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Aborigeni, vermi e pesca - Melville Island, Snake bay - Australia

Aborigeni, vermi e pesca – Melville Island, Snake bay – Australia

Dopo i primi momenti di disorientamento, abbiamo cominciato a socializzare con gli aborigeni. Siamo infatti da poco approdati all’isola di Millicàpiti, una delle ultima isole ancora abitate interamente dagli aborigeni. Quando scendiamo a terra è sempre un po’ difficoltoso. Davanti alla spiaggia c’è sempre una fila di frangenti, e, dopo la manovra di arrivare, spegnere il motore, saltare giù dal gommone per evitare che strusci sulla sabbia e poi sollevarlo e tirarlo in secca,  ci ritroviamo sempre investiti da uno dei frangenti che ci bagna da capo a piedi.Tutte le volte allora per asciugarci un po’ ci fermiamo da un gruppo di aborigeni sdraiati su letti e materassi, capitanato da una vecchietta arzilla che tutti chiamano Mamma Happy. Ci dice con orgoglio di essere stata la maestra del villaggio e, cosa che la nobilita agli occhi di tutti, nel 1956 ha pranzato con la regina madre.

Dice che io e lei siamo uguali perchè abbiamo lo stesso colore di capelli e mentre me lo dice mi afferra un braccio con la sua mano stecchita e gelata.

“Senti come sono fredda, è perchè sono vecchia che ho sempre freddo”  mi ripete ogni volta.

In effetti è così magra da sembrare una scopa vestita e fuma come una turca. Quando le chiedo quanti anni ha annichilisco: 57! Gliene davo 80.

Glen, un artista, fa parte di questo gruppo familiare. Non ho capito bene, ma pare che la vecchia sia sua zia. Lui è un po’ più intraprendente degli altri, non è vecchio per cui può andare in giro, non ha niente da fare, perchè essendo un artista lavora solo quando è ispirato, per cui ci porta  per il villaggio, a vedere le cose salienti e a conoscere le persone.

Lo sottoponiamo a dei fuochi di fila di domande, vorremmo sapere tutto sugli aborigeni, su quello che fanno, su quello cha mangiano, sulle storie dei miti e dei totem e lui pazientemente risponde.

Una delle nostre più grosse curiosità riguarda il loro cibo e il modo di procurarselo.

“E’ vero che mangiate i vermi, e i serpenti, e dove li andate a prendere?”

Lui risponde sempre con calma, dicendo che sì, si mangiano ancora queste cose. Che le donne vanno a cacciare nella boscaglia, o in riva al mare con la bassa marea. Che alcune cose, come i vermi, si ritiene facciano bene alla salute, altre, quando si portano a terra, vanno divise con tutto il villaggio, e alla fine, adeguandosi al detto “Fatti non parole” ci ha proposto

“Domenica vi porto a caccia con mio fratello. Andiamo a cacciare nel mangrovieto, granchi e conchiglie!”

Aborigeni, vermi e pesca - Melville Island, Snake bay - Australia

Aborigeni, vermi e pesca – Melville Island, Snake bay – Australia

E così ieri siamo andati a prenderlo quando la marea cominciava a scendere. Lui e Terence sono entrati in acqua fino alla vita con indifferenza, per evitare a noi di bagnarci scendendo a terra.Su indicazioni del fratello Terence ci siamo portati dalla parte opposta del fiordo, dove un enorme mangrovieto cominciava e esporre all’aria le sue radici. Intorno c’erano delle piccole isole di sabbia. I due, armati con arpioni di bambù, hanno cominciato a camminare pian piano nell’acqua bassa e a scagliare con tutte la loro forza il braccio armato, non appena vedevano qualcosa muoversi. La loro preda erano i granchi di palude. In pochi istanti sono stati sopraffatti dall’istinto del cacciatore, colpivano in tutte le direzioni, con una frenesia che solo una fame antica riesce ad attivare. Ritraevano l’arpione con infilzata una bestia larga una quindicina di centimetri, che tentava in tutti i modi di liberarsi dalla presa. Avevo portato un grosso sacco per infilarci i granchi, ma il ritmo con il quale li catturavano non mi permetteva di star dietro a tutte e due. Così quando arrivavo in ritardo o non ero nelle vicinanze, Glen si infilava i suoi granchi nel taschino della camicia.

In un quarto d’ora il sacco era pieno e la marea era scesa così tanto da mettere completamente in secca i banchi di sabbia dei granchi.

“Andiamo nelle mangrovie a cercare le conchiglie” e Terence si è incamminato, a piedi nudi tra le radici taglienti.

Noi lo abbiamo seguito armati di videocamera, macchina fotografica e scarpe, ma non riuscivamo a stargli dietro. I nostri piedi affondavano in un fango viscido e grigiastro, mentre eravamo impegnati in un corpo a corpo con zanzare e ragnatele.

Terence avanzava tranquillo. Metteva avanti un piede esitava un po’ tastando il terreno, poi metteva avanti l’altro e ripeteva la stessa mossa. Ogni paio di passi si fermava e raccoglieva una conchiglia

“Ma come hai fatto a vederla?” il sole non filtrava tra i rami e le conchiglie erano nere come il fango.

“Non l’ho vista, ho tastato e l’ho sentita con il piede”

Impacciati dalle nostre scarpe ci siamo sentiti tagliati fuori anche da questo tipo di raccolta. Ci siamo limitati a raccogliere immagini di Terence che in pochi minuti è tornato con una ventina di bivalve, molto simili a vongole, con il guscio scuro e grosse come dei pugni.

Glen intanto, usando come esca un pezzetto di granchio, dalla riva aveva pescato tre pesci. Si era messo a raccogliere della legna secca e quando siamo arrivati ha infisso le conchiglie nella sabbia dalla parte del vertice, in modo che il semicerchio uscisse fuori. Dopo di ché ha ricoperto tutto con la legna secca e ha acceso il fuoco. Poi sul fuoco ha messi i granchi e i pesci.

Pian piano una dopo l’altra le conchiglie si sono aperte, Terence le toglieva dalla sabbia e ce le apriva, sapevano di mare e di affumicato nello stesso tempo. Noi ne abbiamo mangiato un paio, e loro avidamente si sono mangiate tutte le altre. Poi è stata la volta dei granchi. Mano a mano che diventavano rossi, ne toglievamo dei pezzi e cercavamo sotto la corazza rigida la carne chiara e umida.

Un granchio per ognuno, poi hanno riposto gli altri nella sacca spiegandoci:

“Gli altri li portiamo a terra per dividerli con tutto il villaggio”.

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Primo contatto - Irian Jaya

Primo contatto – Irian Jaya

Le Molucche oramai se ne sono andate. La situazione politica e quella meteorologica ce le hanno rese inaccessibili. Peccato, ma sarà per la prossima volta. Adesso c’è l’Irian Jaya. Anche e anche qui il clima politico è caldino.

All’inizio dello scorso mese di giugno la regione ha dichiarato la propria indipendenza dall’Indonesia, In verità è stata solo una frangia politica a farlo, ma da quel momento, a quel che ci consta, tutti i porti e gli aeroporti, nonchè le città principali sono presidiate da gruppi dell’esercito. I militari  si limitano per ora a marciare e ad esibirsi in parate, per mostrare alla popolazione quello che è l’esercito dell’Indonesia, della quale fanno parte. Per ora non c’è stato nulla di invasivo, ma l’avvicinarsi del mese di agosto e la presenza di turisti, potrebbe essere una buona opportunità per azioni dimostrative che portino la situazione a conoscenza dei media mondiali.

Noi non sappiamo bene come comportarci. Per esperienza sappiamo che sostando solo nelle piccole isole e nei villaggi lontani, non si corre alcun pericolo. Gli abitanti delle aree periferiche in questa zona di mondo non sanno mai quello che sta succedendo tra i ricchi e i potenti, certo è però che in questo periodo ci sono in giro molte navi militari e il rischio potrebbe essere quello di venire intercettati da una di loro. A questo punto saremmo obbligati a fare l’entrata ufficiale e per questo a recarci in un centro importante e lì potremmo diventare facile bersaglio.

