Gen 012005
 

Quella che si vive sul mare, sotto una vela spinta dal vento, è una libertà quasi infinita. Dopo 15 anni non ci siamo ancora abituati ed è difficile vederne i limiti. Chi vive sulla terra, intorno, ha sempre lo stesso orizzonte. Ha sempre gli stessi vicini e respira sempre la stessa aria. Su una barca é diverso. L’orizzonte cambia ogni volta che lo si vuol far cambiare. Basta issare le vele e puntare verso il largo per trovarsi ogni volta di fronte alla libertà più bella e più grande di tutte: quella di scegliere una rotta tra le mille possibili che il mare mette a disposizione. E in fondo alla rotta c’é sempre un posto nuovo, un paese nuovo, nuova gente.

L’anno scorso siamo tornati alle Fiji. Erano passati 15 anni da quando, la prima volta, eravamo passati da lì, sul Vecchietto la vecchia mitica Alpa 11,50, durante il nostro primo giro del mondo. Ripassare dopo tanti anni in un luogo di cui si conservano bei ricordi, si dice, sia un errore. Tutto cambia e si rischia di scoprire che le cose che ci avevano fatto stare bene non ci sono più, che i luoghi sono diversi, che la gente è cambiata e via discorrendo. Così è con un po’ di ansia che ci siamo avvicinati all’arcipelago. In realtà, più che per quel che avremmo trovato o meno, l’ansia era dovuta al fatto che avevamo fatto la traversata dalle Vanuatu (500 miglia) navigando solo con il sestante. Il GPS si era rotto, avevamo fatto tutta la strada di bolina ed eravamo distrutti, stanchi morti e incerti. Il nostro punto era approssimativo, fatto solo due volte al giorno con i rilevamenti del sole e portato avanti con la stima ad occhio della velocità. Infatti se non funziona il GPS non si sa più nemmeno a che velocità si cammina, perché la famosa etichetta fuori scafo che un tempo si teneva accuratamente pulita, ormai da anni è un’inservibile incrostazione calcarea. E in più c’era vento forte e mare enorme.

Finalmente una mattina è comparsa, lontanissima, la terra e insieme è comparsa anche una nave, la prima in 10 giorni di navigazione, anche lei che saliva e scendeva tra le onde, che appariva e scompariva tra le creste. L’abbiamo chiamata con il VHF e abbiamo chiesto la posizione, perché, per avvicinarsi a terra a cercare il passaggio tra i reef che immette nelle acque interne dell’arcipelago, bisogna essere ben certi delle proprie coordinate. Sorpresa, il nostro punto artigianale era abbastanza giusto ed eravamo a 7 miglia dall’imbocco del passaggio.

Abbiamo chiesto se fosse normale tutto quel vento.

“Eh, summer monsoon”, è stata le risposta enigmatica, accompagnata da una risata. Vuol dire che quello che a noi sembrava proprio un gran vento, ad altri non sembrava tale. Questione di dimensioni, di altezza sull’acqua, di punti di vista e forse, di lunghezza di scafo. Così abbiamo fatto finta che quelle onde enormi non fossero tali, abbiamo puntato verso terra, imboccato la passe che conduce nelle acque interne dove il vento, come per incanto, è scomparso, fermato dalle vette dell’isola maggiore.

