Gen 012002
 
Un rito antico - Kava

Un rito antico – Kava

Il ragazzo mastica da molti minuti. La poltiglia scura che gira nella sua bocca appare e scompare tra i denti che per contrasto sembrano bianchissimi.  Lui mastica, altri, scelgono le radici e le ripuliscono dal terriccio con rapidi colpi del macete, altri ancora sputacchiano e fanno cupi versi con la gola, mentre i vecchi non fanno nulla e si occupano tutt’al più di mantenere vivo il fuoco al centro del nakamal. Vedo tutto questo attraverso l’oculare della mia telecamera, mentre filmo da media distanza, con aria indifferente, muovendo spesso la camera senza mai indugiare troppo a lungo su una singola persona. Cerco così di apparire indifferente, di filmare come per caso, senza troppa convinzione. In realtà tengo moltissimo a queste immagini. Questo che sto filmando è un rito incredibile, antico, che un tempo era diffuso in tutto il Pacifico occidentale e che ora sopravvive solo qui, sull’isola di Tanna, la più remota delle Vanuatu meridionali.

E’ il tramonto e siamo nel nakamal, lo spiazzo sacro che sorge all’esterno di ogni villaggio. Da una parte dello spiazzo c’è un enorme baniano frondoso dai mille tronchi, più in là una capannuccia e tutto intorno la giungla fitta. Il nakamal è un luogo tabù. Le donne non possono venirci, e non possono neppure guardarlo da lontano e anche gli stranieri non potrebbero metterci piede, e tanto meno fotografare. Per me è stata fatta un’eccezione. Dopo due mesi che siamo ospiti più o meno fissi del villaggio, dopo che per settimane abbiamo filmato la vita delle famiglie, dopo che abbiamo girato insieme metà dei sentieri dell’isola e dopo che Lizzi ha curato metà dei bambini del villaggio dalle piaghe purulente provocate dal ring worm, quando ieri mi sono presentato a Willy con due fasci di kava e gli ho detto

“Tra poco partiamo, ho comperato la kava per berla assieme prima di partire”, non se la sono sentita di dirmi di no. Così eccomi qua, pronto a bere la kava, come se fossi anch’io uno della tribù.

La kava è un arbusto che cresce in tutte le isole del Pacifico. Un cespuglio basso dalle foglie grandi e carnose e con i rami nodosi. Nelle foglie e soprattutto nelle radici c’è una sostanza psicotropa che ha infiniti effetti medicinali. E’ analgesica, calmante, digestiva etante altre cose. Questo lo ha scoperto la scienza moderna da qualche decina di anni. Quel che le popolazioni del Pacifico invece hanno scoperto da molte centinaia di anni, è che se si masticano pazientemente le radici e si mette il bolo ottenuto in infusione con l’acqua, si ottiene una bevanda magica, che fa star bene chi la beve, che fa dimenticare i contrasti, le privazioni e persino la fame, e che accomuna tutti quelli che la bevono, assieme in un grande abbraccio pacificatore. Così la kava è diventata una bevanda rituale che si consuma cerimoniosamente in tutti i territori della parte occidentale dell’oceano. Alle Vanuatu l’uso della kava è forse ancora più diffuso che altrove e le cerimonie sono più intime e raccolte. Il consumo in genere è limitato agli uomini del villaggio che tutte le sere, prima del tramonto, si appartano nel nakamal a preparare la bevanda. Dato che quel che si utilizza sono le radici, prima di passare alla masticazione bisogna ripulirle dal terriccio grattandole a una a una con la lama del machete e rifinendo la pulizia con la fibra del cocco, usata a mò di spugna. La tradizione, per questa operazione, impone di non usare l’acqua così le radici non sono mai veramente pulite, ma non importa. Quando sono più o meno libere dal terriccio comincia la masticazione. Ci vogliono buoni denti per trasformare in bolo chili e chili di radici fibrose e, siccome i denti migliori appartengono agli adolescenti, che in teoria non potrebbero ancora bere la kava, la tradizione dice che i giovani, pur non essendo autorizzati a bere la cava, possono tuttavia essere ammessi nel nakamal a biascicare le radici per conto del padre, o dello zio, o di un cugino più grande. Quando tutto è stato finemente sminuzzato e la bocca è piena di bolo marroncino, si sputa su una foglia, si prendono nuove radici e si ricomincia. Nel nakamal ci sono vari gruppetti che corrispondono più o meno alle diverse famiglie, ma non necessariamente. Possono essere gruppi di amici, o di parenti in linea trasversale. All’interno di ogni gruppo il bolo di tutti viene raccolto su un’unica foglia e darà origine alla bevanda che tutti berranno. Io non so dire a che gruppo appartengo. Mi muovo a caso, tra un capannello e l’altro. Osservo quelli che grattano, quelli che puliscono, quelli che biascicano. Chissà quanti tabù infrango inconsapevolmente ogni volta che mi muovo, ma i miei ospiti mi guardano, chi più, chi meno, sorridendo. Vedo un ragazzo che nei giorni scorsi era venuto con la canoa a venderci del pesce. Ci era sembrato un po’ subnormale. Anche lui come tutti  mastica le radici e lo fa sbavando un po’ e perdendo di tanto in tanto pezzetti di bolo verdastro. Spero di non far parte del suo gruppo. Intanto arriva Stanley, uno dei figli del capo, e mi porge un pezzetto di radice molto ben pulito. Esito, solo un momento. Perchè no? Me lo caccio in bocca e comincio a masticare con aria indifferente, conscio che tutti quanti nel nakamal mi stanno tenendo d’occhio.