Primo contatto - Irian Jaya

Primo contatto – Irian Jaya

Per ora dunque ci siamo fermati in un posto completamente disabitato. Si tratta di una baia molto vasta, nella parte sud della penisola……

Il mare è calmo e liscio come in un lago. Le onde che ci hanno accompagnato fino a ieri, si sono fermate fuori, schermate dall’entrata sud della baia.

La costa è un susseguirsi di piccole insenature, al fondo delle quali c’è una spiaggia bianchissima. Poi, pochi metri più in là, comincia una vegetazione fitta, verde e rigogliosa, che si arrampica sulla roccia e arriva fino in cima alla montagna. Dove non c’è sabbia, c’è una costa rocciosa, nella quale il mare ha eroso mille buchi e centinaia di caverne, dove pare che un tempo, gli abitanti delle isole vicine, venissero a seppellire i propri morti.

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Acqua dolce - Waruanay isola di Waigeo

Acqua dolce – Waruanay isola di Waigeo

Ci siamo trasferiti al villaggio di Luis, un abitante del luogo.

Waruanay, così si chiama il villaggio, è un posto molto ordinato. Lungo la spiaggia ci sono una serie di case costruite con assi di legno ingrigite dal tempo, dopo la fila di case c’è una bassa staccionata grigia e una lunga via con il fondo di sabbia che corre parallela alla spiaggia. Dal lato opposto altrettante case di assi di legno, tutte alla stessa distanza dalla staccionata e alla stessa distanza fra di loro.

Le case sono proprio tutte uguali, tutte sul retro hanno il locale cucina a cielo aperto e nel giardino ci sono dei tavolacci su cui poggiano le pentole e i pochi altri arnesi casalinghi. Ci sono anche delle piccole tettoie dove viene messa a seccare la polpa di cocco per preparare la copra, o dove vengono vatti scolare i cetrioli di mare (oloturie) che come tante altre cose strane sono molto richieste sulle tavole dei cinesi e dei giapponesi.

Gli unici edifici diversi sono la scuola, dipinta di bianco, la chiesa di un bel verde pastello e con un disegno raffigurante Gesù nell’orto dei Getzemani e degli strani parallelepipedi di cemento. Luis è particolarmente orgoglioso di quest’ultimi “Li abbiamo costruiti con l’acqua che viene dalla montagna” ci ha detto soddisfatti.

E infatti, visti da vicino questi cosi grigi sono i servizi pubblici. Una metà è costituita da una grossa cisterna di cemento su tre lati della quale ci sono dei rubinetti da dove sgorga acqua dolce, mentre la seconda metà offre tre localini per lato, forniti ognuno di una turca e di una vasca piena s’acqua per il mandi, il bagno indonesiano.

Noi siamo molto interessati alla cisterna. Oramai è da Darwin che non facciamo acqua dolce. La nostra barca contiene 1000 litri di acqua nei serbatoi, per cui non dovremmo avere problemi, ma quella da bere comincia a scarseggiare. Per bere infatti, teniamo l’acqua in bottiglie di plastica che tutte le volte prima di riempire laviamo e disinfettiamo, in questo modo preveniamo il cattivo sapore che  prende l’acqua che per tanto tempo sta chiusa nei serbatoi.

Abbiamo una sessantina di bottiglie, la maggior parte delle quali ora è vuota. “E’ acqua dolce, si può bere?” domanda un po’ cretina, perchè il più delle volte gli abitanti di queste isole beve acqua che per noi non sarebbe assolutamente da bere, ma comunque non hanno scelta.

A domanda cretina però segue la risposta che volevamo:

“Certo viene dalla montagna, venite a vedere”

Acqua dolce - Waruanay isola di Waigeo

Acqua dolce – Waruanay isola di Waigeo

E così ci siamo fatti una bella camminata, fino al limitare del paese, poi lungo un sentiero di felci coriacee, poi abbiamo dovuto attraversare una serie di pozze melmose con dei tronchi mezzi marci che fungevano da passatoie precarie e infine abbiamo cominciato a risalire una collinetta. Ad un certo punto abbiamo trovato un torrentello tra le rocce. Risalendo ancora qualche centinaio di metri siamo arrivati ad una grossa vasca, rafforzata con cemento e pietre, dove l’acqua veniva incanalata in un grosso tubo.

La pozza era cristallina, l’acqua fresca e il paesaggio intorno meraviglioso

Sotto la pozza di incanalazione ce ne erano altre più piccole ma altrettanto invitanti:

“Mi ci butterei dentro subito”

“Anch’io, quanto tempo è passato dall’ultima doccia di acqua dolce?”

Purtroppo eravamo stati seguiti da tutti i bambini del paese e sarebbe stato fuori luogo mettersi a fare il bagno lì.

Comunque abbiamo raggiunto il nostro scopo. Stamattina presto siamo scesi a terra con le nostre casse piene di bottiglie, già pulite in precedenza e ce le siamo riempite ad una ad una. I ragazzotti del paese hanno fatto a gara per portarcele al gommone, così ci siamo un po’ attardati a ritrarre la vita del villaggio alla mattina presto.

C’erano donne che grattavano il cocco o che pulivano il pesce che gli uomini hanno pescato durante la notte. Un uomo scavava un tronco per ricavarne una canoa e un’altro forgiava un pezzo di legno per farne lo strumento che serve a ripulire l’interno dei tronchi del sago. Un vecchio invece piegava e cuciva tra di loro delle foglie di palma per preparare quelle che saranno le tegole della propria capanna.

Contiamo di fermarci qui un po’ di giorni e conoscere meglio questa gente e i loro usi.

Luis che ci fa da guida, anche se un po’ appiccicoso, è una buona opportunità

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Una strana barchetta - Isole Riau

Una strana barchetta – Isole Riau

Improvvisamente, da Est, compare una imbarcazione curiosa che somiglia ad una antica nave a vela, ma in scala ridotta, quasi un giocattolo. Una tenda di frasche intrecciate copre metà della barca dandole l’aspetto di una casetta. Due velette triangolari su un alberetto sottile raccolgono l’ultima brezza del giorno e spingono il barchino ad entrare nella baia dove siamo ancorati anche noi. Cambio rotta al gommone e dirigo su di loro. Il barchino avanza in silenzio, segnando due solchi leggeri sullo specchio immoto della baia. Al confronto lo strepito del fuoribordo che muove il nostro gommone sembra un sacrilegio. Lo spengo, afferriamo i remi e ci affianchiamo.

Succede una cosa strana. Di solito, quando ci si approssima  ad una barca, questa rallenta per facilitare la manovra di chi arriva. Sul barchino invece si comportano come se non ci avessero visti. Non toccano le vele, non muovono il timone, e continuano verso il centro della baia, senza neanche girare la testa. E si che siamo grossi quanto loro.

A bordo c’è una coppia con un cane.

“Hallo, where are you going?” tento di attaccare discorso.

Lui ha una camicia azzurra bucherellata, la faccia da mongolo e l’aria antipatica. Con una mano comanda la barra del timone. Con l’altra accarezza una pipetta spenta, che stringe tra le labbra. Non risponde. Guarda fisso davanti a se, mentre il cane mi ringhia contro.

“Hallo,…salamat paghi?…..” Lizzi prova con la ragazza. Poco più di una bambina. Il faccino da negra è più simpatico. Sta accucciata a metà barca e armeggia intorno ad un focherello acceso in un bidone arruginito.

“Salamat paghi….(buongiorno in Indonesiasno)” riprova Lizzi. La ragazza sorride, ma niente più. Il cane ringhia e l’uomo continua ad ignorarci.

“Senti, lasciamo perdere”. Smettiamo di remare un po avviliti. Il nostro gommone si ferma, e i due si allontanano, senza voltarsi.

“Guarda! Ce ne sono altri!” Dal promontorio sbuca un secondo barchino: due adulti, due ragazzi e due cani. Questi almeno si lasciano avvicinare. Osservo i loro tratti somatici, nell’ultima luce del crepuscolo: sono diversi dagli indonesiani, come le loro barche sono differenti da quelle locali.  Scuri di carnagione,  piccoli di statura e con i capelli quasi crespi, sembrano uomini rimpiccioliti.

