Lug 232015
 

Pacifico Misterioso

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 50’
  Novità

Pacifico MisteriosoPacifico Misterioso, Barca Pulita esplora la catena delle Vanuatu, uno degli arcipelaghi più selvaggi e misteriosi del Pacifico.

Dall’isola quasi disabitata di Malekula la rotta prosegue verso sud fino a Efate e a Tanna, la più meridionale, animista e arcaica isola del gruppo: un viaggio tra fenomeni naturali impressionanti legati al vulcanismo sempre attivo delle isole e tra popoli isolati e primitivi che non usano denaro, che si spostano solo in canoa e che vivono in simbiosi con una natura forte e incontaminata.

Infine, una lunga traversata 500 miglia controvento in direzione delle Fiji, in preda di una grave avaria che costringe l’equipaggio a improvvisare una riparazione in pieno oceano con i soli mezzi di bordo…

 ACQUISTA ORA

Uomini dell’oceano

 DVD  Commenti disabilitati su Uomini dell’oceano
Mar 142013
 

Uomini dell’oceano

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 30’

Uomini dell'oceanoCon la Barca Pulita in un atollo perso nell’oceano.
L’atollo è un anello di coralli che racchiude una laguna tranquilla come un lago.

Entrarci è difficile ma una volta dentro si è sicuri come in un porto.

Gli abitanti passano tutta l’esistenza tra la laguna e le lingue di sabbia del perimetro esterno.

Non sanno nulla del resto del mondo ed hanno imparato a ricavare dal mare tutto ciò che serve per vivere.

ACQUISTA ORA

Lungo le coste d’Oriente

 DVD  Commenti disabilitati su Lungo le coste d’Oriente
Mar 142013
 

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – durata 33′
Prezzo: € 15,00

Lungo le coste d’OrienteDopo Cielo Indiano, ecco un altro capitolo del viaggio della Barca Pulita, alla ricerca dei luoghi più remoti e delle realtà meno conosciute della terra.

Lo scenario ora è il golfo delle Andamane e lo stretto di Malacca.

I cacciatori di meduse, i pirati del canale di Malacca, i pescatori apneisti delle isole Riau,  la vita su di un’isoletta minuscola in mezzo al mare, la ricerca e l’amicizia degli ultimi zingari del mare ancora esistenti.

Dal diario di bordo della Barca Pulita e da sei repostage televisivi di Carlo Auriemma e Lizzi Eordegh nasce questo racconto di viaggio e di vita in uno dei mari meno conosciuti del mondo.

ACQUISTA ORA
Gen 012007
 

Al centro dell’oceano Pacifico c’è un arcipelago: otto atolli con il nome affascinante di “Isole della Fenice”. Sono tutti disabitati tranne uno e si trovano in una zona così vuota che ancora oggi, nell’epoca di internet e di Google Earth, nessuno ne sa nulla. Non ci sono navi che passano laggiù. Non ci sono aerei. Nel giugno scorso eravamo alle Fiji con la Barca Pulita quando su un giornale locale abbiamo letto che il governo del Kiribati, a cui le Phoenix (“fenice” in inglese) appartengono, stava decidendo di trasformare l’arcipelago in un santuario marino. Le Fiji dalle Phoenix distano 1.200 miglia, tutte in direzione contraria ai venti dominanti. Abbiamo deciso di provare ad andarci, nella speranza di raccogliere immagini di quel posto sconosciuto. poichè la rotta è tutta controvento pensavamo di effettuare delle soste intermedie e di sfruttare i salti di vento legati alle perturbazioni. “Ci portiamo fino ali’isola più orientale delle Fiji e aspettiamo una perturbazione, così che cessi l’Aliseo e il vento ruoti a Sud. Con la prima perturbazione guadagnamo 300 miglia verso Est e raggiungiamo l’isola Wallis, dove aspettiamo la perturbazione successiva per un altro salto di 300 miglia fino agli atolli delle Tokelau, e così via.  Strategia buona, ma un po’ teorica perché quei salti di vento su cui contavamo sono situazioni anomale che si presentano raramente e che durano puco. Quando ci siamo appostati sull’isola più orientale delle Fiji ad attendere la prima perturbazione, l’Aliseo soffiava stabile da Est Sud-Est ed è rimasto inflessibile per molte settimane. Alla fine siamo partiti, con il vento che finalmente era girato a Sud, ma la perturbazione era “cattiva”, con raffiche, nuvole e temporali. Due giorni dopo, all’alba, eravamo 250 miglia più in là, vicini all’isola Wallis, sempre con vento forte, cielo cupo e groppi minacciosi. Il vento però era favorevole e in preda all’ottimismo, abbiamo commesso l’errore di tirare dritto, saltando la prima delle tappe previste. Il vento buono, seppur con pioggia e temporali, è durato ancora 24 ore, poi il cielo si è schiarito, il sole è tornato a splendere, il mare è ridiventato blu e l’Aliseo è girato nella sua direzione standard, Est Sud-Est, che per noi è bolina. Siamo 100 miglia a Est di Wallis, ma ancora molto lontani dalle Tokelau e non abbiamo altra scelta che continuare. Le previsioni che arrivano via Intemet dalla Nuova Zelanda dicono che il vento, se pur contrario, si manterrà leggero, intorno ai 10 nodi. Ci consoliamo e tiriamo avanti contro un vento che, infischiandosene delle previsioni, supera i 25 nodi e dobbiamo tenere tre mani di terzaroli alla maestra, una mano alla trinchetta e il fiocco ridotto a meno di un quarto. La vita a bordo è scomoda. Fuori non si può stare perché il ponte è spazzato dalle onde, dentro fa un caldo insopportabile perché per non fare entrare gli spruzzi si deve tenere tutto chiuso. Passiamo le ore nelle cuccette sottovento a dormire e sudare. E pensare che a casa tutti credono che ci stiamo divertendo! Cuciniamo poco e mangiamo male: minestra liofilizzata, riso condito con olio, patate bollite. Non possiamo usare il lavandino perché è sottovento e si riempirebbe d’acqua. Per lavare i piatti usciamo in pozzetto, sotto gli spruzzi, una volta al giorno. Niente di eccezionale, sono condizioni normali nell’ Aliseo, ma a viverle giorno dopo giorno, notte dopo notte, la fatica è tanta. Una fatica così intensa che pian piano si entra in uno stato comatoso che vede le funzioni vitali ridursi al lumicino. Siccome ogni movimento comporta un grande sforzo, le allività si riducono all’indispensabile. Ci si alza solo per le manovre essenziali e per controllare la posizione. Si parla poco e si smette quasi di pensare. L’unica cosa che conta è resistere e tenere le vele ben regolate per non scadere sottovento. In queste condizioni disastrate impieghiamo qualche tempo ad accorgerci che l’acqua dei serbatoi si è inquinata. Il caffè da qualche giorno aveva un sapore strano, ma in mzzo a onde ed equilibrismi non ci avevamo fatto caso. Quando ce ne rendiamo conto è tardi. Uno dei bocchettoni di prua non era stretto a dovere e con tutte quelle onde ha lasciato filtrare l’acqua salata. Ci restano 80 litri nelle taniche. Calcoliamo che dovrebbero durare un paio di settimane e tiriamo avanti, anche perché quella dei serbatoi non è persa del tutto: è salata ma possiamo usarla per bollire la pasta e fare la minestra. Dopo sette giorni di fatica facciamo il punto della situazione: abbiamo guadagnato 10 gradi verso Nord ma solo 4 verso Est ed è chiaro che non riusciremo a raggiungere gli atolli delle Tokelau, dove avremmo dovuto sostare in attesa della prossima perturbazione. Anche le Phoenix sembrano ormai fuori portata. Tutte tranne una, la più occidentale del gruppo, che si chiama Orona. Ci aggrappiamo a questa speranza e tiriamo avanti. L’ottavo giorno l’Aliseo si addolcisce e per la prima volta possiamo stare in coperta a leggere e a guardarci intorno. Il nono giorno il vento diventa leggerissimo e siamo quasi fermi, ma il gps dice che stiamo andando indietro. Colpa della corrente equatoriale, contraria, che diventa più forte nan mano che si sale a Nord. Il decimo giorno, dopo una notte di temporali, l’Aliseo è di nuovo stabile, ma rinforza e gira a Est. Per noi è quanto di peggio potesse capitare. Nonostante le previsioni che continuano a dare Sud Est, 10 nodi, noi abbiamo un Est Nord-Est di oltre 15 nodi che arriva proprio da dove dobbiamo andare. Proviamo la bolina con mure a dritta, poi tentiamo le altre mure, poi ancora il primo bordo, ma il responso del gps è desolante: l’angolo tra i due bordi è poco meno di 180 gradi. Uno dei due ci manda a Sud, verso le Samoa, l’altro ci porta dritti a Nord, verso una porzione di oceano dove non c’è nulla per fermarsi e dove la corrente continuerebbe a trascinarci più a Ovest. Mancano 300 miglia alle isole della Fenice, il vento è sui 20 nodi e non abbiamo più le forze per continuare. Così, con le orecchie basse, viriamo, prendiamo il bordo a Sud e puntiamo sulle Samoa,  400 miglia sottovento. Leggiamo le guide Lonely Planet e Moon Travel con le descrizioni delle  cose idilliache che troveremo alle Samoa e cerchiamo di consolarci pensando che, in fondo, le Samoa dovrebbero essere un gran bel posto: c’è anche la casa dello scrittore Robert Louis Stevenson! Ma alle Samoa ci passano centinaia di barche ogni anno, mentre lassù, dove saremmo voluti arrivare, non c’è mai andato nessuno. Un viaggio alle Samoa è normale mentre le Isole della Fenice, nella nostra mente, sapevano di avventura. Passano un pomeriggio e una notte tranquilli, con il vento al traverso, durante i quali mangiamo, riposiamo e ci riconciliamo con la vita. Quando il sole sorge di nuovo il vento, incredibile,è girato nuovamente a Sud Est. Noi stiamo meglio, siamo riposati e lucidi. “Viriamo?”. “Proviamo, giusto per vedere!”. La discesa verso le Samoa ci ha fatto perdere 100 miglia verso Sud ma ne abbiamo guadagnate 40 per Est e ora, seppure di bolina stretta, con le onde, spruzzi, la nostra prua riesce a puntare di nuovo sulle Phoenix. Manteniamo questa rotta per i successivi tre giorni, finché non appare il profilo bassissimo dell’isola di Canton, il più grande degli atolli e l’unico abitato, per quel che ne sappiamo. Alle ore 10 la terra è vicina ma ci vuole un ultimo sforzo prima di poterla calpestare. Siamo sottovento, di fronte all’unico passaggio che dà accesso alla laguna. Il portolano dice che le correnti nella “passe” possono arrivare a 10 nodi e suggerisce di tentare il passaggio solo nei periodi di stanca della marea, che non durano più di 15 minuti e che corrispondono con il culmine dell’alta marea o con il minimo della minima. Ma come si fa a sapere a che ora è la stanca? Ci avviciniamo. Sull’istmo basso che forma il lato sinistro del passaggio si scorgono delle costruzioni sorvolate da migliaia di uccelli. Col binocolo non si vede anima viva e alla radio vhf non risponde nessuno. Ci avviciniamo fino ad avvistare una serie di gorghi che cominciano cento metri prima dell’inizio del passaggio e che sono davvero impressionanti. È chiaro che per il momento non possiamo avvicinarci alla passe. Ci spostiamo verso l’esterno della barriera corallina, finché troviamo un terrapieno di corallo con 15 metri di fondo su cui tentare un ancoraggio. Siamo molto vicini al reef e le pareti vetrose delle onde si frangono a poche decine di metri, ma è solo per poche ore. Mettiamo in acqua il gommone, ci mettiamo sopra il motore e torniamo verso il passaggio, per vedere da vicino. Sul lato destro c’è un vecchio relitto che ci fa scudo dalla corrente e ci lascia arrivare fin quasi al centro. Il flusso è uscente, come un fiume in piena che sbuca dall’atollo e si getta in oceano. Tanto per provare tentiamo di forzare il passaggio ma col fuoribordo al massimo siamo meno veloci della corrente e andiamo a ritroso. Eppure secondo le nostre tavole di marea, qui la bassa è due ore dopo che ad Apia, alle Samoa, e dovremmo esserci! Rientriamo in barca e ci ripromettiamo di tornare ogni ora a monitorare la corrente. Alle undici è tutto come prima. Alle dodici, quando il sole è a picco e la spiaggia è diventata di un bianco abbacinante, la corrente sembra meno impetuosa e il relitto emerge molto di più, segno che non siamo lontani dalla bassa marea. Ancora un’ora e la corrente, seppure uscente, sembra debolissima, il relitto è tutto fuori. Corriamo a bordo, salpiamo l’ancora pregando che non si sia incastrata nei coralli, ci avviciniamo cautamente al nastro di acqua blu che porta dentro l’atollo. La corrente, leggera, ha già cambiato direzione ma la passe si rivela facile. Larga un centinaio di metri e profonda sette è lunga solo trecento metri. In pochi minuti siamo dentro, nell’acqua azzurra e finalmente calma di un luogo rimasto fuori dal mondo e dal tempo. ln questa calma cosmica anche la nostra mente funziona meglio: le tavole di marea davano un dato sbagliato perché non abbiamo tenuto conto che, partendo dalle Fiji, abbiamo attraversato la linea del cambio di data. Qui siamo un giorno in meno rispetto alleFiji e avevamo guardato la data sbagliata. A terra c’è un uomo che fa dei segnali. Lasciamo da parte la stanchezza, rimettiamo in mare il gommone e andiamo a incontrarlo. L’uomo dice che in tutto l’atollo vivono sette famiglie e che il villaggio è a mezz’ora di cammino. La nave governativa fa scalo qui una volta l’anno e siamo i primi esseri umani ad arrivare da oltre sei mesi. Dal villaggio ci hanno visto e stanno preparando per noi la festa di benvenuto. Così l’isola di Canton ci ha ricevuti, dopo tredici giorni di bolina, con una laguna blu incredibilmente ricca di pesci e di tartarughe e con un’accoglienza calorosa degna delle più celebrate tradizioni polinesiane.

