Gen 012000
 
Vermi - Atollo di Ayu

Vermi – Atollo di Ayu

Anche qui nell’atollo di Ayu, tanto per cambiare, ho avuto un’esperienza di tipo culinario.

Una delle prime mattine dopo il nostro arrivo siamo scesi a terra nell’isoletta di Ruton, uno dei tanti batufoletti di palme che contornano la laguna.

Era da poco sorto il sole, e il villaggio si stava stiracchiando e sbadigliava dopo la notte.

Le donne erano indaffarate intorno ai fuochi della cucina che con i loro fumi azzurrognoli avvolgevano tutto in una strana nebbia. Gli uomini preparavano le canoe, le vuotavano dall’acqua, le caricavano con le vele arrotolate e si apprestavano ad andare a  pescare approfittando dell’alta marea. I bambini erano da tutte le parti, alcuni ancora addormentati sdraiati su stuoie di foglie di palma, altri mezzi nudi e altri già pronti, con un quaderno e una matita in mano, per andare a scuola.

Il nostro arrivo come sempre ha distratto tutti dalle proprie attività e sulla spiaggia si è formato il solito comitato di accoglienza che si andava ingrossando mano a mano che ci avvicinavamo alla riva.

I pescatori ci hanno aiutato a legare il gommone in un posto sicuro. Poi ci siamo scambiati qualche saluto. Qualcuno ha detto il proprio nome: Daniel, David, Jhoseph…. e noi abbiamo risposto con i nostri:

“Elisabeth, Carlo”

“Oh Elisabeth, Carlos (la S finale è di rigore fuori dal Mediterraneo!) salamat” benvenuti. E ci hanno scortati dentro il villaggio, mentre i bambini ci si accalcavano intorno curiosi, ma vergognosi e alcuni addirittura spaventati non appena gli rivolgevamo la parola o cercavamo di toccarli.

Il villaggio è costituito di capanne di palma, sparpagliate sul terreno sabbioso. Non c’è lo stesso ordine  che c’era a Waigeo, anzi qua c’è anche un pò di sana sporcizia, ma tutto è immensamente vivo.

Ci siamo aggirati per un pò tra le capanne, fino a quando non è arrivato uno che si è presentato come Mesa Campung, capo villaggi0o, e ci ha dato il benvenuto ufficiale.

Ci ha detto che potevamo stare quanto volevamo e potevamo andare dove volevamo.

Poi ci ha presentato sua moglie, una donnona sugli 80 chili, nera come il carbone e dagli evidenti tratti melanesiani. Avvolta come un salame in un pareo stretto sotto le ascelle, stava accudendo a una grigia. Sopra la griglia c’erano due pesciotti quasi arrostiti e un fascio di oggetti non meglio identificati. Erano una specie di bastoncini lunghi una trentina di centimetri. Il colore e l’aspetto era quello dei gambi dei funghi chiodini, ma più lunghi e di conseguenza più larghi.

Ogni tanto qualcuno passava di lì e ne strappava uno e poi lo sgranocchiava, dopo aver tirato con forza con i denti per staccarne un pezzetto.

Ho chiesto alla donna cosa fossero. Errore fatale!! Ci ho pensato quando ancora stavo formulando la domanda

“Chachi” mi ha risposto, staccandomene uno e mettendomelo in mano. A questo punto ho dovuto assaggiarlo. Era una cosa coriacea, ho fatto fatica a strapparne un pezzo tirando con i denti, e la superficie era ruvida, come costituita di tante righette parallele. Il sapore, è arrivato solo dopo un po’ di masticazione ed era indefinito, vagamente simile a quello dei totani.

“Per fortuna, credevo peggio!”

Vermi - Atollo di Ayu

Vermi – Atollo di Ayu

Qualche ora dopo al culmine della bassa marea, tra la nostra barca e il villaggio si sono scoperti degli isolotti di sabbia bianchissima. Lunghi qualche centinaio di metri e larghi un po’ di meno. Siamo andati a camminare sopra quella sabbia che sembrava velluto. C’erano conchiglie, stelle marine e tutte quelle forme di vita che appaiono quando l’acqua se ne và. C’erano anche delle donne che raccoglievano qualcosa.