“Pigmei?”

“Ma dai, i pigmei sono in Africa”

“Invitali a venire sulla Barca Pulita”

Mi produco in una pantomima che ho fatto molte volte e che ormai è perfezionata: indico ad uno ad uno tutti gli occupanti della barca, poi faccio un gesto più largo per indicare la barca e mimo loro, sulla barca, che remano in direzione della Barca Pulita. Faccio con le dita il gesto di qualcuno che sale e poi il gesto di qualcuno che beve. Indico loro e noi che beviamo insieme: venite a bordo a bere qualche cosa da noi?

Non rispondono. Si limitano a sorridere.

“Questi almeno non sono torvi”

Decidiamo di lasciar perdere e di tornare a bordo. Anche perché sono spuntati altri barchini, tutti con la veletta, tutti silenziosi, tutti che si dirigono verso la baia dove siamo ancorati.

Quando un essere umano ne incontra un altro in un luogo deserto, viene naturale di incontrarsi, parlarsi e fare amicizia. Ma se invece che al cospetto di uno solo ci si trova inaspettatamente in mezzo a una folla, la reazione più naturale è quella di rannicchiarsi e di non farsi notare.

Così facciamo noi quando ci rendiamo conto che i nuovi arrivati sono troppi. Torniamo a bordo, solleviamo il gommone sul ponte, e ci nascondiamo dentro la barca, evitando persino di accendere la luce del quadrato, che renderebbe manifesta la nostra presenza.

Sui barchini invece hanno acceso dei lumini, che vagano sull’acqua come fantasmi, lasciando intuire le sagome scure delle barche che si avvicinano tra loro per fermarsi e ancorare a qualche centinaia di metri dal punto dove siamo noi.

“Ma chi diavolo saranno?” Conto otto lumini di barche già ancorate, ed altre ancora ne stanno arrivando. Ceniamo al buio, senza vedere l’aspetto dei molluschi che abbiamo raccolto, e che abbiamo cotto in un sugo di pomodoro, con pepe e peperoncino, cosa che forse ci aiuta ad apprezzarli più di quanto meritino. Dal gruppo di luci arrivano scoppi di voci ed echi di canti sguaiati.

Mi sveglia il rumore di qualche cosa di duro che sbatte contro lo scafo.

“Hai sentito” sussurro

“Si, c’è qualcuno”

Attraverso lo spessore delle paratie arriva il suono di voci sommesse. Mi vesto ed esco fuori, ancora mezzo addormentato, mentre Lizzi si ferma a metà strada, ai piedi della scaletta che porta sul ponte. Due barchini sono affiancati alla Barca Pulita e in 4 sono già saliti a bordo. Resto interdetto. Salire su una barca senza chiedere permesso è come entrare in una casa senza bussare. Se poi accade in piena notte non c’è da aspettarsi niente di buono.

“Devo cacciarli via”, penso, “prima che si accorgano che siamo solo in due”. E se dovessimo venire alle mani? Mi metto a gridare? Magari sono armati? Però sono piccoli, penso, ricordandomi le dimensioni di quello con la pipetta, e poi, per quello che ne sanno a bordo potremmo anche essere in molti.

I nostri ospiti indesiderati si sono sistemati a poppa, accovacciati attorno al pozzetto. Distinguo a fatica i visi, sotto la luna. Sembrano giovanissimi. Ce ne è uno che mi guarda fisso, con un mezzo sorriso, e fa con la mano uno gesto, come di qualcuno che porta qualcosa alla bocca.  Ma si, lo riconosco, è il tizio della seconda barca!

“Sai cosa ti dico, mi sa che li abbiamo invitati noi” sussurro a Lizzi, che è rimasta a far capolino dal tambuccio di poppa.

Mi rilasso e cerco di assumere l’espressione più naturale del mondo mentre stringo le mani di tutti, mi siedo tra loro e faccio segno (non si sa mai) di parlare piano, come se altra gente, sottocoperta stesse dormendo. Capiscono. Abbassano le voci. Lizzi passa fuori bicchieri e bevande. Coca cola, acqua e limone, succo di frutta, te freddo, biscotti. Tutte voluttuosità che di solito mancano a bordo, ma a Singapore abbiamo fatto una buona scorta, ed ora possiamo permetterci di fare un figurone.

Davanti al cibo i nostri ospiti diventano cerimoniosi. Accettano un biscotto a testa, e lo mangiano a piccoli morsi, accompagnandolo con un assaggio di tutte le bevande. Acqua e limone, e Coca Coca ottengono i risultati più lusinghieri nella classifica muta dei gradimenti. La conversazione però langue. Anzi è ferma del tutto. L’unica cosa che riesco a capire è il termine “Orang Laut” che  ripetono più volte riferendosi a se stessi. Significa “Uomini del mare”.

Si riferisce ad una razza di individui senza terra, che vivono sul mare, usando le barche come case, come fanno i loro cugini Moken che stanno in Tailandia e Malesia. Cugini alla lontana, però, perchè lo barche degli Orang Laut non assomigliano per nulla a quelle dei Moken. Queste ultime sono lunghe e affusolate, come eleganti canoe su cui sia stata depositata una casetta di paglia, mentre quelle degli Orang laut sembrano navi in miniatura, panciute e tondeggianti, come fossero la riproduzione giocattolo di antiche caravelle.

“Che fortuna” dico a Lizzi, domani cominciamo a filmarli, e mentre lo dico immagino già il titolo del documentario che faremo: “Vita con gli uomini del mare”.

Un nuovo colpo sullo scafo, intanto, annuncia l’arrivo di una terza canoa, e altre due ne scorgo che si avvicinano, sbucando dalla superficie scura del mare.

” e adesso?” dice Lizzi

“Adesso li mandiamo tutti a casa” rispondo.

Provo ancora vergogna per la mia paura di prima e mi spiace di aver pensato male, ma resta il fatto che non è prudente lasciare che la barca venga invasa da una moltitudine di zingari, tantopiù che è notte, e che siamo in una baia deserta, in mezzo al nulla.

Li affronto, prima che abbiano il tempo di saltare a bordo.

Una strana barchetta - Isole Riau

Una strana barchetta – Isole Riau

“No, no, no”, urlo, bloccando con la mia persona il primo che tenta di salire. Restano interdetti, ma si fermano. Uno di loro ha portato una ciotola di legno con del pesce, e la appoggia sulla falchetta, con una espressione indecifrabile. Il pesce è vecchio e puzza terribilmente. Non capisco se sia un regalo o uno scherzo, e non so bene cosa fare. Finisce che mi tappo il naso e faccio una smorfia. Ridono tutti. Meno male. Ne approfitto e faccio segno che vogliamo dormire, appoggiando la guancia di lato sulle mani congiunte. Capiscono, anche i primi 4, che riguadagnano le barche e si staccano dal nostro fianco e remando lentamente scompaiono nella notte senza vento.

“Meno male”

“Torniamo a dormire?”

“Non so. Che ore sono?”

“Mezzanotte”

“Meglio di no. Meglio restare sul ponte. Non si sa mai” Tanto più che dentro fa un caldo infernale. Portiamo fuori i materassi restiamo semisdraiati sotto le stelle, tenendo d’occhio a turno i fuochi lontani delle barche alla fonda, e l’oscurità silenziosa dell’acqua attorno alla Barca Pulita. Ma non succede più nulla. Le stelle lentamente si spostano nel firmamento. Le ore passano. I fuochi ad uno ad uno si spengono e il silenzio è rotto solo dal rumore di qualche grosso pesce che salta fuori dall’acqua.

“In che strano posto mi hai portato”

“Forse non volevano essere scortesi. In fondo li abbiano invitati noi”.

