Canale di Panama

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Gen 011992
 

«Allora noi partiamo martedì e tu vieni con noi. Poi torniamo indietro e veniamo con te giovedì».

«Va bene, se non abbiamo il quarto lo dico a Carlos che è solo una delle prime volte che tiene le cime e si fa pagare un po’ meno».

«Ehi, ma quell’americano che avete conosciuto sull’autobus non ha un amico che voglia venire con me?».

« .. .io prendo solo due persone, con Shana e le bambine siamo già in cinque e sulla mia barca di 8 metri altri tre non saprei proprio dove ficcarli. Dirò che le ragazze sono in grado di manovrare le cime come qualsiasi adulto, tanto se ci legano a una chiatta come hanno fatto la settimana scorsa quando ho aiutato Jaqui non serve neanche!».

Il bar dello Yacht Club di Puerto Colon, all’entrata atlantica del Canale di Panama, è l’unico posto nel raggio di 200 miglia dove non si muoia di caldo (c’è l’aria condizionata) e la sera ci sono tutti gli equipaggi delle barche. E nasce la “borsa degli ingaggi”.

È qui che la gente si accorda per formare un equipaggio come richiesto dalle norme per traversare il canale di Panama: quattro persone alle cime più una al timone. Le cime, due a prua e due a poppa, lunghe almeno 50 metri, sono quelle che dovranno tenere la barca al centro delle chiuse che dall’Atlantico innalzano al lago di Gatun, la distesa d’acqua creata artificialmente per rendere navigabile la prima parte dell’ istmo, e successivamente riportano al livello dell’oceano Pacifico.

Se una barca non ha abbastanza persone, ci sono gli “hand liners”, giovani del luogo che si prestano, per 30 dollari al giorno, ad aggiungersi all’equipaggio. Tutti comunque cercano di arrangiarsi senza ricorrere agli stipendiati, sia per risparmiare sia perché, a Puerto Colon, si diventa subito diffidenti nei riguardi dei locali.

Nonostante i proventi del canale, Panama è un Paese povero. La ricchezza, come spesso accade, è concentrata nelle mani di poche famiglie, mentre la maggior parte dei panamegni vive alla giornata. La miseria si tocca con mano nelle strade e nei tuguri, e ne consegue una atmosfera di incertezza e violenza.

Era stato un vecchio impiegato dell’ufficio doganale, per primo, a metterci in guardia: «Non uscite mai quando è buio, spostatevi solo in taxi, e il taxi chiamatelo da voi, non fatelo chiamare da nessun altro, non andate nelle vie strette. Claro capitana?».

Poi, quando aveva visto dal nostro passaporto che venivamo dalla Colombia, si era detto dispiaciuto, ma doveva chiamare la polizia speciale.

«Quale polizia speciale?». «Quella per la droga». E subito dopo sottovoce: «È quella di Noriega, state attenti: malas personas!» .

Brividi per la schiena e sudori freddi quando di lì a poco si presentano sul molo due ceffi modello Bronx.

«Avete droga?».

«No, non ne abbiamo».

«E allora perché venite dalla Colombia».

«Siamo stati a Provvidenzia». «E avete armi?» aggiunge il più brutto guardandoci con gli occhi socchiusi……Mille pensieri si accavallano nella mente. «Accidenti a quella pistola che abbiamo comprato a Margarita. Non l’abbiamo mai dichiarata, ma forse ora sarebbe meglio farlo». «E se poi fanno storie perché non l’abbiamo fatto prima?». «Ma se diciamo di no e poi la trovano?».

«NO» esce alla fine in coro. «Sicuri?» incalza il ceffo con un ghigno che se non fossimo in questa situazione potrebbe far scoppiare dal ridere. «Va bene, allora domani veniamo a perquisire la barca».

Appena se ne vanno, torna il vecchio della dogana che scuotendo la testa dice: «Brutta jente, malajente».

«Ma chi sono?».

Il vecchietto esita un po’, poi spiega: «El Presidente. Vuol essere sicuro che non entri nel

Paese droga che lui non può còntrollare, per questo fa perquisire tutte le barche che arrivano dalla Colombia».

Il pensiero della pistola continua a torturarci anche se in fondo, qui, un’arma in barca ce l’hanno tutti. Non dichiarata, naturalmente e addirittura c’è chi se la porta in giro. La nostra è ben nascosta, ma i due ci hanno spaventato. Di notte furtivamente la portiamo a terra e la nascondiamo in una discarica di pietre vicino alla banchina dove potremo riprenderla al momento di partire.

Lo Yacht Club è un’isola di pace, circondato come è da una recinzione protetta da guardie armate che lo separano dalla miseria e dal mondo di fuori. Dopo gli avvertimenti del nostro amico cerchiamo sempre di andare in città in gruppo con altri.