NEGLI ATOLLI Entrare in laguna? Con la “stanca” Quando la marea sale l’acqua entra nell’atollo per i canali che lo collegano al mare in modo che all’interno il livello possa salire. Con la marea che scende avviene il contrario e l’acqua esce. Consideriamo un atollo di dieci miglia di diametro e una marea con il dislivello di un metro. La quantità d’acqua che deve fluire, nel giro di sei ore, è di circa 300 milioni di metri cubi. Un volume enorme che si divide tra i vari passaggi che mettono in comunicazione la laguna con l’oceano. Se l’atollo ha molti passaggi la corrente sarà moderata. Se ne ha pochi, o uno solo, c’è da aspettarsi una corrente violentissima. Le correnti in mare sono di due categorie: quelle generate dal vento e quelle prodotte dalle maree. Le prime nascono quando il vento soffia in direzione costante per ore e giorni. Col tempo l’attrito dell’aria sull’acqua mette in moto lo strato superficiale del mare che comincia a scorrere nella stessa  direzione del vento. La velocità della corrente aumenta col passare del tempo e dipende dalla forza del vento e dall’ampiezza del tratto di mare interessato. Può andare da mezzo nodo a un nodo per venti di media intensità, fino a raggiungere i 2 o i 3 nodi. In oceano, nelle aree soggette a venti costanti, una corrente di superficie di un nodo è normale. La corrente equatoriale, per esempio, che corre da Est a Ovest in Atlantico, in Pacifico e in Indiano, è il risultato degli Alisei che soffiano per mesi nella stessa direzione. Quando la corrente, dopo avere attraversato l’oceano va a sbattere sul continente africano si divide in due rami, uno che sale verso Nord e che prende il nome di “corrente della Somalia” e uno a Sud in direzione del Sudafrica, la “corrente del Mozambico”. l due rivali tendono ad accelerare fino a due tre nodi e proseguono lungo la costa per migliaia di miglia diventando un problema per chi si trova a navigare in quelle acque. Le correnti sono segnalate sulle carte a grande scala e sulle Pilot Chart e descritte nelle sezioni introduttive dei portolani. In condizioni di mare moderato si possono anche misurare con gli strumenti di bordo: basta ammainare le vele e guardare le indicazioni del gps: se lo strumento registra uno spostamento, questo è dovuto alla corrente e alla spinta del vento sullo scafo. Se il vento è poco, la velocità indicata dal gps corrisponderà esattamente alla corrente. Le correnti di marea sono tutt’altra cosa e possono essere violente. Raggiungono i tre, quattro, cinque nodi e possono arrivare a dieci e oltre. In compenso non mantengono mai la stessa direzione per più di sei ore (tanto impiega la marea a salire o a scendere). Come visto nell’esempio delle lagune degli atolli, queste correnti nascono a seguito dei cambiamenti di livello del mare. Lo stesso fenomeno si presenta nei passaggi che portano a vaste lagune interne, negli estuari dei grandi fiumi e nei luoghi dove una porzione di mare è in comunicazione con un’altra. Il fenomeno diventa più importante dove le escursioni di marea sono molto alte, come nella Bretagna, nella costa Nord dell’Australia, al largo dei grandi capi e così via. Per evitare di combattere contro forze più grandi di quelle di cui disponiamo bisogna prepararsi per tempo, leggere le informazioni sui portolani e studiare la topografia del luogo. Dovendo navigare in un canale soggetto a correnti di marea, la cosa migliore è aspettare il momento della “stanca”, quel breve intervallo corrispondente al minimo o al massimo della marea, in cui la corrente scompare prima di cambiare direzione. Meglio ancora, conviene passare quando la corrente non è assente del tutto ma è leggera e contraria. Un po’ di corrente contraria, infatti, facilita la manovra in caso di imprevisti perché, se si deve rallentare per evitare un ostacolo, se la corrente è contraria ci si ferma in un attimo, se è a favore si rischia di arrivarci proprio sopra.

