Lug 232015
 

Pacifico Misterioso

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 50’
  Novità

Pacifico MisteriosoPacifico Misterioso, Barca Pulita esplora la catena delle Vanuatu, uno degli arcipelaghi più selvaggi e misteriosi del Pacifico.

Dall’isola quasi disabitata di Malekula la rotta prosegue verso sud fino a Efate e a Tanna, la più meridionale, animista e arcaica isola del gruppo: un viaggio tra fenomeni naturali impressionanti legati al vulcanismo sempre attivo delle isole e tra popoli isolati e primitivi che non usano denaro, che si spostano solo in canoa e che vivono in simbiosi con una natura forte e incontaminata.

Infine, una lunga traversata 500 miglia controvento in direzione delle Fiji, in preda di una grave avaria che costringe l’equipaggio a improvvisare una riparazione in pieno oceano con i soli mezzi di bordo…

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Pacifico Dimenticato

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Mar 142013
 

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 52′
Novità

Pacifico DimenticatoLa spedizione della Barca Pulita salpa dalle Tuvalu, uno stato formato da atolli bassissimi destinati forse a essere sommersi per l’innalzamento dei mari e fa rotta verso Anuta e Tikopia, due isole polinesiane piccole e lontane perse nel vuoto dell’oceano. Anuta e Tikopia non hanno ridossi dove poter ancorare e sbarcare è difficile, ma è stata questa inaccessibilità che ha permesso alle isole di conservarsi incontaminate, con le antiche tradizioni polinesiane sopravvissute intatte attraverso i secoli. Da Tikopia, ancora verso Sud Ovest, fino alle Vanuatu settentrionali, grandi nere e vulcaniche, coperte di foresta impenetrabile. Senza strade che le percorrano e a prima vista disabitate, le isole Vanuatu nascondono dentro le impervie vallate minuscoli villaggi tradizionali dove gli abitanti, che non conoscono la luce elettrica e l’acqua corrente, ricevono i rari visitatori con cerimonie primitive, danze inquietanti, maschere demoniache e grandi banchetti pantagruelici. Sono gli ultimi brandelli superstiti della cultura melanesiana, più cupa e minacciosa di quella polinesiana, ma altrettanto affascinante.

Questo documentario, prodotto da Barca Pulita per la televisione italiana, è stato poi tradotto in 4 lingue e trasmesso in tutto il mondo.

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Tra Indiano e Pacifico

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Mar 142013
 

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 25′
prezzo € 15,00
Novità

Tra Indiano e PacificoAl confine tra Indiano e Pacifico c’è una porzione di oceano che non viene mai visitata. Una rotta strana e difficile perché attraversa aree tormentate da conflitti tribali e politici. Una rotta inesplorata che nasconde preziosi tesori naturali e antropologici, come l’isola di Heremit, un’enclave abitata solo da 144 persone, le isole Banks che conservano intatti i riti animistici del passato o l’isola di Tikopia, i cui abitanti stanno tentando di porre rimedio ai danni prodotti da un ciclone.

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Pacifico Fuori Rotta

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Mar 142013
 

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 51’ 30″
Novità

Pacifico Fuori RottaCon la Barca Pulita in una navigazione a vela nelle acque del Pacifico Occidentale lungo un percorso di 3000 miglia, dalle Samoa alle Fiji alla ricerca di un fenomeno naturale raro e misterioso, e dalle Fiji alle Tuvalu, un arcipelago lontano e dimenticato destinato tra non molto ad affondare nell’oceano. Una navigazione durata molti mesi in acque poco conosciute, a volte facili a volte tempestose, un viaggio che richiede fatica e resistenza ma che porta a toccare realtà lontane, rare e preziose.

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Pacifico contro vento

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Mar 142013
 

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 52’
Novità
Pacifico contro vento

Una navigazione di molte settimane contro il vento e le correnti dominanti, per risalire dalle Fiji alle Tonga, dalle Tonga alle Samoa e raggiungere infine le isole Phoenix, un arcipelago sconosciuto, virtualmente disabitato e che rappresenta un incredibile serbatoio di natura incontaminata.