Carlo cammina con un giornale arrotolato stretto in mano. Dentro non c’è niente, ma per quello che ne sa la gente potrebbe esserci anche un’ “arma impropria”. Benno invece aveva scelto la tecnica di andare in giro con una chiave inglese avvolta in un sacchetto di plastica. Ma il giorno ch,e venne preso alle spalle, port~to in un androne con un coltello puntato nella schiena e derubato di tutto il denaro (poco per fortuna) che aveva con sé, la sua preoccupazione più grande fu quella che scoprissero la sua arma e lo trattassero ancora peggio.

E come lui abbiamo visto arrivare tanti altri con la camicia tagliata in mezzo alla schiena, segno del coltello puntato, con il borsellino vuoto e soprattutto con il viso sbiancato e le gambe tremanti.

Volendo, a Puerto Colon ci si può fermare solo due giorni, lo stretto necessario per fare le pratiche del canale, ma è un peccato, perché lo Yacht Club è anche l’ultima possibilità di andare in banchina, con acqua e luce, che si avrà da qui per molte miglia.

Ci sono le magagne causate dal mare grosso del Mar dei Caraibi da riparare e c’è la barca da mettere in sesto per la prossima lunga traversata verso la Polinesia. È anche un buon posto per fare cambusa, ci sono molti supermercati americani a prezzi vantaggiosi e dopo di qui gli alcolici saliranno alle stelle.

La gente passa le giornate a lavorare sulla barca e a caricare provviste. La sera passano tutti dal bar, per avere le ultime notizie di “radio canale”. Poi arriva il giorno del passaggio. La pilotina nera del canale si stacca dal molo e si avvicina a una barca, poi a un’altra, poi a un’altra ancora, depositando su ognuna un pilota.

Il nostro si chiama Carlos. È grande e grosso con un paio di scarponi ai piedi. Sale a bordo con un sacco di ghiaccio, (ha saputo che non abbiamo il frigorifero), un cesto di pomodori e un paio di scarpe immacolate di ricambio!

Ci sono nove barche a vela, oggi, che devono attraversare e, alla spicciolata, facciamo tutti rotta verso l’imboccatura del canale per percorre le 4 miglia che portano al primo gruppo di chiuse. Fuori dalla prima comincia la festa. Non ci sono banchine per sostare e, in attesa di passare, cominciamo a girare in tondo, mentre i piloti, su ogni barca, spiegano agli equipaggi come avverranno le manovre. Seguendo le istruzioni del pilota, sempre girando in tondo, ci affianchiamo e ‘ci leghiamo, ciascuno a un’altra barca, e poi a un’altra, formando gruppi di barche legate a tre a tre.

«Fatemi stare esterno a destra, che ho il motore di lato».

«Attento, siamo lunghi uguali, non possiamo stare di fianco altrimenti si scontrano le crocette».

«Stai in mezzo tu che sei più grosso e potente».

Sempre girando in tondo facciamo le prove per manovrare a motore questo strano “pacco” formato da tre barche affiancate e legate tra loro. La barca al centro fa da propulsore, le due ai lati, dando marcia avanti o indietro fanno virare.

I piloti dovrebbero comandare le manovre, ma la gente ha troppo a cuore la propria imbarcazione per fare quello che viene imposto. Ben presto i· poveri piloti con i loro Vhf in mano si parlano sconsolati in spagnolo, mentre vengono scarrozzati da una parte all’ altra da equipaggi che urlano in 4 o 5 altre lingue.

Poi si rassegnano e si siedono nei pozzetti a seguire passivamente le manovre di questi maniaci che spostano un parabordo dieci,volte per trovare la posizione dove struscia di meno e che regolano dieci volte lo stesso traversino.

Il Vecchietto capita in mezzo tra una barca americana e una canadese. E mentre andiamo in su e in giù nell’ attesa che un’enorme nave giapponese liberi le chiuse, il pilota spiega. Appena la chiusa si apre bisogna entrare, senza perdere tempo, a velocià sostenuta, perché si deve arrivare al centro e avere lanciato e bloccato le quattro funi, prima che le porte si chiudano e le turbine comincino a pompare milioni di litri d’acqua. I piloti parlano spagnolo, io e Carlo ci parliamo in italiano, Robert e Andrè, sulla barca a fianco a noi parlano in francese, Benno si è fatto aiutare da George, un sudafricano che sa un po’ di tedesco e che gli fa da interprete con gli altri che parlano inglese.

