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Equatore - Verso Manukwari

Equatore – Verso Manukwari

“In quanti modi hai attraversato l’equatore finora?”

“In aereo, in barca, in auto, su un camion, quella volta in Kalimantan siamo scesi dalla corriera per attraversarlo a piedi.”

Sono cinque giorni che arranchiamo per cercare di colmare le 190 miglia che separano l’atollo di Ayu da Manukwari, sulla costa Nord dell’Irian Jaya (o come ormai la chiamano i suoi abitanti Papua).  Di vento ce n’è ben poco. Qualche alito un paio di volte al giorno, quando ci precipitiamo a issare tutte le vele di prua e con quattro vele piene a riva per un po’ di ore facciamo tre nodi e mezzo. A vedere l’acqua che scorre lungo lo scafo si direbbe di più, ma evidentemente c’è corrente contraria. Poi il vento se ne va, e rimaniamo  con le vele sgonfie che sbattono e il sole che ci cuoce dall’alto. Contravvenendo a tutti i nostri buoni propositi ci arrendiamo alla necessità di accendere il motore. La notte scorsa non lo abbiamo fatto, e siamo rimasti per così dire alla deriva, in mezzo al mare, con solo le rande issate per dare un po’ di stabilità alla barca. Beh, stamattina, controllando il punto, abbiamo scoperto che siamo tornati indietro rispetto al punto di ieri sera.  La corrente in una notte ha eroso il nostro misero capitale di strada percorsa.

Oggi, sotto il sole di mezzogiorno, eravamo in pozzetto alternandoci tra il timone e una misera porzioncina di ombra sotto i pannelli solari. Siamo al solstizio d’autunno e stiamo navigando praticamente sull’equatore, cioè nella classica situazione, che quando il sole è a picco, più a picco di così non si può, e che se uno a mezzo giorno si alza in piedi, l’ombra della sua testa gli si proietta sulle scarpe.

Chi sta al timone non si può muovere da li, ma chi ha il turno d’ombra, ha l’onere ogni pochi minuti di raccattare una secchiata d’acqua di mare e rovesciarla su quello al timone.

“….sì, a piedi , lo abbiamo attraversata due o tre volte, continuando a fare foto di qua e di là dall’equatore, poi la sera al ritorno, lo abbiamo riattraversato in corriera”

“Allora oggi, se vuoi,  possiamo aggiungere un nuovo modo: attraversare l’equatore a nuoto!”

“Dai. Ma quanto manca?”

“Solo quattro miglia”

Equatore - Verso Manukwari

Equatore – Verso Manukwari

E’ da ieri che stiamo navigando paralleli all’equatore. Per attraversarlo basta modificare la rotta di qualche decina di gradi, andare un po’ più sud di quello che dovremmo e quando saremo appena, appena sopra la linea fatidica scendere in acqua, nuotare verso sud per una decina di metri e poi tornare a bordo.

“Va bene, d’accordo, si può fare”

Ci siamo portati verso sud, e quando il GPS segnava 00°00’001N abbiamo spento il motore, abbiamo legato una cima lunga a poppa della barca e a turno siamo scesi in mare nuotando verso sud per un po’, poi tornando indietro e oltrepassata la barca nuotando verso nord ancora per un po’.

L’acqua era tiepida, da non dare nemmeno troppo sollievo a starci dentro, blu come l’inchiostro che usavamo a scuola, limpida e trasparente tanto che si poteva vedere il finale della cima, che penzolava a poppa.

“Squali? Ce ne saranno?”

“Non ti preoccupare, da qui ho una visibilità tale che se ne vedo uno faccio in tempo a darti l’allarme e a farti risalire.”

