Gen 011995
 

Il naufrago più famoso di tutti è senza dubbio Robinson Crusue. Secondo Daniel Defoe, il suo autore, egli fece naufragio con una nave diretta in Inghilterra e si trovò, unico superstite, sbattuto dalle onde su un’isola disabitata. Robinson visse lì per 28 anni, i primi da solo, poi in compagnia del fedele Venerdì, fino a quando, ritrovato da una nave di passaggio, ritornò in Inghilterra.

Per il suo libro Defoe prese in prestito la vicenda capitata al marinaio scozzese Alexander Selkirk che nel 1704 fu abbandonato sull’isola Mas a Tierra nell’arcipelago di Juan Fernandez. Il capitano della nave sulla quale era imbarcato, esasperato dal suo comportamento, decise di punire Selkirk abbandonandolo sull’isola insieme e pochi generi di conforto: un fucile, della corda, della tela, un po’ di alimenti secchi, qualche coltello e pochi altri oggetti. Egli sopravvisse sull’isola per 4 anni, cacciando pescando e coltivando, ma soprattutto nutrendo la speranza di poter essere prima o poi ritrovato. E infatti una nave avvistò i suoi segnali ed egli riuscì a ritornare in patria.

Robinbson Crusue a parte ci sono molte altre storie di naufraghi che costellano la storia della navigazione e della conquista dei mari. Anche nello scrivere Moby Dick, il romanziere Melville si ispirò ad una storia vera, quello della baleniera Essex, che nel 1830 affondò dopo una collisione con una balena. La realtà fu diversa da quella del romanzo. Anche se l’equipaggio riuscì a salire sulle scialuppe, alla fine i sopravvissuti, dopo varie peripezie, furono solo sei.

Uno dei primi naufraghi di cui c’è giunta la storia è Pedro di Serrano. Imbarcato su una nave spagnola che nel 1540 fece naufragio, egli unico superstite riuscì a raggiungere un’isola a nuoto. Qui visse nutrendosi di piccole creature marine e bevendo il sangue delle tartarughe che imparò a catturare con le mani e in questo modo andò avanti per tre anni, fino a che un altro naufrago non arrivò sull’isola. Si racconta che in un primo momento serrano scambiò per il nuovo arrivato per un demonio. Arrivò a convincersi che si trattava di un essere umano solo quando lo sentì recitare in latino le sue stesse preghiere. I due sopravvissero per altri 4 anni, fino a che una nave non li trasse in salvo.

Questi esempi sono quelli dei naufraghi “fortunati”. Sono le storie andate a buon fine di chi si è salvato dal naufragio della nave ed è riuscito ad arrivare a terra e sopravvivere in luoghi inospitali per poi poter raccontare la sua storia. Ci sono però anche migliaia di individui di cui non si seppe più nulla, che sparirono con la nave, se non addirittura con la propria flotta.

Nei primi secoli della navigazione la perdita di una nave e di tutto l’equipaggio era un fatto così comune da non costituire quasi neanche notizia. Nel primo viaggio di Combo partirono con tre caravelle e tornarono con due. Nella prima circumnavigazione del globo, il viaggio di Magellano, partirono con quattro navi e tornarono con una sola. Nel viaggio di Laperusse partirono con due navi e non tornarono del tutto, e così via.

Ma quale era il destino di questi naufraghi non appena l’ultimo pennone della loro nave scompariva sotto la superficie dell’acqua e loro si trovavano a lottare tra i flutti, magari appesi solo ad un pezzo di legno o, nel migliore dei casi, su una barchetta precaria.

Se il naufragio avveniva a latitudini alte il povero malcapitato aveva ben poca speranza di sopravvivere. Provate a immaginarlo: fradicio, in balia del vento gelido in un mare che sottrae velocemente calore e vita. L’ipotermia sopraggiunge a breve. Vedi il Titanic. Ma anche nel caso più fortunato di un naufragio in acque tropicali i problemi si facevano subito sentire. Senza una terra nelle vicinanze anche in acque calde le probabilità di sopravvivenza sono qui molto basse. Di giorno il sole che cuoce la pelle, il morso della sete, la disidratazione; di notte il freddo, e gli animali. Gli squali certamente che attaccano un corpo in difficoltà immerso nell’acqua, ma anche le micidiali meduse, e, chi lo direbbe mai, i delfini! I simpatici delfini infatti, hanno l’abitudine di prendere a musate un corpo umano immerso nell’acqua. C’è chi spiega questo fatto con la teoria che vogliano tentare di spingerlo a terra e metterlo in salvo. Il risultato però è quello di produrre fratture e lesioni interne che accelerano la fine del malcapitato.