L’eccitazione è al culmine quando finalmente la nave giapponese esce dalla chiusa e noi possiamo entrare. Nel breve tempo che serve alla porta gigantesca per richiudersi, quattro omini posti ai quattro angoli delle chiuse lanciano altrettanti testimoni a ogni gruppo di barche. Tramite i testimoni passiamo a terra le quattro cime da 50 metri, fissate alla prua della barca più lunga e alle poppe di quelle più esterne.

Gli omini le fissano a terra, e quattro persone a bordo, una per ogni cima le fissano a loro volta. Poi l’acqua comincia a entrare vorticosamente, il livello sale rapidamente, mentre gli uomini alle cime recuperano contemporaneamente in modo da mantenerci sempre perfettamente allineati, in filo alla corrente. Sono momenti di ansia, mentre l’acqua rumoreggia contro gli scafi e il livello sale a vista d’occhio sulle pareti verticali cosparse di fango grigiastro. C’è concitazione sulle barche e tutti saltano di qua e di là urlando, in cerca di un compito e di una posizione.

Nel mezzo del bailamme una voce pacata:«May I come on board?», mi giro e vedo un signore pelato, che avevo intravisto prima, nella barca canadese.

«Prego?».

Incurante delle urla e della tensione che abbiamo intorno, raccoglie il capo della cima appesantita da un piombo di uno dei testimoni buttati sulla nostra poppa, la fissa con una gassa alla nostra cima d’ormeggio e si siede sul balcone di poppa in attesa di manovrare.

«Sono Fleming. Sono inglese.

Facevo l’ufficiale sulle navi mercantili. Sono già passato di qui altre volte». Si è,costruito una barca di acciaio e dall’Inghilterra sta tornando in Pacifico, dove ha vissuto anni addietro. Con lui ci sono la moglie e un figlio grande e grosso e un po’ tonto.

«A mia moglie non piace andare in barca, ma si rassegna. Eccola là». E mi indica una signora dai capelli candidi che sta lavorando a maglia incurante del caldo, del sole a picco e di quello che le ruota intorno.

Quando l’acqua raggiunge il livello dovuto, si apre la porta di uscita attraverso la quale si accede alla seconda chiusa e da qui si andrà alla terza. Ogni volta le pompe immettono in pochi minuti qualche cosa come 15.000 metri cubi d’acqua, pari a 15 milioni di litri!

Gli omini a terra, ai quattro angoli delle chiuse, ci tirano con le cime da una chiusa all’altra fino alla chiusa finale. AI momento di mollare le funi gridano qualcosa, tutti insieme.

«Vogliono birra» mi spiega Fleming «è tradizione non restituire le funi vuote». Attacco alla cima un sacchetto di plastica con qualche lattina e così fanno le altre barche, provocando una serie di grida e fischi che riecheggiano tra le pareti d’acciaio.

Quando l’ultima porta si apre ci troviamo nel lago di Gatun che attraversa, per ottanta miglia, tutto l’istmo di Panama, fino al successivo gruppo di chiuse che ci calerà, dall’altra parte, in Pacifico. Ognuno torna sulla propria barca, i gruppi si sciolgono e si riparte, questa volta a vela, anche se Carlos dice che non si potrebbe; tanto nessuno verrà mai qua sopra a controllare.

Navighiamo in una specie di lago-canale, tra rive deserte e coperte di giungla, dove passiamo rasenti alle cime spoglie di antichi alberi che poggiano sulla cima delle colline allagate cento anni fa per costruire questo grande lago. Alle quattro del pomeriggio diamo fondo all’ancora in una piccola ansa e i piloti se ne vanno. Dopo poco siamo tutti in acqua, a sciogliere nel tepore di queste strane acque dolci il caldo e la tensione.

La notte ci vedrà dormire sul ponte, nonostante le zanzare, per sfuggire, almeno per un poco, al caldo, e per non perdere lo spettacolo di enormi navi che passano in continuazione, vicinissime, illuminate a giorno, facendoci ballare per le onde.

La mattina alle ore 7 ritornano i piloti e imbocchiamo la parte finale del lago. E al termine c’è il Gainard Cut, una fenditura larga poco più di 100 metri, tagliata nella roccia a colpi di piccone, ai lati della quale due alte pareti fanno da sentinelle, Qui le navi passano in senso unico alternato, ed è impressionante trovarsi faccia a faccia con una maxipetroliera al di là di un’ansa.

Alla fine riformiamo i gruppi, ormai espertissimi su dove fissare i traversini e posizionare i parabordi. Entriamo nella prima chiusa. Questa volta dobbiamo scendere di livello per cui, all’inizio, nella camera c’è tanta acqua e le cime sono tutte arrotolate sul ponte. Poi una volta chiusa la porta, l’acqua scende e Fleming e gli altri mollano progressivamente le cime agli uomini agli angoli.