Gen 012006
 
Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Il vento è forte e gli acquazzoni arrivano uno dopo l’altro con il solito concerto di raffiche turbinose e folate di pioggia. Noi siamo rannicchiati dietro un’isoletta piccola piccola. Uno ridosso minimo, creato dalla paretina rocciosa e ripida con la quale l’isoletta rompe il flusso delle onde e del vento. Abbiamo gettato l’ancora al centro della zona di calma, e la nostra barca è quasi ferma, ma le onde gonfie e grigie dell’oceano passano a poca distanza, mentre il vento ci soffia addosso con raffiche irregolari, dispettose e cattive, rese capricciose dall’aver dovuto aggirare la parete di roccia. Un ancoraggio scomodo e precario, una situazione in cui, normalmente, non avremmo mai deciso di metterci e che se il vento girasse dovremmo abbandonare precipitosamente, ma speriamo che non succeda e di  poter resistere fino a domani, perché domani è il giorno del Balolo.

Si tratta si tratta dell’ Eunice viridis, un verme lungo e sottile, che nessuno vede mai perché passa la sua esistenza nascosto nei coralli. Ma c’è un giorno ogni anno, in cui questi vermi lasciano i loro nascondigli  ed escono fuori a passare qualche decina di minuti in superficie alla ricerca di un compagno o una compagna con cui accoppiarsi. In quel giorno, dicono i racconti, i vermi sono così tanti che l’acqua ne è piena, e gli abitanti delle isole dove questo avviene, si lanciano in acqua con tutti i mezzi possibili per approfittare dell’abbondanza e raccoglierne grandi quantità. Questo storia incredibile l’avevamo letta tanti anni fa su una guida dell’oceano Pacifico. Il fenomeno è estremamente raro. Si verifica solo in certe aree esterne delle Fiji e delle Samoa, e solo per qualche ora ogni anno, all’alba di un unico giorno. Quale fosse il giorno, quali fossero le isole non lo sapevamo. A Suva ci hanno detto che succedeva nelle isole orientali, quando siamo arrivati a Taveuni ci hanno mandato ancora più ad est, a Ngamea, poi a Rambi, e avanti, di isola in isola, di racconto in racconto, finchè siamo arrivati a Yanuda dove, un mese fa, con l’aria di rivelarci segreto, il capo dell’unico villaggio dell’isola ci ha sussurrato una data: ottobre, dieci giorni dopo la luna piena. Ecco perché siamo qui. Domani, 18 di ottobre, saranno passati esattamente 10 giorni da quando la luna ci ha mostrava il suo faccione pieno e bianco proprio nel momento in cui il sole tramontava, e l’isoletta dietro la quale ci siamo appostati è all’estremità di uno dei reef che ospitano le colonie di questi strani vermi, al largo della punta sud di Yanuda,  all’estremità orientale delle Fiji. Domattina gli abitanti del villaggio di Yanuda verranno tutti qui. Alle cinque, ci hanno detto alcuni, alle 4 ci hanno detto altri. Verranno anche se il mare sarà grosso, ma tutti giuravano che domani il tempo domani sarà buono, perché, quando c’è il balolo, ci hanno ripetuto in tanti, il mare è sempre calmo. Stasera, intanto, il vento resta forte. Il mare romba e si rompe sui reef con un frastuono impressionante e il sole tramonta dietro uno strato senza speranza di nuvole dense e accavallate lasciandoci a dondolare disordinatamente al centro di un buio pesto e minaccioso.

Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Andiamo a dormire tesi ed incerti. Chissà se domani davvero l’acqua sarà piena di vermi. Abbiamo preparato le telecamere, una per le immagini fuori e una scafandrata per le riprese sott’acqua. Abbiamo preparato il gommone, le macchine fotografiche, le pinne e tutto quanto, ma non riesco ad immaginare cosa succederà. Come faranno a raccogliere i vermi sui reef se questi sono battuti da frangenti che farebbero a pezzi chiunque vi si avventurasse?

Passano otto ore. Arriva la prima luce, quella livida biancastra e incerta che annuncia alla lontana l’arrivo del giorno, e noi siamo già fuori, aggrappati alle sartie a scrutare il nero del mare sotto di noi. No, non c’è nulla. Il mare è vuoto, uguale a ieri. Anche verso l’isola, verso la spiaggia del villaggio, non si scorge niente di anormale. Nessuno che si muove. Nessuno che si aggira sulla spiaggia.  Il vento in compenso è sempre forte e mentre ci guardiamo attorno dobbiamo tenerci aggrappati alle sartie, per non cadere. Vuoi vedere che non succederà nulla? Vuoi vedere che abbiamo capito male, che il balolo arriva un altro giorno? E se fosse che non succede quando il tempo è cattivo? Eppure nell’isola tutti erano concordi.

“Sicuro che sarà domani?”

“Sicuro?”

“Anche se c’è tempo cattivo?

“Anche se c’è tempo cattivo!”

Ci avevano anche detto che tutti sarebbero stati sui reef a raccogliere già prima dell’alba, e invece sulla spiaggia non c’è nessuno, come se questa, invece che l’alba di un giorno speciale, fosse una alba qualsiasi, e con il cattivo tempo, per giunta.

Invece no. Il tempo di scrutare meglio, o forse di abituarsi a cercare, o forse la luce un po più intensa, ed eccolo, il primo bastoncino marrone, che si agita e si attorciglia appena sotto la superficie. Un altro, più corto, poco più in la. Un altro ancora, lunghissimo, che sembra formato da tanti segmentini più piccoli giuntati tra loro.  I bastoncini sono vivi, si agitano, si attorcigliano in una specie di nuoto primitivo senza regola e senza scopo. Non sono tantissimi come mi aspettavo e come mi avevano detto,  però ci sono, e se ne vedono ovunque si guardino. Contemporaneamente la spiaggia del villaggio è piena di figurine nere e le due barche di cui i locali dispongono mettono la prua nera verso il largo, puntando verso di noi.

Ci siamo. Corriamo dentro a prendere le telecamere e l’attrezzatura, torniamo fuori, e cominciamo a calarle sul gommone, che salta e balla sulle onde mentre la barca rolla, così che chi sta sotto a ricevere a momenti è quasi alla stessa altezza di chi sta sopra a passare,  mentre un attimo dopo è nel baratro, con la barca in alto, la carena scoperta con i denti di cane e le alche in vista. Quando tutto è a bordo ci sediamo. Non resta che aspettare che arrivino, vedere dove si metteranno e decidere dove metterci noi per filmarli, un po dal gommone e un po dall’acqua, e magari, se vengono proprio qua vicino, potremmo filmarli anche dalla barca.