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Meteorologia oceanica

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Gen 012006
 

Durante il nostro primo giro del mondo (1988 – 1991) per le previsioni potevamo contare solo su una piccola radio ricevente a banda larga. Prima di ogni traversata ci davamo un gran da fare per individuare le stazioni che avrebbero dovuto trasmetterci i bollettini oceanici. La nostra bibbia era un librone alto 10 centimetri del servizio idrografico inglese con la lista delle emittenti di tutto il mondo e lo spulciavamo dall’inizio alla fine, coscienziosamente, segnando le stazioni, le frequenze, gli orari. Una volta in mare però, non riuscivamo quasi mai a ricevere nulla: o l’ascolto era disturbato, o gli orari erano sbagliati, o le trasmissioni non c’ erano del tutto. Quando andava bene e captavamo le tanto attese previsioni, il responso era vago e più o meno sempre lo stesso: Vento da Sud Est 15 -20 nodi (capirai, è l’Aliseo!), cielo sereno con qualche piovasco (anche qui niente di nuovo, con l’Aliseo è sempre così). Non importa che noi fossimo impegolati in un temporale da 30 nodi o che fossimo fermi da due giorni in una calma snervante, il bollettino era sempre Sud Est 15 -20 nodi. Con il passare degli anni e delle miglia, è cessata la voglia di dannarci a cercare i bollettini, anche perché, l’abbiamo imparato con il tempo, le previsioni durante le traverse sono meno importanti di quanto sembri. I cambiamenti , in oceano nella fascia tropicale, sono lenti e c’è tutto il tempo per accorgersi e prendere le contromisure e poi, quando si è a 1000 miglia da terra, sapere o non sapere che il vento passerà da 15 a 25 nodi o che girerà di 20 o 30 gradi, finché si naviga con andature portanti, non fa grande differenza. Così, negli ultimi quindici anni, abbiamo navigato senza previsioni, limitandoci a fare attenzione ai grandi mutamenti stagionali e agli eventi pericolosi, come per esempio i cicloni. Nel frattempo però le cose sono cambiate moltissimo. Mentre noi giravano ignari guardando il volo degli uccelli e la forma delle nuvole sull’orizzonte, chiedendo il parere dei locali e scommettendo su come sarebbe stato il mare, il mondo tecnologico attorno a noi compiva progressi straordinari. Sono entrati in funzione i satelliti meteorologici che spiano i mari dall’alto e che hanno sostituito in meglio le stazioni costiere e le navi nel raccogliere i dati del vento e della pressione; i computer per l’analisi del tempo sono diventati sofisticati e in grado di elaborare previsioni per molti giorni a venire, mentre radio, internet, telefoni satellitari sono stati miniaturizzati scesi di costo e saliti a bordo trasformando il vecchio tavolo da carteggio in una centrale elettronica di comando. Oggi tutte le barche a vela hanno un computer e uno o più apparati per sapere che tempo farà. Non c’è più bisogno di consultare libroni incomprensibili e di ascoltare trasmissioni inudibili. Le previsioni oggi sono alla portata di tutti. C’è chi le scarica da internet, chi le riceve dai radioamatori, chi si collega con le centrali meteorologiche dei paesi circostanti, chi le riceve da Sailmail e via dicendo. L’anno scorso, in Pacifico, abbiamo incontrato un solitario spagnolo che mandava ogni giorno una e-mail dall’altra parte del mondo a un amico meteorologo dell’università di Amsterdam. Nell’e-mail dava le proprie coordinate e la rotta prevista. L’amico scaricava da internet le carte meteorologiche della zona le studiava e le trasformava in consigli pratici del tipo: “Scendi un po’ a Sud, troverai più veuto”; oppure: “Aspettati che domani il vento giri a Nord, e oggi guadagna latitudine più che puoi”. Le istruzioni, raccolte in una e-mail di risposta, riattraversavano il mondo in pochi secondi e andavano ad alleiare le fatiche e la solitudine del solitario. La maggior pane delle barche, per le previsioni, si avvale dell’email tramite un sistema composto da radio Ssb, modem e computer. Con la posta elettronica è possibile in qualsiasi momento del giorno e della notte interrogare uno dei molti centri automatizzati per la previsione del tempo. La cosa funziona così: si invia una e-mail Standard di interrogazione, una specie di modulo, che contiene le proprie coordinale e i limiti in latitudine e longitudine della zona per la quale si richiedono le previsioni. Dall’altra parte del collegamento non c’è una persona a rispondere, c’è il computer della stazione meteorologica che sta sveglio 24 ore su 24 e nel giro di pochi attimi rimanda la carta della zona con tutti i dati che contano: la situazione generale, le isobare, i venti e l’evoluzione prevista, ogni 12 ore, per i tre o quattro giorni a venire. Una meraviglia! Basta studiare un attimo le cartine e si sa, più o meno, a cosa si andrà incontro. Con questa pratica giornaliera tutti i nvigatori sono diventati meteorologi e negli ancoraggi quando due tender si incrociano, sono comuni discorsi del tipo: «Secondo te, quell’alta pressione che staziona sulla Nuova Zelanda è destinata ad approfondirsi?»; oppure «Hai notato quella insaccatura che si è infilata tra l’alta e la bassa che viene subito dopo? Teniamola d’occhio, perché a me non dice niente di buono». Chi non vuole fare la fatica di interpretare le carte meteorologiche può ricevere le previsioni esplicite, a parole, tramite qualche radioamatore specializzato in meteorologia. Ce ne sono molti, più di quanti ne servano, convenientemente sparpagliati per il mondo. Hanno un computer, scaricano le carte meteorologiche dagli istituti specializzati e sono felici di interpretare la situazione e tradurla in previsioni personalizzate per chiunque ne faccia richiesta. C’è chi trasmette da Panama, chi dalle Fiji, chi dal Sudafrica, chi dalle Seychelles. Quando si entra nella zona di competenza si entra anche in una specie di club virtuale formato da quelli che ad una certa ora si collegano con il radioamatore. Uno dopo l’altro si annunciano, danno le proprie coordinale, dicono dove si trovano, dove stanno dirigendo e attendono il responso: «Vai tranquillo, per due o tre giorni non si prevedono variazioni», oppure «State attenti, c’è una perturbazione proprio dietro di voi, vi raggiungerà domani». La maggior parte di queste conversazioni avvengono in lingua inglese, ma ci sono anche quelli che trasmettono in tedesco, in francese, in spagnolo, in italiano. Per entrare in questi club virtuali non si paga nulla, bisogna giusto ricordarsi di ringraziare il radioamatore che ogni giorno mette a disposizione il proprio tempo e la propria competenza per dare una mano a chi naviga. Non avendo la ricetrasmittente si possono ricevere le previsioni anche con una semplice ricevente perché quasi tutte le stazioni meteorologiche del mondo, oramai, trasmettono bollettini compressi e codificati sulle frequenze radio. Basta avere un computer, collegarlo alla ricevente, sintonizzarsi all’ora giusta, ed ecco che riceverete le cartine meteorologiche, le previsioni a parole, perfino le fotografie del satellite, dove si vedono i sistemi nuvolosi che stazionano sopra la vostra testa. E per sapere le freque nze di queste trasmissioni? Ce ne sono centinaia, ma non vale la pena di elencarle, anche perché cambiano da oceano a oceano e da un anno all’altro. Una volta partiti, nei porti, nelle baie, negli ancoraggi, le informazioni su queste cose passano da una barca all’ altra. Basta chiedere e si viene sommersi di dati e indicazioni. In alternativa alla radio ci sono anche g li Standard C e gli Inmarsat, sistemi di ricezione e trasmissione dati che sono stati a suo tempo sviluppati per le navi e che ora sono disponibili per le barche a vela. Infine,ultimo in ordine di tempo ma ogni anno più diffuso, c’è il telefono satellitare lridium, a copertura mondiale. È piccolo, agile ed efficiente, consuma poco e non necessita di un’antenna esterna. Sembra un normale telefonino, solo un po’ più grande, ma a differenza di quest’ultimo funziona in ogni angolo del mondo, compresi gli oceani. Serve per effettuare e ricevere telefonate, ma può mandare e ricevere e-mail e accedere a internet. È un po’ caro, ma il prezzo diminuisce di anno in anno. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Che poi tutta questa roba serva per davvero è un altro discorso. Poche settimane or sono, alle Salomon, abbiamo incontrato un inglese su una barca di 45 piedi nuovissima, lustra e dotata di ogni possibile accessorio. Mi ha confessato che, mediamente, passa due ore ogni giorno a scaricare e interpretare le carte del tempo. Due ore della propria vita passate ogni giorno davanti al computer. Ma non si sceglieva di vivere in barca anche per sfuggire dall’ambiente troppo sofisticato della nostra società ipertecnologica? Qualche settimana prima ci era capitato di trovarci impantanati in una calma snervante, In mezzo all’oceano, in una zona dove le Pilot Chart davano venti di 15 nodi e una percentuale di calme inferiore all’uno per cento: ci siamo trovati immobili, senza vento tra enormi onde lunghe che non facevano presagire nulla di buono. Sono passate 10 ore, 20 ore, un giorno, due giorni e non cambiava nulla. Solo dopo cinque giorni è tornato il vento. Allora, approfittando delle attrezzature del navigatore inglese tecnologico abbiamo fatto una ricerca all’indietro nella memoria del suo computer, analizzando le mappe delle settimane precedenti, ma di quella calma, sulle carte di quei giorni, non c’era traccia. I grafici davano isobare normalmente distanziate e venti tra i 10 e i 15 nodi. A parte il piacere di capire i fenomeni del tempo e di rendersi conto del perché un giorno piove, un giorno tira vento e altre cose del genere, finché si naviga lungo le fasce tropicali e lungo le rotte classiche del giro del mondo, la necessità di avere previsioni giornaliere è relativa. Basta guardare il cielo per verificare che l’Aliseo non faccia capricci, si parte senza patemi e il tempo è così stabile che a volte, su traversate di due o tre giorni, si riesce perfino a prevedere l’ora dell’arrivo. Le cose cambiano, e di molto, se si esce dall’ area tropicale. Negli ultimi anni a causa di un presunto aumento del rischio di pirateria in Mar Rosso, ci sono molti che per rientrare dal giro del mondo scelgono la rotta lunga, circumnavigando l’Africa. Invece che risalire il Mar Rosso, attraversare Suez ed entrare in Mediterraneo da Est, si scende verso il Sudafrica, si doppia capo di Buona Speranza, si risale l’Atlantico e si rientra da Gibilterra. Diecimila miglia in tutto, invece delle 3.500 che comporterebbe la rotta del Mar Rosso e, per di più, la circumnavigazione del Sudafrica è molto pericolosa perché laggiù il tempo cambia molio rapidamente e sono più i giorni in cui è pericoloso navigare di quelli tranquilli. Nei porti fortunatamente ci sono abbastaza ben piazzati lungo tutta la costa sudafricana, decine di barche in allesa. Tutti che aspettano, giorno dopo giorno, ascoltando religiosamente i bollettini. Quando si verifica la situazione giusta, ovvero, quando sul finire di una tempesta da Sud Ovest si prevedono un paio di giorni di vento tranquillo da Nord Est, ecco che tutti i naviganti escono, si lanciano col vento e la corrente a favore e percorrono il più velocemenle possibile le 100 o 200 miglia fino al porto successivo, dove subito si rintanano per evitare di essere sorpresi in mare dal ritorno del Sud Ovest che, scontrandosi con la corrente delle Agullias, può provocare onde alte e terribili frangenti. Così oggi, grazie alle previsioni e alla loro alta affidabiltà, la circumnavigazione del Sudafrica e il passaggio di Buona Speranza non sono più imprese eroiche.

