Le barche dei giramondo 2° parte

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Gen 022005
 

Prosegue il viaggio, iniziato nel numero scorso, nell’universo delle barche utilizzate dai velisti che navigano attorno al mondo. Ognuna con la sua storia, quasi sempre curiosa e affascinante, che riflette e si intreccia con quella del suo proprietario. Tanti i modelli, diversi i materiali, poche le scelte comuni di questi scafi spesso destinati a realizzare il sogno di una vita.

Lui 58 anni, medico, lei 42 anni, farmacista. La barca, Oceano VI, è di ferro. Lunga 10,50 metri, larga 3,5, pesa 11 tonnellate. Deriva mo bile, armata a cutter.

Scafo grezzo, quanto lavoro! – Quando l’ hanno comperata aveva già 5 anni, ma era solo uno scafo grezzo su un prato. Una delle tante costruzioni in ferro che si arenano durante l’allestimento. La barca è ad Alicante, Spagna, loro sono a Madrid. Per cinque anni percorrono infinite volte i 380 chilometri di andata e ritorno dell’autostrada Madrid – Alicante, mentre realizzano gli interni ex novo, mettono il motore, gli alberi e tutto il resto . La maggior parte dei lavori sono fatti da artigiani e specialisti perché Dora e Miguel non hanno né il lempo né le capacità per farli loro. Si limitano ai lavori piccoli, a controllare e pagare quelli grandi. «Anche così, è stato un incubo», dice Dora. «Il teak del ponte è stato rifatto tre volte – gli fa eco Miguel – ogni volta si gonfiava e si staccava. Il motore vibrava, l’asse si è rotto alla prima prova e altre cose del genere. Se dovessi tornare indietro acquisterei una barca usata, già pronta e funzionante», conclude Miguel. Mentre la barca si completa e si abbellisce, i due sistemano il lavoro. Dora è farmacista. Miguel è psichiatra. Ha studiato a Bologna e parla con noi in italiano. È stato persino abbonato a BOLlNA. Per anni ha lavorato in un centro sociale. Quando hanno chiuso il centro sociale Miguel si è messo in proprio e ha impiantato una piccola produzione di cosmetici naturali. Dora li vendeva nella farmacia dove lavorava e la produzione ebbe successo. Prima di partire hanno ceduto la fabbrica agli operai. Col denaro messo da parte e la liquidazione di Dora possono permettersi di navigare per tutto il tempo che vorranno. Non hanno hanno figli. Non hanno più problemi di lavoro. Sono totalmente liberi. Navigano da otto anni e non hanno idea di quando terminerà il loro giro. Dicono di essere moderatamente contenti della barca. «È sicura, è comoda, ma è molto pesante. Se potessi però la cambierei con una in plastica di 12 metri», dice Miguel. La barca di Dora e Miguel ha la deriva mobile. Con la deriva abbassata pesca 2,5 metri, con la deriva alzata un metro. «In 10 anni abbiamo usato la deriva mobile quattro o cinque volte. Troppo poco per giustificare la presenza di un meccanismo che toglie spazio interno e che complica la manutenzione. Quando navighiamo col vento in poppa, però, l’alziamo a metà e siamo decisamente più veloci».