“Si, però sono arrivati a mezzanotte”

“E cosa ne sai, forse da loro si usa così”

I canoni di corstesia cambiano con la latitudine e la longitudine. Quelli che ruttano in metà del mondo sono considerati dei maleducati, mentre nell’altra metà sono raffinati anfitrioni che esprimono così il gradimento per la cena e l’ospitalità”

“E ti ricordi quando in Tailandia continuavo ad accarezzare i bambini sulla testa?” Continuammo a farlo finchè qualcuno più comprensivo ci svelò che toccare una pesrsona sulla testa in Tailandia è un’atto di grave maleducazione: la testa è la sede dello spirito e dell’anima, e quindi è sacra e intoccabile.

Alla fine ci addormentiamo, anche se ci eravamo ripromessi di non farlo.

“Svegliati, pigrone, guarda che roba, non c’è più nessuno”.

La voce di Lizzi è allegra come la luce del sole che riempie l’aria di riflessi abbacinanti. La Barca Pulita ondeggia dolcemente sotto l’effetto della prima brezza del mattino, e la baia dove siamo ancorati è di nuovo deserta.

“Ma dove sono andati tutti quanti”

“Non lo so. Mi sono appena svegliata, e già non si vedeva più nessuno”.

Scruto col binocolo verso Est, oltre il rpromontorio da dove erano comparsi, e verso Ovest, dall’altra parte, verso un grupo di isole che si scorgono in lontananza, ma non c’è nulla in questo mare solitario che faccia pensare alla presenza di altri esseri umani.

“Mi dispiace proprio”

“Certo, se fossimo stati più gentili. Se li avessimo lasciati salire a bordo..”

Gli Orang Laut sono scomparsi. Come un sogno che si scioglie con la luce forte e salda del sole. Sulla falchetta della Barca Pulita però è rimasta la ciotola col pesce, quella che ci hanno messo a bordo gli ultimi arrivati, a confermare che non abbiamo sognato.

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Quando arrivò la prima nave… - Papua Nuova Guinea

Quando arrivò la prima nave… – Papua Nuova Guinea

“Quando arrivò la prima nave, tutti si spaventarono e corsero a nascondersi dentro la foresta. Nessuno aveva mai visto i bianchi. Nessuno aveva mai visto una nave come quella. Poi i bianchi scesero a terra e portarono dei regali e la paura della gente diminuì un poco. Rimasero pochi giorni, e al momento di partire presero due uomini, e li portarono con loro.”

“La seconda nave arrivò dopo qualche anno. A bordo c’erano i due che erano stati rapiti. Conoscevano la lingua dei bianchi e dissero che sulla nave c’erano tante cose da prendere”  Sull’isola a quei tempi vivevano più di 2000 persone divise in tanti clan, sempre in lotta tra loro. Per l’occasione si misero daccordo e di notte assaltarono la nave. Uccisero tutti e presero tutto quel che c’era. Poi alzarono le vele, tagliarono in cavo dell’ancora e diedero fuoco. La nave se ne andò da sola, in fiamme e affondò Era ancorata li, nella baia, proprio dove siete ancorati voi”

Joseph con i suoi 75 anni è il patriarca del villaggio. Da quando ha saputo che scriviamo libri ha cominciato a ripeterci che lui aveva una storia da raccontarci. Ed eccoci qui, seduti sotto una palma, a due metri dal mare, ad ascoltarlo. Joseph racconta in Pidgin, e Nuno, il maestro del villaggio, traduce per noi in Inglese.

“Anni dopo arrivò una terza nave. Gli uomini di qui non riuscirono a mettersi d’accordo per razziarla, anzi uno dei capi diede il permesso ad un bianco, che aveva con sè dei lavoratori, di fermarsi sull’isoa per cominciare a lavorare la copra. Dopro breve però il nuovo arrivato si accorse della presenza di ogetti sospetti: una grossa ancora, una campana, le pentole, e cominciò a chiedere informazioni sulla loro provenienza. Ciò non piacque agli abitanti di Mussau che uno dopo l’altro eliminarono tutti i nuovi arrivati. Solo due, riuscirono miracolosamente a scappare su una canoa e ad approdare settimane dopo, in un villaggio sulla costa, dove riuscirono a dare l’allarme.

Quando arrivò la prima nave… - Papua Nuova Guinea

Quando arrivò la prima nave… – Papua Nuova Guinea

“Allora arrivò una nave grande, con tanti uomini armati. Anche gli abitanti dell’isola erano armati, con i fucili che avevano preso alle prime navi, comunque scapparono nella foresta. Ci furono inseguimenti e sparatorie ma nessuno poteva vincere. I bianchi erano tanti, ma la foresta era troppo fitta per stanare gli isolani. Dopo qualche settimana i bianchi proposero un accordo. La gente dell’isola avrebbe potuto tenersi ciò che aveva preso dalle navi, e i bianchi avrebbero potuto sbarcare e coltivare la copra. I capi dei villaggi accettarono e da allora c’è sempre stata la pace.”

“Ma quando è successo Joseph?”

“Tanto tempo fa.”

“Erano navi tedesche?”

“No, prima, tanto tempo prima”

Per confermare la sua storia Joseph ci mostra una pentola, recuperata dalla nave che venne razziata, e che per anni è stata usata nella sua famiglia, fino a quando non si è deciso di tenerla come un cimeglio. E’ un oggetto vecchissimo, di rame, tutto verde di ossido, assottigliato dall’uso e pieno di buchi.

“Dopo qualche anno i bianchi se ne andarono, ma gli uomini di Mussau ormai avevano imparato ad usare i fucili e siccome erano sempre in guerra tra loro, morì tantissima gente. Gli abitanti di Mussau, a quei tempi, erano anche mangiatori di uomini” ci confida Joseph tra una risata  e l’altra.

Quando sono nato io sull’isola c’erano rimaste solo due famiglia, 24 persone in tutto.

“Io e i miei fratelli ci siamo andati a prendere una moglie sull’isola di Manus e poi siamo tornati. Altri invece sono rimasti lontano”

Oggi la popolazione di Mussau ha ripreso a crescere e siamo più di 200. La storia di Joseph finisce qui. Lui la recita a memoria. L’ha appresa da suo padre, e questi da suo padre, e così via, all’ndietro, non si sa per quante generazioni. Noi cerchiamo di sapere di più, quando, come e poi? Ma lui sembra quasi infastidito, e dice che la storia raccontata dagli anziani è solo quella.

Bisogna accontentarsi!

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Stretto di Clarence - Australia

Stretto di Clarence – Australia

Comincia il mio turno, e mi sveglio a fatica. Sono andato a dormire alle sette di sera dopo un tramonto bellissimo e la cena con spaghetti aglio olio e peperoncino più verdure in scatola saltate in padella.

Alle sette e mezzo, finalmente, insieme con la cena e con il tramonto, il GPS ci ha servito la notizia che la punta orientale di Melville era doppiata. Doppiata con pochissimo vento, onda fastidiosa al traverso e corrente contraria. Doppiata comunque, e finalmente non siamo più di bolina.

L’isola non si vede, perchè nonostante ci sia la luna la sua costa bassa si perde nei riflessi del mare.

In realtà, secondo i nostri programmi, dovremmo già essere lontani da Melville e dall’acqua fangosa che circonda l’Australia settentrionale. Ma prima di partire Glenn, uno degli aborigeni con cui abbiamo fatto amicizia alle Tiwi Islands, ci ha dato un’informazione importante. Ha detto che ci sono ancora delle piccole comunità di aborigeni che vivono per conto loro nella zona dello stretto di Medina.

Cercandolo sulla carta abbiamo scoperto che è proprio dall’altra parte dell’isola di Melville, sul lato sud, e che ha un’entrata difficile, con un passaggio profondo appena tre metri. Eravamo indecisi. Circumnavigare Melville avrebbe comportato navigare controvento. Ci  sarebbero voluti un paio di giorni, e noi siamo già un po’ in ritardo sui nostri programmi. Ma  Glenn ha aggiunto un’ultima informazione:

“Loro pescano i dugonghi, perchè la’, ce ne sono molti”

E questo ci ha fatto decidere. I dugonghi sono animali rari. Una sola volta ne abbiamo visto una coppia di sfuggita in Mar Rosso e poi mai più. Sono mammiferi e il loro aspetto è a metà strada tra un delfino e un leone marino. Vivono relativamente vicino a terra, si nutrono di alghe e le mamme hanno l’usanza di portarsi il piccolo in groppa per i suoi primi due anni di vita. Sono difficili da vedere e da fotografare perchè ne sono rimasti veramente pochi.

