Gen 012000
 
Equatore - Verso Manukwari

Equatore – Verso Manukwari

“In quanti modi hai attraversato l’equatore finora?”

“In aereo, in barca, in auto, su un camion, quella volta in Kalimantan siamo scesi dalla corriera per attraversarlo a piedi.”

Sono cinque giorni che arranchiamo per cercare di colmare le 190 miglia che separano l’atollo di Ayu da Manukwari, sulla costa Nord dell’Irian Jaya (o come ormai la chiamano i suoi abitanti Papua).  Di vento ce n’è ben poco. Qualche alito un paio di volte al giorno, quando ci precipitiamo a issare tutte le vele di prua e con quattro vele piene a riva per un po’ di ore facciamo tre nodi e mezzo. A vedere l’acqua che scorre lungo lo scafo si direbbe di più, ma evidentemente c’è corrente contraria. Poi il vento se ne va, e rimaniamo  con le vele sgonfie che sbattono e il sole che ci cuoce dall’alto. Contravvenendo a tutti i nostri buoni propositi ci arrendiamo alla necessità di accendere il motore. La notte scorsa non lo abbiamo fatto, e siamo rimasti per così dire alla deriva, in mezzo al mare, con solo le rande issate per dare un po’ di stabilità alla barca. Beh, stamattina, controllando il punto, abbiamo scoperto che siamo tornati indietro rispetto al punto di ieri sera.  La corrente in una notte ha eroso il nostro misero capitale di strada percorsa.

Oggi, sotto il sole di mezzogiorno, eravamo in pozzetto alternandoci tra il timone e una misera porzioncina di ombra sotto i pannelli solari. Siamo al solstizio d’autunno e stiamo navigando praticamente sull’equatore, cioè nella classica situazione, che quando il sole è a picco, più a picco di così non si può, e che se uno a mezzo giorno si alza in piedi, l’ombra della sua testa gli si proietta sulle scarpe.

Chi sta al timone non si può muovere da li, ma chi ha il turno d’ombra, ha l’onere ogni pochi minuti di raccattare una secchiata d’acqua di mare e rovesciarla su quello al timone.

“….sì, a piedi , lo abbiamo attraversata due o tre volte, continuando a fare foto di qua e di là dall’equatore, poi la sera al ritorno, lo abbiamo riattraversato in corriera”

“Allora oggi, se vuoi,  possiamo aggiungere un nuovo modo: attraversare l’equatore a nuoto!”

“Dai. Ma quanto manca?”

“Solo quattro miglia”

Equatore - Verso Manukwari

Equatore – Verso Manukwari

E’ da ieri che stiamo navigando paralleli all’equatore. Per attraversarlo basta modificare la rotta di qualche decina di gradi, andare un po’ più sud di quello che dovremmo e quando saremo appena, appena sopra la linea fatidica scendere in acqua, nuotare verso sud per una decina di metri e poi tornare a bordo.

“Va bene, d’accordo, si può fare”

Ci siamo portati verso sud, e quando il GPS segnava 00°00’001N abbiamo spento il motore, abbiamo legato una cima lunga a poppa della barca e a turno siamo scesi in mare nuotando verso sud per un po’, poi tornando indietro e oltrepassata la barca nuotando verso nord ancora per un po’.

L’acqua era tiepida, da non dare nemmeno troppo sollievo a starci dentro, blu come l’inchiostro che usavamo a scuola, limpida e trasparente tanto che si poteva vedere il finale della cima, che penzolava a poppa.

“Squali? Ce ne saranno?”

“Non ti preoccupare, da qui ho una visibilità tale che se ne vedo uno faccio in tempo a darti l’allarme e a farti risalire.”

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Navigazione - Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Navigazione – Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Ore 07.30

Siamo di nuovo in mare. Partiti, e stavolta definitivamente dall’Irian Jaya. Siamo usciti a motore dall’atollo di Padaido ed abbiamo messo la prua verso Est. C’è poco vento e procediamo a motore, per allontanarci dal gruppo di isole e isoline che formano l’arcipelago. Poi vedremo. Ci aspettiamo di trovare poco vento, perché viaggeremo al limite dell’equatore dove di vento ce ne è sempre poco. Oltre tutto siamo in autunno, nel periodo di transizione tra il mondone di Sud Est e quello di Nord Ovest, caratterizzato da brezze deboli e variabili, inframmezzate da calme e temporali. La strada che dobbiamo fare è enorme. Ottocento miglia fino ai primi atolli della Papua Nuova Guinea. Ottocento miglia da li all’arcipelago della Luisiade, e infine ottocento miglia dalla Luisiade alla costa dell’Australia. Totale 2400 miglia. L’equivalente della traversata di un oceano. Se ci fosse vento, come c’è sempre quando si attraversa un oceano ci vorrebbero una ventina di giorni. Senza vento le distanze si dilatano e tutto diventa incerto.

Navigazione - Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Navigazione – Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Abbiamo deciso di passare larghi dalla costa della Papua Nuova Guinea. Non possiamo fermarci nelle città perché non abbiamo nè il visto d’entrata nè il  permesso di navigazione (il posto dove avremmo potuto ottenere questi documenti era Jaiapura, ma con i disordini in atto abbiamo deciso di non fermarci). Non abbiamo nemmeno tanta voglia di sostare nei villaggi lungo la costa perché un nostro amico francese, Bernard, un paio d’anni fa, proprio in uno di questi villaggi sulla costa Nord della Papua, di notte, è stato assaltato da un gruppo di indigeni. Se l’è cavata solo per la presenza di spirito di sua moglie che, sentendo il trambusto, è uscita in coperta ed ha puntato una pistola e un faro alogeno dritti negli occhi degli aggressori. Certo, sono cose che possono capitare, e il fatto che una volta sia capitato non vuol dire che debba succedere anche a noi.

Sta di fatto che abbiamo deciso di navigare al largo, e di fermarci solo sugli atolli e sulle isole lontane, che poi, di solito, sono anche i più’ interessanti.

 Oe 12.00 E’ arrivato il vento. Niente di speciale, è un venticello leggero da ovest, ma ci fa camminare a 4 nodi e conferisce alla superficie del mare un bel colore blu spezzato con piccolissimi screzi di bianco. La giornata è bellissima. Il cielo è terso come non ne abbiamo visto da settimane. Siamo soli e la barca cammina col vento. Cosa chiedere di più?

 Ore 18.00 Il vento dura ancora. Le isole Padaido sono scomparse. I monti della Papua sono lontani, a Sud. Il sole tramonta ed il cielo ad Ovest porta il suo ricordo con infinite sfumature di azzurro pastello. Dall’altra parte, la luna, al primo quarto fa già brillare una strisciolina di mare d’argento. Che bello! Lizzi prepara una pastasciutta con le melanzane che abbiamo ancora da Biak ed una delle ultime scatole di pelati. Qualche cosa va storto e la pastasciutta sembra una specie di minestra, ma è buona lo stesso. Il vento tiene e noi ceniamo in pozzetto, al buio, con la luna che tramonta,  chiacchierando tranquillamente.

