Gen 012006
 

Alla partenza del primo giro del mondo non sapevamo nulla di pesca, di lenze e di pesci. A La Spezia, prima di salpare, entrammo in un negozio e ponemmo al commesso questo stravagante quesito: «Stiamo partendo per il giro del mondo. Come dobbiamo fare per pescare?». Uscimmo con qualche decina di piccoli ami, con del filo sottile e con l’ informazione – rivelatasi poi sbagliata – che avremmo dovuto procurarci dci pesciolini vivi da usare come esca. Fu così che in Mediterraneo e nella prima parte dell’ Atlantico non pescammo nulla. Tre mesi più tardi, arrivati alle Canarie, ci trovammo immersi in un mondo nuovo pieno di pesci e pescatori. Nel porto, attorno a noi, i pescatori rientravano con le stive colme di tonnetti con la carne scura e il sapore intenso, che gettavano sul molo a centinaia, con indifferenza, come fossero patate. Poi pulivano la barca a secchiate e per ultimo estraevano da una cassa piena d’acqua, al centro della barca, grandi manciate di pesci vivi che sembravano grossi sgombri e che, incredibile, gettavano via. I nostri occhi illanguidivano a vedere buttare tutto quel ben di Dio, così dopo qualche giorno osammo chiedere: «Perché li buttate, non sono buoni?». «Sono la nostra esca fresca. Domani saranno tutti morti. Perché, ne volete?». Ce ne diedero un secchio colmo. Li pulimmo tutti e ne cucinammo una montagna. Da tre mesi vivevamo in mare e ancora non avevamo mangiato un pesce. A quegli uomini che vivevano di pesca non sembrava vero che noi non avessimo la più pallida idea di come procurarci quel cibo che lì era così abbondante. Il giorno dopo arrivarono le spiegazioni: «Dovete andare al consorzio dei pescatori. Chiedete degli ami da tonni, di quelli medi, grandi come un dito per intenderci, chiedete qualche spezzone di filo d’acciaio da due metri, tre rotoli di lenza da un millimetro, qualche piombo forato e poi fate così: prima passate il cavo d’acciaio nel piombo, poi attaccate l’amo da una parte e la lenza di nailon dall’altra. Se volete un’esca più bella prendete un pezzetto di stoffa gialla e legatela attorno all’amo, così, sfilacciandola per bene verso l’esterno». Mentre il pescatore parlava le sue dita eseguivano in pochi secondi quell’accrocchio semplice ed elegante che noi, giorni più tardi, avremmo impiegato ore a mettere assieme. Partimmo per la traversata atlantica con quegli ami dieci volte più grandi di quelli che ci avevano dato a La Spezia, quel filo grossolano e quello straccetto giallo: cominciammo a pescare pesci dalle dimensioni incredibili e dal gusto delicato. Gli oceani, nonostante lo sfruttamento da parte del genere umano, sono ancora ricchi di pesce, così pieni che anche l’ultimo degli sprovveduti è autorizzato, dopo un po’ , a sentirsi un pescatore e a dispensare racconti e consigli su come fare e cosa pescare, il che è esattamente quello che ci accingiamo a fare ora. Su una barca a vela che naviga al largo, in oceano come in Mediterraneo, c’è un solo modo per pescare: alla traina. Vuoi dire che la barca trascina di poppa una lenza lunga una sessantina di metri con un’esca legata in fondo. La lenza è un comune cavo di nailon trasparente e deve essere piuttosto robusta per resistere alla strappo di un pesce di qualche chilo. L’esca, di solito, è artificiale di plastica o metallo. Se ne trovano di già fatte, bellissime, di tutti i colori e di tutte le forme con gli ami già incorporati e pronti per l’uso. Oppure si fanno da soli, mettendo assieme un amo, un peso e uno straccetto colorato come quello del pescatore delle Canarie. Il principio è il seguente: la vostra futura cena, che se ne sta nuotando placidamente alla ricerca di prede, improvvisamente si vede passare di fianco un qualche cosa che somiglia vagamente a un pesce. L’esca scorre piano o veloce secondo la velocità della barca. Se questa va piano, a un nodo per esempio, l’esca è lenta e il pesce ha la possibilità di osservarla per bene e accorgersi che si tratta di un pesce finto. Così a un nodo non si pesca nulla. Se si naviga più veloci, diciamo a 3 nodi, l’esca passa troppo rapidamente perché il pesce abbia il tempo di studiarla per bene. Se i colori e la dimensione sono quelli giusti e se il suo istinto gli dice di provare, il pesce si lancia all’ inseguimento, con un guizzo raggiunge l’esca e la ingoia in un colpo solo. Chi sta a bordo sentirà uno strattone e darà inizio al recupero. La velocità è un fattore critico. Più la barca è veloce, più l’esca scorre rapidamente e più difficile è, per il pesce, raggiungerla. Solo i pesci più grandi sono