Invece no, ancora una volta è tutto diverso. La prue nere delle barche del villaggi dopo essere state per qualche minuto a saltare  e a sprofondare dirigendo nella nostra direzione improvvisamente piegano veso destra. Ma dove vanno? Passano un paio di minuti ed è subito chiaro che dobbiamo rassegnarci. Le barche dirigono verso il reef sulla punta Sud Est di Yanuda, anche se, vista da qui, sembra completamente esposta. Ma come diavolo faranno a raccogliere il balolo tra i frangenti? Lasciamo il ridosso minuscolo dell’isoletta e ci dirigiamo anche noi verso quella punta. Impieghiamo poco ad arrivare, anche perché abbiamo i marosi in poppa, e quando ci siamo scopriamo due cose. La prima: il punto dove la gente si è fermata non è protetto da nulla e le onde di due metri si infrangono sui reef con una violenza impressionante. La seconda: il mare è pieno di vermi, strapieno, con miliardi di bastoncini che si sono come per miracolo raccolti in nuvole compatta che originano dal reef e formano delle lunghe strisce sulla superficie dell mare dentro le quali i pescatori immergono le braccia armate di retino, sollevandolo ogni volta mezzo pieno di animaletti che si agitano e si attorcigliano. Le barche del villaggio sono lancioni di plastica grossolana, goffi e pesanti, stipati di gente che si protende da entrambi i lati, a pescare mentre il timoniere, a poppa, manovra continuamente nel tentativo di tenere il lancione sopra una delle strisce di balolo, il più possibile vicino al reef dal quale origina, al limite del punto dove l’onda si trasforma in frangente. E noi? Ci aggiriamo straniti, sfiorando con  il gommone le braccia delle donne che si protendono e si ritirano in continuazione portando a bordo ogni volta enormi manciate gelatinose di esseri che si agitano e si attorcigliano. Le onde sono enormi, proprio come temevamo, molto più alte e più lunghe del nostro gommone che li in mezzo si muove come un turacciolo e salta e si agita senza posa, mentre gli spruzzi ci lavano in continuazione. Impossibile togliere le telecamere dai sacchi stagni che le proteggono perché si bagnerebbero subiro, e comunque in mezzo a tanto agitarsi non potrei filmare nulla. Potrei tuffarmi, e filmare tutto dall’acqua con la camera subacquea, che è già pronta in un secchio, ma Lizzi resterebbe sola nel gommone, e a dire la verità questo mare livido, pieno di onde e di vermi, a 10 metri dagli scogli e dai frangenti enormi che li avvolgono, mi sembra veramente poco invitante. Così restiamo a bordo e continuiamo ad aggirarci tra le barche e il reef, indecisi tra la contentezza per essere testimoni di questo fenomeno straordinario e la frustrazione di non sapere come filmarlo. Dopo un’ora le barche tornano verso il villaggio piene di secchi, di casse e di catini colmi di balolo e noi dirigiamo verso la nostra isoletta dove la Barca Pulita ci aspetta dietro il riparo che la protegge dalle onde che noi col gommone cerchiamo faticosamente di risalire. Portiamo con noi qualche decina di secondi di immagini riprese in qualche modo, sporgendoci dal gommone con le braccia mettendo la camera sub in acqua e sperando che riprendesse qualche cosa ma che si riveleranno poi molto belle. Le colonie di balolo, viste da sotto, sono nuvole di esserini colorati, alcuni marroni, alcuni blu, altri rosa, che affollano il campo visivo, che danzano e si agitano , che si aggrovigliano e si separano, in un minuetto ballato senza sosta e senza posa ma destinato a durare solo qualche decine di minuti. Appena la luce diventa forte la membrana colorata che costituisce la pelle dei vermetti si dissolve e ognuno di loro si scioglie riversando in mare il suo contenuto: milioni di uova (quelli rossi) e di spermatozoi, (quelli blu) destinati a unirsi a formare il balolo dei prossimi anni.

“Assaggia, assaggia”. Sono passate quattro ore e ci siamo spostati. Abbiamo portato la Barca Pulita dietro l’isola, sottovento, la abbiamo ancorata dietro una spiaggia, siamo scesi e faticosamente, attraverso i sentieri, abbiamo raggiunto il villaggio. Fuori da ogni capanna, su ogni focolare, ci sono calderoni e padelle con montagne di balolo a cuocere. Per fermare il processo di dissoluzione, appena arrivati a terra, hanno lavato il balolo in acqua dolce, e subito si sono disposti a cuocerlo, ognuno come può e con gli ingredienti che ha. Molti si limitano a farlo bollire, in enormi calderoni pieni fino all’orlo, con l’acqua che diventa verde e che schiumeggia.

Abbiamo cambiato barca!

 6 Tecnici  Commenti disabilitati su Abbiamo cambiato barca!
Gen 012001
 

Cambiare la barca è sempre difficile. Se poi la barca è anche la tua casa, se ci hai vissuto per otto anni ed è anche l’oggetto che ti dà da lavorare, allora l’impresa si fa ancora più ardua. E poi eravamo a decine di migliaia di miglia da casa. Come si fa a vendere la barca in un paese dove non esiste l’equivalente di Bolina per pubblicare un’inserzione, quando non si ha il telefono per parlare con i possibili acquirenti, dove non ci sono broker? Così abbiamo sempre rimandato.

La vecchia Barca Pulita però non andava più bene. Era troppo pesante per navigare solo in due, troppo grossa per tenerla in buone condizioni, i suoi alberi troppo grandi, le sue vele troppo ingombranti, la sua catena dell’ancora inamovibile. E, soprattutto, era di ferro e aveva vent’anni e noi non ne potevamo piu’, ogni volta, di perdere settimane a grattare la ruggine, a dare Ferox, a ridipingere e a controllare tutto solo per vedere la ruggine rispuntare di lì a tre mesi e dover ricominciare tutto da capo. Ultimamente poi, la corrosione cominciava ad essere veramente maligna e a lavorare in aree irraggiungibili. Già un paio di volte eravamo dovuti correre alla ricerca di un cantiere con il cuore in gola per sostituire dei pezzi di lamiera. Le barche in ferro, dicono, sono più robuste e sicure, ma quando cominciano a bucarsi da sole la sicurezza non c’è più.

Così, in Australia, abbiamo deciso di venderla.

Un posto tra l’altro, l’Australia, dove le barche di ferro sono abbastanza apprezzate. Tutti si costruiscono la barca nel cortile di casa, con lamiere pesanti e forme grossolane. La nostra, per quanto, aveva una certa linea aggraziata, mentre invece mancava all’interno di tutte quelle comodità che si richiedono in una barca moderna. La Barca Pulita, già Mastropietro, costruita dal Centro Velico di Caprera con le funzioni di barca scuola, ha un’unico spazio centrale con 8 cuccette, a poppa un’unica cabina a due letti e un solo cesso. Questo lascia spazio a una stupenda officina di prua, che a noi andava a genio, ma il tutto non rispondeva alle esigenze del mercato che richiedevano cabine separate e spazi più comodi.

Nell’estate del 2000, partendo da Darwin, abbiamo circumnavigato la Papua Nuova Guinea e siamo arrivati, dopo otto mesi sulla costa orientale dell’Australia, a Mooloolaba, 100 km a nord di Brisbane. Brismane è il punto di incontro tra la Gold Cost, a sud e la Sunshine Cost a nord, un totale di trecento chilometri di costa attrezzatissima per il surf e per la vela. Dal nostro punto di vista posti non molto belli. Edifici con forme sgraziate e colori pastello, villette prefabbricate con colonne doriche e corinzie di plastica, molto verde qualche centro commerciale e tanti canali artificiali. Aspetto a parte, tutta la costa e’ un approdo ideale e attrezzato per le barche a vela, soprattutto i marina (cari) sono costruiti per poter venire incontro all’eventualità di un uragano, dato che siamo in fascia subtropicale e ancora a rischio. Morale giunti a Mooloolaba, abbiamo deciso che da lì non saremmo più ripartiti con la vecchia Barca Pulita. L’abbiamo affidata a un broker, abbiamo stilato un accuratissimo inventario, e l’abbiamo svuotata. Ne sono usciti 50 scatoloni tra vestiti, libri, oggetti cari, attrezzatura della cucina, pezzi di vita, attrezzatura sub, ……. e abbiamo messo tutto in un deposito.

Intanto abbiamo cominciato a pensare al dopo.

“Dopo averla venduta potremmo fare un giro sulla costa in cerca di quella nuova, potremmo cominciare a guardare i giornali americani o inglesi,…..”

“Il posto migliore dove comprare le barche di seconda mano e’ negli Stati Uniti sui grandi laghi. Sono barche molto belle e le usano solo un paio di mesi all’anno” ci aveva detto un americano a Darwin

“Venite in Sudafrica, il rand ora è molto basso e ci sono delle barche stupende” ci suggeriva un amico trasferitosi là

E perchè non ripartire dal Mediterraneo? Alla fine ci siamo fatti un piano.

“Da quando vendiamo la barca ci diamo un anno di tempo per trovarne un’altra. Andiamo a cercare nei posti che offrono di più: gli stati Uniti, il Sudafrica, i Caraibi, la Turchia…. Una volta trovata la barca ci facciamo mandare la roba lasciata in deposito in Australia e ce la mettiamo a posto”

Questo voleva dire tempo e denaro, ma dopo tutto la barca e’ un pò come un fidanzato, va scelta con cura, perchè poi deve durare per tutta la vita. Si, i fidanzati, come le barche, si possono anche cambiare, ma che dramma e che sconfitta ogni volta! E poi a noi questo fidanzato serve anche per lavorare, cambiarla nuovamente vuol dire anche nuova battuta d’arresto nel lavoro. Però alle volte ci sono anche i colpi di fulmine, e non di rado i fidanzamenti iniziati così sono quelli che durano più a lungo

E un colpo di fulmine è quello che ci ha riservato il destino questa volta!

Eravamo a Milano a montare un filmato, quando abbiamo ricevuto un e-mail dal broker che ci comunicava che c’era una persona interessata all’acquisto della nostra barca. Trattativa virtuale a colpi di e-mail e in un paio di settimane l’accordo era fatto. Un pò meno di quello che avremmo voluto, ma prima del previsto. E poi la cosa era simpatica: l’interessato voleva comprare la barca per fare una sorta si charter ecologico, lungo la costa australiana, per turisti non tanto sofisticati. Un mese dopo eravamo nuovamente a Mooloolaba, per formalizzare la vendita. Il nostro acquirente aveva dei problemi con la banca e noi aspettavamo nel marina. Guardavamo un pò di barche in vendita, ma erano tutte degli scatoloni costruiti intorno ad un enorme motore e a un mega frigo in grado di alloggiare 10 casse di birra. Una domenica mattina mentre ci aggiravamo tra le banchine del marina, abbiamo visto arrivare una barca e le siamo andati incontro per prendere le cime. Mano a mano che si avvicinava ne scoprivamo la linea filante, le forme addolcite, il materiale: VETRORESINA!

