Donne in oceano

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Gen 011992
 

«Certo che per lei questo giro del mondo sarà stato più difficile. Lei ha dovuto rinunciare sicuramente a più cose».

«Beh, in effetti, non è stato proprio facile lasciare la mia bambina e stare senza di lei per così tanto tempo … ».

«Oh certo, ma io intendevo altro. Per esempio mio marito e mio figlio stanno in bagno cinque minuti, mentre io ci sto ore. Noi donne abbiamo bisogno di più cose: bagni caldi e profumati, creme. Poi abbiamo bisogno di avere intorno ordine e pulizia e poi…».

Non avete idea di quante volte mi sono sentita ripetere questo discorso. E poi quando spiego alla mia interlocutrice che per tre anni e mezzo mi sono quasi sempre lavata con l’acqua di mare o con quella piovana, questa mi guarda con malcelato orrore come se si trovasse davanti una selvaggia. Non ho mai sentito nessuno chiedere a Carlo se gli sia mancata la vasca da bagno, né c’è stato mai alcuno che gli abbia obiettato che sta cominciando a perdere i capelli per aver trascurato le chiome durante il viaggio, cosa che invece mi sento dire continuamente per i miei capelli bianchi che invece erano già tali da un bel po’ di tempo prima di partire. Quando eravamo in cantiere a preparare il Vecchietto per il suo viaggio intorno al mondo, c’erano spesso amici che ci venivano a trovare. Venivano per esempio persone con le quali Carlo era stato in barca anni prima, e che si mettevano a raccontare di quella volta che fuori da Nizza c’erano quelle onde alte sette metri, di quella volta che a un miglio dall’ Argentario si era rotto il motore e per poco non succedeva il finimondo. La cosa più curiosa erano le “signore” che puntualmente mi raccontavano del primo giorno di corso con i Glénans, quando bisognava pulire la carena de barchini, o come a Caprera 5 insegnassero i nodi. E così è seguito. Molte volte avevo proprio l’impressione che i discorsi fossero volutamente infiocchettati di parole roboanti e di tecnicismi come per far vedere che loro se ne intendevano.

“E tu a che scuola sei stata!” mi chiedeva qualcuno a bruciapelo.

«A nessuna!».

«Come nessuna!».

«Beh, neanche Carlo ha mai fatto corsi di vela».

«Sì però Carlo … ». Chissà quello che omettevano era «….è un uomo».

Tanti racconti, tanti consigli ma mai qualcuno che mi aiutasse a stringere i bulloni o a tirare lo stucco, o mi desse una mano a grattare le sentine. Quando poi se ne andavano, io, po’ allarmata chiedevo a Carlo:

«Ma come sono le onde di sette metri?».

«Sette metri? Mai viste».

«E quella volta fuori da Nizza?».

«Ma figurati, erano poco più di un metro».

« .. .io non so fare tanti nodi, solo la gassa … ».

«Ah brava, a me non riesce mai, però so fare il parlato, vedrai che non ne servono altri».

E così siamo andati avanti per sette mesi, lavorando con olio di gomito tra teak, viti, bulloni, colle, resine e stucchi e sorbendoci alla domenica una sequela di consigli.

«Io farei dare una mano di grasso alla randa, non si può fare bolina senza!».

«Ma ragazzi, vi hanno consigliato male, questa antivegetativa non vale niente!».

«Devi portartelo un olio per i capelli, sennò pensa come saranno dopo tanto sole».

E regolarmente tutte le volte che incontravamo qualcuno di nuovo, prima o poi veniva fuori la domanda di rito: «Ma signora, che coraggiosa! Non ha paura?». Chissà perché dovevo avere paura solo io, e non Carlo? Dopotutto io avevo il vantaggio di contare su di lui!

