Gen 012000
 
Aua - Lat 1° 28’ Sud    Long 143° 03’ Est

Aua – Lat 1° 28’ Sud Long 143° 03’ Est

Era da più di una settimana che non vedevamo terra. Abbiamo navigato tenendoci sempre molto lontani dalla costa e sempre senza vedere la terra abbiamo superato il confine tra l’Indonesia e la Papua Nuova Guinea. Stamattina però è apparsa una piccola terra. E’ l’isola di Aua, un pochino di verde circondato dalla barriera corallina. Ci siamo avvicinati, senza sapere neppure noi il motivo,  perché il portolano dice che non c’è possibilità di ancorare e che tutto attorno all’isola a 20 metri dalla battigia  il fondale cade già oltre i cento metri.

Da lontano appariva come una collina verde allungata e orlata da sabbia bianca. Da qualche parte ci doveva essere un villaggio, ma non sapevamo dove, così avanzavamo piano incerti su dove andare.

Ad un certo punto dall’isola abbiamo cominciato a vedere dei lampi di luce. Qualcuno a terra aveva visto la nostra vela e ci faceva segnalazioni con uno specchietto. Qualcuno che voleva dirci che lì c’era vita, che voleva attirare la nostra attenzione e non lasciarci passare oltre senza averci visto da vicino. Qui probabilmente non viene mai nessuno e una barca di passaggio è una cosa troppo allettante per farla passare indisturbata.

Abbiamo fatto rotta verso il punto della costa da dove provenivano le segnalazioni.

Aua - Lat 1° 28’ Sud    Long 143° 03’ Est

Aua – Lat 1° 28’ Sud Long 143° 03’ Est

Quando eravamo a mezzo miglio da terra una dozzina di canoe di legno sono uscite in mare. Bucando con perizia i frangenti della barriera, le canoe hanno cominciato a venire verso di noi. A bordo di ciascuna uno o due uomini che davano dei colpi poderosi di pagaia.

Abbiamo ammainato i fiocchi e li abbiamo aspettati. Il primo è un uomo corpulento, dall’aspetto polinesiano, barba e sorriso e che ci da il benvenuto in perfetto inglese.

Non ce lo aspettavamo dopo tanto tempo di Indonesia, ma qui in Papua Nuova Guinea l’inglese è una delle lingue ufficiali.

“I’m Rea, come and follow me, there is a little passage”

Molto gentile a voler farci strada, ma è fuori discussione che noi possiamo entrare nel passaggio della barriera. Così ci mettiamo a conversare con Rea e con gli uomini sulle altre canoe che nel frattempo ci hanno raggiunto.

Le domande sono sempre le stesse:

“Da dove venite?”

“Dall’Italia”

“Da quanto siete partiti?”

“Da sette anni”

“Dove andate?”

“In Australia”

“Vi interessano degli oggetti di legno?”

“…..beh si, ma non abbiamo soldi della Papua”

“Non importa, avete magliette, pinne, zucchero…. a me piacerebbe un cappello, ma non ho nessuna scultura”

Rea grida qualcosa, ed ecco che tutte le canoe riprendono a remare velocemente, lanciando delle grida a terra. Sulla linea dei frangenti  appaiono altre imbarcazioni e dopo un pò ci  troviamo circondati da una massa di uomini scuri che brandiscono strane lance di legno. Tutti la stessa identica lancia, appuntita, tutta frastagliata, e ornata alla base da un osso di tartaruga messo per traverso.

“Che cos’è”?” ho chiesto a Rea

“Traditional weapon, very dangerous”

In effetti acuminata com’è, scagliata con forza potrebbe uccidere una persona.

Abbiamo preso la prima che ci hanno offerto. Prezzo: una T-shirt con verde, usata, ma pulita.

L’intagliatore è raggiante, noi un pò perplessi

“Magari in Australia ce la sequestrano, c’è un osso…”

“Si ma se non la prendiamo ci restano male”

“Si, d’accordo, meglio non farli arrabbiare!”

E così, prima di issare i fiocchi,  abbiamo anche regalato un cappellino a Rea per la sua funzione di intermediario.