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Isola del Coco, Pacifico Orientale. Il sole si è appena risvegliato e accende di arancio le foreste di una terra disabitata. Ci prepariamo per scendere a fotografare l’isola, quando a pochi metri da noi si presenta un balletto inconsueto: due mante, larghe più di tre metri, danzano intorno alla chiglia della barca. Le loro evoluzioni, lente e cadenzate, non si interrompono neppure quando entriamo in acqua, ci avviciniamo e riusciamo a toccarle.

Isola di Santa Fè, Galapagos. E’ notte, ma una cucciolata di foche non vuol proprio saperne di chiudere occhio. E’ l’eccitazione per aver scoperto un giocattolo nuovo: il gommone della nostra barca. Un cucciolo, chissà come, riesce ad entrarci. Inutili i tentativi, peraltro blandi, di rientrare in possesso del tender. C’è un maschio adulto che nuota tutto attorno e sbuffa con aria minacciosa ogni volta che ci avviciniamo.

Oceano Indiano, al largo di Sumatra. C’è pochissimo vento e navighiamo in un oceano così calmo da sembrare uno specchio. A metà di una giornata qualunque avvistiamo un branco di balene immobili. Ci avviciniamo cautamente, a vela, in silenzio e forse proprio per questo, i bestioni non si spaventano. Sono più lunghi della nostra barca, ma si lasciano avvicinare e solo quando siamo a pochi metri la balena si scuote, la coda enorme si libra in alto e oscilla nell’aria, mentre il corpo si immerge e scompare. Ci accostiamo a un’altra e il gioco si ripete, una, due, dieci volte, con le balene che ogni volta ricompaiono un po’ più in la, di nuovo immobili, pronte a ricominciare, mentre noi fotografiamo e filmiamo a ripetizione. Finchè una manovra sbagliata ci porta troppo vicino e sfioriamo il dorso gibboso di un bestione. Ma la balena, in qualche modo, capisce, e invece che alzare la coda resta orizzontale, e si immerge rapidamente, in modo da non urtarci. Ricompare quasi subito, pronta a ricominciare, ma noi siamo spaventati e ci allontaniamo con il cuore che batte forte.

Queste sono solo alcune delle cose belle che ci sono capitate in quattordici anni di viaggio su tutti i mari del mondo. E accanto agli incontri con gli animali c’è la galassia degli uomini, ancora più curiosa e imprevedibile. In Melanesia, nelle isole fuori mano, bastava gettare l’ancora nei pressi di un villaggio perché da terra si staccassero le canoe a bilanciere, identiche a quelle usate due secoli fa, cariche di uomini seminudi dall’aria bellicosa. In realtà venivano a portare doni: collane di conchiglie, frutta, a volte persino porcellini da latte. Porgevano il benvenuto e l’invito a scendere a terra da parte del capo villaggio. Abbiamo trascorso giornate intere pescando e cacciando con gli indigeni, assistendo ai loro riti, discorrendo fuori dalle capanne, descrivendo la nostra isola lontana, (l’Italia) e ascoltando le loro leggende, i racconti dello sbarco dei primi uomini bianchi sulle isole. Poi l’immancabile pranzo di addio, la cerimonia con le danze e gli ultimi scambi di doni. Isola dopo isola, costa dopo costa, questo rito si è ripetuto puntualmente con i polinesiani, con gli arabi del Mar Rosso, gli indiani, gli africani, i malesi, i singalesi.

Sono passati 14 anni da quando la nostra barca, aggrappata alle sue vele bianche, ha cominciato a navigare attraverso gli oceani della Terra, passando e ripassando l’equatore, saltando da un emisfero all’altro, rincorrendo le stagioni, alla ricerca degli approdi più lontani, delle isole remote, dei luoghi dimenticati. A bordo siamo soltanto in due. In due a manovrare le vele, a condurre la barca di giorno e di notte, a cucinare, a combattere contro le onde e il vento, a cucire le vele strappate, a scrivere, a fotografare, a filmare. Ma come si diventa marinai, naturalisti, scrittori, di punto in bianco, partendo da una vita da impiegati? E dove si trova il coraggio di lasciare tutto e partire?