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Navigazione - Pacifico Occidentale

Navigazione – Pacifico Occidentale

Abbiamo navigato tranquillamente tutta la notte con vento leggero da Nord, niente temporali, nessuna nave in vista e nessuna terra all’orizzonte. E stamane, all’alba, il sole si è alzato su un orizzonte infinito, con il cielo sereno e milioni di nuvolette bianche che si accumulavano sull’orizzonte. Cosa chiedere di più?

Per colazione abbiamo mangiato l’ultimo pezzo di pesce affumicato. A pranzo ci sarà frutta, e stasera la verdura, una incredibile quantità di papaie e di ananas, e poi patate dolci, zucche, taro, banane, lime. Purtroppo queste cose con il caldo non dureranno, e quando saranno finite dovremo tornare al nostro regime standard con pasta e riso, verdure in scatola, fagioli secchi, lenticchie eccetera. Certo di famme non morremo, ma chissà perchè, sempre più spesso parliamo di gelati, di panini col salame, di cioccolato… ma da quanto tempo siamo in mare?

La strada che ci manca da fare è enorme. Da qui dove siamo ora, al largo della Papua Nuova Guinea, dovremo continuare verso Est per 400 miglia fino a raggiungere un’isola lunga e stretta che si chiama Nuova Irlanda. Superata la Nuova Irlanda dovremo piegare a Sud Est, per altre 650 miglia, fino all’aricpelago della Luisiade, e poi ancora a Sud, per 800 miglia, fino alla grande barriera Australiana e al porto di Gladstone, che è la nostra meta finale.  In tutto fanno milleottocentocinquanta miglia, e con il poco vento che c’è,  impiegheremo trenta giorni, forse quaranta. Lungo la strada è pieno di isole, isolette, atolli. Tutti posti dimenticati,  probabilmente belli, sicuramente interessanti. So già che ci verrà voglia di fermarci qua e la, e sarebbe bello poterlo fare, ma non abbiamo tempo perchè dobbiamo arrivare al largo dell’Australia prima della stagione dei cicloni. In teoria la stagione pericolosa inizia a Novembre, e quindi è già iniziata, ma il rischio che si formi un ciclone aumenta sempre più con il passare dei mesi e diventa altissimo a Gennaio e Febbraio. Be, vedremo.

Navigazione - Pacifico Occidentale

Navigazione – Pacifico Occidentale

Intanto sono arrivate le 11 del mattino. Il vento è finito, il mare è immobile e fa un gran caldo. Accendiamo il motore, ma dopo pochi minuti ne abbiamo abbastanza di stare al timone sotto il sole e decidiamo di spegnere per tuffarci in mare. E proprio mentre la barca rallenta, il meccanismo della traina scatta con un sibilo comincia a srotolarsi. Un pesce! E’ grosso. Lo sento dalla trazione sul cavo, e dopo poco lo vedo da lontano fare enormi salri fuori dall’acqua. E’ un dorado. Lo riconosco subito dalla forma slanciata quando  emerge. E’ un pesce bellissimo (e anche buonissimo), col corpo sottile dotato di una lunga pinna dorsale che dalla testa arriva fino alla coda. Ma la cosa più bella sono i colori: azzurro e verde, con la parte superiore del corpo tutta macchiettata di pallini e di striature dorate bellissime. Quando viene tolto dall’acqua, però, mentre muore, i soui colori scompaiono lasciando il posto ad un colore argenteo uniforme.

Lo tiriamo sottobordo, lentamente, perchè è grosso e combatte aspramente. L’acqua è traparente e comincio a vederlo anche se è qualche metro sotto il livello del mare.

“Hei, ma ce ne è un’altro!”

a quello che ha abboccato, un secondo pesce, identico, nuota a brevissima distanza. Mi vengono in mente cose che ho letto sui dorado che vivono in coppia e che quando se ne pesca uno è facile perscare anche l’altro perchè il compagno non lo lascia fino all’ultimo momento.

Ora sono li, tutti e due, bellissimi, nell’acqua trasparente, e i loro colori sono così intensi da sembrare magici.

Scendo sottocoperta a prendere la telecamera mentre lizzi resta a poppa con la lenza in mano. Intanto la barca si è fermata. Esco e inquadro. Il pesce salta, si agita, e tira come un forsennato. Mi fa pena, e in qualche angolo della mente vorrei lasciarlo libero. Così invece di tirarlo a bordo continuo a riprendere i suoi salti. Finchè quello che doveva succedere succede: il bestione fa un ultimo salto e si libera.

Poi si lascia scivolare verso le profondità del mare, ondulando sulla coda,  e la sua compagna lo segue, due macchie gialle che si fanno piccole nel blu profondo.

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Heremit - Papua Nuova Guinea

Heremit – Papua Nuova Guinea

Partiamo. Abbiamo passato la mattina a salutare. Le ultime riprese. Le ultime foto ai bambini che giocano in acqua, a quelli che giocano con le canoe, alla sula addomesticata che ieri mi è volata in testa.

Mettiamo in ordine la barca e tiriamo su le ancore. Ci vuol tempo perchè c’è una quantità di roba in giro per la barca: le bombole, gli erogatori, mute, maschere, pinne, papaie, ananas, verdura, bottiglie vuote…. e poi fa caldo e il sole è impietoso ed ogni due o tre cose che facciamo dobbiamo fermarci a tirare il fiato o buttarci in acqua per raffreddare il corpo e la testa.

Prima tiriamo su l’ammiragliato, recuperandola dal gommone, con tutto quanto il suo cavo e la catena, scendendo un paio di volte con la maschera a disincastrarla dai coralli, mentre  i bambini in canoa tutto attorno ci guardano in silenzio con gli occhi enormi. Poi abbiamo tirato in barca il gommone e cominciato a salpare l’ancora principale. Avevamo dato 50 metri e la catena era adagiata a casaccio sulla scarpata corallina, impigliata qua e la nei massi. Per scaramanzia avevamo tenuto fuori la bombola e l’erogatore, ma non c’è stato bisogno. E’ venuta si da sola, anche se con qualche tentennamento.

Ciao, heremit. Siamo rimasti 8 giorni e sembra di essere qui da una eternità. Conosciamo tutti, il vecchio Jaseph, Frida, Wilma, il prete, il Maestro, i bambini….

Conosciamo le reglo della loro chiesa, la ricetta per cuocere il sago, e quella per fare il pane di cassawa.

Ciao Heremit, e puntiamo verso Sud Est lasciandoci alle spalle il villaggio sotto la nuvola nera di un temporale che si sta formando sul villaggio e sulla montagnola ad est delle case. Gli ultimi metri di risalita della catena sono accompagnati dal brontolio del tuono.

“Dai, sbrighiamoci, così arriviamo all’uscita prima del temporale”

“Ma ci si vede?”

“Per ora mi sembra di si”, e salgo su alle crocette a cercare di individuare i coralli nella lice grigia del pomeriggio avanzato che ormai si è tutto coperto di nuvole.