Una barca per un dollaro – Lui Toguc, 35 anni, docente di architettura a Istambul, lei, Yesim, pittrice, 25 anni, entrambi turchi. La barca non se la sono scelta, è arrivata da sola e la storia è una delle più strane che ci sia mai capitato di sentire. Ce la raccontano a spizzichi e bocconi, in un inglese frammentario, con l’aiuto di un amico spagnolo che li ha quasi adottati e che li ha aiutati ad arrivare alle Fiji. La barca si chiama Yosun, che in turco vuoi dire “alga”. Il primo proprietario, un turco di cui non sappiamo il nome, parte da Istambul molti anni fa, attraversa l’Atlantico, passa Panama e arriva alle Hawaii. Lì si innamora di una americana, trova lavoro e si ferma. Passano gli anni. Il turco ha fatto fortuna e vorrebbe tornare a casa. Ma come? Con la barca, naturalmente, così sarà il primo turco, su una barca turca, ad avere effettuato una circumnavigazione del globo. Faranno il viaggio a piccole tappe, lui, la moglie e un marinaio. Partiti dalle Hawaii i tre affrontano la prima traversata che piccola non è, perché sono 2.200 miglia da Honolulu alla Polinesia. Arrivato a Tahaa, il turco decide di lasciar perdere. È troppo in là con gli anni per un’impresa del genere. Vorrebbe però che la barca completasse la circumnavigazione che aveva iniziato tanti anni prima. Mette allora un annuncio su un giornale di Istambul, dicendo che regalerà la barca a chi la porterà a destinazione. Yesim e Toguc leggono l’annuncio. Sembra uno scherzo e loro, quasi per scherzo, rispondono. Non sono i soli a rispondere, ma il proprietario della barca sceglie loro! Pochi soldi, poca esperienza marinara, pochissimo inglese, ma tanto spirito di avventura. Yesim vende tutti i quadri che ha, gli amici fanno una colletta e mettono a disposizione i fondi per il volo fino a Tahaa e quando i corsi al Politecnico finiscono i due partono. A Tahaa il proprietario consegna la barca e subito si dilegua: «Quando arriverete a Istambul- dice -la barca sarà vostra». I due non sanno se essere felici o disperati. Si ritrovarono dall’altra parte del mondo, su una barca vecchiotta e malandata, senza quasi nessuna esperienza di mare, con pochissimi soldi e tanta incertezza e con di fronte un oceano infinito. Non sanno letteralmente che pesci prendere. Cercano di prepararsi e di preparare la barca, facendosi consigliare da tutti quelli che passano, cercano di procurarsi le carte, i portolani, di imparare a usarli. A un certo punto si accodano a una barca spagnola e partono. Mille miglia e dieci giorni di navigazione più tardi approdano ad Apia, nelle Samoa, stravolti, senza più un briciolo di entusiasmo, con solo tanta paura. Continuano a chiedere a tutti se quelle onde che hanno incontrato siano grandi o normali, se c’e rischio che il vento possa essere ancora più forte di quello che avevano avuto e così via. Yosun fa acqua da tutte le parti, anche solo con la pioggia, e il pozzetto, poco protetto, ne imbarca a ogni grossa ondata che arrivi da poppa. Decidono di lasciar perdere tutto ma Alfons, il buon samaritano spagnolo che li ha aiutati nella traversata, li prende sotto la proprio ala. Li  convince a proseguire con lui fino alle Fiji, lì potrebbero lasciare la barca, tornare in Turchia, dato che le ferie sono finite, chiedere un anno sabbatico, mettere le cose in chiaro con il proprietario, che ha dato la barca senza nulla di scritto, e se tutto va bene, tornare alle Fiji e accodarsi a lui per rientrare in Mediterraneo. Così fanno. Una volta in Turchia, ottengono il sabbatico e il proprietario della barca gliela vende per un dollaro e regala loro anche un altro biglietto aereo per le Fiji. Una bella storia, quella umana, mentre quella marinara, non è ancora finita. Li abbiamo visti lavorare per un mese, 20 ore al giorno in un cantiere delle Fiji per migliorare le condizioni della barca. Non si potevano concedere nemmeno una coca cola in due, ma ogni equipaggio a turno preparava la cena anche per loro e la recapitava direttamente a domicilio. Comunicavano poco e male, con un inglese stentato e gutturale, chiedevano consigli a tutti ma sembravano felici. Sono partiti verso Ovest, viaggiando in conserva con Alfons. Contano di passare Torres, di superare l’Indonesia per evitare il problema del permesso di navigazione (150 dollari) e di arrivare in Malesia, lasciare la barca e rientrare di nuovo in Turchia. Proseguiranno a tappe, durante le ferie estive, vendendo qualche quadro lungo la rotta e magari fare durare il viaggio un po’ più a lungo. Inutile chiedere loro se sono contenti della barca. Inutile chiedere questioni di stazza, di pescaggio, di armamento. Non saprebbero cosa rispondere. Tutto quel che sanno è che questa avventura ha cambiato il corso delle loro esistenze.

