a sua volta, di non avere grande passione per il mare. Così, a dieci anni dalla costruzione, la barca non aveva fatto che un paio di viaggi di prova ed era in vendita per 32.000 dollari. Loky, intanto, lascia l’università e continua a cercare imbarchi di tutti i tipi. Conosce Carolina durante una crociera su una barca di Greenpeace. Sono tutti e due addetti alla cucina, inventano una “nouvelle cousine” franco-brasiliana e s’innamorano. Decidono che la barca è stata galeotta e una barca sarà la loro casa. Raccolgono tutti i soldi che hanno, i loro genitori intervengono pesantemente e si arriva a 15.000 dollari. Vanno a Vancouver e s’incontrano con il proprietario della barca sorella minore del rompighiaccio. È una giornata buia di pioggia. Sono in un bar sul porto, di fronte all’oceano grigio. «Qui ci sono 15.000 dollari – dice Loky estraendo il malloppo – è molto meno di quel che chiedi, ma è tutto quel che ho. Se mi dici sì, è fatta. Altrimenti, abbiamo adocchiato una barca di vetroresina». Il falegname dice no, poi ci ripensa. Si allontana, telefona alla moglie, torna, dice sì. Per Loky e Carolina è l’inizio di una vita nuova. «Il fatto è – dice Loky – che sia lui che la moglie avevano paura del mare!». Così da tre anni Loky e Carolina hanno una barca che si chiama Parpar. Ogni tanto si fermano a lavorare da qualche parte per raccogliere un po’ di soldi. Hanno consegnato pizze a domicilio a Los Angeles e insegnato windsurf alle Hawaii, ma la maggior parte del tempo stanno in posti lontanissimi e bellissimi dove il pesce è abbondante e la vita non costa nulla. L’ultima stagione dei cicloni l’hanno passata alle isole Kiribati, in un atollo abitato da venti persone. Le sartie del Parpar sono in ferro. «Ferro zincato – dice Loky – mostrandole con orgoglio. Erano così quando ho comperato la barca e non c’è stato motivo di cambiarle. Il ferro è meglio dell’inox, è più elastico, più resistente, costa un decimo e si trova dappertutto». «Si, ma non arrugginisce? », replichiamo noi. «No no, non è vero niente – risponde – guarda queste sartie. Hanno dieci anni. E sono ancora buone. Ora comunque ho comperato un rotolo di cavo, un po’ di pani di zinco e piano piano me le faccio nuove». E cosÌ Loky è sulla riva, sotto un gruppo di palme. Bombola del gas, fornello da campo, guantoni da metalmeccanico, un crogiuolo di ferro e un seghetto. Sega i pani di zinco, li fa a pezzi, li infila nel crogiuolo e aspetta. Dopo venti minuti il metallo fonde e diventa un liquido argenteo rovente e bellissimo. Nel frattempo ha pulito il terminale della sartia che da una parte è fatto a bicchierino. Ci infila la testa del cavo, allarga i trefoli e li piega all’ indietro, poi, con grande attenzione perché è rovente, versa lo zinco nel bicchiere. CosÌ, una dopo l’altra, le sartie nuove sono pronte. Spesa modica e neanche tanto lavoro. Ma sarà vero che durano dieci anni? Lui dice di sì. E per proteggerle le pittura. lo penso già a vernici bicomponenti, a “primer” speciali perché le vernici aderiscano. Macche! Minio. Le ricopre di minio. E poi basta! «Il minio – dice lui – impiega alcuni giorni ad asciugare per davvero, ma poi resiste a tutto. E protegge lo zinco sottostante, che a sua volta protègge il ferro sottostante». Questo Loky sostiene e così noi lo raccontiamo. Ambasciator non porta pena!