Quattordici anni fa la nostra era una vita qualunque, simile a quella di tanti altri: lavoravamo in un ufficio, indossavamo vestiti seri, la mattina facevamo colazione al bar con cappuccio e brioche e la sera uscivamo tardi dall’ufficio. Poi, nei week end, ci mettevamo in coda, insieme a tutti gli altri, verso il mare o la montagna, mentre aspettavamo, mese dopo mese, che arrivassero le ferie. Una vita normale, nè bella nè brutta, finchè, un giorno, qualcosa le ha cambiato il corso. E’ successo una sera di autunno davanti a un aperitivo, in una piazzetta avvolta dalla nebbia. Carlo possedeva già una piccola barca a vela, e sognava:

“Prima o poi sarebbe bello cambiare per un po’. Potremmo mollare gli ormeggi e partire, magari per il giro del mondo.”

“Potremmo farlo tra un paio di anni.”

Sarà stato il freddo, forse la nebbia, ma quando ci siamo alzati dal quel tavolino avevamo maturato la decisione di fare il giro del mondo in barca a vela. Una decisione nata così, d’impulso, senza pensarci troppo. Ma la mattina dopo appariva già impossibile l’impresa di lasciare il lavoro, la famiglia, gli amici, la società garantista nella quale eravamo abituati a vivere, per andare incontro a qualcosa di assolutamente al di fuori della nostra esperienza. Eppure, due anni e sei mesi più tardi mollavamo gli ormeggi e partivamo in direzione dell’orizzonte, con l’idea di navigare un paio di anni, di girare attorno al mondo e poi tornare a fare quello che facevamo prima.

E’ stato un viaggio straordinario che ci ha portato a vedere e incontrare realtà che nemmeno sapevamo esistere, attraverso tre oceani e un incredibile caleidoscopio di genti e di razze, di presente e di passato. Dopo tre anni siamo rientrati in Italia senza più casa, senza lavoro, ma carichi di ricordi e di emozioni. L’oceano Indiano, il Mar Rosso, la Polinesia, le isole sperdute dove l’unico contatto con il mondo è una nave che passa una volta l’anno e dove la gente non conosce l’acqua corrente, la radio, il denaro, i vestiti. Le tribù di beduini che vagano per il deserto cercando pascoli per i cammelli e carovane di mercanti con i quali commerciare. Isole e isole dove la gente ignora il rumore della civiltà, si pesca, si coltiva l’orto, si raccolgono i cocchi e il ritmo della vita scorre lentamente lungo i binari delle tradizioni. Gente povera al di là di ogni immaginazione, che si alza ogni giorno con il sorriso sulle labbra ed ogni sera si corica con la rassegnazione che forse il domani non ci sarà. C’erano state lunghe navigazioni con il sole che nasceva ogni giorno dal mare nello stesso punto, con la luna che cresceva, decresceva, scompariva e poi tornava ancora a crescere. C’erano state le tempeste, con noi due a lottare nel vento, fra le onde e le calme incantate, in mezzo al mare e le lunghe spiagge da cartolina.

Noi raccontavamo e gli amici stavano a sentire, con gli occhi spalancati. “Dovreste scriverlo”, aveva detto qualcuno. “Si, dovreste proprio fare un libro”. Scrivere un libro? Ma come si fa? Ci sembrava un’impresa al di là delle nostre possibilità. Ma alla fine, perché no? abbiamo pensato. E così mentre rispondevamo alle ricerche di personale sulle pagine dei quotidiani, abbiamo cominciato a scrivere, correggere, tagliare, aggiungere. Era inverno, e dalla finestra si vedeva il grigio di Milano, ma noi raccontavamo di sole e di tempeste, di mare e di terre lontane e dopo sei mesi, non avevamo ancora trovato (o voluto trovare) un lavoro che ci andasse bene, il libro era pronto, con la copertina lucente e i nostri nomi scritti sopra. Dentro c’erano stampate le parole che avevamo pensato e ripensato, le frasi che avevamo corretto centinaia di volte prima di trovare il tono giusto e quei 22 capitoli contenevano le cose più belle, gli episodi più intensi, le paure, le ansie, gli incontri di quello che forse era stato il periodo più bello della nostra vita.

Il libro uscì e le vendite furono più alte di quanto nessuno, compreso noi, si fosse aspettato. Noi venivamo invitati a tenere conferenze, proiettavamo diapositive, raccontavamo la nostra storia, qualche giornale ci intervistava, insomma, eravamo lanciati.