Il banco di corallo che orla l’isola si vede ancora bene. E’ verde e il suo colore traspare in superficie nonostante il grigio del cielo. Se si vedono i coralli vicino all’isola dovrebbero vedersi anche quelli da qui all’uscita, penso, mentre guardo verso est, lungo il percorso accidentato che dobbiamo fare per uscire dall’atollo.

Dentro di me vorrei non essere partito. Si stava così bene, ad Heremit. Era bello scendere a terra la mattina e sedersi fuori dalla casa di qualcuno. Eravamo sempre i benvenuti. La gente ci sorrideva. E siccome tutto succede sempre all’aperto, le attività di tutti i giorni erano li davanti a noi, per essere fotografate e filmate, per essere commentate e per scerzarci sopra. La barca, con due ancore era al sicuro e se veniva un temporale bastava chiudersi dentro in cuccetta con un libro ad aspettare che passasse. Ora invece sono sull’albero, a scrutare una distesa grigia di acqua piena di pericoli invisibili, e a spiare con la coda dell’occhio l’avanzare del temporale. Individuo un primo banco di corallo isolato e do a Lizzi le istruzioni per girargli attorno. Arrivano le prime gocce e mi bagnano gli occhiali antiriflesso che mi sono tenutoi per cercare di capirci di più, mentre la pioggia tutto intorno riduce la visibilità.  Non vedo più la linea dei frangenti in lontananza che fino ad un attimo fa indicava il limeite esterno dell’atollo, non vedo i paletti di legno che quelli di qui hanno messo qua e la sui banchi per aiutare a trovare l’uscita, e guardandomi alle spalle non vedio più nemmeno il banco di corallo che abbiamo appena superato. Contemporaneamente l’allarme dell’ecoscandaglio comincia ad urlare il suo sgradevole avvertimento: bip bip bip….siamo a meno di 15 metri di fondo. Vuol dire che siamo sull’orlo di un banco che però non vediamo. Dovremo tentare di allontanarci, ma in che direzione, e intanto arrivano le prime raffiche.

“Senti, buttiamo l’ancora, almeno ci fermiamo” e corriamo a prua a liberare il salpaancore che avevamo coperto ben bene in previsione di una lunga navigazione e a tempo di record molliamo ancora e catena. Appena tocca il fondo manda il rumoraccio inconfondibile della catena che sfrega sul corallo. E’ una cosa che non va bene pechè……., ma almeno vuol dire che siamo fermi. Dobbiamo solo sperare che la pendenza del banco non sia eccessiva e che il vento non ci spinga nella direzione in cui risale.

“E adesso cosa facciamo?”

Ma ci sono situazioni in cui non si può fare niente. Non abbiamo più il ridosso dell’isola. Tutto intonro il mare è arricciato dalle onde del temporale. La barca è aggrappata ad un fondo di corallo in un punto imprecisato dell’atollo. La catena manda sgradevoli rumori di sfregamento sulle madrepore. Tutto intorno altri banchi di corallo. Fuori pioggia fittissima e vento a folate.

Speriamo che duri poco. Altrimenti mettiamo machere e pinne, andiamo a cercare il banco vediamo come e fatto e se necessario mettiamo delle altre ancore in modo da stare tranquilli fino a domani mattina”

Invece non c’è bisogno. Il tyemporale dura solo venti minuti. Lascia un cielo uniformemente grigio e una pioggerellina stupida e continua, che perrò non limita più la visibilità. Il verde dei banchi è ricomparso, l’ancora risale e riprendiamo a fare lo slalom verso l’uscita. Il passaggio è complicato, molto più di quanto avessi potuto immaginare. Un percorso tortuoso tra immensi bassifondi verdi e blu. Raggiungiamo l’uscita dopo più di un’ora. All’esterno le onde frangono maestose sul limtite del banco, a destra e a sinistra della nostra prua e della linea blu che segnala il passaggio. Poi la profondità aumenta di colpo: 20, 30, 30, 100 metri. Ecco, siamo fuori, in oceano. Non ci sono più pericoli. Alle nostre spalle Heremit, con le sue 147 persone, è ormai soltanto una montagnola grigia, seminascosta da una nuvola.

 1 Ottobre 2000

Ore 12..00 Abbiamo percorso 38 miglia dall’uscita di Heremit. Considerando che sono 18 ore, equivalgono a 50 miglia nelle 24 ore. Quello che conta è che in gran parte le abbiamo fatte a vela.

2 Ottobre 2000

Ore 04.00 Il vento che ci ha accompagnati per tutta la notte è diventato capriccioso. Si è formata una nuvola. Il vento è girato ad est. Abbiamo virato prendendo il bordo a Nord Est. Qualche goccia di pioggia poi è scomparso del tutto. Alle 5.00 ammaino i fiocchi ed esco a dormire.

Ore 06.00 Issiamo di nuovo i fiocchi, con le mani impastate dal sonno. Il cielo si presenta sereno. Vento molto debole, da Nord Est. Prendiamo il bordo di est sud est. Camminiamo a due nodi ma camminiamo, e in cielo una volta tanto non ci sono temporali.

 Ore 12.00 Percorse 67 miglia nelle 24 ore, la maggior parte delle quali a vela

Durante il pomeriggio il cielo si scurisce. C’è un enorme temporale dietro di noi che occupa più di metà dell’orizzonte. E’ spettacolare e si avvicina, ma piano. Ci prepariamo al peggio e prendiamo due mani al randone. Il randino ha già una mano e va bene così. Quando arriveranno le prime rafficvhe dovremo solo ammainare lo Yankee. Per ora però lo teniamo perchè il vento per adesso è leggero.  Abbiamo vento, 5 o sei nodi, ma sufficiente a camminare. La direzione continua a cambiare. Traverso, gran lasco, poppapiena, gran lasco dall’altra parte, poi di nuovo poppa piena. Continuiamo a manovrare e a regolare le vele, ma almeno si cammina e le manovre sono facili perchè il mare e’ solo appena un po arricciato.

 Abbiamo navigato tranquillamente tutta la notte. Vento stabile, da Nord, niente temporali, nessuna nave in vista e nessuna terra all’orizzonte. E stamane ho visto l’alba e poi il sole alzarsi su un orizzonte infinito, con il cielo sereno e milioni di nuvolette bianche che si accumulavano sull’orizzonte. Cosa chiedere di più?

Per festeggiare a metà mattina abbiamo mangiato l’ultimo pezzo di pesce affumicato che ci hanno dato i nostri amici di Heremit. A pranzo mangeremo frutta, e a sera verdura, e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta perchè la barca è ancora piena delle provviste che tutti facevano a gara a portarci. Una incredibile quantità di papaie e di ananas, e poi patate dolci, zucche, taro, banane, lime. E quando queste cose saranno finite avremo sempre pasta e riso, verdure in scatola, fagioli secchi, lenticchie eccetera. Certo di famme non morremo, ma chissà perchè, sempre più spesso parliamo di gelati, di panini col salame, di cioccolato…..ma da quanto tempo è che siamo in mare?

