Alberto

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Gen 011989
 

È passato poco più di un anno da quando abbiamo lasciato La Spezia per il giro del mondo. La nostra Alpa 11.50 ha felicemente attraversato mezzo mondo ed è arrivata a Papeete. Una rotta, la nostra, che si è snodata in mari quasi sempre benigni, nelle stagioni opportune, con venti e correnti favorevoli. Una navigazione senza storia e senza difficoltà, allietata dalla magia dei cieli sereni, dei venti portanti, dei pesci volanti e del fascino esotico degli approdi.

Inviamo questo articolo non per raccontare di noi, ma del nostro incontro con Alberto, della sua barca e del suo modo di navigare. Un incontro che ci ha fatto pensare che i tempi del coraggio e dell’avventura non sono ancora finiti e la conferma che in mare c’è ancora posto per tutti, che i modi di navigare sono infiniti e che, a volte, un po’ di ingegno, coraggio e di semplicità possono sostituire quella quantità infinita di aggeggi e dispositivi di cui le barche moderne sembrano non poter più fare a meno.

Alberto è argentino, ha 37 anni, è appassionato di mare e di vela e, un po’ per scelta, un po’ per necessità, ha deciso di navigare per il mondo con mezzi e metodi così semplici da risultare quasi incredibili anche a chi, come noi, li ha visti con i propri occhi.

La barca di Alberto è una canoa a vela, semipontata, lunga m. 4,5 e larga m. 1,5, realizzata e disegnata da Alberto stesso in una insenatura del Golfo di Panama. La costruzione dello scafo ha richiesto un bel tronco d’albero (iroko) del diametro di poco più di un metro e mezzo e due settimane di lavoro con tre indigeni esperti nell’arte tradizionale di scavare i tronchi con l’ascia. Altre tre settimane ci sono volute per fissare un piccolo albero, per pontare il primo terzo dello scafo e per fissare il timone a sbalzo. Due mesi di lavoro e l’imbarcazione è pronta a prendere il mare, dotata di due piccole vele e di un lungo paio di remi per le manovre in porto. Poche uscite di prova nel golfo di Panama dimostrano che Ave Marina (è questo il nome della imbarcazione) possiede buone doti di equilibrio e di manovrabilità: la quasi totale assenza di chiglia la rende molto manovriera e sensibile al timone. Non c’è né contrappeso né peso in chiglia; la canoa è però molto immersa e la vela di maestra è tagliata bassa e lunga per mantenere al minimo il momento sbandante. Nelle andature portanti la randa tolta dall’infieritura sull’albero, passata a proravia dell’albero stesso. diventa una specie di vela quadra che assicura una buona stabilità di rotta e sonni tranquilli per l’equipaggio. Tutto ciò può sembrare troppo semplice; comunque sia, Alberto lascia Panama il 2 marzo, diretto alle Galapagos. La lunga traversata (900 miglia), si conclude felicemente dopo 18 giorni. Qualche settimana di sosta e poi di nuovo in mare per le 3000 miglia fino alle isole Marchesi. Qui le cose si complicano. Dopo tre giorni di navigazione con mare grosso, mentre Alberto manovra sulla randa per portarla a proravia dell’albero un’onda improvvisa lo traversa; la randa, non infierita, si comporta come uno spinnaker, la canoa straorza e si capovolge. Tutte le attrezzature di rispetto, le provviste finiscono in mare e Ave Marina assume l’aspetto di un grosso tronco alla deriva.

Una volta raddrizzata, la canoa è piena d’acqua e assomiglia a una vasca da bagno galleggiante, con i bordi liberi che emergono solo di qualche centimetro. “Svuotare la barca era faticoso e difficile” ci racconta Alberto “perché bastava un’onda un po’ più grande delle altre per riempire nuovamente la barca». Dopo qualche tentativo Alberto trova la tecnica giusta: con la randa cazzata al centro e dei cavi filati di prua Ave Marina rimane con la prua al vento e Alberto, lungo disteso nella piroga, attentissimo a mantenere l’assetto longitudinaie, sgotta a piccole secchiate lanciando l’acqua dietro le spalle, verso poppa e non a lato, per non compromettere la stabilità.

Rimessosi in condizioni di navigare, pur avendo perduto in mare la maggior parte delle provviste, Alberto decide di proseguire, comunque, con 20 litri di acqua e un sacchetto di 5 chili di muesli, ritenendo (a nostro avviso a ragione) che fosse più facile proseguire per 2.800 miglia con venti portanti che tentare di tornare indietro a Galapagos, navigando con venti leggeri, in presenza di una forte corrente contraria (uno o due nodi). Impiega 37 giorni ma arriverà, in discrete condizioni di spirito e di salute: piove spesso, qualche pesce volante e i parassiti che crescono sotto la barca forniscono qualche proteina a integrazione della magra dieta di Alberto. Dalle Marchesi, rifatte le provviste, Alberto riparte per le Tuamotu e per le Isole della Società dove lo incontriamo nel mese di giugno. Da qui, insieme, partiamo per Suwarov, un isolotto disabitato, sperduto nel mezzo del Pacifico, dove speriamo di reincontrarci. Lo speriamo perché gli strumenti di navigazione della A ve Marina sono un tantino approssimativi e, in caso di maltempo o di foschia, può essere difficile per lui riuscire ad acciuffare l’atollo.

Infatti, ci crediate o no, il nostro amico naviga solo con l’aiuto del sole e delle stelle: niente bussola, niente solcometro, niente sestante, niente elettronica. Per determinare la propria latitudine, con l’aiuto di un filo a piombo individua ogni notte quali stelle sono vicine allo zenit. La latitudine dell’ osservatore è uguale alla declinazione delle stelle che passano per lo zenit e poiché la declinazione delle stelle è fissa, al contrario di quella del sole, basta leggerla su una pagina delle effemeride nautiche. Quando nessuna stella passa esattamente per lo zenit, Alberto esegue una interpolazione del cerchio fra le due stelle più prossime e con questo sistema, normalmente, riesce a determinare la latitudine con l’approssimazione di un quarto di grado (circa 15 miglia).

E la longitudine? Per quella non c’è niente da fare; si deve navigare come gli antichi portandosi prima alla latitudine del porto d’arrivo e poi far vela per Est o Ovest sino ad incontrare la meta. Il sistema è primitivo ma sufficientemente affidabile e Alberto lo ha dimostrato centrando l’obiettivo delle Marchesi dopo una traversata di tremila miglia, e attraversando senza danni il labirinto delle Tuamotu, costituito da centinaia di atolli bassi e di secche coralline, con venti variabili e correnti imprevedibili, dove molti navigatori, con barche più attrezzate, non osano entrare.

Questo il nostro incontro con Alberto. C’è chi lo considera pazzo, chi un originale, chi lo stima un grande navigatore. Certamente non è un esempio da seguire a ogni costo e alla lettera. Per quanto ci riguarda è solo un nuovo amico che condivide con tutti noi una irresistibile passione per il mare, il sole e la libertà.