La qualità delle vele

 6 Tecnici  Commenti disabilitati su La qualità delle vele
Gen 011999
 

Come si fa a capire se una vela è buona? Quali sono gli elementi che ne determinano la durata? Cosa bisogna fare per mantenerle in buono stato? Abbiamo cercato di capirci qualche cosa in base alla nostra esperienza, a quella d’altri velisti, e chiedendo lumi ai velai. Le vele non sono tutte uguali. Ci sono vele pesanti e vele leggere, vele da regata e vele da crociera, e soprattutto ci sono vele fatte bene e vele fatte male. Vediamo gli elementi che compongono una vela e come contribuiscono alla bontà del risultato:

Tessuto. Il tessuto rappresenta dal 15% al 20% del costo totale di una vela di medie dimensioni. Oggi il tessuto per le vele da taglio (fiocchi e rande) è il dacron. Il dacron può chiamarsi anche (Terilene, Terital, Tergal) secondo chi lo produce, ma si tratta sempre della stessa cosa, di un tessuto realizzato con un filato sintetico dal nome terribilmente difficile (polietilenglicoltereftolato) e dalle caratteristiche incredibilmente buone: è impermeabile, non risente del freddo né del caldo, è resistente all’umidità, non ammuffisce, non si deforma o si deforma poco etc.

Il dacron è tessuto e lavorato con tecnologie avveniristiche dai pochi produttori al modo che possiedono i grandi impianti necessari per farlo e consegnato al velaio in grandi rotoli larghi un metro circa. E’ da queste pezze che il velaio ricava le vele. Anche se il materiale di base è sempre lo stesso, i tessuti non sono tutti uguali, perché cambia il tipo di tessitura del filato, che può essere più o meno compatto, cambiano i trattamenti chimici a cui la pezza può essere sottoposta, e soprattutto cambia il peso del tessuto, ovvero il suo spessore. Dal peso dipenderanno la robustezza della vela, e la sua capacità di sopportare gli sforzi. Vele piccole, o vele per venti leggeri, saranno confezionate con una grammatura bassa. Vele grandi e vele da vento saranno realizzate in tessuto più pesante. La pesantezza del tessuto, si misura in once al metro quadro: oz/mq. Il tipo di tela da usare e la sua pesantezza sono da concordare con il velaio. Ricordatevi che non vale la pena di risparmiare sulla qualità del tessuto, perché il risparmio sarebbe ben poco mentre la qualità ne soffrirebbe notevolmente. Ricordate di spiegare chiaramente che tipo di vela desiderate: se da regata o da crociera, se da vento o da tempi leggeri. Date al velaio una copia del piano velico della vostra barca, perché possa rendersi conto bene di cosa si tratta e discutete con lui le vostre esigenze specifiche. Potrebbe venire naturale chiedere di confezionare le vele con tessuti molto pesanti, in modo che possano resistere meglio al vento e durare più a lungo. Ma non sarebbe saggio: ricordiamoci che le vele vanno anche maneggiate: se fatte di tessuto troppo spesso risulteranno poi molto pesanti e ingombranti, e quindi difficili da maneggiare (prese di terzaroli, cambio di fiocchi etc.) Una volta che la vela è fatta fatevi indicare dal velaio i dati sul valore massimo di vento che la vela è in grado di sopportare, e ricordatevi di cambiarla per tempo.

Cuciture, rinforzi e accessori. Qui cominciamo ad entrare nel campo dei dettagli critici. I materiali per cuciture, rinforzi e accessori (fili, stecche, anelli d’acciaio, garrocci, rinforzi di cuoio etc.), se scelti della migliore qualità, per una vela standard, contribuiscono per il 15% al costo totale. Eppure è qui, su questi dettagli che si costruisce la bontà della vela. Il lavoro di confezionamento, con i suoi chilometri di cuciture, con l’apposizione dei rinforzi, delle bugne, degli anelli e delle protezioni, è quello che fa la differenza. Cominciamo dalle cuciture. Sono quelle che “letteralmente” tengono assieme la vela. E sono quelle che, dopo un certo numero d’anni, tenderanno a saltare. Un tempo i grandi navigatori pretendevano che i ferzi venissero uniti con cuciture almeno quadruple. Oggi, il mio amico velaio, mi afferma che non è più necessario. La cucitura in ogni modo deve essere almeno tripla, e il tessuto deve essere stato tagliato a caldo, perché il taglio a caldo garantisce che, con il tempo, non ci siano sfilacciamenti sul bordo del tessuto.