A bordo erano in 4, mamma, papa e due bambini minuscoli, tutti biondi a conferma della loro bandiera tedesca.

“Che bella barca!” è stato il nostro commento quando ci siamo presentati.

“Ti piace, è in vendita!” è stata la risposta.

I proprietari erano partiri 5 anni prima dalla Germania per stare un pò in giro per il mondo. Si erano subito fermati ai Caraibi per lavorare a terra, e in 13 mesi avevano avuto due bambini! “E’ troppo pesante viaggiare con due bmbini così piccoli, abbiamo deciso di vendere la barca e di stabilirci qui in Australia” Non potevamo crederci, era la barca che faceva al nostro caso!

Un ketch di 44 piedi in vetroresina, costruito in Francia 25 anni fa. Il cantiere si chiama Nautic Saintonge (mai sentito nominare), modello Rorqual, progettista Brenner. Ponte in teak e interni in legno molto ben divisi. Timone a vento, pannelli solari, generatore eolico, desalinizzatore. Aveva però un difetto: la coperta di teak era fissata sul ponte con chiodi di ferro che cominciavano a far ruggine e nel teak si erano aperte delle crepe che facevano infiltrare l’acqua. Il prezzo però era basso anche per questo inconveniente. Era troppo bello! Continuavamo a ripeterci che non dovevamo lasciarci abbagliare, che si, era comodo pensare che quella barca andasse bene, ma non potevamo fermarci alla prima che vedevamo.

E in attesa dell’arrivo del nostro acquirente, che continuava ad avere problemi con la banca, ci guardavamo intorno e andavamo su e giu lungo la costa Australiana a vedere tutte le barche in vendita, ma essuna andava bene! Quando la sera tornavamo al marina, andavamo a rimirare la barca dei tedeschi, e ci sembrava perfetta.

“Ci deve essere qualche inghippo, non può essere tutto così liscio”

“Guarda il timone a vento è vecchissimo, bisognerà cambiarlo e sono altri soldi!” e cercavamo di trovarle ogni difetto possibile. Intanto però ci guardavamo intorno per trovare qualcuno che ci aiutasse a valutare il problema della coperta ed eventualmente a risolverlo. Una mattina c’è stato un incidente nel marina. Un peschereccio ha sbagliato unamanovra ed è andato a sbattere sulle banchine colpendo…. proprio la barca dei tedeschi.

“Ti pareva… era troppo bello per essere vero, dai è stato bello crederci, ma ora mettiamoci a cercare seriamente la barca per noi”. E invece….. Un attento esame da parte dei periti delle assicurazioni ha rilevato che non c’era alcun danno alla struttura, solo all’antenna del GPS, a un balcone di poppa che si era lievemente stortato e al timone a vento che era praticamente distrutto.

Morale, i tedeschi, rimborsati prontamente ed abbondantemente dall’assicurazione, hanno abbassato di 5000 dollali il prezzo della loro barca. E quando abbiamo visto la poppa della Mastropietro allontanarsi dalla banchina e dirigersi verso il mare aperto, non abbiamo nemmeno avuto il tempo di commuoverci troppo, perchè eravamo già alle prese con la messa a punto del ponte della nostra nuova barca.

A proposito, sapete come è avvenuta la vendita? Su un pezzo di carta abbiamo scritto Elisabetta Eordegh e Carlo Auriemma vendono la barca Mastropietro al signor Peter Towsee, firme e data. Lui ha pagato un 2% su un valore minimo della barca per l’importazione è la barca è diventata sua. Stessa cosa abbiamo fatto noi con i tedeschi, senza nemmeno dover pagare l’importazione! E niente Rina, niente notaio, niente capitaneria, annotazioni di sicurezza eccetera eccetera.

Un prezzo al destino amico però bisognava pagarlo e in una sorta di esorcismo contro la sfiga, abbiamo deciso di metterci subito all’opera per risanare il ponte. Abbiamo asportato completamente il vecchio teak, tolto tutti i chiodi arrugginiti, scavato e sostituito pezzi del compensato sottostante, resinato, ricoperto con altro compensato e alla fine…….vetroresina. Si lo so che in tanti si metteranno le mani nei capelli e ci daranno dei vandali e degli incompetenti, ma non importa. Al di là del fatto che la coperta di teak ai tropici è bollente, c’è soprattutto il problema del legno. In troppi posti: in Malesia, in Borneo, nelle isole indonesiane, alle Andamane, abbiamo visto lo scempio perpetrato dal taglio delle foreste. Intere aree di giungla completamente disboscate, con la terra rossa che colava letteralmente durante gli aqcuaazzoni e che slittava a valle non più trattenuta dalle radici secolari. Peggio ancora, le popolazioni della zona che si erano raccolte in villaggetti ai margini delle zone da disboscare, per godere dei benefici legati al traffico, si trovavano ora senza più lavoro a vivere nel fango, sradicati completamente dal loro ambiente. Non vogliamo nemmeno lontanamente sentirci complici di un crimine così grande. La nostra barca andrà in giro con una coperta di plastica. L’unico che potrebbe avere qualcosa a che ridire potrebbe essere il progettista, ma d’altronde il suo progetto originale faceva acqua (onore al merito: dopo quasi 30 anni) e noi non abbiamo fatto altro che rimediare.

Dopo essere stati a casa durante la stagione dei cicloni, siamo ritornati in Australia, per mettere a posto la barca in vista delle prossime navigazioni. In Italia ci siamo procurati un pò di attrezzatura che conosciamo bene, e che abbiamo montato sulla nostra nuova barca. Abbiamo spedito in Australia 16 scatoloni di attrezzature e, come barca in transito, non abbiamo dovuto pagare una sola lira di dogana. In compenso abbiamo rimontato sugli alberi e a poppa i pannelli solari della Anit, abbiamo sostituito il generatore eolico presente sulla barca con un Salmini, grosso la metà e potente il doppio. Altro gioiello italiano il frigorifero Veco che abbiamo installato con il suo scambiatore di calore esterno che permette alla cella di fare il chiaccio anche quando la barca è in secca . Poi ci siamo portati il verricello salpaancore della Lofrans, già presente sulla barca, ma un pò vecchiotto, un paio di winch Antal, un WC Orvea e il nuovo dinghy Lomac. Una concessione estera sono state la cucina a cherosene della Taylor, che usiamo oramai da 14 anni e il timone a vento Aries. Infine abbiamo smontato scaldabagno, autoclave e desalinizzatore e li abbiamo lasciati in banchina (semplifichiamoci la vita!). Abbiamo lasciato il rollafiocco, dopotutto questa potrebbe essere la barca con la quale arriveremo a navigare anche quando saremo nonni e sostituito il GPS che era a bordo con il nostro della C.map, dotato di plotter così accurato, che se ci impegnamo un pò riusciamo ad arrivare su Marte!

Nel marina ogni volta che aprivamo uno scatolone ci si raccoglievano intorno gli equipaggi delle altre barche e iniziavano i commenti e i paragoni. Ci chiedevano indirizzi e spiegazioni, e tutti si prodigavano in consigli e siggerimenti per come e dove montare l’oggetto. E’ stato strano lavorare su una barca in un posto che non si conosce. Ogni due per tre c’era da procurarsi qualcosa e non si sapeva dove andare. Poi dopo un pò si fa amicizia con le persone, arrivano i consigli (alle volte troppi) si conoscono i posti. Ci siamo anche procurati due biciclette scassate e quando mancava una vite potevamo percorrere i 5 chilometri che ci separavano dal negozio del ferramenta in soli dieci minuti.

Ora però è tutto passato. I lavori sono finiti e noi stiamo navigando. Per noi è tutto strano, e insolito. Le nostre mani cercano le drizze là dove le cercavano sulla Mastropietro e a volte non le trovano. La barca sbanda molto più di quanto fossimo abituati e dobbiamo correre a ridurre molto prima di quanto avessimo supposto. La barca è leggera, corre di più e bolina meglio, ma quando prende le onde lo scafo risuona come una scatola di plastica e fa un po’ paura. Beh, insomma, ci abitueremo e impareremo a conoscerla. Davanti a noi ci sono la Nuova Caledonia, le Vanuatu, potrebbe essere la volta delle Fiji e poi…est o ovest, chissà ve lo racconteremo. Un bel battesimo comunque per la nuova Barca Pulita.