Così abbiamo salutato gli amici di Snake Bay, abbiamo salpato l’ancora e invece di puntare verso nord e verso l’acqua blu dell’oceano, ci siamo diretti a est, continuando la circumnavigazione di Melville.

Per tutta la mattina, tutto il pomeriggio, tutta la notte e tutto il giorno successivo abbiamo navigato controvento. E’ stato scomodo ma non terribile. Il mare era grosso e contrario. Le onde ogni tanto salivano a bordo. Le ancore urtavano tra loro facendo un gran baccano perchè prima di partire avevamo dimenticato di bloccarle, ma il cielo era incredibilmente sereno, e la temperatura ideale. E’ arrivata la seconda notte, e col buio, abbiamo doppiato la punta orientale di Melville e ora, finalmente, non siamo più di bolina.

Nel turno di Lizzi, tra le sette e le 10 di sera,  il vento si è stabilizzato ed è girato a Nord. Ora e’ abbastanza forte e facciamo 6 nodi con tutte le vele a riva. Forse dovremmo ridurre la randa di maestra perchè è troppo grande rispetto al vento che c’è. Ma non ne ho voglia. Sono troppo addormentato. E Lizzi è appena andata a dormire. Per ora continuiamo così, poi vedremo. Dobbiamo fare una decina di miglia verso sud, poi doppiato un gruppo di secche pericolose (si chiamano Abbot Shoal) dovremo poggiare verso ovest in direzione dello stretto di Clarence che a quel punto sarà distante circa 25 miglia. Dovremo stare attenti. Il golfo di Van Demen è pieno di secche e di scogli e ci sono correnti forti dovute alle maree. Ora la corrente è contraria ma mi sembra che stia cominciando a invertirsi, e da mezzanotte in poi sarà favorevole.

Qualche anno fa, quando navigavamo solo con l’aiuto del sestante, non avremmo mai osato tentare un passaggio così complicato di notte. Ma con gli strumenti elettronici è tutto facile perchè sappiamo sempre esattamente dove siamo.

Intanto fuori c’è una luna meravigliosa.

 Ore 00.30 Forse la corrente è davvero girata in favore. La nostra velocità è aumentata e facciamo più di 8 nodi. Mancano 3 miglia agli Abbott Shoal che sono segnalati da una piccola boa rossa. E la lucina rossa intermittente della boa si vede già.

 Ore 04.30

Stretto di Clarence - Australia

Stretto di Clarence – Australia

Il vento, di colpo è girato di 60°. Prima veniva da Nord Est, ora arriva da Sud. Anche la corrente è girata ed è di nuovo contraria. Risultato: siamo controvento e facciamo solo due nodi. Lo stretto di Clarence è a 11 miglia e a questo punto, andando così piano, è difficile prevedere quando ci arriveremo. Il mare, però, è straordinariamente calmo e la barca scivola sulle onde come se la superficie fosse vellutata.  Stando dentro si sentono solo fruscii e sciacquii, mentre fuori la luce della luna fa brillare tutto quanto, e dall’altra parte, verso Est, si vedono i primi segni dell’alba.

 Ore 06.30

Il cielo è tutto rosato, e sta per nascere il giorno. Mentre noi corriamo a sei nodi su un mare liscio e amichevole, gli strumenti dicono che siamo sempre più o meno nello stesso posto, a una decina di miglia dallo stretto di Clarence. Se la corrente è così forte qui, non posso pensare come sarà nel passaggio largo appena un miglio tra le due isole.

Sono stanchissimo e ho una voglia prepotente di dormire. Per tutto il mio turno ho cercato sul portolano e sui documenti nautici qualche informazione sull’alternarsi delle correnti nello stretto di Clarence, ma non ho trovato niente. C’è solo una nota: dice che nello stretto le correnti possono essere violentissime. Non importa. Il mio turno è finito. Adesso vado a svegliare Lizzi e faremo colazione, poi si vedrà.

Gen 012000
 
Sorong - Irian Jaya

Sorong – Irian Jaya

Abbiamo optato per l’entrata ufficiale in Indonesia, non si sa mai, e per farlo, cioè per farci timbrare i passaporti, per farci rilasciare il permesso di navigare nelle acque indonesiane, e per farci fare il controllo doganale, abbiamo scelto il porto di Sorong. E’ una cittadina sorta negli anni 60 sulla scia della scoperta di giacimenti di petrolio nel mare circostante e  dello sfruttamento del legname. Ma poi, esauritosi in gran parte il petrolio, le trivellazioni non sono più state proseguite e la città ha perso l’importanza che aveva all’inizio.

Per arrivare a Sorong abbiamo navigato per due notti e un giorno lungo una costa verdissima. La vegetazione cade dalle montagne fino al mare in un susseguirsi di insenature e di calanchi. Unica interruzione fra tanto verde la cittadina di Fakfak che si arrampica su per la pendice della montagna. Da lontano, con il cannocchiale abbiamo visto una nave militare attraccata alla banchina. Ci siamo tenuti lontani, navigando, in quel tratto, all’esterno della catena di isole che fronteggiano la costa.

All’alba del secondo giorno eravamo all’ingresso di un canale largo mezzo chilometro che porta a Sorong. Le rive erano tutte ricoperte di mangrovie e il canale stesso è punteggiato di isolotti verdi e di reef segnalati da boe incerte e un pochino ambigue.

Comunque alla fine, dopo un po’ di ore di navigazione siamo arrivati a destinazione.

Il porto praticamente non esiste. E’ una rada ampia, con delle isolette che fanno da frangiflutti. Ci sono decine di vecchi moli scassati e arrugginiti, pontili si legno con barche da pesca e rimorchiatori. A un pontile all’estremità nord è attraccata una nave militare. Ci accorgiamo che è militare perchè porta un grosso 65 stampato su entrambe le fiancate. Per il resto il grigio originale è completamente trasformato in ruggine con colate più o meno intense e con pezzi di lamiera che pendono da tutte le parti. Secondo il portolano in prossimità della zona dove è attraccata la nave militare, ci sarebbe il posto più adatto per l’ancoraggio con un fondale di sabbia sui 10 metri.

Ma quando ci avviciniamo ci accorgiamo che a terra c’è un intero plotone sull’attenti che sta per essere passato in rassegna da qualche pezzo grosso vestito in abiti civili.

I militari che invece sono rimasti a bordo della nave, e sono tantissimi, tutti stipati sotto coperta, si portano dalla parte dove passa la nostra barca, guardando incuriositi e tentando qualche timido saluto.

Sorong - Irian Jaya

Sorong – Irian Jaya

Non ci piace tanto la vicinanza con queste persone, dopotutto sono armati, non si può mai sapere. Dalla parte opposta della rada, verso sud, ci sono delle barche di legno con un bilanciere su entrambi i lati. Sono barche che abbiamo visto spesso in Indonesia, di solito vengono utilizzate per pescare i totani, I pescatori escono al tramonto, accendono delle lampade a cherosene che appendono a balzo fuori dalla barca e in questo modo attraggono i totani. La mattina seguente rientrano al villaggio con i graticci sopra i bilancieri ricoperti di totani messi a seccare.

Lì l’acqua è più profonda e il fondale è di fango e cattivo tenitore. Abbiamo buttato due ancore e 60 metri di catena, ma almeno i nostri vicini sono tranquilli pescatori disarmati.

Per scendere a terra abbiamo lasciato il gommone attraccato ad un pontile di legno affidandolo a uno dei pescatori. Il pontile era una lunga passerella semidiroccata ai lati della quale sorge un quartiere di palafitte di legno. Ogni palafitta ha una veranda e una porta sul retro, un piccolo recinto riparato che evidentemente è il bagno e la zona cucina riparata da una semplice tettoia. Quando siamo scesi era bassa marea, e sotto le palafitte e sotto il pontile si vedeva una melma verdognola e viscida, ricoperta di ogni tipo di spazzatura e di porcheria.