Un rito antico - Kava

Un rito antico – Kava

Il sapore è terribile. Non è un sapore, è un fendente alle mucose, che si contraggono e si raggrinzano sotto l’aggressione della sostanza concentrata che fuoriesce dalla radice. Boccheggio, ma non posso sputare. Continuo a masticare, solo un po’ più velocemente, ricordandomi che non devo deglutire (è uno dei tabù più importanti) e appena mi sembra che la poltiglia sia minuta a sufficienza da dimostrare la mia buona volontà, ecco, sputo sulla foglia che mi mettono davanti. Un altro pezzo? Stanley me lo porge con un sorriso bonario e sornione. No grazie, basta, e ricomincio a guardarmi in giro.

Negli altri gruppi qualcuno ha già cominciato a filtrare. Il bolo viene alloggiato nel filtro naturale formato dal tegumento a fibre incrociate dell’infruttescenza della palma, si versa sopra dell’acqua, si strizza e il contenuto scola in una mezza noce di cocco. Quando è piena si beve. Il primo a bere è un anziano. Raccoglie la sua ciotola, si porta lontano dagli altri fino al margine del nakamal e beve lentamente, dando le spalle al gruppo e guardando fisso la foresta, ma tutto d’un fiato.

Nel frattempo un’altra ciotola è riempita, e un’altro si avvia, poi una terza e così via. Mi accorgo che nessuno parla più. La luce è diminuita. La foresta sembra avvolta da una nebbiolina bluastra. Gli unici suoni sono i monconi di frasi che ognuno emette parlando verso il bosco quando ha vuotato la propria ciotola.

“Cosa dicono” chiedo a Willy sottovoce.

“Parlano con gli spiriti” risponde, guardandosi le punte dei piedi.

“E cosa dicono?”

“Chiedono le cose che vogliono. Anche tu, se vuoi puoi chiedere” e intanto mi porge una ciotola piena fino all’orlo. Metto giù la telecamera che fino a quel momento avevo continuato ad azionare. Prendo la ciotola piena fino all’orlo di un liquido chiaro e lattiginoso e mi avvio. Mi ritrovo a fissare gli alberi centenari che mi avvolgono mentre lentamente appoggio le labbra al bordo umido e ineguale della ciotola, poi ingollo, come ho visto fare a loro senza smettere mai, finchè non è vuota. Il sapore, stavolta, è meno cattivo del previsto. Amarognolo, forse acido, con un lontano sapore di liquirizia e una consistenza un po’ terrosa. Vorrei parlare anch’io con gli spiriti, ma non li vedo. Torno nel gruppo e mi metto seduto senza più filmare. Il nakamal è immerso nel silenzio. I gesti degli uomini sono come ovattati, senza più rumori.  La gente va e viene con le ciotole piene e le ciotole vuote, il fumo del fuoco sale azzurro verso il cielo viola e la foresta attorno a noi è sempre più alta e cupa. Le uniche parole che si sentono distintamente sono le strane frasi che tutti lanciano ai propri spiriti. Sento intanto che la bevanda comincia a fare effetto e provo un vago ma evidente intorbidirsi dei sensi. Arriva uno che non conosco, da un altro gruppo, e mi porge la sua ciotola piena. Vedo Willy che scuote la testa, ma ormai ho afferrato la ciotola. Mi alzo, raggiungo il bordo e bevo, senza più fatica.

Torno al centro e mi siedo su di un tronco. Stavolta Willy, il capo, Stanley, mi sono tutti intorno. Adesso devi mangiare, mi dicono. Hanno portato del cibo apposta per me. Capisco che sono un po’ preoccupati e che si stanno prendendo cura di me. Mi trovo davanti degli involti con banane fritte, pezzetti di laplap, verdure annegate nel latte bianco del cocco. Mangio lentamente, con la testa un po’ confusa. Tutto mi sembra buonissimo, e il mio stomaco è felice di diluire quella cosa troppo antica con cui l’ho riempito. Dopo qualche minuto, parlando sottovoce, come fanno tutti, mi congedo.

“Ciao Willy, ciao Stanley, grazie”

“Ciao Carlo, thank to you”

Cerco nell’ombra la traccia del sentiero che porta fin su nel villaggio dove ardono i fuochi delle capanne e poi giù fino alla spiaggia, fino al dinghy e alla barca. Le mie gambe procedono a fatica. La mente è lucida ma c’è qualche cosa di inceppato nel meccanismo di comando e devo concentrarmi per camminare in linea retta. Quando arrivo a bordo faccio fatica a parlare.

“Com’è è andata?” chiede Lizzi? le luci del quadrato mi sembrano violentissime

“Bene, bello, belle immagini, ma adesso non posso parlare”.

Per 10 ore sono rimasto in cuccetta immobile.