Gen 012002
 
Uova di megapode - Vanuatu

Uova di megapode – Vanuatu

La raccolta delle uova di megapode

 Siamo arrivati ieri qui, sulla costa occidentale dell’isola di Ambrin, alle Vanuatu. Un’isola nera, vulcanica, con al centro un vulcano attivo, lontano da qui un paio di giorni di cammino. Ci sono sulla spiaggia segni che testimoniano la sua presenza lontana. La spiaggia è nera come il carbone, e camminando sulla sabbia, il nero rimane attaccato alla pelle e ci vuole l’acqua e il sapone per mandarlo via. C’è odore di zolfo a terra, e su un lato della baia ci sono pozze d’acqua calda e dolce, alimentate da sottoterra. La temperatura nelle pozze diminuisce con l’avvicinarsi al mare, così ci si può immergere nell’ultima oramai tiepida e buttarsi poi nell’acqua salata per sentirla quasi gelida.

Passiamo metà mattina da una pozza, al mare a un’altra pozza, per vedere fino a che  distanza dalla riva riusciamo ad arrivare.

Verso metà mattina arriva una canoa con una piccola veletta, che si viene a fermare sulla battigia dove siamo noi. A bordo due ragazzi, armati solo di maglietta e pantaloncini.

Vengono dal villaggio vicino.

“We came here to collect eggs!” spiegano

“Uova?!”

“Si di megapode”

Mai viste prima delle uova di megapode, e senza quasi chiedere il permesso  ci mettiamo a seguire Robert e Daniel che si incamminano tra le montagnette coperte di arbusti che si trovano a una delle estremità della baia.

Il megapode è un uccello molto simile a una grossa faraona, con le zampe corte e i piedi piuttosto sviluppati. E’ molto diffuso nella fascia equatoriale dell’indo-pacifico, infatti già anni fa ne avevamo visti alcuni esemplari nell’arcipelago di Komodo in Indonesia.

Uova di megapode - Vanuatu

Uova di megapode – Vanuatu

La sua caratteristica principale è quella di deporre le uova in buche profonde,  protette e difficili da raggiungere e poi riempire il nido con tanto materiale organico, così tanto da non permettere che ci sia passaggio d’aria. In questo modo il materiale organico fermenta e sviluppa calore. E questo calore cova le uova in vece della madre. I pulcini che nascono, hanno un dito molto più lungo degli altri che permette loro di scavarsi una galleria e uscire all’aperto.

“I megapodi depongono le uova sotto le radici di questi arbusti” ci spiega Daniel, mentre Robert, si ferma alla base di ogni pianta e tasta il terreno per vedere se la terra è stata in qualche modo rimossa.

Dopo un paio di tastate decide che lì sotto c’è un nido. Comincia allora a scavare la terra nerissima e polverosa che in breve lo ricopre e lo rende simile a uno spazzacamino. Lo vediamo sparire sottoterra, e dirigersi verso il basso, nuotando nella polvere. Poi solo le sue gambe restano fuori dalla voragine che ha aperto. Ma dopo poco riemerge tutto coperto di nero a mani vuote.

“Already gone!” borbotta dirigendosi ai cespugli successivi.

Cerchiano di farci spiegare come fa a capire tutte queste cose.

“Seguo il calore. Le uova sono proprio nel punto più caldo del nido, e se quando arrivo lì non ci sono vuol dire che qualcuno le ha già prese o i pulcini sono usciti!”

“Eh, semplice!”

Ma eccolo che ha trovato un altro nido. Questa volta sembra più grosso, perché toglie enormi manate di terra, aiutato anche da Daniel, mettendo a repentaglio la stabilità di tutto l’arbusto. Lo vediamo sparire inghiottito dalla terra. Daniel lo segue un po’, poi li sentiamo parlottare e urlare, fino a che, in un veloce passamano, non vediamo arrivare una mezza dozzina di uova.

Sono uova ellittiche, lunghe una decina di centimetri, con il guscio bianchissimo.

I ragazzi sembrano soddisfatti e impacchettano le uova a una a una dentro più strati di foglie e a ognuna fanno un cordoncino così da poterle trasportare senza che si rompano cozzando fra di loro.

La raccolta, non è finita. Continuano per un’altra oretta, tastando le radici, indovinando il buco, spalando, scavando, nuotando scomparendo nella terra e tornando ricoperti di nero.

Alla fine le uova sono una trentina. Loro sono soddisfatti (finalmente!) e decidono che si può ritornare.

Gli chiedo cosa se ne faranno: naturalmente le portano alla loro madre!

Ma dopo averli sistemati con cura sul fondo della canoa, ne prendono quattro e si avviano verso la pozza d’acqua più lontana dal mare. È una pozza grande più o meno come un lavandino, con il fumo che sale e dove noi non siamo riusciti a infilare nemmeno un dito.

C’è un uovo per uno. Le mettiamo nella pozza tenendole per il picciolo della foglia che le impacchetta.

“5 minutes is enough” ci dicono gli esperti.

