Gen 011998
 

Ci hanno portato dal capo: una camicia sbrindellata, pantaloncini logori e viso intelligente. Sorprendentemente riusciamo a intenderci: disegno sulla sabbia la sagoma di una barca e indico noi due

“Siamo venuti con una barca a vela” il capo fa cenno di si e sorride. Chiede a gesti dove sia la barca. Gli indico un promontorio: “Li dietro”. In realtà la Barca Pulita è al di la del promontorio successivo, ma non si sa mai. “Siamo venuti dall’Italia”. Stavolta non capisce. Italia per lui non significa nulla. Andiamo avanti così per qualche tempo. Nel villaggio sono in centoventi. L’ultima comunità sopravvissuta di un popolo un tempo numeroso.

Siamo alle Isole Surin, al largo della Tailandia. Siamo venuti qui per incontrare gli zingari del mare. Di carnagione scura, piccoli e con tratti quasi mongolici, non assomigliano né ai malesi, né ai tailandesi, anche se da secoli condividono con loro le coste dello stretto di Malacca, spostandosi da un paese all’altro, dalla Birmania alla Tailandia alla Malesia. I Moken, questo è il loro nome originale, vivono su barche lunghe e basse, costruite con il legno incurvato a caldo e annerito da infiniti strati di grasso di fegato di pescecane. Dentro le loro barche possono cucinare, mangiare, dormire e soprattutto spostarsi, cosa che fanno in continuazione, seguendo i monsoni, seguendo i pesci, seguendo le tartarughe, seguendo antichi ritmi e richiami del mare che solo loro sanno riconoscere. O meglio che sapevano riconoscere, perché questo gruppo che abbiamo incontrato qui, alle Surin, sembra che sia l’ultimo sopravvissuto. Ogni barca ospita due o tre famiglie, imparentate tra loro e tutte le barche si spostano all’unisono, come una specie di villaggio mobile. Viaggiano coi monsoni, con le correnti. Conoscono a memoria i reef della costa. Nell’acqua bassa si spingono con lunghissime pertiche. In mare aperto usano le vele e, qualche volta, un vecchio motore rugginoso. Di loro ci avevano parlato in molti, ma in termini vaghi, fumosi, come si parla di cose di cui si è solo sentito parlare, delle quali non si ha esperienza diretta. In realtà gli zingari del mare sono scomparsi quasi del tutto. Come le tartarughe di cui si nutrono.

Li abbiamo trovati solo qui, a 80 miglia dalla costa in un’isola lontana e dimenticata, dove non viene mai nessuno. Il villaggio è composto da una ventina di palafitte costruite in una radura sul limite della spiaggia, proprio dove batte l’onda. Il posto è magnifico. Una specie di canale tra due isole, riparato da tutti i venti e da tutti i mari. L’acqua nel canale è pulitissima. Con l’alta marea le palafitte sorgono su due metri d’acqua. Con la bassa marea sono sulla sabbia asciutta. Gli zingari del mare sopravvivono con ciò che riescono a pescare, pesci, molluschi, tartarughe, e integrano la dieta di mare con i tuberi selvatici che sanno cercare nella foresta quando si fermano temporaneamente a terra.

Un tempo però facevano anche i pirati. Non è il capo a raccontarcelo. Sono le cronache degli storici inglesi. Attaccavano le imbarcazioni piccole e isolate. Sbucavano all’improvviso dal dedalo di isole che orlano la costa. Sceglievano i giorni di vento forte, quando vento e mare mettevano in difficoltà gli equipaggi delle navi. Col vento forte le loro barche a vela, lunghe e strette, maneggiate da mani esperte diventavano velocissime. Comparivano all’improvviso, in dieci, in venti barche, attorniavano la preda, salivano a bordo, uccidevano tutti, svuotavano la nave e scomparivano tra i reef. E’ difficile credere a questa ferocia guardando gli occhi gentili e intelligenti del capo. E’ ancora più difficile crederlo guardando i giovani del villaggio, tranquillamente intenti a costruire una canoa, o guardando le donne, sdraiate sulla sabbia, tranquille, indifferenti.

Il capo dice che non hanno scuola che non hanno maestri, che non hanno medici ne infermiere ne medicine per curarsi quando si ammalano. Dice che non hanno nulla. Ma quando vado con loro sott’acqua, a vederli pescare, in apnea, senza maschera, con un arpione di due metri, a 10 metri di profondità, quando vado con loro a navigare, di notte, tra i reef, senza carte, senza bussola, senza strumenti, … penso che hanno qualche cosa che non sanno di avere: la comunione totale col mare.

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