Naturalmente siamo andati a vedere.

Armate di un bastoncino, lo infilzavano nella sabbia in presenza di particolari fossette. Certe volte lo ritraevano e provavano da un’altra parte, altre volte invece, con un colpo deciso, lo conficcavano ancora più profondamente e cominciavano a scavare con le mani. A una profondità di 20 centimetri afferravano qualcosa e cominciavano a tirare. Piano, con delicatezza, ma in maniera decisa. Dopo un po’ appariva un verme bianco, lungo una trentina di centimetri, dall’apparenza elastica e gommosa e con il bastoncino inserito in quella che, per il suo bene, ho pensato essere la bocca del verme.

Emerso il verme la donna lo prendeva in mano e faceva scorrere due dita per tutta la sua lunghezza, mungendolo da tutto quello che c’era all’interno e ottenendo così che un rivoletto di roba giallognolo-marroncina uscisse dalla bocca. Poi infilzava la bestia in una costola di foglia di pandano che si trascinava dietro sulla sabbia, e alla quale erano già infilzati numerosi altri individui della stessa specie.

“E’ questa la roba che ho mangiato stamattina?” Me la sono sentita improvvisamente sullo stomaco.

“Ma non hai detto che non era cattiva?”

“Beh, ma chissà cosa sono?”

A vederli da vicino avevano l’aspetto di anellidi, dei lunghi lombriconi, un po’ meno viscidi e bianchi.

Abbiamo seguito le ragazze fino a quando sono tornate al villaggio con le canoe.

Ero curiosa di vedere come preparavano i vermoni per cuocerli.

Con mio massimo disgusto ho visto che li mettevano sulla griglia, così come erano, infilzati uno accanto all’altro, senza nè pulirli nè sciacquarli, lasciando tutto quello che avevano ancora dentro o che si era appiccicato fuori.

“Ma ho mangiato quella roba lì, con le interiora e tutto….?”

“Ma dai il fuoco purifica. E poi fai finta di non averlo visto!”

Gen 012000
 
Troviamo un atollo - Atollo di Ayu

Troviamo un atollo – Atollo di Ayu

Gli atolli sono posti strani e bellissimi. Sorgono in mezzo al mare, in pieno oceano, dove l’acqua è pulita e incontaminata e dove non ci sono uomini, o ce ne sono pochi. Un bassofondo a forma di anello emerge da abissi insondabili ed arriva a lambire la superficie. Sul bordo del bassofondo il corallo, nell’acqua pulita, cresce rigogliosamente formando incredibili giardini colorati, e, all’interno dell’anello di corallo c’è sempre una laguna calma e profonda. Se fuori dall’atollo il mare è grosso, ci sono le onde, le correnti e i pericoli del mare aperto, dentro l’atollo è come essere in paradiso. La circonferenza irta di coralli semiaffioranti protegge la laguna dalle onde ed è come essere in un lago. Un lago d’acqua salata in pieno oceano.

Dentro la laguna ci sono le isole ricoperte di palme da cocco, le spiagge bianchissime, le zone sabbiose di mare poco profondo e tiepido, dove pullulano i pesciolini e dove è bello restare per ore a farsi accarezzare dal vento e dal sole.

Ci sono atolli famosi come quelli delle Maldive e delle Tuamotù, altri meno noti come quelli delle Chagos e delle Laccadive, e ce ne sono altri isolati e lontani, che nessuno conosce.

Questo dove stiamo per entrare è uno di questi ultimi. Si chiama Ayu, e l’abbiamo scoperto per caso, studiando la carta nautica, una trentina di miglia a Nord di Waigeo, da cui siamo partiti ieri sera.

Appena lasciata la costa dell’isola il vento è diventato leggero, capriccioso e incostante. Ma a noi andava bene così, perchè la strada da fare era poca e avevamo tutta la notte per farla. Alle dieci circa abbiamo passato l’equatore e abbiamo festeggiato mangiando uno degli ultimi formaggi in scatola rimasti ancora dalle provviste Australiane.