“Potremmo ripartire e scrivere subito un altro libro.” fantasticavo. “Certo potrebbe diventare il nostro lavoro!” Fare gli scrittori e continuare a girare il mondo con la nostra barca! Era un sogno! Era troppo bello per essere vero!

Infatti non era vero e ben presto scoprimmo una triste verità: con i diritti d’autore di un libro si guadagna pochissimo. “Allora potremmo imparare a fare i documentari!” “Ma se non sappiamo neppure da che parte si comincia!” “Beh, se non funziona, potremo sempre tornare indietro.”

Era di nuovo un sogno e di lì a un anno ci fu la nuova partenza, armati di telecamere e macchine fotografiche, di bombole e di scafandri. Avevamo impiegato tutti i nostri risparmi per le attrezzature e per armare la barca nuova e ci eravamo concessi tre anni di tempo per vedere se avrebbe funzionato.

Da quel momento il mondo ha cominciato di nuovo a scorrere sotto la chiglia della nostra barca, avvolgendoci con scenari forti, meravigliosi e mutevoli. Ci sono stati gli atolli delle Chagos, persi in mezzo all’oceano Indiano, bellissimi e completamente disabitati; la città morta di Suakin, abbandonata dagli abitanti e rimasta ad affacciarsi solitaria sul Mar Rosso, ci sono stati i pescatori di squali dello Yemen, i pirati al largo dello Sry Lanka, i pescatori di meduse giganti in Tailandia, i varani di Komodo, la rivoluzione a Timor, gli ultimi aborigeni nelle isole australiane. Ci sono stati i primi filmati brevi e ingenui, andati in ondain TV, il nostro secondo libro, i primi documentari, i primi filmati venduti fuori dall’Italia.

Certo, non sono tutte rose e fiori e nella vita che ci siamo scelti c’è anche tanta fatica, qualche volta paura, qualche volta incertezza. Ci è capitato, al largo dello Sry Lanka, di essere accerchiati da una flottiglia di pescatori ubriachi. Erano tanti, erano aggressivi, volevano salire a bordo e ce la siamo cavata solo con uno stratagemma e grazie al mare grosso che ha messo in difficoltà i nostri assalitori. Un’altra volta, nel mare della Colombia, in acque infestate da narcotrafficanti, ci siamo spaventati a morte quando di notte siamo stati inseguiti da una nave misteriosa. E sempre di notte, in Mozambico, mentre eravamo all’ancora, qualcuno è salito a bordo e ci ha rubato il gommone e il motore fuoribordo, per fortuna non lo abbiamo sentito. Poi ci sono state le tempeste, tante, che ci hanno visto resistere per giorni e giorni contro il mare infuriato fino a giurare di essere allo stremo, per poi scoprire di avere le riserve per resistere ancora e ancora, fin quando serviva. Ma per ogni giorno di tempo cattivo ce ne sono decine di tempo buono, con il sole caldo e il mare pieno di colori meravigliosi, per ogni incontro difficile, ce ne sono cento facili, con gente calorosa e accogliente che magari è poverissima ma che offre il poco che ha con il sorriso sulle labbra.

E alla fine, se facciamo un bilancio, ne vale certamente la pena.

Vele di pandano, arpioni di bambù

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Sono più di sei anni che vagabondiamo per l’Oceano Indiano, e in questo mare enorme, abbiamo visto tante cose. Siamo sbarcati su isole abitate da milioni di uccelli, abbiamo costeggiato le infinite spiagge incontaminate delle Chagos, abbiamo vissuto con i cacciatori di squali del Mar Rosso, abbiamo filmato le tartarughe di Aldabra, i mangiatori di meduse del canale di Malacca, le vele tradizionali degli zingari del mare, e così via.

Ma quella che abbiamo trovato qui, nel mare della Cina Meridionale, in questo lontano villaggio dell’Indonesia orientale, è davvero una realtà eccezionale. Qui i pescatori vanno ancora a caccia di balene con barche di legno e vele di flio di palma. .