La strada che dobbiamo fare prima di poter trovare un gelato è enorme. Da qui dove siamo ora dovremo continuare verso Est per 400 miglia fino a raggiungere un’isola lunga e stretta con un nome che  suona strano in mezzo a questo mare caldissimo: Nuova Irlanda. Superatala dovremo piegare a Sud Est, per altre 650 miglia, fino all’aricpelago della Luisiade, la punta estrema ad Est della Papua Nuova Guinea, e poi ancora a Sud, per 800 miglia, fino alla grande barriera Australiana e al porto di Brisbane, che è la nostra meta finale.    In tutto milleottocentocinquanta miglia, e con il poco vento che c’è,  chissà quanto tempo impiegheremo. Poi lungo la strada è pieno di isole, isolette e atolli. Sono posti dimenticati, probabilmente belli, sicuramente interessanti. Sarebbe bello potersi fermare, se non in tutti (ci vorrebbero anni) almeno in alcuni. Ma abbiamo poco tempo e dobbiamo sbrigarci.  L’ultima parte del nostro percorso, quella dalla Luisiade all’Australia ci farà attraversare una zona a richio di cicloni. La stagione pericolosa inizia a Novembre, e quindi è già iniziata, ma il rischio che si formi un ciclone aumenta con l’avanzare della stagione, e diventa altissimo a Dicembre e Gennaio.

Be, vedremo.

 In tutto questo tempo il temporale ha continuato ad avvicinarsi ma prima di raggiungeci si è sciolto, senza fare danni,

Verso sera il vento si stabilizza da Ovwes, in poppa piena. Ce facciamo? Prendiamo il bordo di Nord Est o quello di Sud Est? Decidiamo per Nord Est, anche se la nostra rotta per l’Australia vorrebbe già piegare un po verso sud. Ho l’impressione che a nord avremo venti e correnti un po’ più favorevoli. E poi, a sud, a 40 miglia da noi c’è un’isola, e più stiamo lontani meglio è, visto che abbiamo la tendenza ad addormentarci durante i turni di notte.

 3 Novembre.

Che bello, abbiamo camminato tutta la notte . Il vento si è stabilizzato e noi facciamo quattro nodi fissi. E stamane il cielo è anche abbastanza chiaro, c’è il sole e il mare è blù. Simo saliti in latitudine ed ora siamo a poco meno di un grado dall’equatore.

 12.00 Nelle 24 ore abbiamo percorso 73 miglia. Ora però c’è un nero che si profila all’orizzonte.

 Il vento da Nord Ovest continua tutto il pomeriggio ma sempre più leggero. Al tramonto scompare.

 4 Novembre. Dormito tutta la natte. Partiti alle 5 del mattino a motore su mare oleoso. Ho visto l’alba e pi il sole alzarsi. Cielo sereno con milioni di nuvolette bianche che si accumulano sull’orizzonte.

Ore 12.00 Percorse 60 milgia nelle 24 ore. Siamo a 33 miglia dall’isola Mussau, la prima del gruppo che poi seguiremo scendendo oblicuamente verso sud.

Dentro labarca ci sono 35 gradi. Il mare è immobile. Abbiamo passato la mattina a chiacchierare di Davide e Salomone

 5 Novembre

Ore 05.00

Ripartiamo a motore. Il sole soregerà tra 40 minuti. Cielo quasi sereno. L’isola Mussau si vede bene. Stanotte a parte un’ora di vento dovuto ad un temporalino e che perà veniva direttamente da Est, per il resto c’è stata piatta ed abbiamo dormito. In barca ieri sera c’erano 35 gradi. Stamane ce ne sono 31. Caldo.

 La pesca del dorado

Faceva caldo. Andavamo a motore sul mare liscio e olioso, nell’aria immobile. Abbiamo deciso di spegnere il motore per fermarci e tuffarci. Mentre la barca rallentava è scattata la traina. Un pesce grosso. Dava grandi strappe e faceva enormi salri fuori dall’acqua. L’ho riconosciuto subito dalla forma slanciata e flessuosa del corspo quando emergeva nei salti. E’ un pesce bellissimo, col corpo sottile dotato di una lunggissima pinna dorsale che oarte dalla testa e arriva fino alla coda. Ma la cosa più bella sono i colori. Il dorado è azzurro e verde, ma tutta la parte superiore del corpo è macchierrata di pallini e di striature dorate bellissime. Quando però il pesce viene tolto dall’acqua e muore, i soui colori in poche decine di secondi scompaiono lasciando il posto ad un colore argenteo uniforme.

Lo tiriamo sottobordo, lentamente, perchè il pesce è grosso e forte e combatte aspramente. L’acqua è traparentissima e comincio a vederlo anche se è qualche metro sotto il livello del mare.

“Hei, ma ce ne è un’altro!”

I pesci sono due. C’è quello che abbiamo pescato noi e un’altro, identico, anch’esso lungo più di un metro, che lo segue a brevissima distanza. Mi vengono in mente cose che ho letto non so dove e non so quando. I dorado vivono quadi sempre in coppia. Il maschio ha la testa più grossa e la fronte verticale. La femmina è più affusolata ed ha la testa più aggraziata. E’ il maschio che ha abboccato, ed ora è a pochi metri da noi, La femmina lo segue, nuotando piano.  Quando se ne pesca uno è facile perscare anche l’altro perchè il compagno non lo lascia, fino all’ultimo momento.  Ora sono li tutti e due bellissimi, nell’acqua trasparente, e i loro colori sono così intensi da sembrare magici.

“Aspetta, scendo a prendere la telecamera.”

“Si, prendi anche la macchina fotografica”

Lizzi resta a poppa con la lenza in mano mentre io rovisto per trovare le macchine, con un senso di disagio che resta inespresso. La barca intanto si è fermata. La lenza la fuori non risente più della tensione dovuta al movimento. Il dorado salta una, due, tre volte. Lo sanno anche i bambini che non è così che si fa a pescare. Non si lascia il pesce in acqua appeso ad una lenza inerte. E proprio mentre sto riemergendo dal boccaporto il bestione fa un ultimo salto e si libera. Resta immobile per un momento, sbilenco, prostrato forse dalla lotta. Poi si lascia scivolare verso le profondità del mare, ondulando sulla coda,  e la sua compagna lo segue, due macchie gialle che si fanno piccole nel blu profondo.

Nessuno di noi dice che peccato.

Speriamo di pescare un tonno. Chissà perchè i tonni fanno meno pena dei dorado. che non lo lascia finchè non azzura.