RoJlafiocco, che comodità! – Ted e Susan sono più vicini ai 70 che ai 50 anni. Hanno passato parte della loro vita tra San Francisco e Boston. Un’alternanza di Est e Ovest che li ha resi aperti di mente, colti, ironici, simpatici e disponibili. Strano per degli americani ! Parlano bene francese e sanno che è difficile capire qualcuno che parla una lingua diversa dalla propria, cosi quando ci raccontano di loro in inglese lo fanno lentamente e per farsi capire da chi ascolta. Sono partiti dagli Stati Uniti una decina di anni fa. Lui con trascorsi nella Marina e come legale. Hanno un Hans Christian 38, Vanessa, una barca di vetroresina progettata per la grande crociera. Interni di teak massiccio, scafo molto solido, un bompresso esagerato protetto da grossi tubi d’acciaio e molte finiture in legno all’ esterno che richiedono tanta manutenzione. «La barca ne ha bisogno», dice Susan mentre carteggia con carta vetrata n. 600 la terza mano di vernice sul fascione che corre lungo la falchetta. Una volta \’ anno la riportano a legno e stendono quattro mani di vernice nuova, con la perizia e la precisione di Iiutai. Comunicavano poco e male, con un inglese stentato e gutturale, chiedevano consigli a tutti ma sembravano felici . Sono partiti verso Ovest, viaggiando in con- Toguc e Yesim hanno avuto in regalo Yosun a patto di farle completare la circumnavigazione del mondo. Pozzetto profondo, timone a barra, un quadrato spazioso pieno di strumenti e una cucina attrezzatissima. La loro vita fuori dagli States è tutta contenuta lì dentro, in una barca immacolata, perfettamente attrezzata e accessoriata. «Tre anni fa abbiamo montato il rollafiocco, da allora continuiamo a chiederci perché non lo abbiamo fatto prima!», dice Ted indicando la prua con il suo naso adunco e il ciuffo bianco. «Ci spiaceva modificare qualcosa della barca originale. Per il resto è tutto com’era quando l’abbiamo comperata, compreso un oggetto sul ponte a fonna di coma d.i bufalo, metà iJ) .ottone e metà In legno, sem- ‘_•;~.iqissimo. sul quale pog,., ii~i,l”lHm.il» . ,’t~J>1am@J~ domanda di rito: :<<Siete contenti della vostra barca? ». «Certo – rispondono – non la cambieremmo per nessun’altra al mondo». Ted e Susan sono degli antieroi per eccellenza. Invece che raccontare di traversate eroiche, di tempeste impossibili e nubifragi disastrosi, raccontano di quella volta in nuova Zelanda che hanno scalato una montagna, di quell’altra in nuova Caledonia quando hanno fatto del trekking. Lei, Susan, soffre il mal di mare e non si vergogna di dirlo. Non le piacciono le traversate. Le accetta perché non può fare altro, ma preferisce fermarsi a terra, visitare i posti. n loro vagabondare è lento. In dieci anni sono stati sempre in Pacifico. Le soste nei porti sono lunghe. Le giornate sono scandite tra le passeggiate in bicicletta la mattina e la manutenzione della barca nel pomeriggio. Nel loro guscio, apparentemente minuscolo, durante le vacanze di Natale li raggiunge la mamma di Susan di 87 anni! Hanno passato un anno in Nuova Caledonia, uno alle Vanuatu, uno alle Tonga, tre in Australia «<È così grande che per conoscerla ci vorrebbero dieci anni», dicono), due in Nuova Zelanda. L’anno prossimo andremo a André a bordo della sua Samoa (12 m). un Sun Fizz vecchio di 17 anni. Nord, alle Salomon – ci hanno scritto – ma non siamo sicuri perché non