La prima cosa che colpisce, entrando, sono i colori: tinte pastello, bellissime, più intense di quanto ce le ricordassimo, con gli azzurri e i rosa della laguna così delicati e sfumati da sembrare acquerelli e i verdi e i gialli dei bassifondi corallini che con la loro tonalità dicono quanto sia profonda l’acqua e quanto ci si possa avvicinare, e i bianchi accecanti delle spiagge infinite ricoperte di palme. La seconda cosa che si nota, una volta scesi, è la gentilezza di una delle popolazioni più ospitali del mondo. La gente per la strada che saluta e dice Mbula, che vuol dire “benvenuto straniero”. La gente nei villaggi che ci ferma continuamente per chiederci chi siamo, da dove veniamo, cosa pensiamo delle Fiji, e tutti immancabilmente che ci invitano nella loro capanna, a bere il te fatto con le foglie dell’erba limoncina, o la kava, ottenuta con le radici tritate della Piper metisticumun. Insomma, un posto bellissimo. Allora? Tutto bene? Non è cambiato nulla? No è cambiato moltissimo. La capitale, Suva, un tempo una tranquilla e sonnacchiosa cittadina, ora è un posto rumoroso, con tanto di traffico, di inquinamento e di nascente delinquenza. Nelle isole fuori mano invece i modi della gente non sono cambiati, ma sono comparsi i primi segni di modernità. Le lamiere ondulate hanno preso il posto dei tetti di paglia e i bure tradizionali, fatti interamente di cocco sono scomparsi, sostituiti da orribili costruzioni grigie in mattoni di cemento. Per chi arriva in barca le cose sono cambiate ancora di più. Se quindici anni fa non c’era neanche un marina, oggi ce ne sono tre. Se allora per far carena non si poteva far altro che andare sullo scivolo dei pescatori di Suva, dove alaggio e varo erano operazioni rocambolesche che però costavano solo poche decine di dollari, oggi ci sono due cantieri, con tanto di travel lift, di shipchandler e di tariffe europee. Se quindici anni fa nell’arcipelago passavano 20 barche all’anno, oggi ne passano molte centinaia e gli ancoraggi più belli come la Blu Lagoon delle Yasawa, cominciano ad essere affollati, proprio come in Mediterraneo, con la differenza che qui le barche sono americane, australiane, neozelandesi, giapponesi. Per noi, che abbiamo scelto il lavoro di andare a cercare gli angoli più remoti e i luoghi più sperduti dove sopravvivono natura e tradizioni e di raccontare queste cose nei nostri libri e nei documentari, quelle baie affollate non erano più interessanti e quei marina perfetti e puliti dove la gente si ritrova la sera per il BBQ, la birra e i racconti di traversate eroiche, lo erano ancor meno. “Che facciamo?” “Mha, proviamo ad andare un po’ controvento” Alle Fiji controvento vuol dire Est, verso quella parte dell’arcipelago che si incontra per prima quando si viene dalle Tonga, ma dove nessuno si può fermare perché non si sono ancora espletate le procedure di entrata nel paese.Una volta arrivati alla capitale, o in uno degli altri porti doganali, e sbrigate le formalità, è difficile tornare verso quelle prime isole, perché, appunto, si dovrebbe navigare controvento e tutti preferiscono proseguire per le Yasawa, sottovento, altrettanto belle, ma più comode. “Va bene, proviamo verso Est” e già che c’eravamo abbiamo deciso di puntare verso l’isola più lontana, a 300 miglia dalla capitale, l’ultimo avamposto orientale dell’arcipelago.

Ci sono voluti 12 giorni, giocando a nascondino con il vento, passando sottovento alle isole quando riuscivamo, picchiando con il mare corto e con il vento in faccia quando eravamo costretti a farlo. L’ultima parte è stata la più dura: di nuovo in oceano aperto, con onde di due o tre metri, e il solito vento di bolina. Vento moderato, di 15-20 nodi, che però, se è contrario, sembra una piccola tempesta e ti fa rollare e faticare e star male, ma ormai eravamo quasi arrivati.

L’ultima isola dell’arcipelago, la nostra isola controvento, in realtà è un atollo. Una cintura ellittica di coralli con un’entrata sul lato occidentale e con un’unica parte di terra emergente piccola piccola sul lato orientale, dalla parte opposta all’entrata.

Alle 4 di notte il GPS, che nel frattempo è stato riparato, dice che siamo a 4 miglia. Fuori non si vede nulla. Ci mettiamo alla cappa, tra le solite onde che ci fanno rollare paurosamente, e aspettiamo. Arriva la luce rosata dell’alba. Arrivano il giallo del sole con il suo calore. Anche con il chiaro, però, non si avvista nulla. E’ normale. Non c’è terra su questo lato e la barriera si vede solo quando si è vicini. Riapriamo il fiocco, lo cazziamo, e riprendiamo la bolina, sempre verso Est. Dopo neanche un’ora appaiono i frangenti. Sono diversi dalle solite creste bianche che si vedono qua e là a screziare il blu che ci circonda e che si formano quando la cresta di un cavallone diventa troppo ripida e instabile. Questi sono meno irregolari. Appaiono e scompaiono ma si formano sempre sullo stesso posto, sono messi in linea e rivelano la presenza dell’ostacolo nascosto della barriera. Ancora mezzora ed ecco una interruzione netta nel bianco dei frangenti, una specie di porta, di corridoio, un passaggio dove il mare rimane blu. Avanziamo. Il sole, sorto da due ore, è ancora basso e siccome procediamo per Est ci si vede male. L’entrata però è larga un quarto di miglio e sorprendentemente facile. La imbocchiamo e in due minuti il mondo cambia: l’acqua diventa azzurra, il fondo da migliaia di metri che era risale a 35 e quel che più conta, le onde da 3 metri diventano ondulazioni gentili. Intorno a noi c’è sempre oceano a perdita d’occhio, ma dentro la laguna è come essere in un lago.

Il nostro atollo è lungo venticinque miglia, e largo sei o sette. E’ così grande che potrebbe contenere l’intera isola d’Elba. L’isola, sul bordo orientale, non è ancora in vista, e continuiamo a navigare, sempre verso est, sempre contro lo stesso aliseo da 15-20 nodi, ma farlo senza onde è persino divertente. Facciamo bordi che durano poco più di un’ora, prima per Nord Est finché non avvistiamo i frangenti che formano il limite nord dell’atollo, poi verso Sud Est finché non compare il bordo meridionale e così via. Sul plotter le spezzate della nostra bolina si allineano precise e dritte come gli zig zag di una macchina da cucire. Fa caldo, è divertente, e la barca corre veloce. Dopo 6 bordi appare l’isoletta. Dopo altri tre, a metà pomeriggio, il fondo risale, l’azzurro si intensifica, i banchi isolati di corallo a cui si deve sempre stare attenti quando si naviga in un atollo diventano più fitti. Ammainiamo e continuiamo a motore, piano piano, prima su 10 metri, poi otto, poi sei. Dobbiamo anche tener conto della marea che ha un’escursione di tre metri. Come sarà adesso? Alta o bassa? A un miglio da terra il fondo è 5 metri e il corallo in giro è semplicemente troppo. Ancoriamo, anche se siamo così lontani che non si vede neppure se l’isola sia abitata o no, e per scendere a terra ci vorrà mezzora di gommone, pazienza.