Gen 012000
 
Paura di fermarsi - Molucche

Paura di fermarsi – Molucche

Stiamo navigando attraversando le  Molucche. A vederle sulla carta sembrano un labirinto capriccioso di puntini. Puntini grossi e puntini piccoli sparpagliati sul mare enorme e separati da grandi distanze. A vederle nella realtà, dal ponte della Barca Pulita che corre e rolla nelle onde, hanno l’aspetto di terre grigie e irreali, di coste fumose e irraggiungibili al limite lontano di un mare veramente grosso e difficile.

Il fatto è che non sappiamo bene su quale isola fermarci,  e a dir la verità, abbiamo anche un po’ paura.

Le Molucche, oggi,  fanno parte dell’Indonesia, di cui sono una delle province più esterne e dimenticate, ma, nei secoli scorsi, queste isole erano famose perchè erano l’unico luogo dove crescevano la noce moscata e i chiodi di garofano. Olandesi, Inglesi, Portoghesi, si fecero per secoli una concorrenza spietata per commerciare con quelle isole lontane. Le navi, per raggiungerle, affrontavano un viaggio lunghissimo. Molte non tornavano affatto, affondavano per strada, erano preda dei pirati o finivano sugli scogli. Ma quelle che tornavano avevano le stive piene di spezie che a quei tempi, in Europa, servivano per conservare la carne e per mascherarne il sapore cattivo quando si guastava. Una sola nave su dieci che riuscisse nell’impresa portava un guadagno sufficiente a compensare la perdita delle altre.

Poi col passare dei secoli, la coltivazione delle spezie venne tentata anche su altre isole più vicine e più facili da raggiungere e le Molucche, lentamente, scomparvero dalla scena fino a tornare l’arcipelago remoto che erano sempre state.

Negli ultimi anni poi alla difficoltà di arrivarci si è aggiunto il problema della situazione politica che alle Molucche è problematica. Da qualche tempo, tra cristiani e mussulmani è in corso una assurda guerra di religione. I mussulmani per lo più sono i giavanesi mandati dal governo centrale per colonizzare la zona, mentre i cristiani (luterani) sono gli abitanti originali. Per anni le due fedi hanno vissuto in pace e serenità gomito a gomito, ma da quando c’è stato il moto rivoluzionario che ha destituito il dittatore Suarto, qui, come in altri posti, la convivenza tra i due gruppi religiosi è diventata difficile. Non passa giorno da un paio di anni a questa parte che non ci siano morti su entrambi i campi. L’aeroporto di Ambon, la capitale del distretto, è chiuso ai velivoli civili e agli stranieri è sconsigliato se non addirittura vietato fare scalo nella regione.

Paura di fermarsi - Molucche

Paura di fermarsi – Molucche

Penso a queste cose mentre guardo e riguardo la carta nautica in cerca dell’isola giusta per fermarci. Fuori il vento soffia impetuoso come ha fatto per tutta l’ultima settimana. La nostra barca corre sulle onde frantumandole e sollevando schizzi e frangenti. Con le vele ridotte al minimo e in una andatura scomoda e movimentata facciamo fatica a muoverci, a cucinare e a fare qualsiasi altra cosa dentro la barca, ma percorriamo una gran quantità di miglia ogni giorno.

Ieri siamo passati ad Ovest ad un gruppo di isole che si chiamano Kai. A vederle sulla carta veniva proprio voglia di fermarsi: grandi baie riparate, e ampi pezzi di barriera corallina. Ma erano un po’ troppo ad est  e avremmo dovuto stringere la bolina e andare controvento, e col mare che c’è sarebbe stato come andare a sbattere contro un muro di onde, con spruzzi, urti, frangenti, e anche il rischio di rompere qualche cosa. E poi erano anche un po’ troppo grandi, e isole grosse può voler dire grossi centri abitati, e grossi centri abitati può voler dire problemi con la gente. Noi abbiamo deciso di passare lo stesso dalle Molucche ignorando gli avvisi a starne alla larga che ci sono arrivati da tutte le parti, ma per prudenza tenteremo di restare sulle isole più esterne e più piccole, su quelle insomma dove forse la gente non ha avuto nemmeno notizia dei disordini in atto. Morale: abbiamo tirato dritto.

Siamo passati vicino ad un altro gruppetto di isole dal nome invitante: “Pulau Pulau Tiga Saudara”, che in Indonesiano vuol dire “isole sorelle” ma eravamo vicini al tramonto e non c’era luce abbastanza per avvicinarsi e cercare una baia calma per ancorare. Durante la notte abbiamo passato altre isole ancora, e oggi finalmente abbiamo tentato di entrare in un atollo, che si chiama Uran. E’ una struttura di corallo semisommerso che si stende in mezzo al mare per qualche miglio, rompendo le onde e creando zone di acqua riparata. Sognavamo già l’acqua calma e trasparente, la barca finalmente ferma, e la possibilità di ammirare fondali marini probabilmente mai esplorati, perchè gli atolli spesso sono del tutto disabitati.

Ma era destino che non ci si dovesse fermare: a 10 miglia dall’arrivo il tempo è cambiato. Il cielo si è rapidamente rannuvolato e il vento è ulteriormente aumentato. Per trovare la strada tra i coralli di un atollo è essenziale avere il sole che metta in evidenza i pericoli sommersi mentre noi ci trovavamo con la prospettiva di un temporale.

“Lasciamo perdere?”

“Lasciamo perdere!”

Abbiamo modificato leggermente la regolazione del timone a vento e la Barca Pulita ha deviato, riprendendo la sua cavalcata verso Nord Est. I frangenti enormi prodotti dal franger del mare sul bordo esterno dell’atollo ci sono passati a fianco, sulla sinistra, mentre noi, sottocoperta, ricominciamo a studiare la carta per cercare di nuovo l’isola giusta per fermarci.

 In Irian Jaya la situazione è diversa: all’inizio dello scorso mese di giugno la regione ha dichiarato la propria indipendenza dall’Indonesia, In verità è stata solo una frangia politica a farlo, ma da quel momento, tutti i porti e gli aeroporti, nonchè le città principali sono presidiate da gruppi dell’esercito, che si limitano per ora a marciare e ad esibirsi in parate, per mostrare alla popolazione che quello è l’esercito dell’Indonesia, della quale fanno parte. Insomma la tensione sale e, dicono i pessimisti, la situazione potrebbe precipitare.

Guardo le isole scorrere in lontananza … per ora non c’è stato nulla di invasivo, ma l’avvicinarsi del mese di agosto e la presenza di turisti, potrebbe essere una buona opportunità per azioni dimostrative che portino la situazione a conoscenza dei media mondiali.

Noi non sappiamo bene come comportarci. Per esperienza sappiamo che sostando solo nelle piccole isole e nei villaggi lontani, non si corre alcun pericolo. Gli abitanti delle aree periferiche in questa zona di mondo non sanno mai quello che sta succedendo tra i ricchi e potenti, certo è però che in questo periodo ci sono in giro molte navi militari e il rischio potrebeb essere di essereintercettati da una di loro. A questo punto saremmo obbligati a fare l’entrata ufficiale e per questo a recarci in un centro importante,E lì potremmo diventare facile bersaglio.

Mha, vedremo!

Gen 012000
 
Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

In questo periodo dell’anno qui, a Nord della Papua Nuova Guinea, c’è poco vento. E procediamo a motore per la maggior parte del tempo.

Stamattina poco dopo l’alba eravamo al largo di Mussau, un’isolona verde, disposta da ovest a est. La nostra carta non è dettagliata e non è chiaro se ci si può fermare o meno. Ma da terra abbiamo visto staccarsi un paio di canoe.

Abbiamo rallentato, incerti sul da farsi. Sulla prima canoa che arriva sottobordo ci sono un uomo e un bambino. L’uomo, dopo aver faticato con la pagaia per portarsi di fianco alla Barca Pulita, ci mette a bordo un paio di noci di cocco, poi si presenta:

“Mi chiamo Augustus, il capo del mio villaggio mi ha mandato a darvi il benvenuto e a invitarvi a scendere  terra”

Tutto in perfetto inglese. Gli esponiamo i nostri dubbi circa l’ancoraggio, ma lui ci dice che se ci fidiamo ci spiega lui.

Ci pensiamo. Consideriamo che non c’è vento, il mare è liscio come l’olio, e non ci vorrà niente a riprendere ilargo se dovesse succedere qualcosa di storto.

Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

Augusto comincia a pagaiare verso le capanne che si scorgono sulla riva. Fa segno alle altre canoe che sono uscite di posizionarsi ai lati dell’entrata nella barriera. Lui ci precede. E con estrema facilità, guidati da un corteo di canoe, entriamo dentro la laguna e buttiamo l’ancora in un fondo si sabbia di 10 metri. Meglio di così!

Andiamo a terra. Il villaggio ricorda quello di Heremit Island. Le stesse capanne di foglie di sago. Lo stesso prato verdissimo.

Il capo villaggio è un omone grande e grosso, si chiama Joseph e ride in continuazione.