abbiamo ancora avuto l’ok dall’assicurazione». «Noi senza assicurazione non andiamo da nessuna parte – usava dire Ted con un sorriso bonario – forse perché siamo americani, forse perché siamo vecchi ». Vecchio modello di serie, eppure … – La barca di André, Samoa, è un Sun Fizz di 12 metri, vecchio di 17 anni. Una barca banale, di serie, uguale a centinaia di altre che in Mediterraneo escono solo per le crocierine estive. Lui, André, non è banale per niente. Sessantadnque anni. Fisico asciutto e scattante. Sguardo pulito e penetrante, naviga da sette anni, i primi con una compagna, poi da solo, e in solitario ha percorso mezzo mondo. La sua barca porta i segni dell’ età: il “gel coat” è screpolato, lo scafo è ingiallito e ci sono colate di ruggine in corrispondenza degli arridatoi. Dentro la barca i legni del tavolo, del pavimento, delle cuccette sono vecchi, con la vernice screpolata. C’è odore di chiuso, forse anche di sporco, ma non è sciattezza. È una tra~andatezza quasi voluta. Non proprio una scelta, ma una accettazione filosofica del fatto che le cose si consumano e fino a ché consumandosi non perdono la loro funzione, tanto vale lasciarle così. Gli strumenti del carteggio, le carte, l’ Ssb, il computer che si interfaccia con la radio, che trasmette gli e-mail e che riceve le carte meteorologiche, tutte queste cose sono perfette e ed efficienti. «Sei contento André della tua barca?», gli chiediamo. «Non sorisponde – sono abbastanza contento. Solo mi piacerebbe che la prua non fosse così piatta e larga. Quando siamo di bolina, con mare formato, picchia molto nelle onde e mi fa un po’ paura». E mentre lo dice sorride, con il sorriso semplice .e chiaro di uno che accetta di avere paura. “Per il resto – continua André – la barca è sempre andata bene. Non si è rotto mai niente. Di bolina cammina benino e in poppa è velocissima. I primi anni, nelle andature portanti, con vento forte era difficile da tenere, ma da quando ho messo un timone a vento esterno (un modello del tipo Mustafà) non succede più. Il timone principale, bloccato al centro, fa da seconda deriva e la barca è diventata stabile e docile». La barca di André è un modello di serie costruito senza particolari pretese. Una di quelle che a molti sembrano troppo leggere per affrontare una navigazione impegnativa e che non ci sentiremmo di consigliare. Eppure eccola lì, ancorata in un fiordo pieno di mangrovie, alle Fiji, al centro del Pacifico, a raccontare che di miglia ne ha fatte, che non è successo nulla e che le nostre valutazioni, forse, erano un pochino pessimiste.

Le barche dei giramondo 1° parte

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Gen 012005
 

Guardando si impara. Così abbiamo pensato di appostarci in un porto del Pacifico, lungo una rotta transoceanica, e di guardare da vicino le barche che arrivavano. Abbiamo preso nota delle dimensioni, del peso, delle soluzioni e delle attrezzature installate a bordo, dell ‘età della barca e del materiale di costruzione. Abbiamo parlato con i proprietari, ci siamo fatti raccontare le loro storie, abbiamo chiesto se fossero contenti della barca, e abbiamo tentato di trarre delle conclusioni. Ci siamo riusciti solo a metà. L’ universo dei navigatori occanici è variegato e complesso. Non ci sono regole. Le teorie sono tante, le scelte ancora di più, tante quante sono le teste.