Tornando ai nostri naufraghi, consideriamo l’ipotesi più fortunata: un uomo si ritrova con una scialuppa, in mare, ma in vista di un’isola. Caso classico e abbastanza comune quando una nave affonda dopo aver sbattuto in un banco di corallo, di solito durante la notte. La meta agognata dopo ore di remate sotto il sole è lì a portata di mano, ma improvvisamente il naufrago si rende conto del muro di frangenti che si interpongono tra sé e l’isola. Quasi tutte le isole tropicali sono contornate da un anello di corallo e la lunga onda oceanica che arriva da chissà dove e che in mare aperto non è altro che un lento avvallamento del mare, in prossimità della barriera si gonfia e frange, travolgendo tutto quello che le si pone dinnanzi. E’ impossibile superarla con un’imbarcazione. A nuoto è ancora più pericoloso, perché la forza del frangente è così violenta da scaraventare e da schiacciare contro il corallo tagliente qualsiasi oggetto galleggiante.

C’è però un trucco per entrare: basta individuare la pass! Ogni barriera corallina ne ha una. E’ il punto in cui il corallo, eroso dalle forze della marea, si apre. E da che si può entrare all’interno dell’atollo, o all’interno della barriera. Una volta entrati l’acqua è calma come in un lago e il naufrago può remare verso la terra che è solo a poche decine di metri.

Ma una volta vicino a terra ecco un’altra brutta sorpresa: le mangrovie. Queste piante che hanno la capacità di viverre nell’acqua salmastra sono appollaiate sopra una massa di radici fittissime ed aggrovigliate che a loro volta affondano nel fango. Le radici sono così fitte che è impossibile addentrarsi, e quando la marea si ritira si scopre anche che le radici ricoperte ostriche e conchiglie tagliano come lame di rasoio. È impossibile camminare ed addentrarsi in un mangrovieto, e il mangrovieto a volte si estende per centinaia di metri, come una barriera invalicabile tra il mare e la terra ferma. Ogni tanto il muro di mangrovie si apre e un canale si incammina nell’interno. Ma anche lungo le rive del canale ci sono sempre e solo mangrovie. Chissà quanti poveri marinai si sono arenati qui, quando pensavano ormai di avercela fatta.

Ma ecco finalmente una soluzione di continuità nelle mangrovie. Finalmente si arriva a terra, o a volte sulla sabbia. E allora comincia la fatica estenuante di trovare l’acqua, cercare il cibo, raccogliere i frutti, pescare e cacciare gli animali. Il tutto naturalmente senza nemmeno uno strumento per cominciare, dato che tutto è andato a fondo con la nave. E se si pensa solo alla fatica che si deve fare per aprire un cocco, viene da chiedersi chi abbia ispirato Bruno Lauzi quando diceva che il naufragio gli aveva dato la felicità ed era arrivato su un’isola stupenda che offriva donne di sogno banane e lamponi.

Nel 1542 su una nave partita dalla Francia con destinazione il Canada per una colonizzazione delle terre del San Lorenzo si erano imbarcati uno stuolo di nobili e di gentildonne, con l’intenzione di aggiudicarsi dei ricchi possedimenti nel nuovo mondo. Ad un certo punto il capitano Roberval, un rigido ugonotto, si accorse che una delle damigelle imbarcate si incontrava segretamente (ma mica poi tanto) con uno dei gentiluomini di bordo. Decise allora di abbandonarla, insieme ad una nutrice compiacente, poche provviste e due archibugi, su un’isola deserta nel golfo di San Lorenzo. Il colpevole invece venne trattenuto a bordo e sarebbe stato condannato a morte se non fosse riuscito a fuggire dalla nave e nuotare fino a raggiungere l’isola. Qui la storia si confonde con la leggenda. Pare che l’uomo sia riuscito ad unirsi alle due donne, sembra che siano arrivati a costruirsi una capanna e che siano sopravvissuti per qualche tempo cacciando, ma il primo inverno si portò via l’uomo e quello successivo la nutrice.

Marguerite de Roque, questo era il nome dell’intrepida damigella, sopravvisse per un altro anno, cacciando gli orsi e procurandosi il cibo in qualche modo, fino a che nel 1544 un battello di pescatori francesi non approdò sull’isola e la riportò in Francia. La sua odissea divenne l’avvenimento dell’anno e Margherita di Navarra, la regina Margot, la inserì nel suo Eptameron come 67° .

Naufraghi volontari .

Ci sono ancora le isole deserte? Poche, ma ci sono. C’è un bel libro, di Lucy Irvin, che si intitola Via dal Mondo, pubblicato da Mondadori qualche anno fa. Racconta la storia di una coppia che volontariamente si rifugia su di un’isola deserta e prova a fare la vita di Robinson Crusoè. La storia è avvincente. I due cominciano con il piede giusto, trovano l’acqua, trovano i cocchi, imparano a pescare. Poi però le cose si mettono male, si ammalano, si infettano con le mosche della sabbia, non vanno neanche tanto d’accordo tra loro….

Il finale non ve lo raccontiamo, ma qualche anno fa, durante il giro del mondo con il Vecchietto, siamo capitati da quelle parti, e siamo andati a vedere. L’isola c’è per davvero, è disabitata, e più o meno corrisponde alle descrizioni del libro.

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