Trimarano fatto in casa – Se la barca di Loky è la più pesante, quella di John è la più leggera. Se Loky e Carolina hanno la freschezza, l’energia e l’esuberanza di una gioventù esagerata, Francis e John sono molto più avanti negli anni, ma l’entusiasmo sembra lo stesso. La barca che li porta in giro è un oggetto strano. Somiglia più a un disco volante che a un veliero. Forme arrotondate e futuristiche, un ponte rettangolare tutto bombato che corre da un galleggiante all’ altro, un albero tozzo, quasi senza sartie, che può essere ruotato per migliorare il rendimento della barca, due galleggianti sottili e lunghissimi. A vederlo sembra più largo che lungo, ma in realtà il loro trimarano misura 11 metri per 8. Per alarlo e fare carena hanno dovuto far venire una gru dalla città perché il travel lift del cantiere non era largo abbastanza. Il peso però è ridottissimo: meno di 3 tonnellate. John se l’è costruito dietro la casa dove viveva con moglie e due figli, in Canada, nei week end e nei giorni liberi dal suo lavoro di importatore di cacao e tè. Ha impiegato 18 anni a finirlo, un tempo lunghissimo anche per un autocostruttore. Nel frattempo i figli sono cresciuti e la moglie se ne è andata. A questo punto John conosce Francis, 22 anni più giovane, si  capiscono, condividono la passione del mare, si innamorano e decidono di partire. Sono in mare da 6 anni. Vìvono della ricca pensione di John, e Francis scrive articoli per giornali di vela canadesi. Il trimarano è velocissimo: in condizioni normali corre a 10-12 nodi. Durante una traversata la media giornaliera è di 200 miglia, contro le 100-120 di una barca normale. «Di conseguenza – dice John – i passaggi oceanici non durano più di 10 giorni». Un trimarano deve essere molto leggero e robusto e per realizzarlo servono materiali costosi e supertecnologici. La costruzione è costata 150.000 euro, più infinite ore di lavoro. Nonostante il costo, la barca è molto spartana, non per scelta, ma per necessità. Lo spazio interno è pochissimo, non ci sta molta roba e bisogna fare una grande attenzione al peso degli oggetti che si imbarcano, perché un trimarano sovraccarico diventa lento e pericoloso. Così la cucina è solo un fornello messo di lato a una cuccetta, il tavolo centrale non c’è, e non c’è neppure un tavolo da carteggio. La riserva d’acqua è solo di 125 litri, ma suppliscono con un desalinizzatore alimentato da sei pannelli solari strategicatnente posizionati sul ponte. Il cesso è bellissimo, un buco passante con un bordino rialzato chiuso da un asse dentro una delle ali che collegano lo scafo centrale con i galleggianti. Se si solleva l’asse, si vede il mare. Così tutto finisce in acqua, senza valvole da aprire e chiudere, senza pompe da azionare, guarnizioni da cambiare e … senza puzza. Una meraviglia. Unico neo, in navigazione chi sta seduto al “buco” viene schiaffeggiato da sotto da onde e spruzzi, e, secondo neo, per risparmiare sui pesi il bagno non ha la porta e ci vuole un po’ di disinvoltura ad andare in bagno così in pubblico, a una spanna da dove si cucina e a mezzo metro da dove uno pone il capo sulla cuccetta! Potrebbe sembrare una barca globalmente scomoda e sacrificata, ma loro ne sono contentissimi. A domanda, se poteste, cambiereste la vostra barca, rispondono: «Sì, ma con un trimarano leggermente più lungo, con più volume nei galleggianti e un pozzetto  dove si possa anche stare sdraiati». Abbiamo fatto un giretto con loro. Il mare era poco   più che calmo, c’era un normalissimo vento di 10-15 nodi, ma il trimarano correva come un motoscafo, con gli scafi che si lanciavano dentro le onde schizzando via e sollevando nuvole di spruzzi. Una velocità pazzesca, dal nostro punto di vista di poveri lenti navigatori da monoscafo.

Un Arpège in oceano – Anche se ha un nome francese, Michel è italiano, di Robecco sul Naviglio, a pochi chilometri da Milano. Le foto del suo album dei ricordi ce lo mostrano con lunghi capelli biondi raccolti in una coda. Ora ha il capo rasato, ma non ha ancora 40 anni. Ex “bocconiano”, con un tentativo di diventare diplomatico per avere la scusa di girare per il mondo, e infine velista solitario. Nove metri per tre, pescaggio un metro e poco più, la sua barca pesa tre tonnellate e mezza. È un Arpège, costruito 35 anni fa, dal mitico cantiere Dufour. Una barca che a di spetto dei trent’ anni e più, può considerarsi ancora uno dei nove metri più validi per chi apprezza la marinità e la sicurezza. «Sei contento della tua barca?», gli chiediamo. «Contentissimo – risponde – non la cambierei proprio. O se davvero potessi, la cambierei con un Arpège leggermente più grande, ma non esiste!». Michel è sereno. Sorride sempre. Dopo la laurea trova lavoro, per accorgersi, subito dopo, che in ufficio ci sta stretto. Prova a cambiare lavoro e ufficio, ma è la stessa cosa. Allora risponde all’annuncio di un armatore italiano che ha un 20 metri in Florida e che cerca un marinaio. La carriera da yuppie è subito abbandonata e Michel si trasferisce negli Stati Uniti. Si accorge che il rapporto tra lui e il mare funziona, impara a navigare, va d’accordo con l’armatore e, soprattutto, si accorge di essere sereno. Passano due anni e arriva, inaspettato, un colpo di fortuna: una eredità, ci crediate o no, di uno zio. L’eredità è piccola, ma può significare l’inizio di una nuova vita. È meglio una barca grande con un armatore e uno stipendio, o una barca piccola e una vita spartana senza padrini e senza nessuno? La risposta è ovvia. Michel torna a casa, si guarda in giro e in Francia, trova la sua barca con bandiera inglese: la Carlotta. Prima c’è un po’ di vagabondaggio in Mediterraneo e poi il grande salto, Gibilterra e gli oceani. Michel non ha il frigorifero, ma ha una macchinetta d’acciaio con la quale almeno una volta la settimana si fa la pasta fatta in barca. Ha una macchina per cucire con la quale si è arredato pozzetto e quadrato, dal tendalino con il raccoglitore dell’ acqua alle fodere colorate dei cuscini interni, ha il computer, la radio ricevente, la musica. Per contro se ne frega abbastanza dei tecnicismi spinti. Salendo a bordo scopriamo che un arridatoio, a poppa, è tutto storto. «Non ti preoccupare – dice lui – è così da anni e non si è mai rotto». Le luci di via sono fissate in testa d’albero con delle fascette. L’ancora si salpa a mano. Quando è alla barra della sua barchetta, Michel la manovra come se muovesse un modellino. Ma sta poco alla barra, assistito come è perfettamente dal suo pilota a vento. Quello elettrico invece non lo vuole più. Mentre tutti vanno alla ricerca di posti fuori mano, Michel va a cercare l’umanità. Passa mesi e mesi nei porti, si mescola alla gente, conosce tutti, quasi si fidanza. Poi, quando sembra avere messo radici, un mattino tira a bordo il Carlottino, il suo dinghy microscopico, issa la randa e se ne va.

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