“Certo che la vista dal balcone di casa non è delle migliori!”

“Lascia perdere. Pensa piuttosto a domani, quando dovremo tirare su la nostra catena cosa ci sarà attaccato!”

La processione tra i vari uffici è stata veloce, l’unico problema che l’immigrazione, la capitaneria di porto e la dogana sono ai tre poli opposti della città. Così abbiamo fatto la spola tra l’uno e l’altro servendoci di pulmini pubblici stipati all’inverosimile e dove la musica viene sempre tenuta a volume da discoteca.

Alla sera tutte le nostre pratiche erano già risolte, e stanotte ce ne siamo venuti via con destinazione l’isola di Batanta e 15 miglia, dove contiamo di arrivare tra poco.

Oggi 17 Agosto, in Indonesia si celebra la festa dell’indipendenza. Il 17 Agosto del 1947 infatti gli olandesi se ne andarono. Con l’aria secessionista che tira in questo periodo in Irian Jaya, e con la presenza della nave militare, non abbiamo voglia di essere in un centro abitato proprio il giorno della festa dell’Indipendenza.

A Batanta non vive nessuno, a parte forse qualche pescatore di passaggio, e non dovremmo correre nessun rischio.

Gen 012000
 
Uomini, coralli e tartarughe - Heremit Island

Uomini, coralli e tartarughe – Heremit Island

Da tre giorni siamo fermi nella laguna di Heremit, un atollo che neanche sapevamo che esistesse, lontanissimo da tutto, a 200 miglia dall’isola della Papua Nuova Guinea. In questi giorni cielo coperto, vento e temporali a ripetizione ci hanno costretti a lasciare la barca ferma (la navigazione in atollo col brutto tempo è troppo pericolosa) e andare in giro col gommone, negli intervalli tra un acquazzone e l’altro. L’isola vicino a noi è deserta, e forse proprio per questo è bellissima, con le rive che sono un susseguirsi di palme, di alberi di pandano, di casuarine e di alberi che la mattina sono ricoperti di fiori colorati. I fiori poi col primo acquazzone della giornata cadono in mare e colorano l’acqua sottostante!

Stamattina però il cielo era azzurro e prometteva qualche ora di bel tempo. Abbiamo tirato su l’ancora e siamo partiti alla ricerca del villaggio. Sappiamo per averlo imparato girando anni fa nelle isole del pacifico, che in luoghi come questi non si può arrivare ed andare dove si vuole. Non serve avere permessi o visti (che comunque noi non abbiamo), bisogna avere il consenso degli abitanti. Per prima cosa bisogna andare dal capo del villaggio, presentarsi, spiegare perché si è venuti e chiedere di restare. Ma per farlo dobbiamo scoprire dove è il villaggio! Abbiamo diretto verso l’isola di Luff, che è la più grande delle tre che stanno nella laguna.  Per tutto il tragitto di 4 0 5 miglia, abbiamo visto falchi pescatori che pattugliavano la laguna, fregate che volteggiavano con eleganza, uccelli bianchi dalla coda lunga che volavano in coppie. Carlo, che stava sull’albero per individuare i coralli pericolosi ogni pochi minuti avvistava una tartaruga. Dall’alto poteva seguirne le evoluzioni sott’acqua e indicarmi il punto in cui sarebbe emersa la testa quando la bestia decideva di uscire per respirare.

Finalmente su una lingua di sabbia sottile abbiamo avvistato le case. Il villaggio è tutto affondato nel verde e dal mare vedevamo solo le facciate di foglie di palma delle case più esterne. Ci siamo avvicinati cautamente, incerti su dove buttare l’ancora, in un fondale che non voleva mai scendere sotto i 40 metri, quando da terra si è staccata una canoa. Il suo occupante era nerissimo, grande e grosso, ma con il viso largo e un sorriso più largo ancora:

“Wellcome. I’m Rob. Follow me. I’ll show you where to drop your anchor”.

E così è stato. Lui davanti, con la canoa, pagaiando, e noi dietro, a motore, pianissimo. Ci ha condotto fino a un pinnacolo sottomarino  di coralli, che arrivava fino a 7 metri dalla superficie, dove, con qualche dubbio, abbiamo buttato l’ancora. E’ un ancoraggio pericoloso, ma pare che non ce ne sia altri.

Poi Rob è salito a bordo.

“In tutto l’atollo siamo 147 persone, gli stranieri sono benvenuti ma devono seguire le nostre regole per la conservazione dell’atollo”.

Uomini, coralli e tartarughe - Heremit Island

Uomini, coralli e tartarughe – Heremit Island

A sentirlo parlare sembrerebbe che qui arrivino chissà quanti stranieri. Poi però a domanda diretta, risponde che viene solo una volta all’anno una barca specializzata in immersioni sub, con qualche turista. Comunque sia, i pochi abitanti del villaggio stanno tentando di fare diventare Heremit un parco nazionale, dove venga salvaguardata la vita marina. Ci mostra un foglio dove il consiglio del villaggio ha elencato gli animali da proteggere definendo le zone dell’atollo dove queste specie vivono. Sono riportati anche una serie di comportamenti e di accorgimenti da seguire per non rovinare la laguna e i suoi abitanti.

“Per questo vi ho fatto ancorare qui, da un’altra parte si poteva rovinare qualcosa”

“La nostra laguna è piena di squali, mante, razze, tartarughe.  In alcuni posti c’è molta corrente e piò essere pericoloso. Se volete fare delle immersioni posso venire con voi. Inoltre io potrei mostrarvi i posti più interessanti e allo stesso tempo darvi una mano”.

Ha un fare gentile, ma molto da buon samaritano.

“Non ho mai visto così tante tartarughe” gli facciamo notare “Vuol dire che non vengono cacciate”

“Esattamente dal 1951. In quell’anno sono venuti i missionari e tutti gli abitanti del villaggio sono diventati Avventisti del Settimo Giorno. Noi seguiamo i dettami alimentari della Bibbia. Non mangiamo il maiale, e mangiamo solo il pesce con le scaglie. Niente molluschi, niente aragoste e niente tartarughe!”

Fa un pò ridere che della gente che vive così a stretto contatto con il mare scelga di non potersi cibare delle sue creature. Ma per una volta tanto è andata bene alle tartarughe!

Vele di pandano, arpioni di bambù

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Gen 012000
 

Sono più di sei anni che vagabondiamo per l’Oceano Indiano, e in questo mare enorme, abbiamo visto tante cose. Siamo sbarcati su isole abitate da milioni di uccelli, abbiamo costeggiato le infinite spiagge incontaminate delle Chagos, abbiamo vissuto con i cacciatori di squali del Mar Rosso, abbiamo filmato le tartarughe di Aldabra, i mangiatori di meduse del canale di Malacca, le vele tradizionali degli zingari del mare, e così via.

Ma quella che abbiamo trovato qui, nel mare della Cina Meridionale, in questo lontano villaggio dell’Indonesia orientale, è davvero una realtà eccezionale. Qui i pescatori vanno ancora a caccia di balene con barche di legno e vele di flio di palma. .

Nel venire a cercare il villaggio ci siamo basati su poche e vaghe notizie raccolte nel corso degli anni. Sapevamo che anni fa, ai tempi della moratoria mondiale sulla caccia alla balena, si era deciso di fare eccezione per questa gente, in considerazione del fatto che qui i cetacei venivano cacciati solo per nutrire la gente poverissima del villaggio, che si trattava di una attività tradizionale e antichissima, e che comunque la quantità di balene pescate era piccola.

Siamo venuti con qualche dubbio, veleggiando faticosamente tra isole avvolte dalle correnti e tormentate da venti capricciosi. Più di una volta ci siamo chiesti se valesse la pena di fare così tanta fatica per arrivare in un luogo di cui non sapevamo nemmeno l’esatta ubicazione. E c’era stato anche chi ci aveva detto che ormai questa pesca non si praticava più da anni, e che le barche a vela de Lamalera erano ormai state abbandonate. Alla fine comunque siamo venuti, e quello che abbiamo trovato è andato al di la di ogni aspettativa.