Gli raccontiamo da dove veniamo e dove siamo diretti, e il lavoro che facciamo.

Lui con la sua faccia sorridente ci promette di raccontarci la storia dell’isola.

“Sono il più vecchio qui, ho 75 anni. Le storie che so me le ha raccontate mio nonno che le ha sapute da suo padre” ci dice tra una risata e l’altra.

“Vi racconterò tutto quello che so. Ma non ora. Ora sarete stanchi” e poi improvvisamente

“Vi piacce il coconut crab?”

Acccidenti come no! Il birgo latro. Abbiamo imparato a conoscerli in Polinesia. Si tratta di un granchio terrestre, dal colorito bluastro, che mangia esclusivamente noci di cocco. Ha delle chele enormi, che potrebbero mozzare un dito ad un uomo. All’interno le chele sono ricche di carne saporita e profumata di cocco.

Joseph grida qualcosa a un ragazzino e dopo un pò ci portano una bestia di una trentina di centimetri con le chele legate da foglie di palma.

Joseph ride compiaciuto

“L’isola ne è piena, ma la nostra religione non ci permette di mangiarli……welcome!”

Gen 012000
 
Una strana barchetta - Isole Riau

Una strana barchetta – Isole Riau

Improvvisamente, da Est, compare una imbarcazione curiosa che somiglia ad una antica nave a vela, ma in scala ridotta, quasi un giocattolo. Una tenda di frasche intrecciate copre metà della barca dandole l’aspetto di una casetta. Due velette triangolari su un alberetto sottile raccolgono l’ultima brezza del giorno e spingono il barchino ad entrare nella baia dove siamo ancorati anche noi. Cambio rotta al gommone e dirigo su di loro. Il barchino avanza in silenzio, segnando due solchi leggeri sullo specchio immoto della baia. Al confronto lo strepito del fuoribordo che muove il nostro gommone sembra un sacrilegio. Lo spengo, afferriamo i remi e ci affianchiamo.

Succede una cosa strana. Di solito, quando ci si approssima  ad una barca, questa rallenta per facilitare la manovra di chi arriva. Sul barchino invece si comportano come se non ci avessero visti. Non toccano le vele, non muovono il timone, e continuano verso il centro della baia, senza neanche girare la testa. E si che siamo grossi quanto loro.

A bordo c’è una coppia con un cane.

“Hallo, where are you going?” tento di attaccare discorso.

Lui ha una camicia azzurra bucherellata, la faccia da mongolo e l’aria antipatica. Con una mano comanda la barra del timone. Con l’altra accarezza una pipetta spenta, che stringe tra le labbra. Non risponde. Guarda fisso davanti a se, mentre il cane mi ringhia contro.

“Hallo,…salamat paghi?…..” Lizzi prova con la ragazza. Poco più di una bambina. Il faccino da negra è più simpatico. Sta accucciata a metà barca e armeggia intorno ad un focherello acceso in un bidone arruginito.

“Salamat paghi….(buongiorno in Indonesiasno)” riprova Lizzi. La ragazza sorride, ma niente più. Il cane ringhia e l’uomo continua ad ignorarci.

“Senti, lasciamo perdere”. Smettiamo di remare un po avviliti. Il nostro gommone si ferma, e i due si allontanano, senza voltarsi.

“Guarda! Ce ne sono altri!” Dal promontorio sbuca un secondo barchino: due adulti, due ragazzi e due cani. Questi almeno si lasciano avvicinare. Osservo i loro tratti somatici, nell’ultima luce del crepuscolo: sono diversi dagli indonesiani, come le loro barche sono differenti da quelle locali.  Scuri di carnagione,  piccoli di statura e con i capelli quasi crespi, sembrano uomini rimpiccioliti.

“Pigmei?”

“Ma dai, i pigmei sono in Africa”

“Invitali a venire sulla Barca Pulita”

Mi produco in una pantomima che ho fatto molte volte e che ormai è perfezionata: indico ad uno ad uno tutti gli occupanti della barca, poi faccio un gesto più largo per indicare la barca e mimo loro, sulla barca, che remano in direzione della Barca Pulita. Faccio con le dita il gesto di qualcuno che sale e poi il gesto di qualcuno che beve. Indico loro e noi che beviamo insieme: venite a bordo a bere qualche cosa da noi?

Non rispondono. Si limitano a sorridere.

“Questi almeno non sono torvi”

Decidiamo di lasciar perdere e di tornare a bordo. Anche perché sono spuntati altri barchini, tutti con la veletta, tutti silenziosi, tutti che si dirigono verso la baia dove siamo ancorati.

Quando un essere umano ne incontra un altro in un luogo deserto, viene naturale di incontrarsi, parlarsi e fare amicizia. Ma se invece che al cospetto di uno solo ci si trova inaspettatamente in mezzo a una folla, la reazione più naturale è quella di rannicchiarsi e di non farsi notare.

Così facciamo noi quando ci rendiamo conto che i nuovi arrivati sono troppi. Torniamo a bordo, solleviamo il gommone sul ponte, e ci nascondiamo dentro la barca, evitando persino di accendere la luce del quadrato, che renderebbe manifesta la nostra presenza.

Sui barchini invece hanno acceso dei lumini, che vagano sull’acqua come fantasmi, lasciando intuire le sagome scure delle barche che si avvicinano tra loro per fermarsi e ancorare a qualche centinaia di metri dal punto dove siamo noi.

“Ma chi diavolo saranno?” Conto otto lumini di barche già ancorate, ed altre ancora ne stanno arrivando. Ceniamo al buio, senza vedere l’aspetto dei molluschi che abbiamo raccolto, e che abbiamo cotto in un sugo di pomodoro, con pepe e peperoncino, cosa che forse ci aiuta ad apprezzarli più di quanto meritino. Dal gruppo di luci arrivano scoppi di voci ed echi di canti sguaiati.

Mi sveglia il rumore di qualche cosa di duro che sbatte contro lo scafo.

“Hai sentito” sussurro

“Si, c’è qualcuno”

Attraverso lo spessore delle paratie arriva il suono di voci sommesse. Mi vesto ed esco fuori, ancora mezzo addormentato, mentre Lizzi si ferma a metà strada, ai piedi della scaletta che porta sul ponte. Due barchini sono affiancati alla Barca Pulita e in 4 sono già saliti a bordo. Resto interdetto. Salire su una barca senza chiedere permesso è come entrare in una casa senza bussare. Se poi accade in piena notte non c’è da aspettarsi niente di buono.

“Devo cacciarli via”, penso, “prima che si accorgano che siamo solo in due”. E se dovessimo venire alle mani? Mi metto a gridare? Magari sono armati? Però sono piccoli, penso, ricordandomi le dimensioni di quello con la pipetta, e poi, per quello che ne sanno a bordo potremmo anche essere in molti.

I nostri ospiti indesiderati si sono sistemati a poppa, accovacciati attorno al pozzetto. Distinguo a fatica i visi, sotto la luna. Sembrano giovanissimi. Ce ne è uno che mi guarda fisso, con un mezzo sorriso, e fa con la mano uno gesto, come di qualcuno che porta qualcosa alla bocca.  Ma si, lo riconosco, è il tizio della seconda barca!

“Sai cosa ti dico, mi sa che li abbiamo invitati noi” sussurro a Lizzi, che è rimasta a far capolino dal tambuccio di poppa.

Mi rilasso e cerco di assumere l’espressione più naturale del mondo mentre stringo le mani di tutti, mi siedo tra loro e faccio segno (non si sa mai) di parlare piano, come se altra gente, sottocoperta stesse dormendo. Capiscono. Abbassano le voci. Lizzi passa fuori bicchieri e bevande. Coca cola, acqua e limone, succo di frutta, te freddo, biscotti. Tutte voluttuosità che di solito mancano a bordo, ma a Singapore abbiamo fatto una buona scorta, ed ora possiamo permetterci di fare un figurone.

Davanti al cibo i nostri ospiti diventano cerimoniosi. Accettano un biscotto a testa, e lo mangiano a piccoli morsi, accompagnandolo con un assaggio di tutte le bevande. Acqua e limone, e Coca Coca ottengono i risultati più lusinghieri nella classifica muta dei gradimenti. La conversazione però langue. Anzi è ferma del tutto. L’unica cosa che riesco a capire è il termine “Orang Laut” che  ripetono più volte riferendosi a se stessi. Significa “Uomini del mare”.

Si riferisce ad una razza di individui senza terra, che vivono sul mare, usando le barche come case, come fanno i loro cugini Moken che stanno in Tailandia e Malesia. Cugini alla lontana, però, perchè lo barche degli Orang Laut non assomigliano per nulla a quelle dei Moken. Queste ultime sono lunghe e affusolate, come eleganti canoe su cui sia stata depositata una casetta di paglia, mentre quelle degli Orang laut sembrano navi in miniatura, panciute e tondeggianti, come fossero la riproduzione giocattolo di antiche caravelle.