Veniamo ai rinforzi: gli sforzi esercitati dal vento tendono a scaricarsi verso i vertici della vela. Per questo, man mano che ci si avvicina ai vertici, il tessuto viene raddoppiato, poi triplicato, quadruplicato e così via. Altri punti di scarico degli sforzi, oltre ai vertici, sono i garrocci, le cuciture delle stecche, i passaggi delle brancarelle dei terzaroli, le bugne per i terzaroli e così via. Quanti rinforzi mettere e dove metterli è questioni di calcoli complessi e di esperienza, ed è competenza del velaio. A noi resta da chiedere e verificare che i rinforzi siano fatti bene: guardate che le cuciture nei punti di penna e di scotta siano tante, ravvicinate, e ben fatte. Controllate che gli anelli siano d’acciaio inossidabile. I garrocci della randa sono in plastica, ma i due di penna e quello sopra la bugna di scotta, destinati agli sforzi maggiori, dovrebbero essere in metallo. Chiedete che alle bugne venga apposta almeno una meglio due, fettucce di rinforzo. A volte, per risparmiare lavoro, la tela di rinforzo, invece che cucita, viene incollata. Non va bene. La colla dopo qualche tempo cederà e i rinforzi si staccheranno. Le vele ben fatte poi hanno una quantità di protezioni, in genere di pelle, nei punti d’usura e di sfregamento: tavoletta della randa, anelli dei garrocci di randa e dei fiocchi, bugne etc. E’ importate che questi rinforzi siano fatti molto bene, a mano, con pelle di prima qualità e da personale qualificato. E siccome sono lavori che costano perché richiedono tempo e perizia, il velaio tenderà, se non pressato, a fare il minimo indispensabile.

Un punto molto delicato sono le cuciture per le tasche portastecca della randa. Quando la vela sbatte forte (mentre la si issa, o la si ammaina, in virata, o durante le prese di terzarolo) le tasche delle stecche sono sottoposte a sforzi inauditi. E’ necessario quindi che le tasche siano realizzate in tessuto veramente robusto, e che le cuciture con cui sono attaccate alla vela siano rinforzate più volte, con filo grosso. Bisogna che la tasca sia poi cucita e rinforzata a mano nel suo bordo esterno, che è destinato a sopportare gli sforzi maggiori.

Un discorso a parte meritano le rande steccate. Nonostante l’apparenza, il lavoro per fare una randa interamente steccata, non è maggiore di quello per una randa tradizionale. E il maggior costo è dovuto solo alla maggior lunghezza delle stecche e delle tasche. Se la randa steccata è ben fatta, in compenso, dura di più e lavora meglio. I fiocchi dovrebbero avere sempre un rinforzo applicato su entrambi i lati nel punto in cui, cazzati a ferro, toccano la crocetta. Nel caso tocchino anche lo strallo dovranno avere un rinforzo longitudinale in corrispondenza. Dovranno avere poi un meolo, ovvero un cavetto che passi all’interno della guaina lungo tutto il bordo d’uscita. Cazzando il meolo si chiude leggermente il bordo della vela e si evita che vibri nel vento e che alla fine si sfibri finendo per lacerarsi. Anche sul lato lungo della randa dovrà esserci un meolo che dovrà emergere all’esterno ed essere accessibile in corrispondenza di tutte le mani di terzarolo.

Nella definizione di tutti questi dettagli è importante intendersi con il velaio. Per fortuna quella di fare le vele è ancora un’attività parzialmente artigianale, e i velai, che quasi sempre sono, o sono stati velisti, in genere sono ben disposti. Certo, una vela standard potrà costare un poco di meno. Finiture più robuste e più accurate, rinforzi più ampi e così via, potranno forse aumentare leggermente il costo, ma non più del 5 o 10%. In compenso, la faranno durare più a lungo ed elimineranno in anticipo il sorgere di problemi e grattacapi.

Taglio. Le vele non sono semplici fazzoletti di tela. Sono tagliate e cucite con arte sapiente in modo da: “fare la pancia”. Ovvero, viste in tre dimensioni, non sono superfici piane, ma hanno una concavità leggera. Questa concavità è una caratteristica importantissima, che serve a creare portanza, una specie di risucchio aerodinamico e che è fondamentale per il rendimento della vela soprattutto nelle andature di bolina e traverso. Un tempo era la sensibilità e l’esperienza del velaio a determinare come e quanta “pancia” dare ad ogni vela, ed erano il suo occhio e la sua mano ad ottenerla, tagliando i ferzi e cucendoli con le astuzie opportune. Oggi, per il taglio, quasi tutti i velai si affidano al computer. Ma per decidere quanta convessità dare alla vela è di nuovo fondamentale il colloquio tra velaio e velista.

In linea di principio più è leggero il vento e più panciuta dovrà essere la vela. Le vele grandi da vento leggero quindi dovranno essere più panciute di quelle piccole da tempo cattivo. In base allo stesso principio, la randa, quando viene usata intera, sarà più convessa di quando avrà una mano di terzaroli, e la seconda o addirittura la terza mano vedranno ridursi la concavità fino ad avere una vela praticamente piatta.

A seconda di quante vele ha la barca, e dell’utilizzo previsto, si deciderà con il velaio la forma più opportuna.