Le barche di Lamalera sembrano oggetti di 1000 anni fa. Gli scafi sono costruiti senza chiodi e senza viti, solo di legno tenuto insieme con incastri e spine, a loro volta di legno. Le vele, bellissime, sono realizzate intrecciando le foglie delle palme. L’albero che sorregee la vela, l’antenna, il boma, il buttafuori e tutti i pali sono di bambù. Le corde sono di fibra di cocco, e persino gli arpioni con cui qui cacciano balene, delfini, mante e quanto altro il mare mette a disposizione, vengono forgiati a mano nelle capanne dietro la spiaggia.

La Barca Pulita da oltre due mesi è ferma di fronte al villaggio. Il fondo nel tratto di mare prospiciente la riva risale da profondità insondabili per diventare subito bassissimo e pericoloso. Per ancorare la barca abbiamo dovuto fermarci alla cappa, avvicinarci a riva con il tender e scendere sott’acqua con le bombole per fissare attorno ai coralli delle catene a cui fissare la barca. Ogni volta che il tempo peggiora dobbiamo mollare in acqua ancore e catene e spostarci al largo, per allontanarci dai pericoli in attesa che passi la tempesta. Ma qui abbiamo raccolto immagini eccezionali e la storia di un popolo di navigatori che persevera in una tradizione millenaria.

Lamalera è completamente isolata dal resto del mondo. Non ci sono strade, non c’è elettricità, non ci sono telefoni ed è fuori dalla copertura dei telefoni satellitari GSM. C’è anche poco da mangiare perché mentre nel villaggio tutti mangiano carne e grasso di balena, i nostri stomaci delicati rifiutano questo menu. Comunque resteremo a Lamalera tutto il tempo necessario per filmare questa gente e questa incredibile tradizione.

Lamalera si trova sull’isola di Lembata, una delle tante terre che formano l’arcipelago di Nusa Tengara Timur, ad est di Flores, in Indonesia. Per raggiungere il villaggio bisogna prima portarsi sulla estremità orientale di Flores, da qui prendere una barca per Lembata, e una volta sbarcati a Lembata, bisogna camminare per molte ore lungo i sentieri dell’Isola. Oppure, come abbiamo fatto noi, bisogna arrivarci con la propria barca, ma è difficile perché l’isola sorge con pareti a picco sul mare, non dispone di ancoraggi, ed è difficile sbarcare e difficilissimo ancorare la barca.

Le case del villaggio sono addossate attorno ad una spiaggetta di sabbia nera che costituisce l’unico approdo disponibile lungo la costa meridionale di Lembata, mentre tutto attorno la terra è battuta dalla risacca. Ogni mattina alle sei gli isolani mettono in mare quattro o cinque imbarcazioni lunghe una decina di metri e larghe due, ciascuna in grado di portare una decina di uomini. Per superare la linea della battigia lungo la quale si infrangono le onde sono necessarie una trentina di braccia e tutto il villaggio comprese le donne e i bambini partecipa alla messa in mare delle barche. Sono barche veramente strane. A vederle così, con le vele fatte di foglie intrecciate, con gli alberi fatti di bambù, con gli scafi di legno massiccio e i timoni che sono solo semplici pagaie adoperate da poppa, queste barche sembrano reperti usciti da un passato molto lontano. Ricordano la barca di Ulisse, o le barche dei vichinghi. Per la forma primitiva delle vele e dello scafo non sono in grado di stringere il vento e si spostano solo nelle andature di poppa o al traverso. Se le condizioni del mare si fanno difficili, o quando il vento diventa contrario gli equipaggi devono mettersi ai remi, tutti assieme, proprio come si faceva nelle galere romane. Eppure con questi legni primitivi i pescatori di Lamalera affrontano le tempeste dei monsoni del mare della Cina meridionale, e sempre con queste barche vanno a caccia degli animali più grandi della terra.

Appena usciti puntano verso il largo mantenendosi in formazione. Un uomo al timone, un altro alle scotte, e i rimanenti, a turno, di vedetta, a scrutare l’orizzonte per cercare un segno delle balene. Gli avvistamenti, naturalmente, sono rari, e nella maggior parte dei casi dopo aver passato la giornata a pattugliare un mare vuoto e silenzioso, rientrano la sera a mani vuote Ma dopo giorni e giorni di magra, a un certo punto si avvista la balena. Gli uomini afferrano i remi e pagaiano tutti insieme lanciandosi verso la grande bestia. Se la balena è sottovento ci si aiuta anche con la vela. Se è sopravvento si ammaina, e si procede solo coi remi. Ma il comportamento dei giganti del mare è imprevedibile. A volte, all’avvicinarsi degli uomini, le balene si immergono e scompaiono. A volte riappaiono a grande distanza, e l’inseguimento può continuare per ore, sotto il sole, con le barche che avanzano penosamente lente. A volte, inspiegabilmente, si fermano e si lasciano avvicinare.

Mentre la distanza si riduce un uomo si prepara sulla punta più estrema della barca, con un arpione di ferro applicato sul vertice di un lunghissimo bambù. La barca si avvicina mentre il bestione inconsapevole, resta immobile in superficie, spruzzando di tanto in tanto con lo sfiatatoio. Quando la balena è a tiro l’uomo che sta a prua si lancia con un gran salto, e atterra direttamente sul corpo del cetaceo conficcandovi l’arpione con tutta la sua forza. La bestia subito si scuote, si inarca, e si immerge vibrando contemporaneamente un gran colpo di coda. E’ questo il momento in cui può succedere di tutto. Può succedere che la codata danneggi la barca, o che ferisca il fiocinatore, che dopo aver inferto il colpo deve subito essere recuperato dai compagni perché la barca sta per cominciare una corsa incontrollata per il mare, trascinata dalla balena ferita.

E inizia una lotta terribile tra il gigante ferito che traina la barca per ore, a volte per giorni, e il manipolo di omini che a bordo, tutti assieme, recuperano il canapo quando la balena si stanca, e lo allascano quando riprende a tirare con forza.

Noi restiamo a guardare allibiti questa lotta antica, e non sappiamo nemmeno per chi parteggiare. Vorremmo che la balena si salvasse, perché fa pena questa enorme bestia ferita che non si rende nemmeno conto di cosa le stia succedendo, ma vorremmo anche che gli uomini vincessero, perché qui gli uomini pescano solo per poter sfamare le famiglie. Intanto scattiamo fotografie, filmiamo, cerchiamo di stare vicini alla barca non perdere nulla di quanto avviene, e anche di non avvicinarci troppo per non rischiare a nostra volta di prendere una codata. Dopo un’ora, quando la violenza del traino rallenta, scendo sott’acqua con le bombole, a filmare la balena arpionata, che a venti metri di profondità nuota verso chissà dove. Si muove lentamente, con un movimento della coda lento e continuo. L’arpione emerge dal dorso, poco dietro al capo, e dal punto in cui il ferro ha squarciato i tessuti esce una nuvola rosata di sangue, che si allarga per subito perdersi nel blu. La presenza di tanto sangue in acqua potrebbe attirare gli squali, ma resto in acqua ugualmente, affascinato, ad aspettare la fine della battaglia.

In qualche caso (pochi a dir la verità) è successo che la balena sia riuscita ad affondare la barca, e i pescatori, a stento, si sono salvati sulle altre barche. In altre occasioni la balena ha rotto il canapo e si è liberata, fuggendo nel blu profondo del mare. Il più delle volte però la lotta finisce con gli uomini vincitori che a forza di remi trainano per ore il corpo immenso dell’animale verso la riva del villaggio.