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Navigazione - Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Navigazione – Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Ore 07.30

Siamo di nuovo in mare. Partiti, e stavolta definitivamente dall’Irian Jaya. Siamo usciti a motore dall’atollo di Padaido ed abbiamo messo la prua verso Est. C’è poco vento e procediamo a motore, per allontanarci dal gruppo di isole e isoline che formano l’arcipelago. Poi vedremo. Ci aspettiamo di trovare poco vento, perché viaggeremo al limite dell’equatore dove di vento ce ne è sempre poco. Oltre tutto siamo in autunno, nel periodo di transizione tra il mondone di Sud Est e quello di Nord Ovest, caratterizzato da brezze deboli e variabili, inframmezzate da calme e temporali. La strada che dobbiamo fare è enorme. Ottocento miglia fino ai primi atolli della Papua Nuova Guinea. Ottocento miglia da li all’arcipelago della Luisiade, e infine ottocento miglia dalla Luisiade alla costa dell’Australia. Totale 2400 miglia. L’equivalente della traversata di un oceano. Se ci fosse vento, come c’è sempre quando si attraversa un oceano ci vorrebbero una ventina di giorni. Senza vento le distanze si dilatano e tutto diventa incerto.

Navigazione - Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Navigazione – Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Abbiamo deciso di passare larghi dalla costa della Papua Nuova Guinea. Non possiamo fermarci nelle città perché non abbiamo nè il visto d’entrata nè il  permesso di navigazione (il posto dove avremmo potuto ottenere questi documenti era Jaiapura, ma con i disordini in atto abbiamo deciso di non fermarci). Non abbiamo nemmeno tanta voglia di sostare nei villaggi lungo la costa perché un nostro amico francese, Bernard, un paio d’anni fa, proprio in uno di questi villaggi sulla costa Nord della Papua, di notte, è stato assaltato da un gruppo di indigeni. Se l’è cavata solo per la presenza di spirito di sua moglie che, sentendo il trambusto, è uscita in coperta ed ha puntato una pistola e un faro alogeno dritti negli occhi degli aggressori. Certo, sono cose che possono capitare, e il fatto che una volta sia capitato non vuol dire che debba succedere anche a noi.

Sta di fatto che abbiamo deciso di navigare al largo, e di fermarci solo sugli atolli e sulle isole lontane, che poi, di solito, sono anche i più’ interessanti.

 Oe 12.00 E’ arrivato il vento. Niente di speciale, è un venticello leggero da ovest, ma ci fa camminare a 4 nodi e conferisce alla superficie del mare un bel colore blu spezzato con piccolissimi screzi di bianco. La giornata è bellissima. Il cielo è terso come non ne abbiamo visto da settimane. Siamo soli e la barca cammina col vento. Cosa chiedere di più?

 Ore 18.00 Il vento dura ancora. Le isole Padaido sono scomparse. I monti della Papua sono lontani, a Sud. Il sole tramonta ed il cielo ad Ovest porta il suo ricordo con infinite sfumature di azzurro pastello. Dall’altra parte, la luna, al primo quarto fa già brillare una strisciolina di mare d’argento. Che bello! Lizzi prepara una pastasciutta con le melanzane che abbiamo ancora da Biak ed una delle ultime scatole di pelati. Qualche cosa va storto e la pastasciutta sembra una specie di minestra, ma è buona lo stesso. Il vento tiene e noi ceniamo in pozzetto, al buio, con la luna che tramonta,  chiacchierando tranquillamente.

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Nel fondo di un fiordo - Australia - Lat 12° 43' Sud   Long 130° 24' Est

Nel fondo di un fiordo – Australia – Lat 12° 43′ Sud Long 130° 24′ Est

Non siamo riusciti ad arrivare dove Glenn, un aborigeno delle Tiwi Islands, ci aveva detto che avremmo trovato un’altra comunità aborigena. Appena usciti dal Clearence Strait ci siamo trovati con un vento in poppa bello sostenuto, che però, nel fiordo dove avremmo dovuto fermarci, sollevava onde di due metri. Questo su un fondale di fango di appena tre metri. Sarebbe stato troppo difficile e pericoloso andare ad ancorare lì. Abbiamo allora deciso di tornare sulla costa e abbiamo cercato sulla carta un posto che fosse sufficientemente riparato e dove il fondale fosse sufficientemente alto per poterci fermare e fare il punto della situazione. Siamo già in ritardo sulla tabella di marcia. A quest’ora dovremmo  essere alle Molukke, primo passo verso l’Irian Jaya e la Papua Nuova Guinea. Abbiamo ritardato pensando di passare ancora un po’ di tempo con altri aborigeni, ma a questo punto abbiamo solo perso tempo.