METEO SUL WEB – Bollettini e informazioni dalla rete. Mandare e ricevere e-mail via radio, chiedere previsioni, ricevere le carte del tempo, sono tutte cose facili una volta che si è presa la mano. All’inizio però può sembrare tutto molto complicato. Si deve familiarizzare con apparati e programmi nuovi e le istruzioni sono spesso in inglese. Il metodo più naturale per fare un po’ di pratica con tutta questa roba è quello di imparare sul campo, magari con l’ aiuto del vicino di barca che già li sa usare. Per orientarsi nel mondo dei sistemi di comunicazione e di trasmissione dati meteorologici: <ww.sailmail.com>, che è anche il provider (abbonamento annuale) più usato per la gestione della posta elettronica via radio. Sul sito ci sono le istruzioni su come abbonarsi, come e dove acquistare il modem, come interfacciare il modem con la radio e quant’altro. <www.winlink.org> è il sito del Provider gratuito per la gestione della posta elettronica via radio, riservato agli operatori con licenza di radioamatore. <www.saildoc.com> è un sistema gratuito per ricevere via e-mail le carte del tempo della vostra zona. <www.buoyweather.com> per le carte del tempo a pagamento. <www.telespazio.it> presenta informazioni sul sistema lridium in Italia. Infine <www.wmo.ch> è il sito dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Alla voce “‘Members” elenca tutti gli uffici meteorologici del mondo.

Le barche dei giramondo 1° parte

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Gen 012005
 

Guardando si impara. Così abbiamo pensato di appostarci in un porto del Pacifico, lungo una rotta transoceanica, e di guardare da vicino le barche che arrivavano. Abbiamo preso nota delle dimensioni, del peso, delle soluzioni e delle attrezzature installate a bordo, dell ‘età della barca e del materiale di costruzione. Abbiamo parlato con i proprietari, ci siamo fatti raccontare le loro storie, abbiamo chiesto se fossero contenti della barca, e abbiamo tentato di trarre delle conclusioni. Ci siamo riusciti solo a metà. L’ universo dei navigatori occanici è variegato e complesso. Non ci sono regole. Le teorie sono tante, le scelte ancora di più, tante quante sono le teste.