Durata e manutenzione Vediamo ora quello che si può fare per allungare la vita delle vele: in teoria, una vela utilizzata correttamente, potrebbe navigare per moltissimi anni e per centinaia di migliaia di miglia senza deteriorarsi. In effetti, non è il vento a danneggiare le vele, almeno finche si tratta di vento tranquillo, in altre parole di flusso d’aria laminare che avvolge la tela e se ne va.

A consumarla, ad indebolirla, e a farla invecchiare sono altri fenomeni: i raggi ultravioletti, sfregamenti e vibrazioni.

I raggi ultravioletti che arrivano dal sole danneggiano il tessuto, alterandone progressivamente le caratteristiche e rendendolo fragile. Per proteggere le vele dal sole basta metterle nei sacchi appena si arriva in porto. Il tessuto dei sacchi e del copriranda, anche se sottile, è sufficiente ad assorbire il 100% dei raggi ultravioletti e ad annullare il problema. Naturalmente, in navigazione non si può far nulla, ma per tutti noi le ore di navigazione sono molto meno delle ore di sosta in porto o all’ancora.

Gli sfregamenti contro oggetti metallici (come sartie, balconi, crocette, draglie etc.) abradono il tessuto e lo indeboliscono. Una vela nuova, che sfrega malamente contro una crocetta durante un’intera notte di navigazione, al mattino sarà quasi bucata. Per questo bisogna porre un’attenzione certosina ed evitare gli sfregamenti, ed è vitale applicare le opportune protezioni a tutti i punti possibili di sfregamento. Navigando di notte, ogni tanto, ricordatevi di illuminare le vele con una torcia, per verificare che tutto sia a posto. Questa semplice precauzione potrebbe permettervi di bloccare sul nascere un danno da sfregamento. Anche lo sbattere forte nel vento, a lungo andare, danneggia il tessuto. Quando la vela è sventata e sbatte, come durante una virata ad esempio, la tela viene sottoposta a uno sforzo molto più alto di quello per il quale è stata costruita. Per ridurre i danni non resta che ridurre il tempo necessario per issare e ammainare i fiocchi, ed effettuare rapidamente le manovre di presa dei terzaroli le virate e le strambate.

L’acqua di mare in se è innocua, e le vele possono fare bagni a volontà. Il sale però è dannoso: dopo tanti bagni in mare, asciugandosi, la tela sarà intrisa di microcristalli di sale dai bordi taglienti che alla fine eserciteranno un’azione abrasiva sul tessuto, e sulle cuciture. E’ bene quindi sciacquare ogni tanto le vele con tanta acqua dolce che potrebbe essere quella di un bel temporale di fine estate, oppure, in mancanza, quella della manichetta di banchina. Umidità e muffe, per quanto non danneggino troppo il Dacron, sono dannose per i rinforzi di pelle e per l’estetica delle vele. Per evitarle bisogna evitare di riporre le vele nei sacchi se sono ancora umide.

Ringraziamenti: gli autori ringraziano Marco Pomi della veleria Hood di Zibido S.Giacomo per i dati e le stimolanti conversazioni.

Box: disastro, la randa è squarciata.

E’ l’alba. Alla fine di una notte spesa a navigare contro vento, contro onda e controcorrente, nell’aliseo di Sud Est, a sud del Mare della Cina. Alzo gli occhi al cielo. E’ uno spettacolo meraviglioso di solito quello di una vela bianca, piena di vento, stagliata contro l’immensità del cielo. Ma c’è qualcosa di raccapricciante stavolta nell’aspetto della vela. Uno squarcio enorme, lungo, che la attraversa da parte a parte. Oltre lo squarcio, tra i lembi di tessuto che sbattono furiosamente, si vede l’azzurro del cielo.

“Lizzi, Lizzi….la randa è in pezzi!!”. Con l’impressione di una catastrofe ammainiamo la randa, recuperandola a grandi manate. La barca si rialza; si raddrizza; si ferma. Mezzo sepolti nella tela della vela ammainata, con in mano i suoi lembi aperti, ci guardiamo sconsolati. “Il velaio più vicino?” penso, “In Tailandia, forse, a 2000 miglia da qui”. “O forse a Hong Kong, ancora più lontano”.

“E se provassimo a ricucirla?” azzarda Lizzi. Ci guardiamo negli occhi, dubbiosi. E’ una cucitura tripla. Lunga più di tre metri.

Alla fine decidiamo di tentare, seduti in pozzetto, uno da una parte e uno dall’altra dello squarcio enorme, con aghi e filo incerato, cominciamo a ricostruire e a ricucire i lembi della tela. La Barca Pulita rolla e beccheggia, e deriva verso Nord Est, piano piano, in un mare vuoto e senza tempo.

Trenta ore dopo la cucitura è terminata, la vela risale e riprendiamo a navigare. Ma una randa non dovrebbe mai rompersi così!