 Ore 07.40 Ci avviciniamo alla parte Nord dell’isola di Mussau. Isola grande. Da lontano col binocolo vedo boschi in alto e cocchi in basso. Il fumo di un fuoco ogni tanto sbica da un gruppo di alberi poco più in dentro dalla linea di costa. Guardo col binocolo e faccio in modo di passare vicino tanto la carta dice che la parte nord della costa è libera da pericoli. Soero che so, di poter vedere qualche cosa, qualcuno. Avvicinandoci, sulla spiaggia vedo due puntolini. Due persono, ma sono piccolissime, le immagini velate dalla foschia dei frangenti che si rompono prima della spiaggia. poi compaiono le canoe. Sono due. Le vedo col binocolo apparire e scomparire nelle valli delle onde. Remano come forsennati e puntano verso di noi. Rallento e tiriamo su la traina. Scendo sotto a prendere telecamera e vestiti. I due arrivano in un tempo sorprendentemente breve. Un uomi in una canoa pitturata di bianco, un ragazzo in una canoa grezza, nuova, col legno ancora del colore chiaro dell’albero appena tagliato. L’uomo ha a bordo quattro o cinque persci, incredibilmente grossi. Il ragazzo ne ha solo due, di quelli che vivono sulla barriera, pieni di aculei e di protuberanze, che noi non ci sogneremmo mai di mangiare. Sono venuti di gran carriera, e noi abbiamo fermato la barca per aspettarli. Un incontro desiderato da entrambe le parti, ma poi non si sa bene cosa dire. Chiedo come si chiama il villaggio. Quanta gente ci vive. Chhiedono da dove arriviamo. Se ci fermiamo. NO, non ci fermiamo, non c’è ridosso e poi siamo di corsa.

Diamo motore e scompaiono di nuovo tra le onde.

 Ore 09.00 Superata la punta nord di Mussau. Ora comincia la discesa verso Sud Est.

Ore 10.30 Navighiamo a motore. Lizzi spunta dfl boccaporto, pallida e preoccupata. Carlo, c’è il tappeto pieno d’acqua. Vuol dire una sola cosa: acqua sotto i paglioli. Spegnamo subito. Apriamo i paglioli. Orribile. L’acqua ha quasi sommerso la parte basse del motore. Grandi chiazze di olio nero galleggiano a livello dei paglioli, a livello del tappeto.

Ma da dove diavolo arriva tutta questa acua

Non so,  adesso dobbiamo pensare solo a toglierla.

Mi aggrappo alla pompa di sentina e comincio a pompare furiosamente. Uno, due, tre minuti, il livello non sembra calare, ma non aumenta neppure. Per fortuna il mare è calmissimo e non ci sono rollate a far finire l’acqua qua e la. Ho il tempo di calmarmi e di pensare. Con la pompa manuale di sentina impiegheremmo una eternità. Meglio con i cecchi. Ci organizziamo, con due secchi e un grosso pentolino col manico. Io, a carponi, col pentolino, prelevo l’acqua dalla sentina e la verso nel secchio. Lizzi preleva il secchio e ne versa il contenuto nel lavandino. Mentre riampio un secchio lizzi ne svuota un altro e così via. In breve ho la mani le gambe le braccia e le ginocchia unte di olio nero, Il pavimento sembra quello di una autorimessa, ma il livello dell’acqua in sentina si abbassa.  Dopo un’ora abbiamo la schiena a pezzi ma la sentina è quasi vuora, e a questo punto, dieci minuti con la pompa la vuotano del tutto. Ancora mezzora e anche i pavimenti e noi stessi siamo di nuovo puliti. E troviamo anche la causa: il coperchio metallico dello scambiatore di calore si è fessurato e quando il motore è in moto l’acqua del raffreddamento sgorga a fiotti.

Ci pensiamo su. Ci vorrebbe una saldatrice. Proviamo col silicone? Ma tiene con l’acqua calda. E poi è tutto sporco di ruggine e bangto. Alla fine abbiamo provato con lo stucco sottomarino, quello che teniamo in barca per le evenienze più catastrofiche.

Da quando ci siamo accorti dell’acqua sono passate due ore, e il motore è rabberciato ma non lo possiamo usare finchè lo stucco non sarà catalizzato, ovvero almeno per 24 ore.

Ore 12.00 Percorse nelle 24 ore solo trentasei miglia. Anche perchè abbiamo perso due ore per la riparazione e quando abbiamo finito ci siamo ritrovati abbastanza vicino a terra e con pochissimo vento.

Camminiamo a vela pianissimo e da terra arriva un’altra canoa. Stavolta a bordo sono in tre e non hanno le solite facce bonaccione dei polinesiani.

Vorremmo evitarli, ma la nostra andatura da lumache non ce lo consente. Arrivano. Volti scuri. Uno ha il cappello da rasta e un teschio tattuato su un braccio. Mostrano delle noci di cocco. Quello che sta a prua ce le mette a bordo e poi fa come per salire, ma lo fermo. Resta interdetto, ma si ferma. Spiego che il capitano e indico sottocoperta, non vuole. Lizzi aggiunge che dobbiamo allontanarci da costa perchè arriva un temporale e che domani torneremo. I tre sembrano davvero poco raccomandabili. Quello a poppa resta semisdraiato e parla con la voce impastata come fosse un po’ ubriaco. Comunque se ne vanno.

Nel frattempo ne vediamo arrivare altri due. “Oh, no” Però nel frattempo il vento è aumentato leggermente e camminiamo un po più veloci. I due non si scoraggiano, e noi puntiamo decisamente verso il largo. Quando ci raggiungono siamo ad almeno due miglia da terra e la barca ha preso un buon passo che loro faticano a sostenere. Sorridono. Chiedono sigarette. Non ne abbiamo. Birra? Non ne abbiamo. Lasciano perdere e se ne vanno.

Arriva un temporale e finalmente riusciamo ad allontanarci.

Ore 18.00 Tramonto. Siamo di nuovo senza vento, e senza poter usare il motore. La corrente ci porta verso sud ad un nodo. Più a sud c’è un’isola (Emirau) crcondata da un po di coralli. Tra Emirau e Mussau un passaggio largo 5 miglia.

Passiamo i turni di guardia della notte a a controllare la nostra deriva sul GPS. La corrente ci porta a Sud e ci spinge nel passaggio, facendoci transitare proprio in mezzo, equidistanti dalle riva.

Heremit - Papua Nuova Guinea

Heremit – Papua Nuova Guinea

 6 Novembre

La giornata comincia con i soliti venti leggerissimi. Siamo andati alla deriva tutta la notte e due pesci si sono affezzionati a noi. Sono di quel tipo che nuota in maniera ridicola, agitando di qua e di la la pinna dorsale. Ora che un venticello leggero ci fa avanzare ad un paio di nodi nuotano come forsennati per tenerci dietro e i loro sforzi sono verammetne ridicoli.

Continuiamo a camminare pianissimo per tutta la mattina

Ore 12.00 Percorso nelle 24 ore: 36 miglia, buona parte delle quali grazie alla corrente.

Proviamo il motore. La riparazione tiene quasi del tutto. C’è solo un leggero gocciolio. Ma per quanto tempo terrà?.