Alla fine siamo partiti: con l’antivegetativa sbagliata (è durata per due anni e per mezzo mondo), senza la mano di grasso alla randa, senza olio per i capelli, e senza sapere fare tanti nodi. Mentre mio fratello scommetteva con i suoi amici che non avrei superato Gibilterra siamo arrivati alle Canarie, e poi, chiedendoci di giorno in giorno se sarebbe stato sempre così, se fossimo veramente in pieno oceano o se non sarebbe apparso improvvisamente il faro del Tino, siamo arrivati a Tobago; e poi oltre. E anche dopo che Carlo con le costole rotte, aveva passato metà della traversata dalle Galapagos alle Marchesi bloccato in cuccetta, e bene o male la barca era andata avanti ugualmente, gli amici che ci venivano a trovare in capo al mondo, per gli immancabili consigli, prendevano soltanto lui come interlocutore:

«Qui dovresti mettere il vang».

«Secondo mè sarebbe il caso di prendere la seconda mano … soprattutto se tu vai a riposare e qua fuori rimaniamo “solo” io e Lizzi».

Per me intanto i pericoli erano diventati altri:

«Per favore avvisami se la randa struscia sulle crocette perché si consuma … ».

«Lascia che ti accenda io il Primus, se non lo sai fare, si sporcano i bruciatori».

Parole perse nel vento! In compenso la gente che incontravamo e che stava facendo quello che facevamo noi, non si preoccupava minimamente dei “dettagli da banchina”. Una barca francese insieme alla quale abbiamo attraversato il canale di Panama non aveva neanche un winch, solo rimandi per le drizze o le scotte. Una barca tedesca, che navigava da quattro anni non aveva a bordo neanche un portolano. D’altronde il proprietario sapeva parlare solo tedesco, eppure fino in Nuova Zelanda sappiamo che è arrivato sano e salvo.

E l’altra cosa meravigliosa che accomunava queste persone era che non facevano discriminazioni tra chi aveva navigato di più, e chi meno (tanto se erano arrivati fino a lì!); né tanto meno facevano distinzione tra la parte maschile e quella femminile degli equipaggi e discutevano indifferentemente con l’una o con l’altra, sia che si trattasse di fare il pane, di usare il sestante, di far seccare il pesce o di riparare una vela. Ci sono poi i casi delle donne particolari.

Come per esempio Diana: suo marito Paddy fa il chitarrista classico. Girano il mondo su una barca di 9 metri (dove lui si costruisce le chitarre) vivendo dei proventi dei concerti. Paddy, per il suo lavoro non può rischiare di farsi male a una mano né di avere i calli sulle dita, e così, in navigazione, lavora solo Diana. Ed è stato così anche quella volta che si recarono alle Azzorre per un concerto in onore del centenario del passaggio di Joshua Slocum: arrivarono a destinazione 6 ore prima che nascesse il loro bambino.

Oppure Betty: una solitaria americana di 73 anni. Lei ci teneva a sottolineare che non era da sola per scelta ma per forza delle cose: il suo compagno, a Panama, preso da una crisi di sconforto, decise di tornarsene a casa e lei proseguì da sola. Le ultime notizie la davano sana e salva in Australia, dove era arrivata dalla Nuova Zelanda incappando, strada facendo, nelle propaggini di un ciclone tardivo, che aveva invece disperso altre barche.

Ricordo Johanna: una solitaria irlandese, arrivata in Pacifico attraverso il canale di Magellano. Prima di partire era riuscita a farsi dare una sponsorizzazione particolare: una casa produttrice di birra offriva ai suoi due figli il viaggio per raggiungere la mamma negli scali più importanti.

La particolarità di questi esempi, comunque, è indipendente dal sesso cui appartengono le protagoniste. A parte il caso di Diana, quando si parlava di queste o altre navigatrici, il fatto che fossero donne non veniva sottolineato. Neppure le rare volte che ci è capitato di incrociare una nave e di chiamarla con il Vhf, nessuno ha mai fatto commenti sul fatto che a parlare fosse una donna.

Mentre in Mar Rosso, l’ufficiale di una nave da guerra, inglese, alla fonda, dopo una distaccata conversazione tecnica è uscito con un: «Bene signora, visto che gli argomenti operativi sono finiti, le mando una lancia per accompagnarla a bordo a prendere il tè».