Un rompighiaccio in miniatura – Lui, Loky, 25 anni. Lei, Carolina, anche. Lui canadese, lei brasiliana. Navigano da tre anni su una barca di ferro che sembra un rompighiaccio in miniatura. l pulpiti sono tubi piegati e saldati, le draglie sono tubi dritti, gli osteriggi sono lastre di plexiglas da due centimetri, la porta di accesso dal pozzetto al quadrato sembra quella di un sottomarino. Trentadue piedi (9,76 m), 8 tonnellate. Ma se il Parpar, questo è il nome della barca, è rigido e spigoloso, la sua storia è simpatica e leggera come li suo nome che in brasiliano vuol dire “fartalla”. Un ingegnere americano appena laureato progetta la sua prima barca. E’ affascinato dai mari estremi, perciò la vuole in ferro, robustissima, adatta ai poli. L’ingegnere però è giovane e squattrinato. Per dare vita alla sua creatura ha bisogno di un saldatore. Lo trova. Il saldatore si appassiona al progetto c propone: «lo ti aiuto a tagliare e saldare le lamiere e in cambio non voglio soldi. Voglio che le barche siano due, una un po’ più piccola la terrò io». Si fa l’accordo e si lavora nel cortile del saldatore. Due anni dopo le barche sono finite. Quella dell’ingegnere comincia una circumnavigazione del continente americano compreso il “Passaggio a Nord Ovest”, durante il quale resta bloccata cinque mesi fra i ghiacci e ne esce indenne. Loky ha 19 anni, studia economia all’università. La mamma francese, negli anni Settanta ha frequentato la scuola dei Glénans, in Canada è in contatto con i velisti un po’ estremi e rimedia per il figlio un passaggio durante la circumnavigazione dell’ ingegnere. Loky s’innamora della vita in barca e di quella barca in particolare. Viene a sapere che lo scafo gemello, quello del saldatore, è arrivato solo fino a Vancouver. Il proprietario, infatti, una volta messi gli alberi e il motore, si era reso conto di non essere portato per la vita in barca e aveva venduto lo scafo a un falegname. Il falegname aveva costruito gli interni di legno massiccio, realizzato gli impianti, attrezzata la cucina, solo per accorgersi a sua volta, di non avere grande passione per il mare. Così, a dieci anni dalla costruzione, la barca non aveva fatto che un paio di viaggi di prova ed era in vendita per 32.000 dollari. Loky, intanto, lascia l’università e continua a cercare imbarchi di tutti i tipi. Conosce Carolina durante una crociera su una barca di Greenpeace. Sono tutti e due addetti alla cucina, inventano una “nouvelle cousine” franco-brasiliana e s’innamorano. Decidono che la barca è stata galeotta e una barca sarà la loro casa. Raccolgono tutti i soldi che hanno, i loro genitori intervengono pesantemente e si arriva a 15.000 dollari. Vanno a Vancouver e s’incontrano con il proprietario della barca sorella minore del rompighiaccio. È una giornata buia di pioggia. Sono in un bar sul porto, di fronte all’oceano grigio. «Qui ci sono 15.000 dollari – dice Loky estraendo il malloppo – è molto meno di quel che chiedi, ma è tutto quel che ho. Se mi dici sì, è fatta. Altrimenti, abbiamo adocchiato una barca di vetroresina». Il falegname dice no, poi ci ripensa. Si allontana, telefona alla moglie, torna, dice sì. Per Loky e Carolina è l’inizio di una vita nuova. «Il fatto è – dice Loky – che sia lui che la moglie avevano paura del mare!». Così da tre anni Loky e Carolina hanno una barca che si chiama Parpar. Ogni tanto si fermano a lavorare da qualche parte per raccogliere un po’ di soldi. Hanno consegnato pizze a domicilio a Los Angeles e insegnato windsurf alle Hawaii, ma la maggior parte del tempo stanno in posti lontanissimi e bellissimi dove il pesce è abbondante e la vita non costa nulla. L’ultima stagione dei cicloni l’hanno passata alle isole Kiribati, in un atollo abitato da venti persone. Le sartie del Parpar sono in ferro. «Ferro zincato – dice Loky – mostrandole con orgoglio. Erano così quando ho comperato la barca e non c’è stato motivo di cambiarle. Il ferro è meglio dell’inox, è più elastico, più resistente, costa un decimo e si trova dappertutto». «Si, ma non arrugginisce? », replichiamo noi. «No no, non è vero niente – risponde – guarda queste sartie. Hanno dieci anni. E sono ancora buone. Ora comunque ho comperato un rotolo di cavo, un po’ di pani di zinco e piano piano me le faccio nuove». E cosÌ Loky è sulla riva, sotto un gruppo di palme. Bombola del gas, fornello da campo, guantoni da metalmeccanico, un crogiuolo di ferro e un seghetto. Sega i pani di zinco, li fa a pezzi, li infila nel crogiuolo e aspetta. Dopo venti minuti il metallo fonde e diventa un liquido argenteo rovente e bellissimo. Nel frattempo ha pulito il terminale della sartia che da una parte è fatto a bicchierino. Ci infila la testa del cavo, allarga i trefoli e li piega all’ indietro, poi, con grande attenzione perché è rovente, versa lo zinco nel bicchiere. CosÌ, una dopo l’altra, le sartie nuove sono pronte. Spesa modica e neanche tanto lavoro. Ma sarà vero che durano dieci anni? Lui dice di sì. E per proteggerle le pittura. lo penso già a vernici bicomponenti, a “primer” speciali perché le vernici aderiscano. Macche! Minio. Le ricopre di minio. E poi basta! «Il minio – dice lui – impiega alcuni giorni ad asciugare per davvero, ma poi resiste a tutto. E protegge lo zinco sottostante, che a sua volta protègge il ferro sottostante». Questo Loky sostiene e così noi lo raccontiamo. Ambasciator non porta pena!

