Gen 012000
 
Arco e frecce - Teluk Irian

Arco e frecce – Teluk Irian

Qui le capanne sono costruite sui pali e si affacciano proprio sulla riva. Sono ampie, e devono servire per più di una famiglia, forse per tre o quattro, penso, e intanto vedo un uomo che si avvicina alla riva con in mano qualche cosa di lungo, un legno forse, che però non vedo bene. Andrà a pescare i polpi, penso, perchè l’oggetto mi ricorda vagamente il ferro accuminato con cui tante volte ho visto la gente andar a stanare i polpi nelle tane, e mentre rimugino queste cose continuo a tenere d’occhio la profondità del mare sotto di noi e il limite del banco di corallo che stiamo sfiorando nel tentativo di avvicinarci alla riva. L’uomo supera il limite della spiaggia ed entra in acqua, e siccome nel frattempo ci siamo avvicinati anche noi, vedo meglio e scopro che ciò che tiene in mano è un grande arco. Oddio, e se tirasse a me? Il pensiero è assurdo, ma mi viene in mente lo stesso. Anche sulle spalle l’uomo porta qualche cosa che non vedo bene. Poi un movimento lo scopre: è un bambino, con la testa e le gambe che sporgono da una specie di borsa di vimini.  Allora è una donna, penso, e, chissà perchè, mi sento più tranquillo.

Ci avviciniamo ancora. Io sono  a 10 metri di altezza, sull’albero della Barca Pulita. L’uomo, ormai non ho dubbi, anche se porta un bambino si vede bene che è un uomo, ha incoccato una freccia e quando lo vedo tendere la corda istintivamente mi riparo dietro lo spessore di alluminio dell’albero. Lui però non  guarda me. La freccia parte con un sibilo e si infila in mare.

Questo è il decimo villaggio che costeggiamo da stamattina da quando abbiamo iniziato la ricerca di un posto per ancorare.

Stiamo scendendo a sud dove la costa si addentra in una baia (Teluk Irian) profonda più di duecentomiglia. Una baia enorme, di cui non sappiamo quasi nulla. Il portolano è laconico. Le guide non ne parlano. Dalla carta nautica si vede che il mare nel golfo è profondissimo e si va da 1000 metri di fondo a pochi passi da riva a 3000 metri di altezza delle montagne che si affacciano sulla baia.

“Deve essere spettacolare”, ci siamo detti. “Forse troveremo qualche traccia della gente di una volta. Forse, se ci allontaniamo abbastanza dalla città….”

Siamo scesi a sud di 100 miglia e i villaggi hanno assunto un aspetto più genuino. Ieri sera poi ci siamo infilati in una specie di golfo ad imbuto tra un’isola e la costa. Siamo entrati dalla parte larga dell’imbuto quando era ormai troppo buio per avvicinarsi a riva e abbiamo passato la notte alla deriva, alzandoci ogni venti minuti, a turno, a controllare che lo scarroccio e le correnti non ci avvicinassero alla terra. Ad un certo punto ci siamo svegliati per l’allarme dell’ecoscandaglio che segnalava una profondità inferiore ai 6 metri. Neanche il tempo di correre fuori a guardare e segnava di nuovo ottanta metri. Poi ancora sei.

“Cosa può esserre?”

“Un branco di pesci che passa sotto la barca?”

“Certo che devono essere ben grossi per far suonare l’ecoscandaglio”

E forse erano pesci per davvero perchè stamattina, quando abbiamo ripreso a navigare,  in due ore, abbiamo visto tre famiglie di delfini, un branco di tonni, un pesce vela che è venuto a passare a fianco dello scafo, e una tartaruga veramente grossa, che se ne stava con mezzo carapace fuori dall’acqua come fosse stato un tronco e la testa col becco enorme che usciva di tanto in tanto a respirare.

Poi è cominciato il nostro pellegrinaggio, un girovagare continuo da una riva all’altra in cerca di un fondale accettabile per mettere l’ancora. Lo spettacolo è impressionante. Le montagne dalla costa si lanciano verticalmente nel mare. Il verde cupo della foresta arriva fino al limite della marea e si trsforma nel verde altrettanto cupo dell’acqua che a poche decine di metri da riva è subito profondissima.

Bellissimo, ma  impossibile ancorare. Di villaggio in villaggio, di riva in riva, abbiamo percorso il fiordo in tutta la sua lunghezza e questo villaggio, con il suo uomo che pesca con arco e frecce sembra proprio l’ultimo.

“Porca miseria, Lizzi, non possiamo non fermarci qui”

Arco e frecce - Teluk Irian

Arco e frecce – Teluk Irian

Superiamo il villaggio e ci accostiamo ad un’ansa contornata da mangrovie. Trenta metri, dice l’ecoscandaglio. Sempre troppi, ma comunque meno che altrove. E se provassimo con l’ammiragliato? Buttiamo a mare due ancore e una quantità impressionante di catena, pesantissima, ma non possiamo correre rischi perchè siamo vicinissimi alla riva.

E finalmente samo fermi. Il villaggio dell’arciere è a 1000 metri da noi. Vedo le capanne basse e la macchia verde del boschetto di palme schiacciata tra il mare e la montagna. Non abbiamo voglia di scendere a terra.  Il caldo torrido, la tensione per la ricerca dell’ancoraggio e la notte passata a fare la guardia si fanno sentire, e avremmo solo voglia di riposare.

Ma da terra le canoe sono già partite e remano in direzione della nostra barca.

“Oh no, io ho caldo, e sono stanchissima. E poi volevo fare il bagno”. dice Lizzi.

Ma non si può dire di no.  In fondo siamo a casa loro, e poi ci siamo venuti apposta. Non resta che mettersi una maglietta, montare il tendalino, e prepararsi per i convenevoli.