Un rompighiaccio in miniatura – Lui, Loky, 25 anni. Lei, Carolina, anche. Lui canadese, lei brasiliana. Navigano da tre anni su una barca di ferro che sembra un rompighiaccio in miniatura. l pulpiti sono tubi piegati e saldati, le draglie sono tubi dritti, gli osteriggi sono lastre di plexiglas da due centimetri, la porta di accesso dal pozzetto al quadrato sembra quella di un sottomarino. Trentadue piedi (9,76 m), 8 tonnellate. Ma se il Parpar, questo è il nome della barca, è rigido e spigoloso, la sua storia è simpatica e leggera come li suo nome che in brasiliano vuol dire “fartalla”. Un ingegnere americano appena laureato progetta la sua prima barca. E’ affascinato dai mari estremi, perciò la vuole in ferro, robustissima, adatta ai poli. L’ingegnere però è giovane e squattrinato. Per dare vita alla sua creatura ha bisogno di un saldatore. Lo trova. Il saldatore si appassiona al progetto c propone: «lo ti aiuto a tagliare e saldare le lamiere e in cambio non voglio soldi. Voglio che le barche siano due, una un po’ più piccola la terrò io». Si fa l’accordo e si lavora nel cortile del saldatore. Due anni dopo le barche sono finite. Quella dell’ingegnere comincia una circumnavigazione del continente americano compreso il “Passaggio a Nord Ovest”, durante il quale resta bloccata cinque mesi fra i ghiacci e ne esce indenne. Loky ha 19 anni, studia economia all’università. La mamma francese, negli anni Settanta ha frequentato la scuola dei Glénans, in Canada è in contatto con i velisti un po’ estremi e rimedia per il figlio un passaggio durante la circumnavigazione dell’ ingegnere. Loky s’innamora della vita in barca e di quella barca in particolare. Viene a sapere che lo scafo gemello, quello del saldatore, è arrivato solo fino a Vancouver. Il proprietario, infatti, una volta messi gli alberi e il motore, si era reso conto di non essere portato per la vita in barca e aveva venduto lo scafo a un falegname. Il falegname aveva costruito gli interni di legno massiccio, realizzato gli impianti, attrezzata la cucina, solo per accorgersi a sua volta, di non avere grande passione per il mare. Così, a dieci anni dalla costruzione, la barca non aveva fatto che un paio di viaggi di prova ed era in vendita per 32.000 dollari. Loky, intanto, lascia l’università e continua a cercare imbarchi di tutti i tipi. Conosce Carolina durante una crociera su una barca di Greenpeace. Sono tutti e due addetti alla cucina, inventano una “nouvelle cousine” franco-brasiliana e s’innamorano. Decidono che la barca è stata galeotta e una barca sarà la loro casa. Raccolgono tutti i soldi che hanno, i loro genitori intervengono pesantemente e si arriva a 15.000 dollari. Vanno a Vancouver e s’incontrano con il proprietario della barca sorella minore del rompighiaccio. È una giornata buia di pioggia. Sono in un bar sul porto, di fronte all’oceano grigio. «Qui ci sono 15.000 dollari – dice Loky estraendo il malloppo – è molto meno di quel che chiedi, ma è tutto quel che ho. Se mi dici sì, è fatta. Altrimenti, abbiamo adocchiato una barca di vetroresina». Il falegname dice no, poi ci ripensa. Si allontana, telefona alla moglie, torna, dice sì. Per Loky e Carolina è l’inizio di una vita nuova. «Il fatto è – dice Loky – che sia lui che la moglie avevano paura del mare!». Così da tre anni Loky e Carolina hanno una barca che si chiama Parpar. Ogni tanto si fermano a lavorare da qualche parte per raccogliere un po’ di soldi. Hanno consegnato pizze a domicilio a Los Angeles e insegnato windsurf alle Hawaii, ma la maggior parte del tempo stanno in posti lontanissimi e bellissimi dove il pesce è abbondante e la vita non costa nulla. L’ultima stagione dei cicloni l’hanno passata alle isole Kiribati, in un atollo abitato da venti persone. Le sartie del Parpar sono in ferro. «Ferro zincato – dice Loky – mostrandole con orgoglio. Erano così quando ho comperato la barca e non c’è stato motivo di cambiarle. Il ferro è meglio dell’inox, è più elastico, più resistente, costa un decimo e si trova dappertutto». «Si, ma non arrugginisce? », replichiamo noi. «No no, non è vero niente – risponde – guarda queste sartie. Hanno dieci anni. E sono ancora buone. Ora comunque ho comperato un rotolo di cavo, un po’ di pani di zinco e piano piano me le faccio nuove». E cosÌ Loky è sulla riva, sotto un gruppo di palme. Bombola del gas, fornello da campo, guantoni da metalmeccanico, un crogiuolo di ferro e un seghetto. Sega i pani di zinco, li fa a pezzi, li infila nel crogiuolo e aspetta. Dopo venti minuti il metallo fonde e diventa un liquido argenteo rovente e bellissimo. Nel frattempo ha pulito il terminale della sartia che da una parte è fatto a bicchierino. Ci infila la testa del cavo, allarga i trefoli e li piega all’ indietro, poi, con grande attenzione perché è rovente, versa lo zinco nel bicchiere. CosÌ, una dopo l’altra, le sartie nuove sono pronte. Spesa modica e neanche tanto lavoro. Ma sarà vero che durano dieci anni? Lui dice di sì. E per proteggerle le pittura. lo penso già a vernici bicomponenti, a “primer” speciali perché le vernici aderiscano. Macche! Minio. Le ricopre di minio. E poi basta! «Il minio – dice lui – impiega alcuni giorni ad asciugare per davvero, ma poi resiste a tutto. E protegge lo zinco sottostante, che a sua volta protègge il ferro sottostante». Questo Loky sostiene e così noi lo raccontiamo. Ambasciator non porta pena!