Trimarano fatto in casa – Se la barca di Loky è la più pesante, quella di John è la più leggera. Se Loky e Carolina hanno la freschezza, l’energia e l’esuberanza di una gioventù esagerata, Francis e John sono molto più avanti negli anni, ma l’entusiasmo sembra lo stesso. La barca che li porta in giro è un oggetto strano. Somiglia più a un disco volante che a un veliero. Forme arrotondate e futuristiche, un ponte rettangolare tutto bombato che corre da un galleggiante all’ altro, un albero tozzo, quasi senza sartie, che può essere ruotato per migliorare il rendimento della barca, due galleggianti sottili e lunghissimi. A vederlo sembra più largo che lungo, ma in realtà il loro trimarano misura 11 metri per 8. Per alarlo e fare carena hanno dovuto far venire una gru dalla città perché il travel lift del cantiere non era largo abbastanza. Il peso però è ridottissimo: meno di 3 tonnellate. John se l’è costruito dietro la casa dove viveva con moglie e due figli, in Canada, nei week end e nei giorni liberi dal suo lavoro di importatore di cacao e tè. Ha impiegato 18 anni a finirlo, un tempo lunghissimo anche per un autocostruttore. Nel frattempo i figli sono cresciuti e la moglie se ne è andata. A questo punto John conosce Francis, 22 anni più giovane, si  capiscono, condividono la passione del mare, si innamorano e decidono di partire. Sono in mare da 6 anni. Vìvono della ricca pensione di John, e Francis scrive articoli per giornali di vela canadesi. Il trimarano è velocissimo: in condizioni normali corre a 10-12 nodi. Durante una traversata la media giornaliera è di 200 miglia, contro le 100-120 di una barca normale. «Di conseguenza – dice John – i passaggi oceanici non durano più di 10 giorni». Un trimarano deve essere molto leggero e robusto e per realizzarlo servono materiali costosi e supertecnologici. La costruzione è costata 150.000 euro, più infinite ore di lavoro. Nonostante il costo, la barca è molto spartana, non per scelta, ma per necessità. Lo spazio interno è pochissimo, non ci sta molta roba e bisogna fare una grande attenzione al peso degli oggetti che si imbarcano, perché un trimarano sovraccarico diventa lento e pericoloso. Così la cucina è solo un fornello messo di lato a una cuccetta, il tavolo centrale non c’è, e non c’è neppure un tavolo da carteggio. La riserva d’acqua è solo di 125 litri, ma suppliscono con un desalinizzatore alimentato da sei pannelli solari strategicatnente posizionati sul ponte. Il cesso è bellissimo, un buco passante con un bordino rialzato chiuso da un asse dentro una delle ali che collegano lo scafo centrale con i galleggianti. Se si solleva l’asse, si vede il mare. Così tutto finisce in acqua, senza valvole da aprire e chiudere, senza pompe da azionare, guarnizioni da cambiare e … senza puzza. Una meraviglia. Unico neo, in navigazione chi sta seduto al “buco” viene schiaffeggiato da sotto da onde e spruzzi, e, secondo neo, per risparmiare sui pesi il bagno non ha la porta e ci vuole un po’ di disinvoltura ad andare in bagno così in pubblico, a una spanna da dove si cucina e a mezzo metro da dove uno pone il capo sulla cuccetta! Potrebbe sembrare una barca globalmente scomoda e sacrificata, ma loro ne sono contentissimi. A domanda, se poteste, cambiereste la vostra barca, rispondono: «Sì, ma con un trimarano leggermente più lungo, con più volume nei galleggianti e un pozzetto  dove si possa anche stare sdraiati». Abbiamo fatto un giretto con loro. Il mare era poco   più che calmo, c’era un normalissimo vento di 10-15 nodi, ma il trimarano correva come un motoscafo, con gli scafi che si lanciavano dentro le onde schizzando via e sollevando nuvole di spruzzi. Una velocità pazzesca, dal nostro punto di vista di poveri lenti navigatori da monoscafo.