Ed è stato così che per gioco, senza saperlo, siamo arrivati in una specie di paradiso. Un’isola bellissima, incontaminata, dove vivono solo 4 persone che non vedono mai nessuno. Qui, su quest’atollo, non arrivano ne navi ne traghetti. Negli ultimi 10 anni, ci raccontano gli abitanti, è passata un’unica barca a vela e solo un paio di volte l’anno, nel periodo delle calme invernali, qualche pescatore coraggioso si spinge fin qui dalle Fiji attirato dalla incredibile abbondanza di pesci della laguna.

L’isola è lunga 5 chilometri e larga qualche centinaio di metri. I suoi abitanti vivono in una radura proprio al centro. Per il resto solo spiagge senza orme, terra coperta di cocchi e piante aggrovigliate, lagune piene di coralli e di pesci, scogli corallini abitati da milioni di granchi e di murene. Ci sono anche due isolette piccole che chi ha disegnato la carta non si è curato di riportare. Sono letteralmente coperte di uccelli, di sule, di fregate, di sterne che vengono a depositare le uova e a covarle e che non fuggono quando ci avviciniamo con la telecamera. Ci sono pipistrelli giganti con le ali larghe un metro e ci sono persino i granchi del cocco che altrove sono scomparsi perché troppo appetitosi e troppo facili da catturare. Qui tutto è intatto, incontaminato, primordiale. Così su questa isola abbiamo girato le immagini di uno dei più bei documentari che abbiamo prodotto, con protagonisti l’isola, i suoi abitanti e i suoi animali.

Beh, non era proprio solo paradiso. C’era anche qualche inconveniente, come i milioni di zanzare che a terra, attive anche di giorno, si sono rivelate indifferenti a tutti i nostri repellenti. L’unico modo di evitarle era quello di stare immersi nell’acqua fino al collo o di stare immersi nel fumo delle scorze di cocco, che gli abitanti accendevano intorno alle capanne per tenerle lontane, ma così si restava intossicati. In barca si stava bene, tranne che con l’alta marea, quando, per qualche ora, l’onda oceanica riusciva a superare l’ostacolo della barriera ed entrava in laguna facendoci rollare come fossimo in navigazione. Ma questi disagi, in fondo, sono un costo accettabile, una fatica che si fa volentieri, come quella di andare controvento.

Il nostro racconto finisce qui. Dite che ci siamo dimenticati qualcosa? Il nome dell’atollo? No, non ce lo siamo dimenticati. Non lo abbiamo detto di proposito. Negli ultimi anni ci è capitato di notare che, una piccola informazione su un posto, può scatenare un fenomeno a valanga, che riversa sul luogo una numero di barche tali, da stravolgerlo. Un esempio? Nella baia di Port Resolution, alle Vanuatu, si poteva accedere solo dopo aver fatto l’entrata ufficiale dall’altra parte dell’isola, in un porto impossibile, senza ancoraggio e senza riparo. Quando si seppe, perché una barca diffuse la notizia per radio, che si potevano pagare gli ufficiali e farli venire con il fuoristrada fino a Port Resolution per sbrigare lì le pratiche, molte barche cominciarono a fermarsi. Ora è istituzione che la pattuglia arrivi una volta la settimana. Morale, in una baia dove si vedevano non più di una dozzina di barche l’anno, lo scorso agosto ce ne erano venti contemporaneamente, con gommoni da quaranta cavalli che schizzavano su e giù tra le canoe dei nativi, con i BBQ organizzati sulla spiaggia, e con le mamme americane che spiegavano alle maestre della scuola come far giocare i bambini e altre amenità del genere. La cosa peggiore, e noi l’abbiamo vista con i nostri occhi, è stato quando, l’equipaggio di due barche (tacciamo la nazionalità) hanno fatto un accordo per farsi cucinare un pasto a terra. In cambio hanno portato una bottiglia di rum. Il giorno seguente, uno dei due cuochi, un ragazzo di 25 anni, gentile e disponibilissimo, ha picchiato la madre. Con tutte le conseguenze che un episodio del genere si porta dietro, in una società dove la famiglia è il centro della vita!!

Ci spiacerebbe pensare a una situazione simile nel nostro atollo figiano. Il nome non ve lo diciamo, ma se qualcuno di voi ci vuole andare, lo cerchi attentamente, a Nord Est, e ancora più a Est, sulla carta delle Fiji.