Trimarano fatto in casa – Se la barca di Loky è la più pesante, quella di John è la più leggera. Se Loky e Carolina hanno la freschezza, l’energia e l’esuberanza di una gioventù esagerata, Francis e John sono molto più avanti negli anni, ma l’entusiasmo sembra lo stesso. La barca che li porta in giro è un oggetto strano. Somiglia più a un disco volante che a un veliero. Forme arrotondate e futuristiche, un ponte rettangolare tutto bombato che corre da un galleggiante all’ altro, un albero tozzo, quasi senza sartie, che può essere ruotato per migliorare il rendimento della barca, due galleggianti sottili e lunghissimi. A vederlo sembra più largo che lungo, ma in realtà il loro trimarano misura 11 metri per 8. Per alarlo e fare carena hanno dovuto far venire una gru dalla città perché il travel lift del cantiere non era largo abbastanza. Il peso però è ridottissimo: meno di 3 tonnellate. John se l’è costruito dietro la casa dove viveva con moglie e due figli, in Canada, nei week end e nei giorni liberi dal suo lavoro di importatore di cacao e tè. Ha impiegato 18 anni a finirlo, un tempo lunghissimo anche per un autocostruttore. Nel frattempo i figli sono cresciuti e la moglie se ne è andata. A questo punto John conosce Francis, 22 anni più giovane, si  capiscono, condividono la passione del mare, si innamorano e decidono di partire. Sono in mare da 6 anni. Vìvono della ricca pensione di John, e Francis scrive articoli per giornali di vela canadesi. Il trimarano è velocissimo: in condizioni normali corre a 10-12 nodi. Durante una traversata la media giornaliera è di 200 miglia, contro le 100-120 di una barca normale. «Di conseguenza – dice John – i passaggi oceanici non durano più di 10 giorni». Un trimarano deve essere molto leggero e robusto e per realizzarlo servono materiali costosi e supertecnologici. La costruzione è costata 150.000 euro, più infinite ore di lavoro. Nonostante il costo, la barca è molto spartana, non per scelta, ma per necessità. Lo spazio interno è pochissimo, non ci sta molta roba e bisogna fare una grande attenzione al peso degli oggetti che si imbarcano, perché un trimarano sovraccarico diventa lento e pericoloso. Così la cucina è solo un fornello messo di lato a una cuccetta, il tavolo centrale non c’è, e non c’è neppure un tavolo da carteggio. La riserva d’acqua è solo di 125 litri, ma suppliscono con un desalinizzatore alimentato da sei pannelli solari strategicatnente posizionati sul ponte. Il cesso è bellissimo, un buco passante con un bordino rialzato chiuso da un asse dentro una delle ali che collegano lo scafo centrale con i galleggianti. Se si solleva l’asse, si vede il mare. Così tutto finisce in acqua, senza valvole da aprire e chiudere, senza pompe da azionare, guarnizioni da cambiare e … senza puzza. Una meraviglia. Unico neo, in navigazione chi sta seduto al “buco” viene schiaffeggiato da sotto da onde e spruzzi, e, secondo neo, per risparmiare sui pesi il bagno non ha la porta e ci vuole un po’ di disinvoltura ad andare in bagno così in pubblico, a una spanna da dove si cucina e a mezzo metro da dove uno pone il capo sulla cuccetta! Potrebbe sembrare una barca globalmente scomoda e sacrificata, ma loro ne sono contentissimi. A domanda, se poteste, cambiereste la vostra barca, rispondono: «Sì, ma con un trimarano leggermente più lungo, con più volume nei galleggianti e un pozzetto  dove si possa anche stare sdraiati». Abbiamo fatto un giretto con loro. Il mare era poco   più che calmo, c’era un normalissimo vento di 10-15 nodi, ma il trimarano correva come un motoscafo, con gli scafi che si lanciavano dentro le onde schizzando via e sollevando nuvole di spruzzi. Una velocità pazzesca, dal nostro punto di vista di poveri lenti navigatori da monoscafo.

Un Arpège in oceano – Anche se ha un nome francese, Michel è italiano, di Robecco sul Naviglio, a pochi chilometri da Milano. Le foto del suo album dei ricordi ce lo mostrano con lunghi capelli biondi raccolti in una coda. Ora ha il capo rasato, ma non ha ancora 40 anni. Ex “bocconiano”, con un tentativo di diventare diplomatico per avere la scusa di girare per il mondo, e infine velista solitario. Nove metri per tre, pescaggio un metro e poco più, la sua barca pesa tre tonnellate e mezza. È un Arpège, costruito 35 anni fa, dal mitico cantiere Dufour. Una barca che a di spetto dei trent’ anni e più, può considerarsi ancora uno dei nove metri più validi per chi apprezza la marinità e la sicurezza. «Sei contento della tua barca?», gli chiediamo. «Contentissimo – risponde – non la cambierei proprio. O se davvero potessi, la cambierei con un Arpège leggermente più grande, ma non esiste!». Michel è sereno. Sorride sempre. Dopo la laurea trova lavoro, per accorgersi, subito dopo, che in ufficio ci sta stretto. Prova a cambiare lavoro e ufficio, ma è la stessa cosa. Allora risponde all’annuncio di un armatore italiano che ha un 20 metri in Florida e che cerca un marinaio. La carriera da yuppie è subito abbandonata e Michel si trasferisce negli Stati Uniti. Si accorge che il rapporto tra lui e il mare funziona, impara a navigare, va d’accordo con l’armatore e, soprattutto, si accorge di essere sereno. Passano due anni e arriva, inaspettato, un colpo di fortuna: una eredità, ci crediate o no, di uno zio. L’eredità è piccola, ma può significare l’inizio di una nuova vita. È meglio una barca grande con un armatore e uno stipendio, o una barca piccola e una vita spartana senza padrini e senza nessuno? La risposta è ovvia. Michel torna a casa, si guarda in giro e in Francia, trova la sua barca con bandiera inglese: la Carlotta. Prima c’è un po’ di vagabondaggio in Mediterraneo e poi il grande salto, Gibilterra e gli oceani. Michel non ha il frigorifero, ma ha una macchinetta d’acciaio con la quale almeno una volta la settimana si fa la pasta fatta in barca. Ha una macchina per cucire con la quale si è arredato pozzetto e quadrato, dal tendalino con il raccoglitore dell’ acqua alle fodere colorate dei cuscini interni, ha il computer, la radio ricevente, la musica. Per contro se ne frega abbastanza dei tecnicismi spinti. Salendo a bordo scopriamo che un arridatoio, a poppa, è tutto storto. «Non ti preoccupare – dice lui – è così da anni e non si è mai rotto». Le luci di via sono fissate in testa d’albero con delle fascette. L’ancora si salpa a mano. Quando è alla barra della sua barchetta, Michel la manovra come se muovesse un modellino. Ma sta poco alla barra, assistito come è perfettamente dal suo pilota a vento. Quello elettrico invece non lo vuole più. Mentre tutti vanno alla ricerca di posti fuori mano, Michel va a cercare l’umanità. Passa mesi e mesi nei porti, si mescola alla gente, conosce tutti, quasi si fidanza. Poi, quando sembra avere messo radici, un mattino tira a bordo il Carlottino, il suo dinghy microscopico, issa la randa e se ne va.