Nel venire a cercare il villaggio ci siamo basati su poche e vaghe notizie raccolte nel corso degli anni. Sapevamo che anni fa, ai tempi della moratoria mondiale sulla caccia alla balena, si era deciso di fare eccezione per questa gente, in considerazione del fatto che qui i cetacei venivano cacciati solo per nutrire la gente poverissima del villaggio, che si trattava di una attività tradizionale e antichissima, e che comunque la quantità di balene pescate era piccola.

Siamo venuti con qualche dubbio, veleggiando faticosamente tra isole avvolte dalle correnti e tormentate da venti capricciosi. Più di una volta ci siamo chiesti se valesse la pena di fare così tanta fatica per arrivare in un luogo di cui non sapevamo nemmeno l’esatta ubicazione. E c’era stato anche chi ci aveva detto che ormai questa pesca non si praticava più da anni, e che le barche a vela de Lamalera erano ormai state abbandonate. Alla fine comunque siamo venuti, e quello che abbiamo trovato è andato al di la di ogni aspettativa.

Le barche di Lamalera sembrano oggetti di 1000 anni fa. Gli scafi sono costruiti senza chiodi e senza viti, solo di legno tenuto insieme con incastri e spine, a loro volta di legno. Le vele, bellissime, sono realizzate intrecciando le foglie delle palme. L’albero che sorregee la vela, l’antenna, il boma, il buttafuori e tutti i pali sono di bambù. Le corde sono di fibra di cocco, e persino gli arpioni con cui qui cacciano balene, delfini, mante e quanto altro il mare mette a disposizione, vengono forgiati a mano nelle capanne dietro la spiaggia.

La Barca Pulita da oltre due mesi è ferma di fronte al villaggio. Il fondo nel tratto di mare prospiciente la riva risale da profondità insondabili per diventare subito bassissimo e pericoloso. Per ancorare la barca abbiamo dovuto fermarci alla cappa, avvicinarci a riva con il tender e scendere sott’acqua con le bombole per fissare attorno ai coralli delle catene a cui fissare la barca. Ogni volta che il tempo peggiora dobbiamo mollare in acqua ancore e catene e spostarci al largo, per allontanarci dai pericoli in attesa che passi la tempesta. Ma qui abbiamo raccolto immagini eccezionali e la storia di un popolo di navigatori che persevera in una tradizione millenaria.

Lamalera è completamente isolata dal resto del mondo. Non ci sono strade, non c’è elettricità, non ci sono telefoni ed è fuori dalla copertura dei telefoni satellitari GSM. C’è anche poco da mangiare perché mentre nel villaggio tutti mangiano carne e grasso di balena, i nostri stomaci delicati rifiutano questo menu. Comunque resteremo a Lamalera tutto il tempo necessario per filmare questa gente e questa incredibile tradizione.

Lamalera si trova sull’isola di Lembata, una delle tante terre che formano l’arcipelago di Nusa Tengara Timur, ad est di Flores, in Indonesia. Per raggiungere il villaggio bisogna prima portarsi sulla estremità orientale di Flores, da qui prendere una barca per Lembata, e una volta sbarcati a Lembata, bisogna camminare per molte ore lungo i sentieri dell’Isola. Oppure, come abbiamo fatto noi, bisogna arrivarci con la propria barca, ma è difficile perché l’isola sorge con pareti a picco sul mare, non dispone di ancoraggi, ed è difficile sbarcare e difficilissimo ancorare la barca.

Le case del villaggio sono addossate attorno ad una spiaggetta di sabbia nera che costituisce l’unico approdo disponibile lungo la costa meridionale di Lembata, mentre tutto attorno la terra è battuta dalla risacca. Ogni mattina alle sei gli isolani mettono in mare quattro o cinque imbarcazioni lunghe una decina di metri e larghe due, ciascuna in grado di portare una decina di uomini. Per superare la linea della battigia lungo la quale si infrangono le onde sono necessarie una trentina di braccia e tutto il villaggio comprese le donne e i bambini partecipa alla messa in mare delle barche. Sono barche veramente strane. A vederle così, con le vele fatte di foglie intrecciate, con gli alberi fatti di bambù, con gli scafi di legno massiccio e i timoni che sono solo semplici pagaie adoperate da poppa, queste barche sembrano reperti usciti da un passato molto lontano. Ricordano la barca di Ulisse, o le barche dei vichinghi. Per la forma primitiva delle vele e dello scafo non sono in grado di stringere il vento e si spostano solo nelle andature di poppa o al traverso. Se le condizioni del mare si fanno difficili, o quando il vento diventa contrario gli equipaggi devono mettersi ai remi, tutti assieme, proprio come si faceva nelle galere romane. Eppure con questi legni primitivi i pescatori di Lamalera affrontano le tempeste dei monsoni del mare della Cina meridionale, e sempre con queste barche vanno a caccia degli animali più grandi della terra.