Pomeriggio. Si forma una linea temporalesca. Impiega molto a formarsi, ma alla fine occupa uniformemente metà dell’orizzonte. Prendiamo le solite precauzioni: due mani al randone, una al randino, e a prua solo la trinchetta. Ma appena arrivano i primi soffi ammaino anche laa trinchetta perchè il vento arriva direttamente da Sud Est e non è pensabile di fare strada contro. Arriva la prima raffica e si porta via il mio cappello e gli occhiali che erano in terra in pozzetto. Vanno a fermarsi sul ponte, al limitare della falchetta. Li inseguo. Un’altra raffica e il cappello vola. Recupero gli occhiali e li incastro da qualche parte perchè devo correre a prua. Il vento è violentissimo e la trinchetta che era ammainata sul ponta ma non legata, per la forza del vento si è impennata ed è risalita lungo il suo strallo, come se qualcuno l’avesse issata, ed ora è li, per aria, a sbattere freneticamente. La ritiro giù a manate, la lego sul ponte e corro ad ammainare il randono mentre la barca si piega paurosamente sotto le raffiche. Lizzi che era dentro col mal di schiena è fuori anche lei. Laghiamo a fatica il randino, leghiamo tutto il reto e corriamo a ripararci demtro.

Il temporale di oggi è strano: pochissima pioggia ma un vento eccezionale. Dura un’ora e ci lascia con cielo nuvoloso.

 7 Novembre

C’è poco vento. Usiamo il motore. La riparazione tiene, ma tiene male e gocciola sempre più col passare delle ore. Decidiamo di provare a fermarci nella cittadina di Kavieng ad una sessantina di miglia da qui. Non abbiamo il visto, ma invocando le ragioni dell’emergenza, forse otterremo il permesso per fermarci a fare le riparazioni.

Scendiamo verso Sud, verso l’isola che si chiama guarda un po te New Hannover.

Ore 12.00 percorse nelle 24 ore 33 milia.

Nel frattempo arriva il vento. Di poppa. Facciamo dei bordi di poppa ma camminiamo. In pochissimo tempo sulla montagna di New Hannover alla nostra destra si è formato un temporale nerissimo e un’altro se ne forma verso il largo, alla nostra sinistra. Ci prepariamo e li prendiamo. Gran vento e pioggia, ma vengono da dietro e possiamo sfruttarli per camminare.

Ore 18.00 Il vento è leggerissimo ma ormai siamo a 18 miglia da Kavieng. Ammainiamo e la corrente ci porta lentamente dentro una grande baia. Quando siamo ben dentro diminuisce e ci lascia fermi

 8 Novembre

Ore 05.30 Alba. Sole. Si vedono le isolette che stanno sparpagliate nella baia. C’è vento leggero da Ovest. Isso le vele, preparo la colazione e sveglio Lizzi. Mancano sei miglia a Kavieng ma possiamo permetterci di andare piano perchè dobbiamo lasciare che il sole salga prima di affrontare il passaggio che porta in porto.

Prepariamo la carca all’arrivo

 16 Novembre

Lasciamo Keviang dove siamo rimasti per una settimana. Usciamo sul oato sud e costeggeremo il lato Sud Ovest della Nuova Irlanda. E’ pieno di temporali e di acquazzoni. Dopo due ore dalla partenza prendiamo il primo, e siccome stiamo facendo un canale tra i reef, non abbiamo la carta, eccetera eccetera, per prudenza buttiamo l’ancora.

Ripartiamo a mezzogiorno. Il tempo non è migliorato affatto, ma è mezzogiorno, e se non partiamo adesso non partiamo pi. Navighiamo sotto l’acquerugiola con il cielo tutto nero e pieno di piovaschi. Pian piano, a motore, seguiamo la strada tra le isole con le indicazioni del GPS. Alle tre siamo fuori e c’è vento da Nord.

Cominciamo la strada che ci poterà in Australia

 17Novembre.

Ho capito perchè la chiamano nuova irlanda. L’isola è grande e scura. Un bastione lungo piantato nel mare. Le nuvole la avvolgono in strati sovrapposti e le conferiscono quell’aria di mistero che di solito è associata ai paesaggi nordici.

Per tutta la sera di ieri e quasi tutta la notte abbiamo navigato a vela con un bel venticello da Nord. Nella seconda metà della notte è scomparso. Meglio così. Lizzi è stesa dal mal di schiena ed io non ce la facevo pi a stare di guardia.

Stamattina il vento è ripreso. Un po irregolare, ma ci fa camminare.

Ore 12. Il percorso dall’uscita del labirinto di Kavieng a qui è stato di 70 miglia. Considerando che è relativo a 21 ore, la media giornaliera è di 80 miglia.

Il vento continua, irregolare, ma c’è. Quando è deciso facciamo 6 nodi. Quando è pi leggero ne facciamo tre.

L’isola è lunghissima. Scorre nera e misteriosa alla nostra sinistra. In mare nessuno. Ne una barca, ne una anve, ne una canoa. Per evitare i salti di vento dovuti alla presenza della terra stiamo navigando a dieci miglia dalla linea della costa. A questa distanza i villaggi non si vedono e non si vede la gente. Che peccato. Chissà chi abita questa terra che fino a ieni nemmeno sapevamo che esistesse. Che spreco non fermarsi.

Ore 13.30 Fregatura. Il vento di colpo gira a Sud Est. E siamo di bolina..

 18 Novembre

Mattina. Il mare è calmissimo. Scendiamo lentamente verso sud. Dobbiamo passare la parte pi stretta del canale di San Giorgio, poi le isole lentamente si allontaneranno e saremo nuovamente in mare aperto.

Di colpo, alla mia destra, vedo una stranissima nuvola. E’ grigia, invece che bianca, tutta appallottolata a cavolfiore, e cresce in verticale a vista d’occhio. Ecco cosa avevo visto stanotte! Non era una strana montagna, era un’eruzione vulcanica! La nuvola sovrasta una breve zona di terra pianeggiante, ma a destra e a sinistra del pianoro due monti perfettamente conici si inquadrano ad hoc nella spiegazione: è un vulcano, e sta eruttando una vomitata di fumo.

Lizzi esce a vedere con la macchina fotografica. Ma nel tempo che ha impiegato ad uscire la nuvola si è rarefatta. Non è proprio dissolta, ma non ha pi quell’aspetto brutale, quei confini grigi ben definiti. Peccato. Ci avviciniamo?

Ma dai, perchè, lascia perdere.

Ma io sono attratto come un’ape dal miele. Forse c’è una erizione in atto, forse se ci avviciniamo riusciamo a fare delle foto, forse delle riprese.

Midifichiamo la rotta per passare più vicino a costa, tanto la strada non è molto più lunga di quella che faremmo tirando dritto. La costa è lontana 6 miglia. Tra un’ora potremmo essere vicini abbastanza per fare delle belle foto. Intanto teniamo d’occhio il vulcano e parliamo di quel che capita. La mattinata è splendida. L’acqua è calma. La terra ha un aspetto invitante. Ma perchè non ci possiamo fermare? Perchè sta per cominciare la stagione dei cicloni. Già, i cicloni. Quando abbiamo pianificato questo passaggio attorno alla Nuova Guinea che incidentalmente è la seconda isola più grande del mondo dopo la Groenlandia, quando lo abbiamo pianificato, dicevo, non avevo neppure pensdato al problema dei cicloni. Sapevo che tornando in inverno verso l’Australia ci saremmo trovati nella stagione sbagliata, ma da qualche parte della mia mente avevo confuso qualche informazione: la zona è soggetta ai cicloni per tutto l’anno, nessun mese dell’anno può dirsi completamente esente, ma la probabilità è piùttosto bassa. Questo credevo di aver letto. Invece mi confondevo. Questo passaggio l’acevo effettivamente letto, ma si riferiva al golfo del Bengala. La costa del queensland, invece, è perantemente soggetta ai ciloni nel periodo invernale. Me ne sono ricordato improvvisamente quando gli australiani ce ne hanno parlato. Mi sono ricordato di aver visto le foto dei danni, delle case contorte, delle barche trasportate per centianaia di metri dentro la terraferma.