Gen 012003
 

“Noi siamo Jon Frum, da 50 anni stiamo aspettando che lui ritorni. Sono tanti 50 anni? Voi il vostro Messia lo avete aspettato molto di più. ”

In questi termini disarmanti Gedeon, il vecchio pastore dal barbone bianco ci espone il credo: suo, del villaggio e di quasi tutta l’isola di Tanna. Essere Jon Frum vuol dire fare parte di un movimento religioso nato qui alle Vanuatu quando gli americani arrivarono durante la seconda guerra mondiale, sconvolgendo non poco la vita degli isolani. Alcune città sorsero dal nulla come basi per i soldati, gli indigeni si spostarono, chi di propria volontà chi un po’ meno, da un’isola all’altra per fornire manovalanza agli americani, ma soprattutto, per la prima volta, gli abitanti delle Vanuatu videro aerei, auto, carri armati e tutto quelle incredibili meraviglie connesse con la civiltà venuta da lontano.

Ma quello che scoprirono fu anche un mondo, quello degli americani, dove bianchi e negri sembravano avere gli stessi diritti e venivano trattati nello stesso modo.

“Fino a quel momento noi avevamo subito ogni tipo di privazione e di sopruso da parte dei missionari e dei colonizzatori e un mondo in cui i bianchi avevano tutto e i negri non avevano nulla ci sembrava quasi naturale. Ma quei negri americani, venuti con le navi, avevano le stesse cose che avevano i bianchi. E venivano tutti trattati allo stesso modo. Fù allora che Jon Frum apparve ai nostri anziani e spiegò che per noi c’era anche la speranza di un mondo migliore.”

Nessuno conosce con certezza l’origine del movimento Jon Frum. Forse un soldato americano, che si chiamava John, in qualche occasione particolare si distinse per la sua generosità e per la sua disponibilità nei confronti dei locali e venne così idealizzato come simbolo di quella società egalitaria; fatto sta che, quando alla fine della guerra, gli americani se ne andarono, gli indigeni delle Vanuatu si disposero ad attendere il ritorno di tutto quello che avevano solo intravisto. Inventarono un credo e iniziarono a praticare un culto volto a tenere i contatti con Jon, al quale aggiunsero il cognome di Frum (forse una contrazione di from America, o lo storpiamento di Brown) e che presto o tardi, di questo sono certissimi, tornerà.

Così, tutti i venerdì notte, nei villaggi di Tanna, i seguaci di Jon Frum si riuniscono a ballare e suonare le chitarre, sotto una bandiera a stelle e strisce che garrisce sopra le loro capanne. E questa strana religione è solo una tra le tante cose incredibili che abbiamo incontrato alle Vanuatu.

Sapevamo che le Vanuatu sono uno dei posti più selvaggi e più interessanti dell’oceano Pacifico. Avevamo sentito raccontare di villaggi, sulle montagne, ancora isolati, avevamo letto di strane religioni, di vulcani attivi e infuriati, di giungle impenetrabili, ma per anni le avevamo evitate perché sono uno dei posti al mondo più infestati dalla malaria. Poi, un giorno, ha prevalso la curiosità. Ci siamo procurati tanto tulle per mettere le zanzariere agli oblò della barca, abbiamo fatto scorta di medicinali per curare la malattia e abbiamo alzato le vele per lasciare l’Australia con la prua diretta a Est.

La distanza tra le Vanuatu e l’Australia è enorme, oltre 1000 miglia e per coprirla ci vogliono dagli 8 ai 10 giorni di navigazione ininterrotta. Noi troviamo vento contrario e tempo cattivo, e solo dopo 14 giorni e 14 notti passati a combattere contro il mare infuriato, scorgiamo la sagoma scura di Tanna che interrompe la striscia uniforme dell’orizzonte e a quel punto non è più solo l’avvistamento della terra, ma è come una promessa di pace e di quiete, di quel calore che a volte solo la terra sa dare.

