Navigare senza permessi

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Gen 011997
 

Navigare all’estero, soprattutto nel terzo mondo, vuol dire essere ospiti. E il primo dovere dell’ospite è quello di rispettare le leggi del paese ospitante. Ma qualche volta capita di non poterlo fare.

Il grande atollo di Ganne compare all’improvviso. Non che non me lo aspettassi. Sapevo che sarebbe apparso, perché è da una settimana che abbiamo cambiato rotta puntando leggermente più a Sud, proprio per arrivare qui. Ma vedere la terra è sempre un’emozione. Siamo in viaggio da 15 giorni. Non abbiamo incontrato nessuno in questa navigazione strana lungo la linea dell’equatore sul filo del cambio di vento e di corrente, tra aliseo dell’emisfero Sud e il monsone dell’emisfero Nord. Non abbiamo avuto neppure contatti radio, eccetto un saluto fuggevole di uno strano convoglio che trasportava una specie di pozzo petrolifero. Siamo stanchi. Lungo la strada siamo stati disturbati dall’onda lunga proveniente dall’emisfero sud. La Barca Pulita è malridotta. Le vele necessitano rammendi, il timone a vento ha preso gioco. Le onde intorno alla barca sono enormi e la terra lontana sembra un miraggio di pace e di calma irraggiungibili. Ci avviciniamo. Dentro l’atollo, al di la della cintura di sabbia, si intravede l’acqua azzurra della laguna, calmissima e invitante. “Proviamo a entrare?” Un’interruzione netta nell’anello di corallo segna la posizione del passaggio che immette in laguna. E’ li, davanti alla nostra prua, accattivante. “E se ci trattano male?” Chissà cosa ci sarà in questi atolli per vietare a tutti di venirci.

Per Navigare alle Maldive infatti ci vuole un permesso. Si deve andare alla Capitale Male e chiedere l’autorizzazione a navigare. Il permesso di solito viene rilasciato, ma solo per gli atolli di Male Nord e Male Sud, che costituiscono meno del 10% dell’arcipelago. IL resto delle Maldive, composto da più di mille isole coralline, resta off limits. Noi, arriviamo dalle Seycelle, dopo aver attraversato mezzo oceano e Ganne è l’atollo più meridionale, uno di quelli proibiti: “Possiamo sempre spiegare che la barca ha bisogno di riparazioni….” Alla fine decidiamo di entrare. Le onde enormi che arrivano da Sud ci accompagnano fino alla fine. Ai lati dell’entrata si infrangono sul corallo con tonfi spruzzi e vapore. Nel passaggio invece si addolciscono. Superiamo la passe come se fosse il cancello di un giardino e le onde si fermano fuori come un corteo di estranei. La laguna si apre davanti ai nostri occhi. Enorme. Calmissima. L’acqua azzurra riflette il cielo blu. Sembra di essere in una sfera azzurrata. Aggiriamo un promontorio e sembra di essere in un lago: acqua calma, colori pastello. Però non ci sono le montagne. Neanche i paesi. E non si scorge traccia di uomini. Riprendiamo a navigare risalendo il perimetro interno dell’atollo. Il vento, da Sud Est, è al gran lasco. Riduciamo la maestra per rallentare ed aver tempo di manovrare, in caso di ostacoli improvvisi. La prua della Barca Pulita avanza con un ronfo sornione segnando la superficie calma della laguna con due onde morbide che si allargano a poppa e vanno a perdersi lontano. E le nostre increspature sono l’unico segno di vita in un mondo immobile. “Ma se non c’è nessuno, allora perché è vietato venirci?” Scruto l’acqua, ma il fondo non si vede. La carta segna fondali da 40, 50, 60 metri. Sono preoccupato. Il sole scende, non abbiamo incontrato anima viva, e non sappiamo dove ancorare. Due volte ci siamo avvicinati al bordo interno dell’atollo, e due volte abbiamo dovuto arretrare di fronte a un muro di corallo che saliva di colpo da 40 metri fino a zero. Guardo il sole cercando di indovinare dalla sua altezza quanto tempo ci resti prima del tramonto. Un’ora, forse qualche minuto in più.

“Se non troviamo un ancoraggio prima del tramonto saremo nei guai”.

Passano i minuti. Lo scenario non cambia, ma la laguna si riempie di teste di corallo. Massi isolati, che affiorano dall’acqua senza preavviso. I più pericolosi sono quelli che non affiorano per nulla e si fermano pochi centimetri sotto la superficie. Con la luce degradante del tramonto si vedono male. Lizzi è sull’albero per avvistarli. Io, al timone, faccio lo slalom. Ammainiamo del tutto le rande e teniamo solo il fiocco. Nei punti critici ci aiutiamo col motore. Arriva il tramonto. Niente. Non resta che ancorare dove capita, anche se l’ecoscandaglio segna 45 metri. Recupero l’ancora di rispetto in fondo ad un gavone. Lizzi estrae quaranta metri di catena dalla sentina. Poi due rotoli di cima. Attacchiamo l’ancora alla catena, la catena alla prima cima, la prima cima alla seconda e il terminale libero della cima a una bitta, per evitare di perdere tutto in mare. In mezz’ora è tutto pronto. Tutto insieme l’ancoraggio è lungo più di 130 metri e dovrebbe bastare. L’ancora scompare nel blu. La catena la segue traballando sul barbottino. Il cavo si tende. Siamo fermi in un angolo di pace, mentre il sole scompare tra due nuvole a cavolfiore. E con l’ultima luce arriva la prima barca e il primo contatto col mondo dei maldiviani. Sono pescatori. Vengono da un’isola vicina. Non c’è modo di capirsi a parole, ma a gesti si. Ci basta mostrare le vele. E il timone a vento. Capiscono. Larghi sorrisi. E ci scaricano a bordo un tonno appena pescato. E’ il loro modo di dire benvenuti, di non preoccuparsi troppo delle regole, che in mare non valgono sempre.