in grado di sviluppare lo scatto formidabile che serve per raggiungere un oggetto che si muove a sei sette nodi, mentre, se il vostro finto pesciolino naviga a 4 nodi, anche i pesci di taglia media potranno ambire ad addentarlo. Così la velocità della barca, in un certo senso, opera la prima selezione. A 3-4 nodi si pesca più facilmente. A 5-6 nodi si pesca meno ma si prendono i pesci grandi. Per la dimensione degli ami e dell’esca vale un discorso analogo. Un’esca lunga 10 centimetri (misurata dal piombo alla fine dell’amo), sembrerà un’acciuga e attirerà quei pesci che normalmente si nutrono di acciughe, ovvero tonnetti, barracuda e carangidi di mezzo metro. Un’esca da 15 centimetri verrà più facilmente interpretata come uno sgombro, o un pesce volante, e sembrerà appetitosa ai tonni e in oceano ai dorado, lunghi un metro e più. Amo grosso pesce grosso, insomma, amo piccolo pesce piccolo. Attenti però a non strafare. I primi anni, quando eravamo entusiasti di questo modo nuovo per procurarci da mangiare, tendevamo a esagerare e il risultato erano pesci troppo grossi per il nostro consumo giornaliero, a volte così grandi, da risultare difficile tirarli a bordo. Sempre con le esche esagerate, ci è capitato di prendere degli squali lunghi anche un paio di metri. Sono bestie fortissime, che si agitano e menano grandi strattoni. Di solito, dopo qualche strappo, la lenza cede e lo squalo se ne va tirandosi dietro ami ed esca. Se non cede e si riesce a portarlo sottobordo si arriva a una situazione di stallo. L’animale è troppo grande e pesante per essere tirato a bordo ed è anche pericoloso farlo perché gli squali hanno una quantità di denti affilati e una volta in pozzetto si agitano e saltano in un modo impressionante e se capita di passare dalla parte dei denti ci si fa male. Allora non lo si tira a bordo e lo si lascia in acqua. Lo si vorrebbe slamare, ma bisognerebbe aprigli la bocca, cosa che nessuno sano di mente si sognerebbe di fare. Va a finire che si decide di tagliare la lenza, perdendo ami ed esca. Dopo qualche tempo, con un po’ di esperienza, si impara a proporzionare ami ed esca alle dimensioni della barca, alla velocità, al numero delle bocche da sfamare e alla combattività dell’equipaggio. La lenza può essere semplicemente avvolta su un rocchetto simile a quello che usano i cordai per arrotolare le cime o meglio ancora su un mulinello che deve essere fissato sul balcone di poppa. I pescatori più sofisticati montano il mulinello su una canna da pesca d’altura, ma non è strettamente necessario. La funzione principale del mulinello è quella di fare da avvisatore acustico. Quando il pesce abbocca la lenza viene strattonata e il mulinello si srotola velocemente fischiando. Quel fischio acuto, accompagnato dal crepitìo degli ingranaggi è il segnale. Si inizia il recupero. I pesci grossi possono tirare molto forte e bisogna stare attenti a non farsi tirare in mare e a non ferirsi le mani con il filo di nailon in trazione. È importante avere sempre sottomano un paio di guanti grossolani per maneggiare senza farsi male la cima di nailon e soprattutto il cavo d’acciaio nell’ultima parte del recupero. Mentre si recupera il cavo, lo si riavvolge sul mulinello, o sul rocchetto, oppure lo si ammucchia in grandi spirali in pozzetto. Quando il pesce arriva sottobordo bisogna afferrare saldamente il cavo e con un unico movimento fluido fare percorrere al pesce un arco di cerchio e farlo atterrare in pozzetto, o in una parte chiusa e protetta della coperta, da dove sobbalzando, non possa ricadere in mare. Subito dopo si afferra, gli si lega una cimetta alla coda e lo si assicura da qualche parte. Se il pesce è troppo grosso, per tirarlo a bordo ci si può servire di un raffio, un aggeggio da pescatori fatto a uncino che però su una barca a vela non si sa mai dove riporre, o lo si può afferrare per le branchie con una mano guantata e sollevarlo. Quando il pesce è a bordo comincia la parte più antipatica. La bestia si agita, sobbalza, freme e schizza sangue da tutte le parti in una triste agonia che può protrarsi per decine di minuti. Per abbreviarne la sofferenza si può tentare di dare il colpo di grazia con un coltellaccio. Più facile da dire che da fare, con il pesce che si agita, il sangue, il coltello, la paura di ferirsi o di bucare la coperta. Dopo qualche tempo la preda si arrende e smette di agitarsi. Non resta che lavare il ponte e pulire subito il pesce per evitare che con il caldo e il sole si deteriori.

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