Ci avviciniamo piano, in cerca di quella indentazione nella costa che dovrebbe contenere Lenakel, il porto principale dell’isola. A tre miglia da terra, però, siamo ancora sballottati da onde enormi, nè più nè meno che in mare aperto, mentre la riva alta e scura non lascia intravedere nessun segno umano. Ci consumiamo gli occhi a scrutare, ma davanti a noi ci sono solo montagne, alberi e giungla. Solo quando siamo a poche centinaia di metri da terra, scorgiamo un molo diroccato, e una cinquantina di case in muratura annidate in una nicchia tra le colline. Lenakel, la capitale dell’Isola e del distretto meridionale delle Vanuatu, è tutta lì, in quelle 50 case dall’aspetto dimesso. Noi dovremmo fermarci e scendere per le pratiche doganali e per timbrare i passaporti, ma il molo è avvolto da frangenti poderosi e tutta la costa sia a nord che a sud è battuta da cavalloni enormi. Non possiamo far altro che raccogliere le ultime energie, issare le vele e cominciare a circumnavigare Tanna, in cerca di un ridosso qualunque per poterci fermare.

Le 13 isole che formano l’arcipelago delle Vanuatu sono tutte così. Montagne selvagge e scure che si buttano a picco in un mare difficile e senza ridossi, cime incappucciate dal vapore, nere spiagge vulcaniche, alberi che scendono compatti fino al confine tra la terra e le onde. Se si fa eccezione per la capitale, Port Villa e per un paio di paesotti nelle isole più settentrionali, qui non sono ancora nate le città, non ci sono porti e gli abitanti vivono sparpagliati, dentro case di foglie, in villaggetti nascosti dalla giungla.

Fu James Cook, nel corso del suo secondo viaggio di esplorazione del Pacifico, ad avvistare per primo l’isola di Tanna nel 1774. Anche lui, come noi, rinunciò ad attraccare sulla costa occidentale, fece il giro dell’isola e scoprì dall’altra parte una bella baia riparata. Entrò e la chiamò Port Resolution, con il nome della sua nave, e battezzò l’arcipelago Nuove Ebridi, perché con il loro aspetto cupo ricordavano quelle terre fredde al largo della Scozia. Il giorno dopo l’avvistamento di Lenakel e poco meno di tre secoli dopo Cook anche noi buttiamo l’ancora a Port Resolution.

I suoi resoconti parlano di una grande ansa, con spiagge nere, alberi con molti tronchi e sorgenti d’acqua bollente. Quel che vediamo noi è uno specchio di acqua immobile che lambisce spiagge di sabbia scurissime, una foresta con enormi baniani (erano quelli gli alberi dai molti tronchi) che arriva fino al mare e una serie di ruscelli fumanti che si gettano in acqua dalla riva adiacente il vulcano Yasur. Scendiamo a terra e scopriamo che la baia è disabitata. Ci sono dei sentieri però, che sembrano abbastanza battuti e li seguiamo fin dentro la foresta e poi verso il pianoro sovrastante. Dopo dieci minuti sbuchiamo in uno spiazzo verdissimo, circondato da un cerchio di capanne costruite con tronchi e frasche, con le noci di cocco ammonticchiate davanti agli ingressi e cespugli fioriti piantati tutto attorno. Non c’è nulla che sia metallo o plastica, non c’è sporcizia, non ci sono rifiuti e le sole macchie nel verde del tappeto erboso, sono i fiori caduti dagli alberi.

Gli abitanti sono tutti lì ad attenderci. Ci hanno visti arrivare da lontano e invece che venire ad accalcarsi sulla spiaggia, hanno deciso di aspettarci nel villaggio.

“Volete vedere il vulcano?” sono le prime parole che ci rivolgono.

Il vulcano Yasur per gli abitanti di Tanna è una specie di Dio. Secondo la leggenda è verso di lui che si incamminano gli spiriti delle persone appena trapassate e le pietre infuocate che escono dal suo cratere sono le spie del suo umore mutevole. Se fossimo in Italia o in Europa l’ascesa a un vulcano come questo, sempre attivo ed estremamente imprevedibile, sarebbe vietata o comunque regolamentata da sbarramenti e transenne. Qui non ci sono leggi, al di là dei tabù del villaggio, e possiamo arrivare in alto, sopra il cratere, a poche decine di metri dalle bocche eruttive, fino a vedere il magma fumare sotto di noi.

All’improvviso siamo investiti da una raffica violenta, che arriva da dietro e spinge verso il cratere: è il vulcano che inspira aria per rilasciarla subito sotto forma di una nuvola bianca di vapore acqueo. Poi una nube nera e un’esplosione spaventosa seguita dal lancio di pietre infuocate, che dopo un volo di qualche centinaio di metri vengono a cadere con un tonfo sulle pendici del cratere. E’ il ciclo del vulcano Yasur, un ciclo che si ripete in continuazione, da secoli, con un intervallo di 15-20 minuti. Quando il sole tramonta lo spettacolo è ancora più suggestivo. Le pietre incandescenti si alzano nel cielo simili a rosse meteore e sembrano volerci cadere addosso.

“Il vento porta le pietre dall’altro lato, non dovete aver paura ” La nostra guida è tranquilla, capisce, non si sa da quale segnale, che oggi lo spirito del vulcano è bonario. I botti però sono spaventosi ed è pura fede quella che ci impedisce di correre a gambe levate lungo la china del cratere, quando volano i massi infuocati.

Dall’altra parte del vulcano, sul lato sud ovest di Tanna, si trova il villaggio di Yakel. Qui gli abitanti si vestono ancora con le fibre vegetali: le donne hanno gonne gonfie e sovrapposte confezionate con foglie di pandano fatte seccare e tagliate a striscioline, gli uomini portano il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una spanna intorno all’inguine, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci. I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa. Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il samba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello. Con l’aiuto di un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”, ci spiega.

Ttutti i maschi del villaggio si sono radunati per noi. Tutti indossano il namba con la frangetta di paglia che scende sul davanti. Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

Gen 012000
 
Banchetto nella giungla - Waruanay isola di Waigeo

Banchetto nella giungla – Waruanay isola di Waigeo

Ci troviamo nel villaggio di Waruanay da quasi una settimana e ormai abbiamo fatto amicizia con gli abitanti, che si fanno in quattro per fare da attori alle nostre riprese o alle nostre fotografie. Ogni volta che succede qualcosa di nuovo o di insolito i bambini ci vengono a chiamare, alle volte fino in barca, perchè lo possiamo riprendere con le telecamere. Ieri poi siamo stati invitati a un pranzo che era il culmine di un momento di estrema socializzazione del villaggio.