Alle 7 del mattino, con la prima luce del giorno, sempre a vela, sempre spinti da un leggero aliseo, abbiamo visto l’acqua che cambiava colore: era il bordo esterno dell’atollo, dove il  mare improvvisamente da blu scuro diventava verde, e poco più in la frangevano le onde. Abbiamo cominciato a costeggiarlo, a distanza, verso nord, in direzione della passe, ovvero del passaggio che immette nella laguna.

 Ore 10.00

Siamo davanti all’ingresso del passaggio. Fin qui abbiamo navigato a vela, con vento contrario ma leggero restando sempre rasenti al limite dell’atollo, con il cambiamento di colore dell’acqua da blu a verde che ci avvertiva quando ci stavamo avvicinando troppo. Abbiamo passato qualche canoa di gente che pescava sul limite del reef, e li abbiamo salutati da lontano. Ora, ammainate le 4 vele della Barca Pulita, stiamo imboccando a motore la passe, che per il momento è larga e senza pericoli.

I colori sono incredibili: blu, azzurro e verde pastello, ma la corrente è forte. Una specie di fiume largo e liscio che scorre contro di noi. E’ da questo fiume che, per ubbidire alla legge delle maree,  deve passare tutta l’acqua che esce dalla laguna. Noi invece dobbiamo entrare e per noi la corrente è un ostacolo e un pericolo. Ho tentato di calcolare l’ora in modo da arrivare qui con il minimo della marea, per affrontare il passaggio al momento della stanca, ma devo aver sbagliato i conti a giudicare dalla violenza del fiume. Discutiamo tra noi se non sia meglio fermarsi e aspettare che la marea si inverta. Decidiamo di no,  meglio continuare. Continuiamo a motore, al massimo della potenza, cercando di mantenerci al centro del passaggio, tra gorghi e rivoli di schiuma.

 Ore 10.30

Siamo nel punto più stretto del passaggio e puntiamo verso Est, in direzione della laguna. Si vedono i reef scorrere sui due lati, a poche decine di metri dal nostro scafo. Ci sono rocce emergenti, isole, isolette, lingue di sabbia. La nostra rotta  è un nastro blu che serpeggia tra questi oggetti colorati.  Come sempre Lizzi è al timone mentre io sto a prua, di vedetta. Ad un certo punto salgo sull’albero di trinchetta con la telecamera piccola per tentare una ripresa dall’alto. Da dieci metri di altezza lo spettacolo è mozzafiato. La nostra prua avanza contro rivoli di acqua blu, e lo scafo sfiora isole di corallo verde, tanto belle quanto pericolose. Torno in pozzetto. Se qualcosa andasse storto almeno saremmo in due.

 11.00

Troviamo un atollo - Atollo di Ayu

Troviamo un atollo – Atollo di Ayu

Ormai siamo dentro la laguna. La corrente si è calmata e i colori  sono  ancora più intensi, e più puliti. Ora i colori dell’acqua ci servono da guida: giallo e marrone vuol dire corallo a pelo dell’acqua. Verde vuol dire corallo sommerso di mezzo metro. Azzurro chiaro e sbiadito vuol dire fondo di sabbia ma con meno di un metro d’acqua.  Azzurro pastello vuol dire sabbia con acqua sufficiente perchè la nostra barca possa passare, e da lì in poi, tutte le tonalità più intense dell’azzurro, fino al blu profondo, segnalano i passaggi sicuri, dove l’acqua è fonda. La laguna che si apre davanti a noi è un immenso mosaico di colori. Dalla mia postazione sopra l’albero urlo a Lizzi le istruzioni per far lo slalom tra i verdi e i gialli per restare nei blu e negli azzurri e per dirigere verso un’isola coperta di palme che abbiamo individuato dall’altra parte della laguna e dove forse ci sarà un villaggio. Impieghiamo mezzora ad arrivare e ci fermiamo a 500 metri da terra gettando l’ancora in una chiazza blu equidistante da due secche azzurro chiaro. Finalmente.  Lizzi lega il timone, mette la protezione alla bussola e monta il tendalino per ripararci dai raggi del sole a 90°. Io metto via le vele e calo in mare il gommone.

Intorno a noi la laguna è immobile come un lago senza vento. La nostra barca è immobile senza il minimo dondolio. Da terra ci hanno visti e due canoe sono già partite per venire verso di noi.