Appena usciti puntano verso il largo mantenendosi in formazione. Un uomo al timone, un altro alle scotte, e i rimanenti, a turno, di vedetta, a scrutare l’orizzonte per cercare un segno delle balene. Gli avvistamenti, naturalmente, sono rari, e nella maggior parte dei casi dopo aver passato la giornata a pattugliare un mare vuoto e silenzioso, rientrano la sera a mani vuote Ma dopo giorni e giorni di magra, a un certo punto si avvista la balena. Gli uomini afferrano i remi e pagaiano tutti insieme lanciandosi verso la grande bestia. Se la balena è sottovento ci si aiuta anche con la vela. Se è sopravvento si ammaina, e si procede solo coi remi. Ma il comportamento dei giganti del mare è imprevedibile. A volte, all’avvicinarsi degli uomini, le balene si immergono e scompaiono. A volte riappaiono a grande distanza, e l’inseguimento può continuare per ore, sotto il sole, con le barche che avanzano penosamente lente. A volte, inspiegabilmente, si fermano e si lasciano avvicinare.

Mentre la distanza si riduce un uomo si prepara sulla punta più estrema della barca, con un arpione di ferro applicato sul vertice di un lunghissimo bambù. La barca si avvicina mentre il bestione inconsapevole, resta immobile in superficie, spruzzando di tanto in tanto con lo sfiatatoio. Quando la balena è a tiro l’uomo che sta a prua si lancia con un gran salto, e atterra direttamente sul corpo del cetaceo conficcandovi l’arpione con tutta la sua forza. La bestia subito si scuote, si inarca, e si immerge vibrando contemporaneamente un gran colpo di coda. E’ questo il momento in cui può succedere di tutto. Può succedere che la codata danneggi la barca, o che ferisca il fiocinatore, che dopo aver inferto il colpo deve subito essere recuperato dai compagni perché la barca sta per cominciare una corsa incontrollata per il mare, trascinata dalla balena ferita.

E inizia una lotta terribile tra il gigante ferito che traina la barca per ore, a volte per giorni, e il manipolo di omini che a bordo, tutti assieme, recuperano il canapo quando la balena si stanca, e lo allascano quando riprende a tirare con forza.

Noi restiamo a guardare allibiti questa lotta antica, e non sappiamo nemmeno per chi parteggiare. Vorremmo che la balena si salvasse, perché fa pena questa enorme bestia ferita che non si rende nemmeno conto di cosa le stia succedendo, ma vorremmo anche che gli uomini vincessero, perché qui gli uomini pescano solo per poter sfamare le famiglie. Intanto scattiamo fotografie, filmiamo, cerchiamo di stare vicini alla barca non perdere nulla di quanto avviene, e anche di non avvicinarci troppo per non rischiare a nostra volta di prendere una codata. Dopo un’ora, quando la violenza del traino rallenta, scendo sott’acqua con le bombole, a filmare la balena arpionata, che a venti metri di profondità nuota verso chissà dove. Si muove lentamente, con un movimento della coda lento e continuo. L’arpione emerge dal dorso, poco dietro al capo, e dal punto in cui il ferro ha squarciato i tessuti esce una nuvola rosata di sangue, che si allarga per subito perdersi nel blu. La presenza di tanto sangue in acqua potrebbe attirare gli squali, ma resto in acqua ugualmente, affascinato, ad aspettare la fine della battaglia.

In qualche caso (pochi a dir la verità) è successo che la balena sia riuscita ad affondare la barca, e i pescatori, a stento, si sono salvati sulle altre barche. In altre occasioni la balena ha rotto il canapo e si è liberata, fuggendo nel blu profondo del mare. Il più delle volte però la lotta finisce con gli uomini vincitori che a forza di remi trainano per ore il corpo immenso dell’animale verso la riva del villaggio.