Una famiglia ha deciso di predisporre il proprio campicello, esattamente come quello dove, per la prima volta, abbiamo incontrato Luis, la nostra guida, che oramai non riusciamo più a toglierci di torno!

Qui, su queste isole, la prima cosa da fare quando si vuole predisporre un orto, è quella di recintare una porzione di giungla erigendo una palizzata che impedisca ai maiali selvatici di venire a mangiarsi le piante appena nate. L’appezzamento di terreno recintato è sempre abbastanza vasto e il terreno piuttosto accidentato, così tutto il villaggio partecipa alla costruzione della staccionata e in questo modo, con l’aiuto di tutti, ci vorranno solo un paio di giorni per portarla a termine. Quando tutto è finito, nel giardino cintato si mangia tutti insieme con un menù da giorno di festa.

Per arrivare sul luogo abbiamo risalito con il gommone un fiumiciattolo che sbucava in mare a poche centinaia di metri a ovest del villaggio. Il fiume serpeggiava tra mangrovie e banchi di fango, ma alla fine siamo arrivati nei pressi di una radura dove, tra le radici di mangrovia, erano state gettate delle foglie di palma per poter camminare senza affondare nel fango. Poche centinaia di metri di questo percorso e siamo arrivati sul posto. La staccionata era praticamente tutta costruita e gli uomini stavano tagliando dei grossi rami fronzuti che piantavano poi nel terreno per creare delle zone d’ombra.

Intanto, dal fiume, erano arrivate le donne portando pentole, cestini di palma e catini di plastica colorati. Sul terreno sono state disposte delle foglie di banana e le signore hanno cominciato ad allestire il banchetto.

Da certi pentoloni scuri hanno tirato fuori del riso bollito che aveva un’aria di essere stato sul fuoco per qualche ora, tanto era difficile da manovrare. Lo estraevano dalle pentole con poderose mestolate e lo sparpagliavano dentro i catini di plastica. Poi da un cesto sono apparsi dei pacchettini avvolti in foglie di banana, che ci hanno spiegato essere i budini di sago, il piatto tradizionale dell’Irian Jaya. Alla fine da altre pentole ha cominciato ad apparire il piatto forte: la tartaruga in tutte le salse!

Banchetto nella giungla - Waruanay isola di Waigeo

Banchetto nella giungla – Waruanay isola di Waigeo

In effetti l’unica salsa era la broda nella quale era stata cotta, ma in una pentola c’erano dei grossi pezzi di grasso giallo dall’aria gommosa insieme ad altri pezzi coriacei che probabilmente erano parte delle patte. Da un altro pentolone sono emerse tutti i tipi di interiora possibili ed immaginabili in un animale. Infine si è materializzato quello che potrebbe essere definito spezzatino di tartaruga: molteplici pezzetti di carne grigiastra, immersi in una brodaglia untuosa.

Gli uomini  intanto si erano disposti intorno alle foglie di banana, e quando tutti sono arrivati a sedersi, hanno recitato una preghiera di ringraziamento e poi si sono lanciati sul cibo.

Per fortuna nella calca del momento, sono riuscita a fare a meno di servirmi, e mi sono invece rintanata in un angolino lontano, dandomi un gran da fare con la macchina fotografica.

Terminato però il primo giro, gli altri commensali si sono accorti che io non avevo ancora mangiato.

“Elisabeth, makan, makan, bagus”, mangia, mangia che è buono! e il più intraprendente si è premurato di prepararmi un piatto e di mettermelo sotto il naso. Guardavo sconcertata quella montagna di riso coperto di broda, dalla quale spuntava un tubo che forse era stato un arteria o una budella, con accanto una massa gialla e gommosa che probabilmente era una patta.

“Io questa roba non la mangio, fai qualcosa”
“Ma dai, è buono ti assicuro, io l’ho già mangiato e poi la tartaruga ti piace, ce l’hanno già offerta da altre parti!”
“Si ma non la trippa, e poi non cucinata così, e non mi importa se a te piace, a te piace tutto!”

Non sapevo più come venirne fuori senza offendere qualcuno. Ad un certo punto ho visto che le donne cominciavano ad aprire gli involti con i budini di sago. Avevano un aspetto invitante: lisci e compatti come la castagnata, quella marmellata di castagne un po’ dura che si taglia a pezzi.

“Posso assaggiare?” ho chiesto a una di loro, e approfittando del fatto che l’attenzione di tutti era oramai focalizzata sui budini ho appoggiato furtivamente il piatto sulle foglie di banana, accanto a uno vuoto.

La donna me ne ha porto uno orgogliosa e io, a quel punto anche un po’ affamata, l’ho addentato. Mi sono ritrovata in uno studio dentistico 35 anni fa quando il dentista mi ha preso le impronte per l’apparecchio!  Una roba gommosa e appiccicosa, dal sapore rancido fermentato che mi si è piazzata tra il palato e l’arcata dentale superiore e non riuscivo più a farla andare nè avanti nè indietro.

Dopo un po’, con uno sforzo sovrumano, sono riuscita ad avere la meglio e a inghiottirlo e anche  a sorridere alla donna che me lo aveva dato spiegandole:

“Bagus” buono! “tida bisa makan samua, allercic…” non posso mangiarlo tutto, sono allergica e per spiegarlo meglio ho fatto segno di grattarmi le braccia.

Dopotutto è una cosa che dico sempre a proposito del cocco, che mi piace molto, ma dopo che per due anni di navigazione in oceano Pacifico, non ho mangiato praticamente altro, ora sono diventata allergica davvero e posso mangiarlo solo in piccolissime dosi!