“Che fortuna” dico a Lizzi, domani cominciamo a filmarli, e mentre lo dico immagino già il titolo del documentario che faremo: “Vita con gli uomini del mare”.

Un nuovo colpo sullo scafo, intanto, annuncia l’arrivo di una terza canoa, e altre due ne scorgo che si avvicinano, sbucando dalla superficie scura del mare.

” e adesso?” dice Lizzi

“Adesso li mandiamo tutti a casa” rispondo.

Provo ancora vergogna per la mia paura di prima e mi spiace di aver pensato male, ma resta il fatto che non è prudente lasciare che la barca venga invasa da una moltitudine di zingari, tantopiù che è notte, e che siamo in una baia deserta, in mezzo al nulla.

Li affronto, prima che abbiano il tempo di saltare a bordo.

Una strana barchetta - Isole Riau

Una strana barchetta – Isole Riau

“No, no, no”, urlo, bloccando con la mia persona il primo che tenta di salire. Restano interdetti, ma si fermano. Uno di loro ha portato una ciotola di legno con del pesce, e la appoggia sulla falchetta, con una espressione indecifrabile. Il pesce è vecchio e puzza terribilmente. Non capisco se sia un regalo o uno scherzo, e non so bene cosa fare. Finisce che mi tappo il naso e faccio una smorfia. Ridono tutti. Meno male. Ne approfitto e faccio segno che vogliamo dormire, appoggiando la guancia di lato sulle mani congiunte. Capiscono, anche i primi 4, che riguadagnano le barche e si staccano dal nostro fianco e remando lentamente scompaiono nella notte senza vento.

“Meno male”

“Torniamo a dormire?”

“Non so. Che ore sono?”

“Mezzanotte”

“Meglio di no. Meglio restare sul ponte. Non si sa mai” Tanto più che dentro fa un caldo infernale. Portiamo fuori i materassi restiamo semisdraiati sotto le stelle, tenendo d’occhio a turno i fuochi lontani delle barche alla fonda, e l’oscurità silenziosa dell’acqua attorno alla Barca Pulita. Ma non succede più nulla. Le stelle lentamente si spostano nel firmamento. Le ore passano. I fuochi ad uno ad uno si spengono e il silenzio è rotto solo dal rumore di qualche grosso pesce che salta fuori dall’acqua.

“In che strano posto mi hai portato”

“Forse non volevano essere scortesi. In fondo li abbiano invitati noi”.

“Si, però sono arrivati a mezzanotte”

“E cosa ne sai, forse da loro si usa così”

I canoni di corstesia cambiano con la latitudine e la longitudine. Quelli che ruttano in metà del mondo sono considerati dei maleducati, mentre nell’altra metà sono raffinati anfitrioni che esprimono così il gradimento per la cena e l’ospitalità”

“E ti ricordi quando in Tailandia continuavo ad accarezzare i bambini sulla testa?” Continuammo a farlo finchè qualcuno più comprensivo ci svelò che toccare una pesrsona sulla testa in Tailandia è un’atto di grave maleducazione: la testa è la sede dello spirito e dell’anima, e quindi è sacra e intoccabile.

Alla fine ci addormentiamo, anche se ci eravamo ripromessi di non farlo.

“Svegliati, pigrone, guarda che roba, non c’è più nessuno”.

La voce di Lizzi è allegra come la luce del sole che riempie l’aria di riflessi abbacinanti. La Barca Pulita ondeggia dolcemente sotto l’effetto della prima brezza del mattino, e la baia dove siamo ancorati è di nuovo deserta.

“Ma dove sono andati tutti quanti”

“Non lo so. Mi sono appena svegliata, e già non si vedeva più nessuno”.

Scruto col binocolo verso Est, oltre il rpromontorio da dove erano comparsi, e verso Ovest, dall’altra parte, verso un grupo di isole che si scorgono in lontananza, ma non c’è nulla in questo mare solitario che faccia pensare alla presenza di altri esseri umani.

“Mi dispiace proprio”

“Certo, se fossimo stati più gentili. Se li avessimo lasciati salire a bordo..”

Gli Orang Laut sono scomparsi. Come un sogno che si scioglie con la luce forte e salda del sole. Sulla falchetta della Barca Pulita però è rimasta la ciotola col pesce, quella che ci hanno messo a bordo gli ultimi arrivati, a confermare che non abbiamo sognato.

Gen 012000
 
Terra disabitata - Costa Australiana

Terra disabitata – Costa Australiana

Da alcuni giorni ci troviamo davanti a un creek, impigriti e nullafacenti. Questo corso di acqua dolce ci ha riservato una sorpresa.

Uno stagno abitato da uccelli che avevamo trovato appena arrivati, ha infatti una specie di buco tra gli alberi che lo circondano. Sembra quasi l’imbocco di una galleria. Ci siamo entrati con il gommone, e dopo aver percorso un tratto di un centinaio di metri sotto una specie di volta formata dagli alberi, ci siamo trovati lungo un sentiero di acqua abbastanza limpida e corrente. Intorno gli alberi si sono diradati un po’, ma erano ugualmente alti e ricchi di foglie. Abbiamo risalito questo fiumiciattolo per un altro mezzo miglio , con l’acqua che diventava sempre più  limpida e corrente. E finalmente, dopo una piccola curva ci siamo trovati in una pozza d’acqua trasparente, con il fondo roccioso e coperto di muschio e una cascatella di un paio di metri che cadeva da rocce rosse, lisce e piatte.

Una piscina naturale di acqua dolce!! Meraviglioso. Oramai dall’ultima doccia a Darwin è passato più di un mese. Da allora ci siamo sempre fatti la doccia e lavati i capelli con l’acqua di mare. E tra l’altro nell’acqua torbida di questo mare verde non abbiamo ancora fatto nè una nuotata nè un piccolo bagno. Ci sono i coccodrilli, gli squali, qualche medusa velenosa ritardataria, e chi si fida a mettere dentro un solo piede non vedendo niente.

Qui invece…

“Anche qui ci potrebbero essere coccodrilli, osiamo lo stesso?”

“Si dai se arrivano li sentiamo, e poi si vedono”

Che bello, sguazzare in quell’acqua fresca e spumeggiante, con il vento che trasporta le goccioline dalla cascata. Ci siamo rimasti tutto il pomeriggio. E il giorno dopo ci siamo ritornati, armati di panni e di sapone da bucato, di carta e penna, di libri e di gallette, e ci siamo accomodati a goderci il nostro salotto privato.

Il venticello tiene lontane le mosche, gli alberi creano delle zone di ombra, ma lasciano anche entrare i raggi del sole che formano delle chiazze calde e luminose per riscaldarsi ed asciugarsi dopo un tuffo e una nuotata.

E i coccodrilli? Dopo un po’ abbiamo smesso di cercarli. Se non ne abbiamo visti il primo giorno, vuol dire che non ce ne sono. Dopotutto anche loro si dovrebbero spaventare alla nostra vista.

Ieri invece ci siamo decisi a fare qualche lavoro in barca, di quelli preparatori alla partenza. E sì, perchè sarebbe proprio ora di ripartire, e di puntare a nord.

“Hai svuotato la sentina dell’ancora?”

“No dai, lo facciamo domani”

“E le crocette da fasciare con il cuoio?”

“Domani, domani”

Il fatto è che non riusciamo a deciderci ad andare via, figuriamoci ora che abbiamo trovato la piscina!

Terra disabitata - Costa Australiana

Terra disabitata – Costa Australiana

Oggi però ci siamo decisi. Abbiamo messo sottocoperta il fuoribordo. abbiamo issato il gommone sul ponte, abbiamo verificato i perni del timone a vento, l’olio e l’acqua del motore (non si sa mai che ci sia qualche emergenza e lo si debba usare), abbiamo fatto il pieno di cherosene al fornello della cucina (se dovesse finire in navigazione riempirlo con la barca che si muove è scomodissimo), e finalmente abbiamo tirato fuori le carte nautiche delle Molucche.

Dove andremo esattamente non lo sappiamo ancora. Sicuramente eviteremo le città e i grossi centri abitati. Ci sono continuamente dei disordini e degli scontri tra cristiani e mussulmani. Ma l’esperienza di tre anni di Indonesia ci ha insegnato, che nei villaggi e nelle isolette, tutto e calmo e tranquillo e nessuno sa quello che sta succedendo dalle altre parti. L’anno scorso quando c’è stata la guerra a Timor Est, addirittura con l’intervento delle forze di pace delle Nazioni Unite, noi eravamo su un’isola a meno di 100 miglia, dove nessuno sapeva quello che stava succedendo.

Comunque domani partiamo, scuotendoci di dosso la pigrizia e rispolverando un po’ di spirito di viaggio. Poi ci penseranno il sole e il blu profondo del mare aperto a farci vincere la nostalgia della nostra piscina.