Il posto dove siamo ora è valido dal punto di vista della sicurezza, ma all’occhio non offre gran che: uno stretto creek che non si capisce bene dove vada a finire, acqua verdognola, mangrovie e nemmeno un po’ di sabbia, ma solo fanghiglia marrone.

“Sarà una delizia quando salperemo la catena dell’ancora” è stata la prima cosa che ho pensato quando ho buttato l’ancora e l’acqua da verdognola ha preso un ulteriore ombreggiatura marrone.

Dovremmo aspettare qualche giorno che il vento cali per poi poter tornare su Melville, dove c’è la comunità aborigena, ma così perderemo altro tempo.

Comunque, in attesa di decidere, stamattina siamo scesi con il gommone in esplorazione del nostro fiordo. Eravamo un po’ titubanti: un dinghy di gomma è facile preda per i coccodrilli, non a caso qui nella zona tutti i tender delle imbarcazioni sono in alluminio.

“Si, ma un coccodrillo, mica si mettere a mordere un gommone di quattro metri, anche lui ha paura!”

“…si ma magari è spaventato, basta una zampata e ci buca un tubolare”

Nel fondo di un fiordo - Australia - Lat 12° 43' Sud   Long 130° 24' Est

Nel fondo di un fiordo – Australia – Lat 12° 43′ Sud Long 130° 24′ Est

Un po’ titubanti, ci siamo diretti al fondo del fiordo, abbiamo imboccato un canale stretto tra due file di mangrovie, e alla fine sorpresa: ci siamo ritrovati in una specie di stagno rotondo, con un diametro di un chilometro circa, con la superficie ricoperta da gigli acquatici e le rive abbellita da strani fiori arancioni. L’acqua era stranamente dolce. Non sappiamo da dove arrivi l’acqua che alimenta questa pozza, ma è certamente dolce.

Non appena la prua del nostro gommone è sbucata nello stagno, da tutte le parti c’è stato un fuggi, fuggi di uccelli di tutte le forme e dimensioni. Abbiamo spento il motore e abbiamo buttato l’ancora nel fondo melmoso, cercando di stare il più fermi e il più zitti possibile. E allora pian piano gli abitanti sono ritornati allo stagno. C’erano delle anatre verdi con la testa bianca, delle gazzette bianche, delle buffe paperotte multicolori, e moltissimi altri, alcuni con un corpo massiccio e il piumaggio grigiastro. Il più bello di tutti era un trampoliere dalle zampe rosse, la testa nera e il corpo bianco, ad eccezione della parte centrale delle ali, di un verde cupo. Glenn ce lo aveva mostrato una volta chiamandolo giabiru.

Ma il più simpatico di tutti è stato un grosso pellicano bianco e nero, che incedeva placidamente nell’acqua ed ogni tanto affondava il collo in avanti nell’acqua. Quando lo ritraeva la parte molle del becco  lasciava indovinare, al suo interno, la presenza di un pesce guizzante.

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Tartarughe - Waigeo (Irian Jaya)

Tartarughe – Waigeo (Irian Jaya)

Due bestie giacciono sulla sabbia, riverse. Sono rovesciate sul dorso, immobili e sembrano morte. Una è enorme. La pancia giallastra, il collo rugoso, gli occhi aperti ma velati, peserà almeno una cinquantina di chili. L’altra è più piccola e più bianca, un esemplare giovane, di una ventina di chili.