“In un anno standard ci si aspetta di avere almeno 5 cicloni ben sviluppati” così diceva con nonchalance …… mentre chiacchieravamo del più e del meno. Ma anche se ufficialmente la stagione pericolosa comincia a Novembre, il pericolo diventa tale a Dicembre e il massimo è a Gennaio e Febbraio. Siamo al 18 di novembre. Mancano 1200 miglia all’Australia. Per questo non ci possiamo fermare. Non si può sfidare troppe volte la sorte. La èprima volta il destino ti premia. Bravo che hai ostato! La seconda forse ti premia ancora! Ma non ho voglia di vedere cosa sccederebbe la terza volta!

Intanto, nei prossimi giorni dobbiamo ricordarci di tirare un filo in coperta che faccia da antenna per la radio. Gli australiani ci hanno dato le frequenze delle stazioni che trasmettono i warning in caso di pericolo. Ma la nostra radio è muta. E’ da anni ormai che non la usiamo più…….

Stavamo parlando di queste cose quando la bwrca ha cominciato a sussultare.

“Hoddio, cosa succede”

“L’ecoscandaglio, accendilo!”

Ma io che sono al timone so bene che non può essere un bassofondo. Ho appena controllato la carta e siamo lontani da ogni pericolo. Il mare è profindissimo. Mi guardo attorno. Non riesco a vedere nulla di speciale. Mi rendo conto di avere gli occhiali scuri e me li tolgo precipitosamente. Intorno a noi l’acqua è blu e calma con il colore del mare profondo. Ma allora che cosa è che fa sobbalzare la barca. E’ proprio un sobbalzo, come se stessimo scivolando su un fondo ondulato, ma senza asperità. Insomma, sobbalza ma non urta. Lizzi è cosrsa sotto ad accendere l’eco. Io mi guardo attorno e non vedo nulla. Cambiar rotta, ma verso dove. Una rete da pesca? Assurdo. Allora cosa. L’occio mi cade sul cono del vulcano. Una nuvola nuova comincia ad uscire. Ecco, è lui? Un maremoto? No, non so, non proprio.

“Andiamo via!”

Intanto la barca ha smesso di sussultare. Sfoglio dentro la mia testa confusa le ultime traccie di quanto è rimasto da quando facevo lo scinziato. Come si spiega che il vulcano faccia sobbalzare la barca a 6 miglia di distanza. E l’acqua che resta calma?

“Andiamo via, basta, è pericoloso”

A me pericoloso non sembra, ma Lizzi non ne vuole sapere

“Cosa ne sai, magari c’è in atto una eruzione, e noi dovremmo andare a cacciarci dentro?”

Quel che abbiamo sentito, qualunque cosa fosse, è finito. Era forte, ma non ha lasciato traccia, nemmeno sull’acqua che è calma, appena appena increspata dalla brezza, esattamente come prima.

Un po’ controvoglia rimetto la prua a Sud Est. Per quasta volta basta così. Magari chi sa, negli anni prossimi potremo sempre ripassare da qui.

 09.30 Siamo tra l’isola tredner e l’isola tovalik. E’ la parte più stretta del canale di S. Giorgio tra la Nuova britannia e la Nuova Irlanda (come suonano fuori luogo questi nomi britannici appiccicati a queste isole da negri!). Una leggera ma inconfondibile ondulazione percorre il mare proveniendo da sud. Dice che stiamo entrando in un mare nuovo. E’ l’onda lunga dell’aliseo del Pacifico meridionale. Racconta di un nuovo emisfero, di un mare immenso, di mugliaia di miglia di acqua blu, costellate da infinite isoleine……i

Ore 12.00 Percorse 83 miglia nelle 24 ore. Ora ci stiamo proprio affacciando dul Pacifico. Anche quello di prima era pacifico, ma eravamo nel labirinto tra le isole. Questo invece sembra quello vero. Lizzi ha voluto che le tirassi su delle secchiate d’acqua per lavarsi. E’ più fredda. Altro segno dell’oceano.

Ore 17.50 Siamo quasi fuori dalla parte finale del canale. Le rive sono lontane ma diccome le montagne sono altissime si vedono ancora bene. Il mare ancora una volta è pieno di tronchi tronchetti bambu e detriti vari. Non così tanti come quella vota che navigavamo al largo dello ….. quando di notte ci siamo dovuti fermare perchè era troppo pericoloso, ma comunque sono tanti. Ho visto una noce di cocco con il germoglio verde transitare a fianco della barca, alla ricerca di una spiaggia su cui mettere le radici. Più tardi ne ho vista un’altra. E così che la natura

compie i suoi riti.

Per cena stiamo facendo lessare delle patate dolci ancora da Heremit

 19 Novembre

ore 08.00 Notte senza vento siamo rimasti più o meno fermi tutta la notte, ma la corrente ci ha portato prima di un paio di miglia verso ovest, e poi 5 miglia verso sud. Grazie. All’alba ho acceso il motore. C’era anche un filo di vento èd ho issato il fiocco. Dopo colazione stavamo guardando il mare mezzo assonnati e proprio di prua è comparsa una balena, piccola e vicina. Sono corso dentro a spegnere il motore ed a preparare telecamera e macchina foto. Il tempo di farlo e quando sono uscito era già scomparsa.

Stanotte abbiamo spostato di un’ora avanti gli orologi. Altrimenti il sole sorgeva troppo presto (alle 5 e 30) e la sera vi tramontava troppo presto

Gen 012000
 
Mare vuoto - Oceano Pacifico

Mare vuoto – Oceano Pacifico

Per tutta la notte la Barca Pulita ha camminato per conto suo. Di bolina, senza virare mai, senza mai perdere la rotta, piano piano, col rumore dolce e costante dello scafo che scivolava tra le onde e il ronzio discreto del generatore eolico che faceva il suo lavoro di ricaricare le batterie con l’energia del vento. Noi ce la siamo presa comoda, dormicchiando quasi tutto il tempo, e alzandoci solo di tanto in tanto a dare un’occhiata, tanto eravamo in mare aperto, senza traffico, senza isole, senza navi.

