Gen 012000
 
Kaprus - Teluk Irian

Kaprus – Teluk Irian

“Se entrate nella baia, se andate giù verso Nabire, troverete ancora gli uomini con gli anelli al naso”. Ce lo avevano detto a Manukwari, l’ultimo paesotto che abbiamo visitato prima di inoltrarci in questa grossa baia che è un po’ il cuore dell’Irian Papua.

Gente con l’anello al naso non ne abbiamo trovata, ma gli abitanti di Kaprus, il villaggio presso cui siamo ancorati da quattro giorni quanto di più genuino fonora ci sia capitato di incontrare. Le capanne a palafitta su cui vivono a gruppi di due o tre famiglie sono costruzioni in bilico tra la terra e il mare. Quando è bassa marea sotto la capanna c’è spiaggia, quando è alta marea c’è il mare. Anche la loro vita è in bilico tra la terra e il mare che forniscono alla pari tutto qel che serve: pesce abbondante come raramente ci è capitato di vedere, le tartarughe, le tridacne, enormi, con il mollusco che pesa alcuni chili. Dalla terra arrivano le patate dolci, i cocchi, la carne sotto forma di maiali selvatici e  cervi  che loro catturano con arco e frecce.  Ci sono poi i tronchi per farsi le canoe, i rami per i bilanceri, gli uccelli selvatici che i bambini catturano con le trappole, i legni speciali per fare gli archi, i bambu per le frecce e le fiocine.

A Kaprus non c’è neppure un negozio. Nessuno che vende e nessuno che compera. Tutto quel che serve arriva dalla terra e dal mare.

E dalla terra arriva anche la radice velenosa che qui tutti, uomini, donne e bambini tengono sempre in canoa a portata di mano.

“Obat mancin ikan.” La medicina per pescare i pesci, l’avevano definita per farmi capire.

“Di mana?” ” Da dove arriva?”

Dalla montagna, mi hanno risposto. Allora ho chiesto di vederla. E’ lontana? No, vicina, qua dietro. E ci siamo incamminati. Appena fuori dal villaggio la stradina si trasforma in un sentiero, poi in un solco appena segnato nell’erba, con continue pozze di fango e di acqua paludosa da attraversare, e poi in un più nulla che però loro seguono facilemte.

“E’ ancora lontana chiedo?” No, vicina, vicina.

Kaprus - Teluk Irian

Kaprus – Teluk Irian

Dopo venti minuti di cammino tra erba alta e cespugli gocciolanti di umidità, quando cominciano ad arrampicarsi su una collina spellacchiata e viscida Lizzi si ferma. Io non voglio fare la figura del bianco rammollito e continuo, facendo finta di niente. Il cammino sale. Il fondo è viscido. Gli arbusti a cui mi aggrappo per non cadere una volta su due si rompono. Dopo un paio di volte che perdo l’equilibrio col rischio di rotolare giù per la collina provo a togliere le scarpe e a continuare a piedi nudi, come fanno loro. E’ molto più facile. Il piede nudo scivola meno, e soprattutto ha la percezione della natura più o meno solida del terreno. Con le scarpe in una mano, la telecamera nell’altra, la camicia con le maniche abbassate per paura delle zanzare e della malaria, con i pantaloni lunghi e tutto quantomintriso di sudore, ma a piedi nudi, cercando di non pensare alla centinaia di vermi e di parassiti  che si possono prendere attraverso le piante dei piedi, arrivo finalmente al cespuglio del carbore. E’ una pianticella insignificante, una specie di erbaccia che corre parallela al terreno. La parte che si usa è la radice e loro scavano il terreno morbido per seguirne il percorso che è sorprendentemente lungo. Ne liberano una, lunga forse un metro, e mi fanno vedere che se la si torce ne esce una specie di liquido lattiginoso biancastro.

“E’ questa che uccide i pesci?”

“Si.”

“E se la mangia un uomo?”

“Mati, mati”, mi rispondono in coro. Morto. Morto.

Chi sa, forse è con questa cosa che un tempo avvelenavano la punta delle frecce. A vederli così, timidi e sempre sorridenti, è difficile immaginare che 50 anni or sono fossero le tribù più bellicose della terra, sempre in guerra tra di loro, che quando arrivavano di sorpresa ad attaccare un villaggio uccidevano tutti i maschi adulti, i vecchi e le vecchie. Catturavano donne e bambini e si portavano via gli uomini morti, in spalla, fino al proprio villaggio. Quello che non veniva consumato subito veniva fatto seccare al sole per essere mangiato più tardi, proprio come fanno oggi con il pesce.

Ci siamo rimessi in camino verso il villaggio e tornando abbiamo incontrato un cacciatore. Accompagnato da due cani. Armato di un fucile fatto in casa. Calcio di legno grezzo. Canne fatte con i tubi dell’acqua. Il meccanismo non so. I cani sono sceletrici e malfermi sulle gambe come quelli che si incontrano in tutto il villaggio, ma evidentemente sono capaci di cacciare perchè il cacciatore porta il cadavere di un uccello e un cus cus, un marsupiale che assomiglia incredibilmente ad un topo (ha lo stesso muso) solo che è molto più lungo. Anche il cacciatore ha un sorriso mansueto e il solito grumo rossastro di betel che gli sporge dalla bocca.

Ritrovo Lizzi. Recuperiamo il gommone. Ritorniamo nei pressi della barca che è ancorata in una nicchia a 1000 metri dal villaggio. Uff, finalmente. Posso togliermi la camicia, i pantaloni lunghi, ed entrare in acqua. La giornata è finita. L’acqua si porta via il calore che ho accumulato. E’ incredibilmente limpida per essere in una baia chiusa tra la montagna e l’isola. E’ pieno di pesci e mentre resto a mollo con la testa semifuori li vedo saltare tutto intorno. Domani andremo a pescare con due del villaggio che ci mostreranno come si usa la radice tossica. Speriamo di portare a casa delle belle immagini.