Siamo in una radura lungo la costa di Waigeo. Passando con il gommone  abbiamo notato un gruppo di capanne e qualche canoa in  secca sulla sabbia. Siamo scesi a terra a curiosare. Sono tre famiglie che hanno costruito un microvillaggio in questa incantevole insenatura. Ci sono tre capanne di paglia, tre canoe a bilanciere, un pozzo per l’acqua e una montagna di cocchi dietro le capanne, come scorta alimentare. Ci hanno accolti sorridendo e subito un ragazzo è comparso con un paio di noci di cocco giovani che hanno aperto per farci bere il liquido frizzante che contengono. Abbiamo cominciato a filmare e a fotografare il posto, inframmezzando qualche conversazione con i locali nel nostro stentato indonesiano. E a quel punto che Lizzi ha scoperto le tartarughe, abbandonate sulla sabbia, un po’ discoste dall’ultima casa.

“Ehi ma queste sono ancora vive”

Bisogna proprio guardarle da vicino per accorgersi che respirano. La pelle rugosa del collo, rovesciata verso il cielo, si alza e si abbassa impercettibilmente, ma regolarmente, ogni pochi secondi, ma le tartarughe devono essere moribonde perchè per il resto sono immobili. Anche se tengono gli occhi aperti non danno l’impressione di averci visto avvicinare e non si sono mosse di un millimetro.

Restiamo indecisi.

Che facciamo?
Le filmiamo?
Le fotografiamo?

Non sono belle da vedere. Non sono un bel soggetto. Fanno solo pena. Da queste parti, quando ne catturano una, fanno sempre così, la rovesciano sul dorso e la lasciano sulla spiaggia. La tartaruga non ha modo di rigirarsi da sola, non può più fuggire e in quelle condizioni la povera bestia può sopravvivere anche per settimane. Così, in un posto dove non ci sono i frigoriferi e i negozi, e dove con la temperatura di 35 gradi la carne va a male in meno di mezza giornata,  chi l’ha catturata può conservarla fresca per tanto tempo in attesa che venga il momento di ucciderla e di mangiarla in qualche occasione particolare.

E’ un atteggiamento che a noi sembra crudele, ma a pensarci bene il nostro modo di allevare i polli in batteria o il metodo con cui in Francia obbligano le oche a mangiare per far si che si ingrossi il fegato, che servirà per fare il patè, non è meglio.

Tartarughe - Waigeo (Irian Jaya)

Tartarughe – Waigeo (Irian Jaya)

Gli Indonesiani ci hanno seguiti per vedere quello che facciamo e hanno intuito il nostro interesse per le tartarughe. Si mettono in due, sollevano di peso quella grossa e la rimettono sul terreno nella sua posizione naturale: a pancia in giù.  La bestia incredibilmente resuscita. Alza il capo, sferra due poderosi colpi di patte altrettanti schizzi di sabbia e si mette di lena a camminare verso il mare. Improvvisamente è diventata una tartaruga viva e vegeta che arranca verso il mare in cerca della libertà, e altrettanto improvvisamente, per noi, è diventata un bel soggetto da riprendere e fotografare. E così la inquadriamo, la fotografiamo, di fronte, di lato, da lontano, in dettaglio.

Quando arriva nell’acqua bassa trova i due di prima che le sbarrano la strada. Si ferma, i due la afferrano, ma stavolta lei si dibatte con una violenza insospettata, tanto che gli uomini traballano. Arriva un altro a dare manforte, e tutti assieme la trascinano in malo modo verso terra, e alla fine di una lotta senza speranza la rimettono di nuovo sottosopra, come prima, sulla sabbia. Noi siamo ancora lì con macchine foto e telecamere sguainate. La besta a pancia in su, dopo aver frustato l’aria per qualche momento con le patte, rinuncia, e si lascia andare, di nuovo immobile. Che pena!

Che facciamo?
Li esortiamo a liberarla? Ma  non ha senso!
Chiediamo quanto costa, la compriamo e la liberiamo noi? Ha ancora meno senso, non capirebbero.

Così non facciamo nulla. Mettiamo via le macchie, salutiamo le tre famiglie e ripartiamo verso la Barca Pulita, che ci aspetta ad un miglio di distanza.