Passiamo le prime due chiuse in discesa, attraversiamo l’ultimo laghetto ed ecco l’ultima camera. Dicono sia la più pericolosa. Quando la porta si aprirà verranno a contatto acqua dolce e acqua di mare che provocheranno strane correnti.

Ancora cime che si srotolano piano piano e gli omini agli angoli delle chiuse che le recuperano. Quando l’enorme porta si apre si vedono i fiumi di correnti contrarie e le ondine che si formano sbattono contro la fiancata del Vecchietto. Poi tutto diventa tranquillo, e gli uomini alle cime fischiano, avvertendo di riprendere le cime e reclamando la razione di birra.

Ancora un tratto di canale e passiamo vicino all’abitalo di Balboa. Una pilotina viene a recuperare i piloti, le barche si separano per l’ultima volta. Tutti si abbracciano come amici di vecchia data.

«Buon Vento». «Good Iuck». «Suerte».

Mi ritrovo tra le braccia di Fleming che oltre agli occhi lucidi ha il naso rosso.

«Au revoin->

«Arrivederci a Papeete».

Il canale si piega in una curva. Poi un’altra. In fondo compare un nastro azzurro. Pochi metri più avanti il Pacifico ci attende.

PASSARE IL CANALE DI PANAMA:

LE REGOLE

Il canale di Panama è gestito da una commissione panamegna, ma il passaggio è regolato da norme internazionali. Le barche a vela possono passare, purché dotate di motore (un australiano che aveva il motore fuori uso è passato fissando provvisoriamente un fuoribordo all’esterno della barca). A bordo di ogni barca devono esserci quattro cime da 50 metri e un equipaggio composto da quattro persone addette alle cime (un tempo dovevano essere quattro uomini, ma adesso vengono accettate anche le donne) e da una quinta al timone.

Appena entrati in porto, che con i suoi enormi frangiflutti è letteralmente un’oasi di pace dopo le onde furibonde dell’ultimo tratto del Mar dei Caraibi, si devono comunicare alla commissione del canale (col Vhf) i dati della barca e l’intenzione di attraversare il canale. Il giorno seguente un ispettore viene a bordo per misurare la barca e per verificarne l’efficienza.

La tariffa per il passaggio viene definita in base a calcoli complicatissimi (che hanno senso solo per le navi, ma, tant’è, chi l’ha detto che la burocrazia folle esiste solo dalle nostre parti?) che tengono conto dei volumi interni dell’imbarcazione cui si devono sottrarre i volumi delle sale macchine e dei depositi carburante.

Finite le misurazioni si passa dagli uffici a firmare documenti e a pagare. La tariffa, che varia ovviamente da barca a barca, comprende, oltre all’ispettore che ha misurato la barca, il pilota che sarà a bordo durante i due giorni di attraversamento del canale e l’assicurazione per eventuali danni che la barca riportasse durante il tragitto.

UN CANALE RICCO DI CURIOSITÀ E RECORDS

-I primi studi topografici per realizzare un canale che tagliasse l’istmo di Panarna furono effettuati nell’anno 1524 per ordine dell’imperatore Carlo V.

-La traversata inaugurale del canale di Panama fu compiuta il l8 agosto 1914 dal piroscafo Ancon che trasportava cemento. l lavori erano cominciati nel 1876, e ci vollero 38 anni e più di 26.000 morti per arrivare al completamento dell’ opera.

-La nave più lunga mai transitata nel canale di Panama è stata il San Juan Protector di 296 metri, mentre la più larga fu la corazzata statunitense New Jersey di 32,8 metri.

-Il record di carico trasportato spetta alla petroliera An:o Texas che il 15 dicembre 1981 transitò con 65,299 tonnellate di petrolio.

-Il pedaggio più alto (97.696 dollari) è stato pagato dalla Qeen Elisabeth al suo decimo passaggio, mentre il più basso è toccato al signor Richard Hallisburton che nel 1928 attraversò il canale a nuoto pagando 36 centesimi di dollaro.

-Il transito più rapido è stato quello dell’aliscafo della Marina Militare statunitense Pegasus, che nel giugno 1979 impiegò 2 ore e 41 minuti.

-Il canale di Panama è lungo 80 miglia, più di metà delle quali sono a 30 metri sopra il livello del mare e corre da Nord Ovest a Sud Est. Contrariamente a quanto si possa immaginare, chi lo imbocca in Atlantico si ritrova in Pacifico 50 km più a Sud e 43 km più a Est del punto di partenza.

-Da Gibilterra a San Francisco, passando per Panama, sono 8.500 miglia. Passando per Capo Horn sono 15.000!