Il mattino successivo le barche non escono e tutti si ritrovano sulla spiaggia per macellare l’animale. Ci vogliono due giorni di lavoro sotto il sole per sezionare, tagliare e dividere un corpo lungo quindici metri e che pesa più di 20 tonnellate, ed è un rito raccapricciante ed affascinante a cui prendono parte tutti. Abbiamo visto bambini di tre o quattro anni camminare nella pancia della balena immersi nel sangue fino alla cintola ed estrarre intestini che erano più grossi di loro. E abbiamo visto donne vecchissime competere tra di loro per raccogliere, con ciotole di cocco, il grasso che colava dal cervello della balena.

Ma se in altre parti del mondo le balene venivano cacciate per via degli oli e dei grassi da usare nella cosmetica e nell’industria chimica, qui, a Lamalera, ogni parte del bestione, dalla testa alla coda, è destinata ad essere consumata nel villaggio. La carne viene sezionata in strisce lunghe e sottili e messa al sole a seccare. Anche il grasso viene seccato e servirà come condimento. L’olio che si recupera dal cranio viene raccolto e servirà per alimentare le lampade ad olio che nel villaggio, privo di elettricità, illuminano la sera l’interno di ogni casa. Gli intestini invece vengono consumati subito, e lo stesso accade per cuore e polmoni. Le costole infine servono per ricavare delle stecche lunghe, sottili e flessibili da utilizzare come navette nei telai a mano che le donne usano per tessere i loro indumenti.

Alla fine, sulla spiaggia, rimangono solo un gigantesco teschio e alcune vertebre biancastre, oltre naturalmente ad una terribile puzza di grasso e di marcio. L’odore è intenso, amaro e pungente. Avvolge la spiaggia e tutta la baia antistante dove noi siamo ancorati, con una cappa densa e pesante. Noi fatichiamo persino a respirare, mentre il locali non sembrano neppure accorgersene. Come non fanno caso allo strato di grasso che oramai ha permeato tutta la sabbia della spiaggia e che ci ha avvolti di unto dai piedi ai gomiti ai capelli.

Box: Pesca in mare, vela e conservazione.

La Barca Pulita naviga per il mondo con un progetto di conservazione e di sensibilizzazione per la salvaguardia delle ultime realtà naturali del pianeta. E allora, come comportarsi di fronte a gente che, praticamente a mani nude, da la caccia alle balene e ai delfini che nel resto del pianeta sono speci protette?

E’ un problema che ci siamo posti e ci poniamo continuamente, di fronte a chi pesca le balene, di fronte a chi pesca con le bombe, e anche di fronte a noi stessi quando peschiamo per i nostri consumi. Certamente il futuro del pianeta dovrà vedere un abbandono graduale ma necessario di tutti i tipi di caccia e di pesca in mare. Gli animali del mare, a nostro parere, andrebbero lasciati stare. E l’avvento e lo sviluppo delle tecniche di allevamento industriale ci fanno sperare che per il futuro la pesca in acque libere venga gradualmente abbandonata in favore di un meno dannoso e più conveniente allevamento dei pesci necessari per il mercato.

Sta di fatto che oggi il pericolo vero per la sopravvivenza della fauna marina è costituito dalla pesca industriale, praticata in tutti i mari con pochi scrupoli e nessun controllo. I pescherecci d’alto mare diventano sempre più grandi, trascinano reti sempre più lunghe, individuano i pesci con radar e sonar sofisticati, ritrovano le reti con il GPS, e in alcuni i casi avvistano le prede addirittura con gli elicotteri. Nella lotta contro questi mostri tecnologici gli abitanti del mare non hanno scampo, e le risorse degli oceani, proprio per questo si vanno impoverendo ogni anno di più.

Che dire allora?

Il nostro pensiero è questo: lasciamo tranquilli i pescatori di Lamalera che portano avanti una tradizione millenaria, che pescano per mangiare e che comunque sono destinati entro pochi anni ad abbandonare le loro tradizioni troppo dispendiose e faticose, e concentriamoci invece, tutti assieme, nel boicottaggio della pesca industriale indiscriminata. Evitiamo di acquistare i tonni pescati assieme ai delfini, e appoggiamo tutte le campagne internazionali per la riduzione e il controllo della pesca in acque aperte.