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Un atollo bellissimo - Tra  Filippine  l'Irian Jaya

Un atollo bellissimo – Tra Filippine l’Irian Jaya

Siamo nell’atollo di Ayu, a Nord della propaggine più estrema dell’Irian Jaya, e quella che avrebbe dovuto essere una sosta di un paio di giorni, giusto per dare un’occhiata, si sta trasformando in un soggiorno lunghissimo.

Il fatto è che questo atollo è bello. Uno dei posti più belli che mi sia mai capitato di vedere. Colori incredibili, isole da sogno, lingue di sabbia che sorgono dal mare, spiagge primordiali, palme, pesci, barriere coralline, scorci di azzurro e di blu. I villaggi sono altrettanto interessanti ed ogni volta che scendiamo troviamo qualche cosa di nuovo e di strano: un tizio che si fabbrica da solo gli occhialini per andare sott’acqua, un altro che mette a seccare polpi che sembrano opere d’arte, un terzo che si costruisce da solo la canoa, un ragazzo che pesca con l’arpione, fermo, immobile, per ore sopra un sasso in attesa che passi il pesce giusto. E’ bello guardarsi attorno, ed è bello cercare di capire la lingua e la vita di questa gente. Ci sono due isole vicino a noi: Rotun e Reni. Noi preferiamo Reni perchè dopo un po’ di giorni ci siamo accorti che gli abitanti di Rotun, che delle due è la più grande, sembrano tutti un po’ strani. Quando scendiamo ci circondano in moltitudini, ridono, sghignazzano, ci seguono, scimmiottano i nostri gesti. Niente di ostile o di pericoloso, ma mettono a disagio. A Reni, invece, sono gentilissimi. Ormai tutti ci conoscono, ci sorridono, ci chiamano per nome, ci vengono incontro. Hanno accettato il nostro continuo armeggiare con telecamere e cavalletti, e quando riescono a capire cosa desideriamo si danno un gran da fare per facilitarci le cose e ci mostrano gli oggetti, si pettinano, si mettono in posa. Ogni tanto compare qualcuno con dei cocchi giovani. Vuol dire che è il momento di sedersi a bere l’acqua del cocco e a ridere con scambiando qualche battuta. Poche frasi a dire il vero perchè alla fine la comunicazione è limitata alle poche centinaia di parole di indonesiano che abbiamo imparato.

Sta di fatto che non ci decidiamo mai a partire.

“Allora partiamo oggi?”

“Si, però mi piacerebbe fare ancora qualche ripresa su una delle loro canoe….”, e ogni giorno, rimandiamo di un giorno.

Un atollo bellissimo - Tra  Filippine  l'Irian Jaya

Un atollo bellissimo – Tra Filippine l’Irian Jaya

In realtà dobbiamo deciderci perchè il percorso che ci attende tutto attorno alla Papua Nuova Guinea è lunghissimo. E poi sulla Barca Pulita non c’è quasi più nulla da mangiare. Le ultime cipolle, le ultime patate, gli ultimi cavoli sono terminati da molte settimane. Il pane, il formaggio, la carne sono ricordi lontani. Qui nell’atollo di Ayu non ci sono negozi e non si può comperare nulla.  Certo, c’è tanto pesce ed ogni volta che scendiamo a terra rientriamo quattro o cinque noci di cocco che tutti insistono a volerci regalare e che alla fine accettiamo solo per farli contenti. Ma la mancanza della verdura del pane, della frutta cominciano a farsi sentire. Gli abitanti di queste isolette integrano la loro dieta di pesce e cocco con qualche banana e qualche patata dolce che ciascuno coltiva dietro casa, irrigando ogni giorno il terreno sabbioso con l’acqua del pozzo. Se ne chiedessimo ce le darebbero, ma non ci è sembrato giusto privarli di queste verdure che per loro sono così preziose. E cosi’, in questo angolino di paradiso, mangiamo piselli in scatola e krakers, latte in polvere e fagioli bolliti.