Il mattino successivo le barche non escono e tutti si ritrovano sulla spiaggia per macellare l’animale. Ci vogliono due giorni di lavoro sotto il sole per sezionare, tagliare e dividere un corpo lungo quindici metri e che pesa più di 20 tonnellate, ed è un rito raccapricciante ed affascinante a cui prendono parte tutti. Abbiamo visto bambini di tre o quattro anni camminare nella pancia della balena immersi nel sangue fino alla cintola ed estrarre intestini che erano più grossi di loro. E abbiamo visto donne vecchissime competere tra di loro per raccogliere, con ciotole di cocco, il grasso che colava dal cervello della balena.

Ma se in altre parti del mondo le balene venivano cacciate per via degli oli e dei grassi da usare nella cosmetica e nell’industria chimica, qui, a Lamalera, ogni parte del bestione, dalla testa alla coda, è destinata ad essere consumata nel villaggio. La carne viene sezionata in strisce lunghe e sottili e messa al sole a seccare. Anche il grasso viene seccato e servirà come condimento. L’olio che si recupera dal cranio viene raccolto e servirà per alimentare le lampade ad olio che nel villaggio, privo di elettricità, illuminano la sera l’interno di ogni casa. Gli intestini invece vengono consumati subito, e lo stesso accade per cuore e polmoni. Le costole infine servono per ricavare delle stecche lunghe, sottili e flessibili da utilizzare come navette nei telai a mano che le donne usano per tessere i loro indumenti.

Alla fine, sulla spiaggia, rimangono solo un gigantesco teschio e alcune vertebre biancastre, oltre naturalmente ad una terribile puzza di grasso e di marcio. L’odore è intenso, amaro e pungente. Avvolge la spiaggia e tutta la baia antistante dove noi siamo ancorati, con una cappa densa e pesante. Noi fatichiamo persino a respirare, mentre il locali non sembrano neppure accorgersene. Come non fanno caso allo strato di grasso che oramai ha permeato tutta la sabbia della spiaggia e che ci ha avvolti di unto dai piedi ai gomiti ai capelli.

Box: Pesca in mare, vela e conservazione.

La Barca Pulita naviga per il mondo con un progetto di conservazione e di sensibilizzazione per la salvaguardia delle ultime realtà naturali del pianeta. E allora, come comportarsi di fronte a gente che, praticamente a mani nude, da la caccia alle balene e ai delfini che nel resto del pianeta sono speci protette?

E’ un problema che ci siamo posti e ci poniamo continuamente, di fronte a chi pesca le balene, di fronte a chi pesca con le bombe, e anche di fronte a noi stessi quando peschiamo per i nostri consumi. Certamente il futuro del pianeta dovrà vedere un abbandono graduale ma necessario di tutti i tipi di caccia e di pesca in mare. Gli animali del mare, a nostro parere, andrebbero lasciati stare. E l’avvento e lo sviluppo delle tecniche di allevamento industriale ci fanno sperare che per il futuro la pesca in acque libere venga gradualmente abbandonata in favore di un meno dannoso e più conveniente allevamento dei pesci necessari per il mercato.

Sta di fatto che oggi il pericolo vero per la sopravvivenza della fauna marina è costituito dalla pesca industriale, praticata in tutti i mari con pochi scrupoli e nessun controllo. I pescherecci d’alto mare diventano sempre più grandi, trascinano reti sempre più lunghe, individuano i pesci con radar e sonar sofisticati, ritrovano le reti con il GPS, e in alcuni i casi avvistano le prede addirittura con gli elicotteri. Nella lotta contro questi mostri tecnologici gli abitanti del mare non hanno scampo, e le risorse degli oceani, proprio per questo si vanno impoverendo ogni anno di più.

Che dire allora?

Il nostro pensiero è questo: lasciamo tranquilli i pescatori di Lamalera che portano avanti una tradizione millenaria, che pescano per mangiare e che comunque sono destinati entro pochi anni ad abbandonare le loro tradizioni troppo dispendiose e faticose, e concentriamoci invece, tutti assieme, nel boicottaggio della pesca industriale indiscriminata. Evitiamo di acquistare i tonni pescati assieme ai delfini, e appoggiamo tutte le campagne internazionali per la riduzione e il controllo della pesca in acque aperte.

Gen 012000
 
Aua - Lat 1° 28’ Sud    Long 143° 03’ Est

Aua – Lat 1° 28’ Sud Long 143° 03’ Est

Era da più di una settimana che non vedevamo terra. Abbiamo navigato tenendoci sempre molto lontani dalla costa e sempre senza vedere la terra abbiamo superato il confine tra l’Indonesia e la Papua Nuova Guinea. Stamattina però è apparsa una piccola terra. E’ l’isola di Aua, un pochino di verde circondato dalla barriera corallina. Ci siamo avvicinati, senza sapere neppure noi il motivo,  perché il portolano dice che non c’è possibilità di ancorare e che tutto attorno all’isola a 20 metri dalla battigia  il fondale cade già oltre i cento metri.

Da lontano appariva come una collina verde allungata e orlata da sabbia bianca. Da qualche parte ci doveva essere un villaggio, ma non sapevamo dove, così avanzavamo piano incerti su dove andare.

Ad un certo punto dall’isola abbiamo cominciato a vedere dei lampi di luce. Qualcuno a terra aveva visto la nostra vela e ci faceva segnalazioni con uno specchietto. Qualcuno che voleva dirci che lì c’era vita, che voleva attirare la nostra attenzione e non lasciarci passare oltre senza averci visto da vicino. Qui probabilmente non viene mai nessuno e una barca di passaggio è una cosa troppo allettante per farla passare indisturbata.

Abbiamo fatto rotta verso il punto della costa da dove provenivano le segnalazioni.

Aua - Lat 1° 28’ Sud    Long 143° 03’ Est

Aua – Lat 1° 28’ Sud Long 143° 03’ Est

Quando eravamo a mezzo miglio da terra una dozzina di canoe di legno sono uscite in mare. Bucando con perizia i frangenti della barriera, le canoe hanno cominciato a venire verso di noi. A bordo di ciascuna uno o due uomini che davano dei colpi poderosi di pagaia.

Abbiamo ammainato i fiocchi e li abbiamo aspettati. Il primo è un uomo corpulento, dall’aspetto polinesiano, barba e sorriso e che ci da il benvenuto in perfetto inglese.

Non ce lo aspettavamo dopo tanto tempo di Indonesia, ma qui in Papua Nuova Guinea l’inglese è una delle lingue ufficiali.

“I’m Rea, come and follow me, there is a little passage”

Molto gentile a voler farci strada, ma è fuori discussione che noi possiamo entrare nel passaggio della barriera. Così ci mettiamo a conversare con Rea e con gli uomini sulle altre canoe che nel frattempo ci hanno raggiunto.

Le domande sono sempre le stesse:

“Da dove venite?”

“Dall’Italia”

“Da quanto siete partiti?”

“Da sette anni”

“Dove andate?”

“In Australia”

“Vi interessano degli oggetti di legno?”

“…..beh si, ma non abbiamo soldi della Papua”

“Non importa, avete magliette, pinne, zucchero…. a me piacerebbe un cappello, ma non ho nessuna scultura”

Rea grida qualcosa, ed ecco che tutte le canoe riprendono a remare velocemente, lanciando delle grida a terra. Sulla linea dei frangenti  appaiono altre imbarcazioni e dopo un pò ci  troviamo circondati da una massa di uomini scuri che brandiscono strane lance di legno. Tutti la stessa identica lancia, appuntita, tutta frastagliata, e ornata alla base da un osso di tartaruga messo per traverso.

“Che cos’è”?” ho chiesto a Rea

“Traditional weapon, very dangerous”

In effetti acuminata com’è, scagliata con forza potrebbe uccidere una persona.

Abbiamo preso la prima che ci hanno offerto. Prezzo: una T-shirt con verde, usata, ma pulita.

L’intagliatore è raggiante, noi un pò perplessi

“Magari in Australia ce la sequestrano, c’è un osso…”

“Si ma se non la prendiamo ci restano male”

“Si, d’accordo, meglio non farli arrabbiare!”

E così, prima di issare i fiocchi,  abbiamo anche regalato un cappellino a Rea per la sua funzione di intermediario.