Gen 012002
 
L'ultimo villaggio - Yakel

L’ultimo villaggio – Yakel

I bambini che ci corrono incontro quando scendiamo dal pick up che da più di due ore ci sta sballottando sulle sue panche di legno, sono tutti nudi. E fino a qui non c’è n  ente di strano. Ma quando ci prendono per mano e ci trascinano dai loro padri che sono seduti ai piedi di un enorme bagnano, ci accorgiamo che anche loro sono nudi. E questo è un po’ meno normale.

Quasi improvvisamente dopo l’ennesima curva nella boscaglia, ci siamo ritrovati nel villaggio di Yakel. L’unico qui sull’isola di Tana, e in tutte le Vanuatu, dove si vive ancora seguendo i dettami dell’antica tradizione. Si segue quello che viene chiamato il custum, cioè le usanze e le regole di vita che vigevano sulle isole prima dell’arrivo dei bianchi.

La gente di Yakel non manda i bambini a scuola, si cura esclusivamente con la medicina tradizionale fatta di erbe e di decotti, si ciba solo di cibi che si può procurare da sola e usa dei semplici vestiti di paglia: per le donne delle gonne lunghe fino ai piedi e per gli uomini il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una piccola porzione, una spanna sotto l’ombelico, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci.

I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa.

Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al  suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il namba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello.

L'ultimo villaggio - Yakel

L’ultimo villaggio – Yakel

Con l’aiuto di  un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”,   ci spiega.

Ci  conducono in un nakamal che non abbiamo mai visto e lì troviamo tutti i maschi del villaggio, un’ottantina, dai bambini di sette anni, ai vecchi dall’età indefinibile, che si sono radunati per noi. Tutti  indossano il namba,  alcuni hanno ornamenti di paglia intorno al capo, alla vita, o intorno al tronco.

Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano mai stati nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

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