E così cinque minuti dopo tiriamo fuori i nostri cartoccini, togliamo le foglie cercando di non scottarci le dita e, rotto un guscio piuttosto tenace, ci troviamo di fronte a un uovo sodo, con l’albume molto ridotto e un tuorlo quasi rosso.

Buono, peccato che nel mio si veda la sagoma del pulcino già formata!

Gen 012002
 
Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

La spiaggia di Ambrin non cessa di riservarci sorprese! Dopo le pozze calde, la caccia al maiale selvatico, la raccolta delle uova di megapode, oggi la sorpresa viene dal mare!

Stavamo nuotando con la maschera intorno alla barca in cerca di qualcosa da fotografare. L’acqua è limpidissima tanto da poter distinguere le pietruzze che compongono il fondo nero a 5 metri di profondità.

All’improvviso alla mia sinistra ho scorto una macchia bianca, una cosa che stava scendendo dalla superficie ed è arrivata giù giù fino a distendersi sul fondale e incominciare a sondarlo lentamente con la punta del naso.

Un dugongo!!

Da quando siamo partiti dall’Italia abbiamo sempre cercato di incontrarne uno: in Mar Rosso, lungo la costa dell’Africa, in Tailandia, in Indonesia. C’era sempre qualcuno che ci diceva che si che ne aveva visti, che se ne vedevano spesso. Ma noi mai. Addirittura in Papua Nuova Guinea sulle bancarelle del mercato vendevano grasso di dugongo (o per lo meno così avevamo capito) ma mai una volta che ci fosse capitato di vederne uno, anche da lontano, quando vengono in superficie a respirare.

Il dugongo è un mammifero marino, della famiglia delle Sirenidi e viene anche chiamato vacca di mare o lamantino.

Sapevamo che alle Vanuatu ce ne erano. Addirittura a Port Resolution ce ne era uno stanziale nella baia, che gli abitanti del villaggio chiamavano da riva battendo le mani sull’acqua. Ma era morto qualche anno prima, e a noi era toccata solo la visione delle sue ossa composte in una specie di tomba sulla spiaggia!

Ma qui, invece lo abbiamo a pochi metri, inaspettatamente, all’improvviso.

Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

Piano piano nuotiamo nella sua direzione, muovendo pochissimo le pinne, fino ad arrivare esattamente sopra di lui. Ha una specie di proboscide sulla parte anteriore del muso con la quale sembra annusi il terreno, ma evidentemente bruca le piccole alghe che sono sul fondo inframmezzate ai ciottoli neri. Va avanti così per un po’ con due pesci pilota che gli stanno appiccicati ai fianchi e che si muovono all’unisono con il suo corpaccione lungo più di tre metri, nel quale gli anelli di grasso sono sottolineati dai movimenti dell’acqua.

Avanza sul nero di pochi centimetri per volta, provocando delle piccole nuvole di polvere ai lati della sua proboscide. Poi all’improvviso si da una spinta, si solleva in verticale e viene su, verso di noi, fino a incontrare la superficie dell’acqua e respirare. Dà un paio di boccate, con piccoli spruzzi, come un delfino. Restiamo immobili e indecisi sul da farsi, non osiamo nemmeno scattare una foto nel timore che il clik riveli la nostra presenza, o lo faccia spaventare. Tra l’altro affiora nella nostra mente un monito che ci aveva dato un pescatore a Port Rsolution:

“State attenti se vedete un dugongo in mare, perché combattono a testate” Ma non ci viene proprio di aver paura di quel ciccione con la ciccia un po’ tremolante, che dopo aver preso aria ed essere rimasto per poco in superficie prende nuovamente a scendere verso il fondo.

Di noi pare non essersi nemmeno accorto, forse siamo controluce, forse è cieco. Forse non gli importa assolutamente di noi!

Ci immergiamo ripetutamente per filmarlo e fotografarlo. Lui è sempre lì a brucare, con i pesci pilota al suo fianco, incurante di quello che gli succede intorno. Evidentemente questa è l’ora del pasto, e niente e nessuno gliela può guastare. Ogni tanto sale, prende aria e ridiscende spostandosi solo di pochi metri dal luogo iniziale.

Quando abbiamo filmato e fotografato tutto quello che c’era da riprendere, e dopo che abbiamo preso confidenza con quella forma chiara che tanto contrasta con la sabbia vulcanica del fondo, decido che è il momento di diventare più intimi. Così, mi porto sopra di lui e piano piano scendo sul fondo, fino ad arrivargli accanto e vedere nitidamente le alghe che spariscono nella sua proboscide. Poi allungo la mano e gli do una carezza. Tocco una massa vellutata, tremolante, come se fosse tutta piena d’acqua. Lui si irrigidisce e fa un impercettibile scarto. Impaurita torno subito su, in tempo per vederlo girare, guardarsi in torno e poi allontanarsi nuotando sul fondo a una velocità sorprendente e inaspettata per la sua massa. Cerchiamo di seguirlo, ma quasi subito perdiamo di vista la sua sagoma bianca e il fondo sotto di noi torna un’unica distesa di nero.