Da oggi però dobbiamo stare attenti. La costa della Papua Nuova Guinea è ancora lontana ma stiamo per incontrare una catena di isolette e di atolli. Si chiamano isole Admiralty e non sappiamo molto di loro perché non sono prese in considerazione in nessuno dei libri di cui disponiamo. Anche le carte nautiche sono approssimative e c’è scritto di fare attenzione perché può capitare che la posizione reale di un’isola sia diversa da quella indicata sulla carta.

Alle 10 avvistiamo Sumasuma e Similan, le appendici esterne di un grande atollo che si chiama Ninigo. Nel frattempo il vento gira progressivamente ad Est e la nostra rotta da est che era gira verso Nord. Probabilmente tra un pò saremo costretti a virare e allora la barca non camminerà più’ così bene perché si troverà con l’onda in prua invece che sul fianco.

Alle 10.30 il vento gira ancora e decidiamo di virare. Alle 11.15 viriamo di nuovo, ma c’è poco vento, abbiamo l’onda in prua e la barca fatica a tenere la rotta. Ci sono dei temporali in giro. Il cielo si è fatto scuro. Forse ci fermeremo nell’atollo di Ninigo, che è a 11 miglia, o forse potremmo proseguire per il prossimo atollo che è a 60 miglia. Sappiamo così poco di tutti e due. Ci lasceremo guidare dal vento. Intanto un acquazzone si avvicina. Noi ci siamo preparati riducendo le vele al minimo ed ammainando il fiocco.

Mare vuoto - Oceano Pacifico

Mare vuoto – Oceano Pacifico

Alle 11.45 il temporale arriva con il solito putiferio di vento forte e pioggia scrosciante. Dura solo dieci minuti e subito dopo schiarisce, ma già se ne profila un altro verso prua. Ne approfittiamo per pranzare: formaggio che abbiamo conservato ancora dall’Australia, tagliato sottile per farlo sembrare tanto e condito con olio e origano, insieme il contenuto di una lattina di piselli.  Gustiamo il tutto in pozzetto, sotto le raffiche. Il vento è fresco, ma non piove e si sta bene.

A metà del pranzo il vento cambia di colpo. E’ il temporale successivo. Mettiamo il  formaggio in un angolo del pozzetto (speriamo che non si rovesci e non si bagni)  e corriamo ad ammainare le vele. Lizzi il randino, io il randone, poi insieme ammainiamo la trinchetta. La cosa più difficile è legarle sui boma perché scappano via da tutte le parti. Impieghiamo dieci minuti. Ci siamo anche ricordati di non calpestare il formaggio e quando finiamo con le vele finiamo di mangiarlo. Poi corriamo dentro perché sta cominciando a piovere a dirotto. In quadrato, con tutte le aperture ermeticamente chiuse, fa un caldo terribile. Il GPS dice che a secco di tela facciamo un nodo verso Ovest. Poco male, un nodo è solo un miglio all’ora, e nell’ora che durerà il temporale faremo solo un miglio all’indietro. La barca, senza le vele rolla. Pazienza.

Alle 15.00 il vento cala leggermente e issiamo di nuovo le vele. Il cielo è pesante e il vento forte, intorno ai 25, 30 nodi, e contrario. Non sembra il solito temporale, sembra piuttosto una tempestina da Sud Sud Est.

Poco prima del tramonto il cielo si rischiara e facciamo il punto. In dodici ore di fatica, di virate e cambi di vela abbiamo percorso solo 11 miglia. Da fuori arriva un rumore. Corriamo in pozzetto. E’ il rocchetto della traina che è scattato perché un pesce ha abboccato.  E’ un barracuda. Peccato, speravamo in un tonno, o un dorado, ma per la cena andrà bene lo stesso.

Gen 012000
 
Uccelli del paradiso - Manukwari

Uccelli del paradiso – Manukwari

Siamo approdati a Manukwari e la cosa più bella qui è un quartiere di palafitte. E’ annidato sul fondo della baia intorno alla quale si adagia la citta.

Sono vere e proprie baracche sospese e affacciate sul mare. Alcune costruite con assi di legno, altre con pezzi di lamiera o con frasche di palma. Una ha un’aggiunta sbilenca sopra il tetto a mò di mansarda e un’altra un enorme Union Jak pitturato sopra la parete. Più in fuori, sul mare, ogni palafitta è collegata con una piccola piattaforma. Lì ci sono dei minuscoli capanni dove sono tenuti i maiali. Sotto ogni palafitta c’è una canoa di legno e sopra ogni palafitta ci sono decine di bambini che al nostro passaggio gridano e ci salutano.

Un microcosmo quasi indipendente dal resto della città, con la sua moschea di cemento, anche lei sospesa sull’acqua e con il suo mercato del pesce che di prima mattina si riempie di suoni e di movimento. Noi siamo ormeggiati in mezzo alla baia, a poche centinaia di metri dalle palafitte. Alla mattina ci svegliano i pescatori che ritornano dalla pesca notturna offrendoci il pesce e, per tutto il giorno, la nostra barca è preda dei curiosi.

Qui nessuno ha mai visto una barca occidentale, e noi che siamo qui da due giorni non abbiamo incontrato nemmeno un bianco.

Niente di strano dunque se la nostra presenza scatena la curiosità di tutti.

Uccelli del paradiso - Manukwari

Uccelli del paradiso – Manukwari

La nostra sosta qui a Manukwari comunque ha solo lo scopo di fare rifornimento. Abbiamo bisogno di cibi freschi, di acqua e di gasolio. Poi, appena finito, ce ne andremo lungo la costa, ad esplorare il golfo Teluk Irian, un posto che nessuno ha mai menzionato, e che promette la natura più selvaggia e il mare più bello.

Quando siamo tornati in barca nel tardo pomeriggio, carichi di sacchi della spesa e di taniche di benzina, abbiamo trovato una canoa ad attenderci. Il suo occupante ha aspettato pazientemente che scaricassimo il gommone e che ci sistemassimo, poi si è avvicinato e ci ha mostrato un sacchetto:

“Mau jual?” volete comprare?”

“Jual apa? Comprare cosa” il sacchettto era piccolo e informe.

Lo ha aperto e ha tirato fuori una cosa gialla, dorata

“Cenderawasi. Uccelli del paradiso”

Più piccoli di una tortora, con il capo verde, il corpo marrone e la coda con pime giallo oro,  meravigliose, lunghe una trentina di centimetri e che al centro diventano bianco panna. I due uccelli, imbalsamati brillavano con l’ultimo sole.

Erano bellissimi.

Abbiamo fatto salire a bordo l’omino per riprendere e fotografare i due esemplari.

“Prampuan, femmine” ci ripeteva mostrandoci due filamenti coriacei che scendono nel mezzo della coda, orgoglioso di rendersi utile. Dopo averlo fotografato gli abbiamo spiegato che non potevamo comprare gli uccelli perchè nel nostro paese è vietato sia commerciarli che possederli.

” Italia tida bisa, non si può” gli abbiamo detto facendo segno di avere i polsi legati per sottolineare il concetto. lui ha afferrato al volo e ha risposto ridendo.

“Indonesia tida bisa sama sama, disini Papua”:  Anche in  Indonesia non si può, ma qui siamo in Papua”.