Un Arpège in oceano – Anche se ha un nome francese, Michel è italiano, di Robecco sul Naviglio, a pochi chilometri da Milano. Le foto del suo album dei ricordi ce lo mostrano con lunghi capelli biondi raccolti in una coda. Ora ha il capo rasato, ma non ha ancora 40 anni. Ex “bocconiano”, con un tentativo di diventare diplomatico per avere la scusa di girare per il mondo, e infine velista solitario. Nove metri per tre, pescaggio un metro e poco più, la sua barca pesa tre tonnellate e mezza. È un Arpège, costruito 35 anni fa, dal mitico cantiere Dufour. Una barca che a di spetto dei trent’ anni e più, può considerarsi ancora uno dei nove metri più validi per chi apprezza la marinità e la sicurezza. «Sei contento della tua barca?», gli chiediamo. «Contentissimo – risponde – non la cambierei proprio. O se davvero potessi, la cambierei con un Arpège leggermente più grande, ma non esiste!». Michel è sereno. Sorride sempre. Dopo la laurea trova lavoro, per accorgersi, subito dopo, che in ufficio ci sta stretto. Prova a cambiare lavoro e ufficio, ma è la stessa cosa. Allora risponde all’annuncio di un armatore italiano che ha un 20 metri in Florida e che cerca un marinaio. La carriera da yuppie è subito abbandonata e Michel si trasferisce negli Stati Uniti. Si accorge che il rapporto tra lui e il mare funziona, impara a navigare, va d’accordo con l’armatore e, soprattutto, si accorge di essere sereno. Passano due anni e arriva, inaspettato, un colpo di fortuna: una eredità, ci crediate o no, di uno zio. L’eredità è piccola, ma può significare l’inizio di una nuova vita. È meglio una barca grande con un armatore e uno stipendio, o una barca piccola e una vita spartana senza padrini e senza nessuno? La risposta è ovvia. Michel torna a casa, si guarda in giro e in Francia, trova la sua barca con bandiera inglese: la Carlotta. Prima c’è un po’ di vagabondaggio in Mediterraneo e poi il grande salto, Gibilterra e gli oceani. Michel non ha il frigorifero, ma ha una macchinetta d’acciaio con la quale almeno una volta la settimana si fa la pasta fatta in barca. Ha una macchina per cucire con la quale si è arredato pozzetto e quadrato, dal tendalino con il raccoglitore dell’ acqua alle fodere colorate dei cuscini interni, ha il computer, la radio ricevente, la musica. Per contro se ne frega abbastanza dei tecnicismi spinti. Salendo a bordo scopriamo che un arridatoio, a poppa, è tutto storto. «Non ti preoccupare – dice lui – è così da anni e non si è mai rotto». Le luci di via sono fissate in testa d’albero con delle fascette. L’ancora si salpa a mano. Quando è alla barra della sua barchetta, Michel la manovra come se muovesse un modellino. Ma sta poco alla barra, assistito come è perfettamente dal suo pilota a vento. Quello elettrico invece non lo vuole più. Mentre tutti vanno alla ricerca di posti fuori mano, Michel va a cercare l’umanità. Passa mesi e mesi nei porti, si mescola alla gente, conosce tutti, quasi si fidanza. Poi, quando sembra avere messo radici, un mattino tira a bordo il Carlottino, il suo dinghy microscopico, issa la randa e se ne va.